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Chimamanda Ngozi Adichie

Post n°192 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da ericarg
 
Foto di ericarg

Chimamanda Ngozi Adichie ha poco più di trent’anni è nata in Biafra ed è autrice di due libri di successo : L’Ibisco viola , 2003, edito da Fusi orari, e Metà di un sole giallo, 2006, tradotto da Einaudi, che le ha dato notorietà internazionale.

Racconta una tragedia dimenticata, la guerra che insanguinò fra il 1967 e il 1970 il Biafra, che si era dichiarato indipendente dalla Nigeria dopo colpi di Stato e feroci scontri fra il Nord islamico e il Sud cristiano, e venne schiacciato con le armi e con una spaventosa carestia, nella sostanziale indifferenza delle potenze occidentali che fecero ben poco per fermare lo spaventoso massacro.

Da ex biafrana la scrittrice aveva quella tragedia incisa nella memoria della famiglia come  una ferita mai rimarginata. Era una memoria reticente, evasiva, come spesso accade per sopravvivere agli orrori.

 Quel che colpisce, leggendo il romanzo, è però che nulla sembra essere cambiato da allora.

Metà di un sole giallo (era il simbolo scelto dal Biafra per la sua bandiera) racconta di stragi perpetrate in nome della religione, del petrolio e dell’ideologia, di profughi ammassati nei campi, denutriti e malati; di caccia all’uomo nelle strade e nei villaggi, di paura, di spoliazioni per gli sconfitti, di menzogne e di sangue.

Non conoscevo questa giovane autrice e non conoscevo i suoi libri, che cercherò in libreria, ma mi è piaciuta molto questa sua intervista, che è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa, che parla di Africa e di problemi di ieri ma anche di oggi

" Nulla è cambiato rispetto a quanto avviene nel Sudan o in Congo. È questo che ci voleva dire?
«Non esattamente. Anzi, questa analogia, questa perfetta somiglianza tra ieri e oggi l’ho scoperta come lei, da lettrice del mio stesso libro. Lavoravo pensando intensamente alla Nigeria. Poi mi sono accorta che le guerre sono tutte uguali».

Lei però ha deciso di raccontarne una in particolare. Quasi dimenticata.
«Sì, perché fa parte della storia della mia famiglia. Sapevo da sempre che era costata la vita ai miei nonni, ma ignoravo come ciò fosse accaduto. In casa si alludeva, non se ne parlava mai davvero. Io continuavo a fare domande, mia madre resisteva. Ma vorrei precisare che non ho scritto un libro sulla guerra. E una storia di persone, delle loro vite, dei loro amori, sullo sfondo della guerra».

C’è molta vita quotidiana nel suo libro con un giovane servitore che rappresenta il punto di vista dell’autrice, due coppie messe a dura prova dagli avvenimenti; e soprattutto figure di donne forti, che riescono in qualche modo a tenere insieme le ragioni della vita e della speranza anche nel naufragio generale. Ma quel naufragio esiste e non è certo secondario nell’economia del libro.


«Né doveva esserlo. La guerra civile che insanguinò il Biafra è qualcosa che a scuola, per esempio, era del tutto ignoto. Ancor oggi a livello ufficiale si fa finta di niente, come se nulla fosse successo»

Una storia cancellata?
«Per gli ex biafrani è memoria. Quindi, in un certo senso, incancellabile. Per gli altri è una fonte di imbarazzo. Ci sono ancora, al governo, alcuni responsabili dei massacri di quarant’anni fa».

Censura o vergogna?
«Un po’ tutto. Credo che sia un atteggiamento come quello che voi avete col fascismo. Gli sconfitti persero tutto, case, beni, conti in banca, lavoro, pensioni, e subirono, nel tempo, una marginalizzazione sociale. Ancor oggi non sarebbe pensabile un presidente igbo, cioè dell’etnia che dette vita al Biafra. Certo, molti pensano di essere più marginalizzati di quel che sono in realtà, ma è un dato di fatto indiscutibile».

Quali sono state le reazioni, in Nigeria, alla pubblicazione del libro?
«Migliori di quanto mi aspettassi. Anzi, di quanto si aspettasse il mio editore americano. Molti hanno scoperto questa vicenda grazie al romanzo, che però non vuole certo essere un’apologia del Biafra. Qualcuno non ha voluto nemmeno aprirlo, per opposti motivi politici, ma non è questo che mi interessa».

C’è una sorta di motivo-guida, che attraversa la narrazione. E’ il titolo di un libro dedicato agli eventi in corso, che uno dei personaggi, il bianco Richard innamorato della energica Kainene e della causa biafrana, vorrebbe scrivere, e che poi verrà invece portato a termine da Ugwu, il giovane servitore:

«Il mondo taceva mentre noi morivamo».

Suona come un terribile d’accusa. Ieri come oggi.
«Ma non lo è, o almeno non vuole esserlo. Io racconto le vite di esseri umani, e la loro angoscia. Questo m’interessa».

«A tratti vite anche felici, piene di speranza e di amore prima che tutto precipiti, e a volte persino nel cuore della tragedia. Però, se si parla di Africa, non si può evitare di affrontare il ruolo dell’Occidente. Se si parla di Nigeria, non si può dimenticare che è stata inventata da un inglese. L’Africa dovrebbe cavarsela da sola: ma prima bisognerebbe forse che qualcuno, in Occidente, facesse qualcosa. Io personalmente non mi stupisco che le cose vadano male. Semmai mi posso sorprendere che in Nigeria vadano così male. Il nostro problema è che il Ghana, pur privo di risorse naturali, funziona bene: mentre noi, con tutto il nostro petrolio, no. Vede? Alla fine, torniamo a un problema molto nigeriano».

 
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