Creato da estremalatitudine il 19/06/2008

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racconti di vita, di sesso

 

 

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Post n°445 pubblicato il 24 Aprile 2015 da estremalatitudine

Ripensandoci non avrebbe saputo dire perché aveva accettato. Nei giorni e settimane successive ci aveva ripensato spesso e ogni volta avvertiva come un languore, un senso di spossatezza, stanchezza, qualcosa che le faceva piegare le gambe. la indeboliva, la faceva sentire indifesa, insicura, femmina. Femmina era il termine giusto, si chiedeva? Lei di solito non si sentiva così. Era una donna sana, robusta, con belle spalle e gambe tornite dalla palestra. Era femmina, certo, ma non debole, o insicura, o almeno non sempre. Eppure quella volta e il ripensarci, insomma, quella era la sensazione, il sentimento, ciò che tornava.

Era successo tutto in palestra. Un'amica le aveva detto di quella esperienza strana che le era capitata proprio lì, in palestra, quell'episodio di sesso, perché su questo l'amica era stata chiara, lì, in palestra, le sembrava impossibile, in quelle stanze, negli spogliatoi dove aleggiava sempre quell'odore e calore, che nonostante tutti i ventilatori del mondo e l'aria condizionata non c'era verso di togliere del tutto. Impossibile. Lei, l'amica, non le aveva detto dove, esattamente, o come, insomma su quello era rimasta sul vago e quella vaghezza aveva punto la sua curiosità, quella sì femmminile. Dove? Come? Con chi? Niente. L'amica non aveva detto una parola in più. Solo sesso, lì, in palestra, soddisfacente, molto.

Mitomane? S'era chiesta quella sera facendo la doccia e rivestendosi. Sembrava tutto così tranquillo, normale, senza fronzoli, mai una battuta da parte di nessuno, inservienti, istruttori o clienti. Niente. Una palestra. Bella, certo, la più bella in città, ma solo una palestra.

Era andata a casa e aveva continuato a pensarci. La sua amica forse aveva bisogno, ma lei, lei non aveva bisogno di sesso. Lo faceva ogni volta che voleva e anche bene, no? insomma benino, bene, sì, come due che scopano insieme da ventanni e che sanno tutto, ma proprio tutto dell'altro, dell'altra.

Solo qualche settimana dopo era tornata sull'argomento con quell'amica. Si era detta stupita che avesse potuto capitare lì. Le sembrava impossibile. Lei aveva confermato. Se voleva poteva farglielo capitare. Lei aveva smesso, un bel gioco dura poco, ma sapeva con chi parlare ovviamente. Voleva?

Niente. Ancora niente. Quella volta non aveva detto né sì, né no. La volta dopo, anzi no, dopo altre due volte le aveva detto che sì, voleva provare. Ci aveva pensato davvero su. Un momento per lei, solo per lei, come la palestra, ma di più, lei sempre pronta a tutto per tutti, la spesa, sua mamma, il compagno, sempre pronta, ecco, un momento per lei. e che cazzo!

La volta successiva l'amica le aveva detto che se ancora era interessata si poteva fare per il mercoledì sera della settimana entrante. Bene, si era detta. Mercoledì ci sono le partite in tv. Avrebbe potuto rimanere fuori senza dover raccontare granché. Ok. Fu così che iniziò e finì, anche. Solo una volta, solo una, ma era bastata, ché quando ci ripensava non poteva fare a meno che aggiungere "meno male"."

Quella sera, dopo la doccia ed essersi rivestita con calma, con molta calma, chè la sua amica le aveva detto che doveva aspettare praticamente che la palestra chiudesse, fu avvicinata da una donna che non aveva mai visto. "mi segua" le disse soltanto. E lei, presa la borsa, la seguì.

Nel seguirla per le sale e le stanze, schivando gli attrezzi, si disse che non aveva mai davvero realizzato quanto la palestra fosse grande. Poi in fondo all'ultima sala, la donna aprì una porta perfettamente mimetizzata con la parete.

Oltre c'era solo una poltrona e, al centro, due pali, con degli inserti di cuoio. Un signore corpulento entrò. Gentile le si rivolse e le spiegò che quanto stava per accadere poteva sembrare una sottomissione (al sentire solo la parola un brivido le percorse la schiena), ma in realtà ne era solo una lontana parente. L'avrebbe legata, certo, ma il patto era che il dolore che le avrebbe procurato sarebbe stato sicuramente e perfettamente sopportabile e che comunque lei in qualsiasi momento avrebbe potuto dirgli che voleva finire e lui, lui avrebbe finito. Immediatamente.

Disse immediatamente con lentezza e forza, in modo da non lasciare dubbi che quella fosse la sua volontà. Come non fidarsi?

Poi le chiese di spogliarsi completamente, cosa che lei fece con un certo imbarazzo. Spogliandosi continuava a guardare quell'uomo pesante, in maglietta e blue jeans. Non aveva esattamente l'aspetto di Eros, il dio dell'amore. Ma forse suppliva con la tecnica. La sua amica aveva detto che il sesso era stato estremamente soddisfacente. Mistero.

Quando fu nuda, del tutto, istintivamente si coprì con un braccio il seno e una mano lil pube, che, sempre senza pensarci, teneva ben serrato tra le cosce. Il signore si avvicinò e senza parlare le prese il braccio e lo scostò, Poi andò indietro e la guardò attentamente. Le parve che quel che vedeva fosse di suo gradimento.

Le chiese di indossare delle scarpe. Sandali, con lacci e tacchi molto alti. Stava per mettersi a ridere e dichiarare che lei, non metteva tacchi, non li aveva mai messi, piccola com'era le sembrava qualcosa di esagerato, non suo, insomma. Poi li prese in mano. Erano della sua misura. Da seduta ne indossò uno. Perfetto. Mise anche l'altro e si alzò. Emozione. Paura anche di camminare. Sì, un po' di tacco qualche volta l'aveva messo. Ma quelli erano altissimi. Dodici? Almeno. L'uomo le si fece di fianco e, presela per mano, la aiutò a fare qualche passo. Se andava piano non c'era pericolo.

Quando fu pronta, l'uomo la condusse ai pali, le sollevò i polsi e la legò, con un nodo che stranamente era sia molto resistente che indolore sulla pelle. Meno male, pensò, proprio gente che se ne intende. Al pensiero di lui che faceva quella cosa anche con altre un moto di ribellione. Come se l'avesse intuito l'uomo le carezzò una spalla e chianandosi un poco le baciò la scapola. Le labbra erano secche e calde. Quel contatto la tranquillizzò un po'. E poi non era ormai troppo tardi?

L'uomo facendola piegare in avanti le aprì le gambe. Era stato un movimento lentissimo, attento a non sbilanciarla sui tacchi. Piegata in avanti a novanta gradi. che cazzo di posizione, pensò.

Proprio in quel momento sentì sulla pelle un brivido. L'uomo aveva iniziato a frustarla molto lentamente. Certe volte, nel momento del piacere il suo uomo le aveva dato delle sberle sul sedere, anche ripetutamente e la cosa, strano, ma le era piaciuta e glielo aveva detto, così a volte lui lo rifaceva, mentre lei era sopra di lui, o mentre lo facevano da dietro. quel caldo, estremo, sulla pelle, l'arrossarsi, il suono secco del suo palmo su di lei, il ritmo che si univa a quello dei suoi colpi, ecco, sì, la eccitava. Quei brividi della frusta glielo ricordarono. La cosa andò avanti un po', con colpi alternati. a volte quasi carezze, altre vere e proprie sferzate. sentiva il proprio sedere bollente, proprio come quando lui le dava quelle sberle, mentre la prendeva, deciso, forte.

Poi l'uomo smise e per un poco fu solo silenzio. Non lo vedeva. Messa com'era non vedeva praticamente niente. Solo i pali e uno specchio che le ritraeva il viso e l'inzio del costato. Il suo seno. Libero. Pesante. Libero. I capezzoli s'erano induriti e le sembrarono particolarmente scuri.

Un altro brivido la feca sobbalzare. Un liquido caldo su di lei. Acqua? No, più consistente. Una crema molto liquida, calda, che l'uomo prese a spruzzarle sul sedere e la schiena e le braccia e le gambe, i polpacci, i piedi. E poi le sue mani grandi, calde anche loro che la massaggiavano e gliela spalmavano, gliela facevano assorbire, profumata, e lì sul sedere, sembrava le avessero versato acqua fresca, invece che calda e la sua mano, delicata, passando sulla pelle arrossata sembrava conoscerne la resistenza.

Altro silenzio. Pausa. Sola.

Poi un ronzio, come un rasoio elettrico, un depilatore. Qualcosa le si appoggiò sotto, tra le cosce e vibrava. Sobbalzò e irrigidì il busto. Le pelli che le legavano i polsi si tesero. Quel coso che vibrava continuava a starle attaccato alle grandi labbra, che adesso, le sentiva, le sentiva bene, si stavano ingrossando e aprendo, piano, pian piano, e più si aprivano più il piacere diventava intenso, su verso il clitoride e poi giù, dove la sua rosa s'era fatta più grande, adulta, donna. Altri minuti. Sospiri. Si sentiva respirare e sospirare nel silenzio generale. Dieci minuti, mezz'ora, quanto? non l'avrebbe saputo dire. Si ricordava solo che anche quello finì, improvvisamente, lasciandola come orfana, insoddisfatta, nervosa.

nel silenzio che seguì le luci si abbassarono e la musica del bolero di ravel iniziò a farsi sentire lontana.

Di fronte a lei passò l'uomo corpulento, che, passando, si inchinò alla maniera orientale e scomparve da una porta. Sola. Sola? Cercò di rialzarsi, ma i tacchi e le corde le impedivano i movimenti. 

poi quella stessa porta si aprì ed entrò un pezzo d'uomo così alto e grosso che ne riuscì a vedere il viso solo quando entrò, prima che le si avvicinasse troppo. Bello? Certamente non grasso. Normale. Maschio. Lineamenti normali, forse un po' duri, muscoloso, con un torace sviluppato e le spalle tornite. Nudo. Nudo!?!?! Nudo. Compeltamente. Il suo coso ballonzolava tra le cosce. Era proporzionato, o almeno sembrava. La cappella rosata era mezzo scoperta e lui, il coso, il cazzo, era mezzo eretto, o, meglio, no, consistente, ma non eretto. Gonfio. Gonfio? Ma no, non gonfio, non ancora eretto, ma neanche completamente rilassato. A metà. Consistente. Come un bicipite prima che sollevi un peso. Ecco, sì, così.

Le scomparve alle spalle, in silenzio, muovendosi agile a piedi nudi. Secondi. Tanti.

Poi le ricomparve davanti tenendo con la mano destra la poltrona sollevata da terra come fosse un fuscello. La posò davanti a lei e si sedette.

Iniziò a parlarle, con una voce profonda, baritonale, dicendole quanto era bella, e sinuosa e aggrazziata e proporzionata e quanto era stata brava a sopportare quelle prove in silenzio, senza lamenti o attacchi isterici. Non è da tutte, diceva, e i suoi occhi lo dicono, diceva, che lei non è una donna come le altre, e mentre parlava, mentre le parlava a voce bassa e sicura, e il bolero continuava ossessivo il suo ritornello, lui, quello, seduto, a gambe larghe, cosce massicce, da atleta, s'era preso il cazzo in mano e lo scapellava e lo ricopriva lentamente e lui, quello, il cazzo, aveva smesso di ballonzolare e si induriva sempre più, sempre più grosso, sempre più proporzionato a quella massa di muscoli, senza un filo di grasso, tesi, pronti, rilassati, che gli facevano da contorno, a lui, al cazzo, che aveva una cappella rosso scuro e brillava nella semi oscurità della stanza e lei, lei era nervosa, nervosa, chè quelle pirlate su di lei, lei bella, lei unica, lei forte, lei dagli occhi profondi, che adesso le si chiudevano un poco, dalla stanchezza, dalla voglia, dal desiderio, ammaliati da quel cazzo, bello, grosso, pronto, che lui continuava a menarsi lentamente, tenendole fisso lo sguardo addosso, stronzo, che era pronta, pronta, pronta, non lo capiva?!

Poi lui si alzò e sparì alla sua vista. Dopo poco le mancò il respiro come le capitava sempre quando veniva presa di colpo. Il suo uomo lo faceva spesso, quando erano più giovani. Un'emozione. Di colpo. Di colpo presa. Fino in fondo. Di colpo. E poi, quasi subito, colpi ritmati, secchi, profondi che dopo poco aumentarono il ritmo, molto, di più, forte, quasi che quello la volesse violentare, prendere, aprire e quella foga, quella foga, e il vibratore prima e l'acqua e la crema e le mani ecco tutto, tutto la fece venire con un urlo.

Mentre ancora tremava il suo corpo fu abbracciato da quello di lui, che alto e lungo le si sdraiò sopra, alto com'era, sopra di lei, in piedi, sui suoi tacchi stratosferici, e allungava una mano e le slacciava i polsi, per poi raccoglierla e aiutarla a rimettersi in piedi per abbracciarla, da dietro, ancora dentro di lei, abbracciarla tutta, con le sue braccia grosse che le stringevano le spalle e lei, lei che pensava, per un attimo, un minuto soltanto, ma quanto sei alto, tesoro mio?

Poi lui uscì da lei, veloce come era entrato e la condusse per mano ad un grande divano in fondo alla sala, nascosto da una pesante tenda, dove scoparono ancora e ancora, lentamente stavolta e ogni volta che lui entrava e usciva, che entrava pian piano in lei e poi usciva facendo scorrere lentamente il cazzo lungo le sue labbra, ecco lei lo sentiva e si domandava quanto fosse grosso, e bello, e lungo e ben di dio. A metà lui le strisciò a lungo con la cappella sulle labbra e il clitoride. Poi di colpo la prese e rimase ficcato, fermo, immobile, dentro di lei. Il suo respiro che s'era interrotto nell'essere presa, riprese come dopo uno scampato pericolo. Normale, ma non troppo. Accelerato dalla pressione che il suo cazzo faceva dentro di lei, grosso, lungo, fermo, immobile. Le sembrava quasi di sentire il rilievo della cappella, dentro, dentro di lei, ferma, scolpita, immobile. Poi riprese a danzare dentro e su di lei e la condusse, più volte, al capolinea del viaggio.

quando ad un certo punto lei finalmente riuscì a divicolarsi e farlo sdraiare e mettersi sulla sua pancia e come una gattina leccarglielo e mangiarglielo, ecco lì si rese conto del perché e per come le era piaciuto tanto e per un poco, un minuto soltanto, per un attimo si chiese: ci si può innamorare di un cazzo?

si può, di disse tornando a casa, ma non si deve.

 

 
 
 
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