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Creato da fiore.parisini il 28/10/2013
Una donna nel corpo di un uomo

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A Venezia

Post n°6 pubblicato il 30 Maggio 2016 da fiore.parisini
 

Avevo ormai 15 anni e da settembre del 1988 ci siamo dovuti trasferire a Venezia per motivi di lavoro di mia madre. Per me il cambio di scuola non è stato traumatico perché tanto ero piuttosto isolato anche a Roma. Non avevo più messo la gonna e gli stivali di gomma e un po' mi mancava. Frequentavo il Liceo Classico Foscarini, studiavo quasi tutto il giorno e nel tempo libero mi piaceva rimettere la casa a posto e cucinare per mia madre, che aveva ottenuto un ruolo dirigenziale e quindi rientrava spesso a casa tardi. A Venezia però pioveva spesso e qualche volta c'era l'acqua alta quindi era abbastanza normale andare a scuola con gli stivali di gomma. Mia madre me ne aveva comprai tre paia nuovi lì a Venezia, perché ormai avevo il 43 e 1/2: uno nero lucido, uno marrone della Superga modello Collina e uno verde bottiglia ed era quest'ultimo che indossavo quando c'era l'acqua alta. Poi mi aveva comprato un impermeabile lucido giallo con un cappellino che si annodava al collo ma non avevo ancora indossato. In quel periodo portavo i capelli abbastanza corti. Poi intorno a metà novembre mi arriva una richiesta: “Fiore, tesoro, stavi tanto bene quando indossavi le gonne. Lo so che ti vergogni ad andarci fuori, ma mi piacerebbe che le indossassi in casa. E poi mi piacerebbe ricomprarti un po’ di cravatte e papillon e che ci tornassi a scuola”. Così, un giorno, tornata dal lavoro, mi aveva comprato almeno 10 cravatte e 20 papillon. Poi a casa mi cambio ed avevamo fatto un patto: un giorno si e un giorno no stavo in casa con la gonna. Mi ci trovavo a mio agio e mi sentivo, come si dice in inglese, una “sissie”.

 

Intanto a scuola, facevo il terzo liceo, inizio a indossare tutti i giorni le cravatte. Qualcuno mi prende in giro, soprattutto quelli delle classi più grandi. Poi un sabato mattina pioveva a dirotto e mia madre mi fa mettere un papillon rosso a pallini con una giacca grigia. Poi mi dice: “Caro, ti metti il kilt?”. Io le rispondo di no, perché mi vergognavo anche se mi sarebbe piaciuto. Mia madre mi fa indossare dei pantaloni alla zuava grigi a quadri che in realtà con gli stivali di gomma neri che stavo indossando per la prima volta e l’impermeabile giallo. Quando arrivo a scuola scoppiano tutti a ridere. Io, con un sorriso tirato: “Cosa ridete, stupidi?”. t. Poi mia madre mi viene a prendere a scuola. Era sabato e aveva finito di lavorare presto. Andiamo in un negozio dove aveva visto una tailleur Principe di Galles marrone chiaro da signora e una gonna abbinata che mi arrivava sopra il ginocchio. E, a casa, mi sono cambiato il completo assieme a un papillon di lana abbinato, dei collant chiari color carne che indossavo con delle pantofole della Superga a scacchi. Stavo leggendo un libro seduto su un divano vicino mia madre mentre ascoltavamo Mozart quando squilla il telefono. Era la biblioteca e diceva che quel giorno avrebbe chiuso alle 16 invece che alle 18 per inventario. Erano già le 15.20 e io mi ero organizzato che mi sarei cambiato intorno alle 16.30 e poi sarei andato a prendere mia nonna al treno alle 18, visto che ci veniva a trovare per due giorni e poi saremo andati a vedere La Tosca. Dovevo restituire dei libri ed era l’ultimo giorno. Io, terrorizzato, chiedo a mia madre: “Mamma oddio, non faccio in tempo a cambiarmi”. Se volevo arrivare in tempo, sarei dovuto uscire in quel momento visto che a piedi, a passo svelto, ci volevano almeno 20 minuti. Mia madre ha fatto un sorriso beffardo: “Fiore, no che non fai in tempo”. Fuori diluviava. Mamma allora mi aiuta a togliermi le pantofole e mi infila gli stivaloni di gomma neri lucidi, poi mi aiuta a mettermi l’’impermeabile di gomma giallo che mi copriva appena mezzo ginocchio e mi allaccia il cappello. I libri non si dovevano bagnare e allora ecco che mi da una delle sue borse. Poi mi dice: “Quando hai fatto non ripassare a casa. Ci vediamo a Piazza San Marco dall’ottico che ritiriamo i tuoi occhiali da vista nuovi”. Esco senza pensarci troppo, prendo l’ombrello e vado al vaporetto. Pioveva un po’ meno forte ma sentivo comunque gli schizzi d’acqua sulle gambe scoperte, sensazione che non provavo da tempo. Riprovavo la vergogna e il piacere degli sguardi addosso. Sul vaporetto resto in piedi e stavo morendo dal freddo. Poi scendo e faccio un quarto d’ora a passo veloce verso la biblioteca. Arrivo e c’è un po’ di fila. Ci sono due ragazze con cui frequento il Conservatorio. Cerco di non farmi riconoscere, ma una di loro mi chiama. Nella fila c’erano due persone che ci separavano. Poi pensavo che se ne andassero e invece mi aspettano. Una, Janet, di origine inglese, aveva una gonna scozzese e gli stivali di gomma bianchi mentre Elisa aveva  i pantaloni ma anche lei con gli stivali di gomma verdi. Ci salutiamo baciandoci sulle guance ed Elisa mi fissa le gambe scoperte mentre Janet mi fa un sorriso e mi dice: “Come sei elegante oggi, Fiore!”. Il custode della biblioteca ci dice: “Su siorine, stiamo chiudendo”. Con quel signorine, ho riprovato l’ebbrezza di essere femmina e mi sentivo come se stessi parlando con due amiche. Andiamo fuori sotto un posto riparato per continuare a parlare ma l’acqua continuava a venire giù. Elisa mi dice: “Ma stai indossando i pantaloni corti”. Io la guardo vergognandomi da morire e le dico di no. E lei: “Nooo, fammi vedere. Hai la gonna”. Io allora, con coraggio, mi sbottono l’impermeabile e Janet mi fa: “Ma sei elegantissimo”. “Ti va di andarci a prendere un tè?” dice Elisa. Avevo mia madre che mi aspettava allora la chiamo da una cabina: “Mamma, tardo una mezzoretta, sono con due amiche del conservatorio”. Entriamo in un bar. Ci sediamo. Io avevo l’impermeabile addosso ma non faccio neanche in tempo a sedermi che arriva il cameriere a prenderci gli impermeabili. Mi fissa un attimo ma poi fa finta di niente. Mi siedo e parlo con loro. Prendiamo del thé, mi sentivo come una brava signora inglese. Parliamo di musica classica e di teatro, due mie grandi passioni e le ho detto ,oro che la sera sarei andato a vedere la Tosca. Ero rilassato e stavo bene. Poi ho dovuto lasciare le mie amiche perché non volevo far tardi da mia madre per raggiungerla dall’ottico. Bacio le ragazze e il cameriere mi riporta l’impermeabile fissandomi un po’. Io lo guardo e gli accenno un sorriso. Era un bel ragazzo e mi è piaciuto il odo gentile in cui mi ha aiutato a metterlo. Poi esco. Aveva smesso di piovere ma tirava vento. E poi in alcuni punti la città era allagata. Mentre sto arrivando, un turista mi chiede in inglese un’informazione che io gli do volentieri. Mia madre mi aspettava davanti il negozio e mi ha visto da lontano. Quando arrivo la abbraccio e la bacio e lei mi ha detto: “Ti ho visto da lontano, sei bellissimo”. Entriamo e l’ottico mi guarda un po’ strano dopo avermi visto gli stivaloni di gomma e le gambe scoperte. Con i capelli corti ero come un ragazzo vestito però interamente da donna. Ci fa andare in uno stanzino dietro al negozio per provare gli occhiali. Li tira fuori e anch’io ci resto un attimo perché il modello era femminile, con montatura spessa nera, piuttosto grandi e quasi a forma di cuore. Mi tolgo il cappello per provarli meglio. Poi lui ci dice: “Scusi un attimo”. Va d là e mia madre sento che dice alla collega: “Non ho capito ancora se è un ragazzo o una ragazza”. Allora mia madre mi dice: “Ci stai benissimo, valli a provare in quello specchio grande”. E mi fa togliere l’impermeabile. L’ottico e la sua collega vedo che mi fissano e allora io, sciolto, mi dirigo verso di loro e gli chiedo: “Me li può stringere un po’”. Lui me li stringe poi mi da l’astuccio m io gli dico: “No, li tengo”. Poi mamma paga e usciamo, diritti verso la stazione per andare a prendere la nonna per andare poi tutti insieme all’Opera.

 
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Dall'amica di mia madre e al compleanno di mia cugina

(segue) Quindi dal pacchettino tira fuori una camicetta a fiori e delle mutandine bianche da femmina che mi fa indossare. Poi da un altro pacco c'era un cappottino rosso che arrivava alle ginocchia e un cappello sempre rosso. Poi in un altro, una gonna a pieghe marrone al ginocchio e dei collant. neri Non volevo mettere né la gonna né i collant e cominciai a urlare. Lei mi disse: "Piantala Fiore, non vedi che sei più bella come bambina?". Io mi rimisi dentro al letto. Allora mia madre mi disse: "Fai come ti pare e uscì". Allora quando uscì io mi infilai quei collant e quella gonna e sentivo piacere. Non avevo delle scarpe adatte anche per via del numero che portavo. Così mi sono messo le Superga da tennis quasi nuove, color panna, che avevo messo un paio di volte. Mia madre non era più tornata, era andata dalla sua amica. Io ero rimasto in casa tutto il giorno vestito così. Mi sentivo un po' un colpa nei suoi confronti così ho deciso di non cambiarmi. Quando lei è rientrata verso le 6 di pomeriggio le sono andato incontro abbracciandola. E lei: "Va bene tesoro, ti perdono. Ma mi devi dire tu cosa ti senti di fare. Io non ti voglio forzare, ma sei veramente meglio come bambina. Guarda come stai bene". Io le dico: "Va bene".

Intanto il lunedì a scuola tutti i miei compagni misfottevano per la pettinatura. E anche l'insegnante di italiano mi guardava perplesso. Poi quel giorno era giornata di ricevimento e aveva parlato con mia madre: "Sul profitto niente da dire, Fiore è bravissimo. Ma già dai lineamenti e con quella pettinatura sembra sempre di più una ragazzina". Mia madre poi mi racconta quello che le ha detto: "Forse Fiore è il caso di dare un taglio netto e iniziare ad andare a scuola vestito in maniera femminile". Ed io: "No, ancora non mi sento". Intanto giovedì pioveva e mi sono messo il maglione e la cravatta per provare ad essere un po' più maschile. Poi erano sporchi tutte e tre le paia di pantaloni lunghi e allora mi sono messo i pantaloncini corti di velluto, molto larghi con gli stivali di gomma gialli.

Il pomeriggio (era inizio dicembre), dopo pranzo faccio il bagno per prepararmi ad andare al compleanno di mia cugina. La mamma mi fa: "Fiore, ci vogliamo riprovare?". Io a questo punto dico di si, tanto oramai a scuola mi avevano preso in giro tutti. Mi pettina bene i capelli e mi mette un fermaglino. Poi mi da gli occhiali da vista nuovi, con una montatura sul rosso. Poi mi mette la camicetta bianca con colletto rigido e del pizzo, con un bel papillon verde chiaro con i pallini, una gonna grigia a quadrettini al ginocchio, poi le mutandine beige, dei collant molto chiari e leggeri e gli stivaloni di gomma neri lucidi visto che continuava a piovere. Sopra avevo un nuovo impermeabile da pioggia rosso con cappellino e borsetta femminile abbinata rossa. Mi sentivo accarezzato da quegli abiti, totalmente a mio agio. Decido a questo punto di entrare nel ruolo. "Mamma, ti prometto che sarà brava e ubbidiente. Usciamo e pioveva. L'impermeabile era abbastanza lungo (più della gonna) ma lasciava un pezzo di gamba scoperta con lo stivale e sentivo un po' di freddo e gli schizzi dell'acqua mentre stavamo alla fermata ad aspettare l'autobus. Poi arriviamo a casa di mia zia che, evidentemente era stata avvertita da mia madre vista la sua reazione tranquilla quando mi sono tolto l'impermeabile. Mia cugina invece mi guarda con due occhi così, ma io vado tranquillo a darle il regalo e la abbraccio dandolle due baci sulla guancia. Sto un po' in cucina a parlare con mia zia. Mi siedo nel modo più composto possibile, cercavo di parlare anche con una voce un po' più lieve. Mi accorgo che con la gonna eravamo solo in 3 ed ero l'unico con gli stivali di gomma. Sembravo proprio una bambina e infatti le amiche di mia cugina mi parlavano come se fossi una femmina. Soltanto una mi ha detto: "Ma che gonna ti sei messa, è un po' da vecchia". Stavo lì vicino ai dolci e tutti ballavano. Quando mi sedevo sul divano la gonna mi andava un po' su e io la ritiravo giù. Poi cercavo di accavallare le gambe con disinvoltura e, contemporaneamente, toccarmi il papillon (cosa che ho fatto spesso pure nel corso degli anni). Ad un certo punto è arrivato il momento dei lenti. Ballavano tutti tranne io e un ragazzo un po' impacciato e non molto appariscente. Poi si avvicina e mi chiede di ballare. Io dico di no. Lui torna indietro. Poi ci ripenso e al lento successivo vado io a chiedergli di ballare. Lui accetta e balliamo un paio di lenti. Poi ci sediamo un po' a parlare. Si chiamava Luca e non resta sorpreso del mio anche perché gli dico che mi chiamo Fiore Maria. Mia madre intanto era andata via e sarebbe venuta a riprendermi verso le sette. Poi andiamo in giardino. Aveva smesso di piovere ma mi metto sopra l'impermeabile perché mi faceva freddo. Lui mi racconta che non va tanto bene a scuola e io da bravo secchione (anzi secchiona) mi sono offerto di aiutarlo con i compiti. E' un po' strano ma molto simpatico e mi fa ridere. E mi dice: "SEi l'unica ragazza che è bella con gli occhiali". Io gli faccio: "Dai non scherzare". Ma mi aveva fatto arrossire.Tira fuori una sigaretta e io gli dico: "Ma sei matto? Se ti vedono". E lui: "Dai, fai qualche tiro". Poi continuamo a parlare. Di scatto gli do un bacio sulla guancia. Lui diventa tutto rosso. Poi congtinuamo a parlare . Inavveritamente mi cade una foglia sul ginocchio scoperto e lui me la toglie, toccandomelo appena ma facendomi sentire dei brividi. Poi gli do un altro bacio sulla guancia. Lui sempre più rosso. Volevo baciarlo ma non avevo il coraggio. Speravo che lui prendesse l'iniziativa ma non l'ha fatto. Poi arriva mia madre. Eravamo rimasti in pochi. Mi chiama. Io saluto Luca. Lo abbraccio e gli do due baci sulla guancia. Poi prendo la mia borsetta e da un foglio di quaderno gli scrivo il mio numero e mi prendo il suo. Poi mentre torniamo mia madre mi fa: "Fiore, ti va se andiamo al cinema e poi a cena fuori?". Ed io "Siii". La abbraccio e la riempio di baci. Vestito da femmina mi sentivo molto piu affettuoso/a. E quella è stata una giornata indimenticabile.

 
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Quella volta che mia madre mi scoprì

Post n°4 pubblicato il 09 Giugno 2014 da fiore.parisini

Facevo la terza media. Avevo 12 anni perché a scuola stavo un anno avanti. Mia madre era fuori casa ed io ero tornato da scuola. Avevo inoiziato ad aprire i cassetti e l'armadio di mia madre e mi ero provato un vestito rosso e poi una gonna  viola con il reggiseno, le mutande e gli autoreggenti. Sono rimasto in casa vestito così. Lo avevo già fatto altre volte senza essere scoperto. Ma quella volta avevo acceso la musica e mi ero messo a ballare. Non ho sentito mia madre rientrare. Appena lei ha aperto la porta, mi ha guardato sorpresa. Io ho tentato goffamente di giustificarmi. Lei comunque non mi ha detto niente.

Passano due settimane. A scuola intanto i maschi mi ignoravano e giocavo più spesso con le femmine. Qualcuno mi chiamava "frocio", un po' per il nome. Un po' per i miei lineamenti delicati. Un pomeriggio mia madre mi porta a tagliarmi i capelli. Ma non entriamo in un barbiere ma un parrucchiere per donne. Alla fine il taglio era quasi normale, abbastanza corto. Ma la cosa strana è che i capelli erano un po' a caschetto. Lì per lì non ci faccio caso. Poi ci fermiamo in un bar e il barista dice: "La bambina che prende?"

Il venerdì mi compra gli stivali di gomma nuovi, un paio neri lucidi come quelli che avevo (il mio piede si era già ingrandito, avevo il 42 e 1/2) e un paio gialli, sempre lucidi della stessa marca. Poi la mattina, mi fa fare il bagno perché dovevamo andare a pranzo da una sua amica. Sul letto ci sono dei pacchettini. Lei mi fa: "Fiore, preparati con i nuovi vestiti che ti ho comprato". (segue)

 
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Da quel Natale e l'incontro con Giorgio

Da quella volta, tutti i Natali e le ricorrenze (compleanni, anniversari) indosso la gonna scozzese e quando piove o è nuvoloso, gli stivali di gomma.

Intanto, con il passare dei mesi, dopo quel Natale del 1982, ero sempre più attratto dall'abbigliamento femminile: gonne, autoreggenti, camicette, mutandine di pizzo che indossavo di nascosto a casa quando mia madre non c'era. Lei ancora non si era accorta di niente ma una volta mi scoprirà. E quello che è successo ve lo racconto in un altro post.

A scuola, malgrado mia madre avesse cercato di convincermi invano a indossare il kilt, non ci ero ancora andato, almeno alle elementari. Al momento me lo faceva mettere solo il giorno di Natale. Era questo il nostro patto

Passano gli anni e alle medie mi accorgo che non mi interessavano le ragazzine ma i maschi. Il primo uomo che mi è piaciuto era il mio compagno di banco, Marco. Però allora un po' mi vergognavo di quello che provavo. Con gli anni, dopo diverse sedute di analisi, ho capito che essere gay è completamente differente dal fatto di sentirsi donna. Prima pensavo di essere omosessuale. Certo, mi piacciono solo gli uomini e non riesco a fare a meno di loro. Ma non come uomo ma come una donna nel corpo di un uomo. Per questo, almeno all'inizio alcune storie non hanno funzionato.

Nei prossimi post andrò più nello specifico. Due anni fa, alla vigilia di Natale sempre da mia nonna, è cominciata una storia bellissima e al tempo stesso che mi provoca dolore perché lui non si decide. Conosco un professore universitario, Giorgio, circa 58 anni (quasi 20 più di me) ma affascinante, un po' stempiato e brizzolato ma con uno sguardo vivo e profondo. Gli racconto del mio brillante curriculum universitario alla facoltà di Lettere (laureato a 23 anni con 110 e lode, con sette 30 e quindici 30 e lode perché mi è sempre piaciuto essere secchione e ho voluto dare due esami in più). Abbiamo parlato tutta la sera di arte, cinema e musica classica. Sarebbe rimasto anche il giorno dopo a passare il Natale con noi. Era un amico di mia zia e si stava separando dalla moglie. Siamo andati a letto verso mezzanotte e il giorno dopo ci siamo dati appuntamento per le 7 e mezza per fare una bella passeggiata prima del pranzo.

Il giorno dopo, quando mi sveglio alle 7, vedo che è molto nuvoloso. Vorrei evitare il kilt, ma mia madre appena se ne accorge, mi dice che ci tiene davvero e farei un dispiacere anche alla nonna. Così mi metto i vestiti preparati, un po' mi vergogno, un po' però ormai mi piace farmi vedere da lui vestito così. Quindi indosso il completo scozzese (panciotto, papillon, camicia bianca, giacca, gonna), poi mi metto un collant color carne 20 denari con sotto delle mutandine femminili e gli stivali di gomma marroni Superga (proprio come nella foto qui sotto). Sopra ho preparato impermeabile e cappello. Appena scendo, lui mi vede e resta come basito. Poi mi fa un sorriso bellissimo e mi dice: "Fiore, ho preparato le biciclette, andiamo".

Così pedaliamo un po'. Poi comincia a piovere piano. Ci prendiamo gli ombrelli e proseguiamo a camminare. Ero contentissimo. Dalla borsa tiro fuori i miei occhialoni da vista per vedere il bellissimo panorama che avevamo davanti e, non so perché, comincio a piangere senza motivo. Giorgio ci resta di stucco, io gli dico che non è niente, è solo un momento un po' così. Lui dolcemente mi passa un fazzoletto e mi asciugo le lacrime. Poi continuamo a parlare ed io ero sempre più attratto/a. A un certo punto gli parlo pure della mia passione per la cucina e lui mi dice: "Allora una volta mi devi invitare per una cena fatta da te?". Ed io: "Non sto scherzando, lo faccio". E sorrido. E lui, scherzando, ma con uno sguardo ambiguo: "Magari vestito così o da donna". E io sono arrossito. Poi vedevo che mi guardava spesso gli stivali di gomma. E io allora gli ho chiesto: "Ti sei fissato sugli stivali?". E lui: "No, mi piacciono molto quando li vedo indossati, è una sorta di feticismo che ho da quando ero bambino". E io prontamente, in modo provocante gli dico: "Sai che ne ho 15 paia?". Vedo che lui balbetta e poi mi dice: "Questi Superga sono molto belli e poi ti stanno davvero bene vestito così". Io a questo punto apro l'impermeabile guardandolo. Momento di imbarazzo e di silenzio e abbiamo continuato a camminare. A un certo puntgo abbiamo attraversato un ruscello sui sassi, io ero in difficoltà e ho chiesto aiuto a Giorgio. Subito dopo abbiamo visto un cane e più lontano il padrone. Io ho avuto paura e gli ho preso istintivamente la mano e ho sentito un brivido. Poi il padrone era passato e Giorgio mi dice: "No dai è buono quel cane". Io da lontano l'avevo rivisto e mi è tornato spontaneo appoggiarmi a Giorgio e mi sono stretto a lui. Ho visto che anche lui mi teneva ma forse non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi. Poi ci siamo avvicinati di più e io gli ho dato prima un bacio sulla guancia. Vedevo che non reagiva ma neanche mi respingeva. Ho insistito con un altro bacio sulla guancia, uno vicino al collo, e poi ho iniziato a sfiorargli la bocca. Finalmente anche lui ha iniziato a baciarmi, è stato bellissimo, così almeno 20 minuti. Mi stavo per togliere gli occhiali ma lui mi ha ddetto: "No tienili, stai benissimo". Poi siamo rientrati per il pranzo. Alle biciclette mi è tornato da piangere. Lui miha preso e ci siamo abbracciati e baciati di nuovo. Avevo già preso una cotta. Poi a tavola abbiamo dovuto far finta di niente. Verso le cinque se ne è dovuto andare. Quando ci siamo salutati in modo formale (due baci sulla guancia e gli tenevo per un attimo la mano come per non farlo andar via), lui mi ha lasciato un biglietto con il cellulare. Ci saremo rivisti presto. E questa storia, tra alti e bassi, sta continuando ancora oggi.

 

 

 

 

 

 

 
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la prima volta in gonna

Post n°2 pubblicato il 30 Ottobre 2013 da fiore.parisini
 

Era la Vigilia di Natale del 1982. Avevo 9 anni e mezzo. Si festeggia a casa di mia nonna come ogni anno nella sua casa in campagna in Toscana, vicino Montepulciano, dove ci sono anche due miei zii e le mie due cugine. Il giorno prima, con mia madre, eravamo andati a comprare gli ultimi regali e con l'occasione si era fermata nello stesso negozio dove avevamo comprato i kilt per prendermi anche i panciotti, le giacche e i papillon abbinati. Mi ha detto che per  Natale dalla nonna mi voleva elegantissimo. Immaginavo che con questi panciotti ci avrei abbinato i pantaloncini grigi visto che all'epoca, solo raramente indossavo i pantaloni lunghi, anche se in inverno.

Così il 24 mattina partiamo. Mia madre fa la borsa e vedo che mette anche gli stivaloni di gomma neri lucidi nuovi che avevamo comprato perché il tempo era nuvoloso. Arriviamo da mia nonna per pranxzo e c'erano tutti i preparativi per la sera. Intanto mia madre mi fa provare la canzone di Natale che avrei dovuto cantare il giorno dopo e mi fa fare anche gli esercizi di violino. Poi la sera della Vigilia si mangia tutti insieme mentre i regali sarebbero stati scartati il giorno dopo.

La mattina mi sveglio verso le 8. Dovevamo prepararci per andare in chiesa e diluviava. Dopo aver fatto colazione, torno in camera per vestirmi e vedo che mia madre mi aveva già preparato gli stivali di gomma. Poi mi dice: "Fiore, tesoro, oggi ti voglio elegantissimo, dovresti metterti il kilt". Non era il kilt classico, era una gonna scozzese con una spilla.  "Ma io mi vergogno" le rispondo. E lei: "Tesoro, fallo per la tua mama". Io comincio a piangere, poi lei mi abbraccia, mi ascuga le lacrime e mi dice: "Ti vesto io oggi". Così mi mette la camicia bianca nuova, il papillon e il panciotto/gilet scozzese sul verde, il kilt abbinato che tra l'altro era almeno 4 centimetri sopra il ginocchio, poi mi tira fuori dei collant chiari a gambaletto come calze e mi infila gli stivali di gomma neri lucidi. Mi pettina facendo la riga in mezzo, mi mette la giacca verde scozzese abbinata ed ero pronto.Mi guardo allo specchio e mi vergognavo da morire. Scendiamo giù e c'erano i nonni pronti. Mio nonno appena mi vede si fa una ridata, mia nonna dice: "Fiore,sei elegantissimo". Per uscire indosso cappello e impermeabile giallo che mi arrivava appena sotto il ginocchio. Ma tra lo stivale di gomna e l'impermeabile, quando pioveva a vento, sentivo gli schizzi della pioggia nella parte di gamba scoperta. In chiesa, quando mi tolgo l'impermeabile, molti mi guardano e ad un certo momento mia madre ki ha mandato all'altare per cantare l'Ave Maria. Poi siamo tornato a casa per il pranzo, aveva spiovuto e le mie cugine mi avevano chiamato a giocare fuori con loro: "Fiore, ti va di giocare a mamma e figlio?" Eravamo lì a camminare sul prato e sentivo freddo alle gambe ma anche con un senso di piacere. A tavola poi cercavo di sedermi più composto possibile mentre dopo, nel ricevimento, vedevo che molti invitati mi osservavano e qualche signora che non conoscevo mi diceva: "Che bella bambina che sei, come ti chiami?". Poi davanti a tutti ho suonato il violino e cantato la canzone di Natale. Poi, dopo aver scartato i regali, siamo andati a trovare un'altra zia. Io volevo cambiarmi ma mia madre mi ha detto: "No tesoro, ti hanno fatto tutti i complimenti. Oggi resti così. Sei così bello".

Il giorno dopo dovevamo ripartire. Pioveva ma pensavo di rimettermi pantaloni e maglione. Invece, sulla sedia ho trovato l'altro completo scozzese classico, giacca, papillon, panciotto, gonna scozzese e stivaloni di gomma neri. Sono sceso, e mio nonno ci ha accompagnato in stazione. Lì abbiamo aspettato il treno e tenevo l'impermeabile chiuso per non farmi vedere. Ma sul treno mia madre me l'ha fatto togliere e due signori mi hanno guardato poi si sono rimessi a leggere il giornale. Lì sul treno ho fatto i compiti e lì mi sono dovuto mettere gli occhiali da vista. Poi mia madre mi diceva: "Fiore, li devi mettere di più gli occhiali, hai sentito che ha detto il dottore, li devi portare sempre". E poi: "Quand'è che ci vai a scuola vestito così, non te ne deve importare dei compagni, quelli sono tutti stupidi". Io rispondevo: "Vediamo la prossima settimana. A Roma non pioveva anche se per terra era tutto bagnato. Stavo per prendere l'impermeabile ma mia madre mi ha detto: "No Fiore lo tengo io, voiglio che ti vedano tutti quanto sei elegante". Mentre camminavo in stazione, più di qualche persona si è girata. E ho cominciato a piangere anche se non volevo che mia madre mi vedesse. Poi prendiamo il taxi e arriviamo a casa. I primi due giorni in gonna sono stati un'esperienza scioccante ma poi nei giorni successivi, ripensavo al piacere di essere vestito così

 

 
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