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Un blog creato da Kaos_101 il 23/10/2006

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Le dodici

Post n°18 pubblicato il 13 Gennaio 2007 da Kaos_101
 

...premessa: quella che troverete qui è la versione di "lei" del precedente racconto "Al buio", non posso, pertanto, assicurare che le "refernze" in esso contenute siano reali o solo meramente consolatorie...

Le 12,10, quasi ora di uscire dall’ufficio, devo fare in fretta, vado in bagno.
Dio, che viso devastato! Una notte in bianco, alla mia età, lascia il segno.
Una veloce rinfrescata, un po’ di trucco; mi viene da ridere: a che serve il trucco, al buio? Una inutile civetteria.
Mi spruzzo il profumo nei punti strategici: un po’ dietro le orecchie, tra i seni, sui polsi, come mi ha chiesto lui…Non sarà troppo?
In questo modo non riuscirà a percepire il mio odore, quello naturale della mia pelle: anche questo è un modo di camuffare la realtà, come il trucco.
E’ ora di uscire, saluto i colleghi e mi avvio velocemente verso la macchina: devo trovare un luogo isolato per potermi cambiare d’abito.
Ma che sto facendo? Devo essere impazzita. Di nuovo sto obbedendo ciecamente alle richieste di un uomo, come sempre.
Ma no, che stai pensando? Questi sono piccoli particolari, il profumo, il vestito… in realtà stavolta è lui, un uomo, ad essere in balia dei tuoi desideri: ha aderito ad ogni richiesta, un uomo coraggioso e , sì, sensibile, un uomo diverso dagli altri.
Ecco un distributore deserto: tolgo i pantaloni e la t-shirt, poi indosso velocemente un abito lungo di seta, con spacchi laterali: ha una fantasia strana, ma tanto non ha importanza: quel che conta è la sensazione di morbidezza sul mio corpo e, tra poco, sotto le sue dita.
Che pazzia, che pazzia.. ma adesso sono in ballo e devo arrivare fino in fondo: LO VOGLIO!
Mentre rientro in strada, ripenso alle modalità con cui ha preso avvio questa storia.
Era una sera di tristezza cupa e nostalgia intensa, ed avevo addosso una smania.. una voglia di uscire dalle sbarre delle convenzioni…
Come ogni sera ero collegata in internet, ma non avevo niente da dire a nessuno: ripensavo alla mia ossessione, al mio amore nato in rete.
“Andiamo a vedere in un’altra chat, ecco, questa qui erotica, sono anni che non ci vado, provo a mandare un messaggio”:
“Chi vuole scoparmi?”
Certo, per trovare interlocutori non c’è di meglio che una frase aggressiva e trasgressiva.
Mi rispondono in tanti, all’inizio è un gioco ma poi, dentro di me, si insinua l’idea di farlo davvero, di punirmi e di punirlo in questo modo.
Tutti mi rispondono con frasi stereotipate, tutti vorrebbero foto mie, sentirmi al telefono, incontrarmi per fare sesso con me.
A quel punto lancio la sfida: niente foto, niente telefono, se volete incontrarmi, voglio una prova di coraggio: ci incontreremo al buio, in una stanza completamente buia e forse non ci vedremo mai, neppure dopo.
Nessuno ha coraggio, nessuno accetta.
Il gioco mi prende la mano e per qualche sera insisto su questo tono, senza risultato. Anzi, qualcuno, dopo poche battute, mi manda pure a quel paese.
Passano i giorni, sono in ferie, non mi collego; al ritorno, rientro in chat e trovo nuovi e vecchi interlocutori. Il mio desiderio sta diventando un’ossessione: voglio riscattare anni di buio, voglio capire un tradimento e, forse, voglio uccidermi dentro.
Da qualche giorno sto parlando con un uomo che mi sembra diverso: non si è fermato alle apparenze. Lui scava dentro di me, mi ferisce, mi fa male, vuole strapparmi la maschera: parla di tenerezza, non voglio ascoltare, leggere, mi ha tradito troppo la tenerezza.
Ma lui insiste, quasi mi ricatta:
“Se vuoi che ci incontriamo in quel modo, io ci sto, ma devi concedermi di conoscerti un po’ nell’anima, prima, anche se non saprò nulla del tuo corpo.”
Pian piano riesce a scalfire la mia corazza, si insinua nei miei pensieri, vuol conoscere, sapere, scava nel muro granitico: prima cadono sassolini, poi macigni.
Ci sto cadendo di nuovo: ancora una volta mi abbandono alla tenerezza.
Immersa in questi pensieri, non mi sono accorta di un bivio, forse, e adesso non so più dove mi trovo. E piove. Pure.
Mi sento ridicola nel mio abito estivo, scollato, di seta: fortuna che dentro la macchina nessuno mi vede.
Dove mi trovo? Solo campi. Prati, boschi, intorno, nemmeno un edificio, nemmeno un segnale stradale.
Sono in ritardo, lo chiamo al telefono.
“Ciao, mi sono persa, non so dove sono.”
Dall’altra parte un attimo di silenzio, poi mi risponde con un tono che mi pare irritato, non è la sua solita voce.
“Che cosa vedi intorno? Ci sono segnali, cartelli?”
So che cosa sta pensando:
“Ecco, ci siamo, sta scattando il bidone: mi ha preso in giro, mi ha fatto venire fin qua e adesso mi dice che non se ne fa più di nulla”
Poi però mi guida tramite telefono e finalmente arrivo all’Hotel California.
Fortuna che ci sono i bungalows e non ho necessità di passare dalla reception per lasciare i documenti.
Seguo le sue indicazioni ed arrivo davanti al “suo” bungalow, camera 133.
Parcheggio la mia utilitaria vicino alla sua macchina che lui mi ha descritto: gli dico:
“Adesso chiudo qui e mi libero delle cose che tu sai”.
“Va bene, ti aspetto”.
Accidenti, piove ancora più forte, adesso, ed è anche necessario l’ombrello.
Non voglio pensare a quello che sta per accadere, devo concentrarmi sulla pioggia, sul tratto da percorrere, su tutto meno che su quello.
Entro nel bungalow e vedo subito la camera 133, apro la porta e trovo la luce accesa, ma le due porte laterali chiuse.
Mi sfilo velocemente slip e reggiseno e li metto nello zaino che appoggio sul divanetto.
Sono pronta, spengo la luce: chi troverò al di là di quella porta?
E se si fosse portato dietro qualcuno, per paura dello scherzo? Se fosse stato lui, infine, a tramare alle mie spalle??
No..non può essere, era sincero.
Un attimo ancora di esitazione..apro la porta.
“Ciao…”
“Ciao..si vede il tuo orologio.”
O caspita, è vero, non ci ho pensato! Però, che gli importa? Mica può vedermi alla luce delle lancette!
Forse ho un moto di stizza per quella osservazione, ma passa subito.
L’emozione è enorme.
Sento che si avvicina, allunga una mano, mi tocca un braccio, poi l’altro.
Sono raggelata, immobile per un attimo, cerco di ascoltare le mie sensazioni.
Sento le sue mani calde sulle mie, mi sfiorano, poi, quasi inavvertitamente, con il dorso di una di esse mi sfiora il seno, con l’altra mi accarezza i capelli; penso: “Vorrà accertarsi che sono veramente una donna.”
Cerco con le mie dita il suo volto: ha la barba morbida, i baffi, i capelli folti.
Scendo ad accarezzargli le spalle e il torace. Ha lo stomaco un po’ prominente, lo aveva detto, che l’emozione gli provoca questa reazione. Provo tenerezza per questa sua fragilità e sorrido nel buio, ma il batticuore non si placa e so che sto tremando.
Lui mi accarezza, mi sfiora le labbra con le sue; non ci sono parole: siamo intenti ad ascoltarci: ognuno le sue emozioni, ma anche quelle dell’altro.
Le sue dita si insinuano sotto l’abito, accarezzano il mio sesso: io sono eccitatissima e lui se ne accorge subito dagli umori che incontra.
Anche io voglio sapere se ho suscitato in lui desiderio e appoggio il mio ventre al suo: il suo membro è eretto e mi parla delle sue emozioni.
Mi sfila il vestito: adesso sono nuda; mi accarezza il seno, poi lo bacia, lo succhia; mi sfugge un gemito di  piacere.
Ci baciamo sulla bocca: la sua è calda, dolce ed avida allo stesso tempo. Non ho smesso neanche per un attimo di tremare, lui mi abbraccia forte, come a voler placare quel tremore.
Ha un buon odore, appoggio la mia testa sulla sua spalla e lui mi stringe.
Voglio anch’io sentire il suo corpo sotto le mie mani e inizio a togliergli la camicia, poi lui si sfila i pantaloni.
Lo accarezzo ed ho un moto di sorpresa. È tutto ricoperto da una fitta e morbida peluria, ma non è affatto spiacevole.
Incontro con la mano il suo pene: è molto grosso, sento che mi desidera.
Ci sdraiamo sul letto, ci lecchiamo a vicenda, ci baciamo, ci accarezziamo, ci succhiamo e sento che la mia, e anche la sua eccitazione, crescono a dismisura.
Ho voglia di sentirlo dentro di me, adesso.
Mi metto a cavalcioni sopra di lui, afferro il suo membro e lo infilo nella mia vagina; l’operazione non è semplice, avverto un po’ di dolore, è troppo grosso per le mie dimensioni.
Aderisce alle pareti interne e il desiderio cresce ancora; inizio a muovermi su di lui, prima lentamente, poi con furore, gli afferro la testa e voglio che mi succhi i capezzoli.
Obbedisce alla mia muta richiesta e asseconda i miei movimenti spingendo il suo bacino in alto.
Sento il piacere che cresce e, a sorpresa, arriva l’orgasmo.
Mi accascio esausta su di lui che mi accarezza, poi mi stendo al suo fianco.
Lui non ha goduto: sarà colpa mia?
Sto pensando: “Non gli sono piaciuta, oppure a lui non piace questa posizione,oppure.. oppure… non lo so… non so spiegarmelo: di solito succede il contrario: io non godo, il mio partner sì”
C’è un momento in cui mi sento quasi rifiutata, mi prende l’angoscia. Fuori piove e, per un attimo, mi sento sola, abbandonata nel buio più profondo, come spinta dentro a un baratro in cui soffoco.
Non ci siamo ancora visti, lui mi accarezza piano.
Mi chiede di girarmi, di voltargli le spalle e sento contro i miei glutei il suo membro di nuovo eretto: allora mi desidera!
Mi penetra da dietro e di nuovo ho la netta sensazione delle sue dimensioni; mi appiattisco contro il materasso ed assumo una posizione più confortevole, perché la sua grandezza mi fa male.
Dopo un poco mi giro e sono ancora sopra di lui, lo possiedo nuovamente e nuovamente godo. Lui no. Perché?
Non voglio pensare, devo uscire da questa angoscia e lo faccio nel modo più banale.
“Ho fame” gli dico e lui replica:
“Allora dobbiamo accendere la luce.”
“Se vuoi…”
“Sì, lo voglio.”
Accende l’abat-jour mentre io, presa dal panico, mi copro la faccia.
Il trucco è andato a farsi benedire, i capelli non hanno più forma, ho le borse sotto gli occhi, sono uno sfacelo, non voglio che mi veda così.
Mi afferra le mani con le sue e dolcemente me le sposta dalla faccia.
Non ho il coraggio di guardarlo, temo di leggere la delusione nei suoi occhi e, forse, temo anche di vedere un volto, il suo, che non corrisponda all’idea che mi sono fatta di lui.
Ma no, con questa luce fioca, che vuoi che veda, io?
Apro gli occhi e , come mi aspettavo, non vedo quasi niente, solo contorni sfocati ed incerti, ma sono tesa come una corda di violino, nell’ascolto delle sue reazioni: non sento nessun moto di sorpresa, nessun sussulto, forse non l’ho poi deluso troppo.
Aspetto un suo commento che non arriva e allora sono io a chiedere: “Allora?”
Lui non risponde subito, tergiversa, ma poi dice:
“No, non mi hai deluso, sei bella.”
Mi guarda a lungo, esplora il mio viso e il mio corpo; sono un po’ imbarazzata e gli chiedo con civetteria:
“Allora, secondo te, quanti anni ho?”
Lui risponde che non sa giudicare, forse 38.
Sono felice, se è sincero, perché io ne ho dieci di più e glielo dico.
Lui appare stupito e mi fa dei complimenti.
Mangiamo i panini chiacchierando, poi lui di nuovo spegne la luce; mi bacia, mi abbraccia, mi lecca mi desidera ed io ricambio.
Si mette in ginocchio dietro di me e mi prende in una posizione strana, mai provata, ma eccitantissima.
Sento che non si controlla più, le sue spinte diventano più potenti e più veloci e, finalmente, anche lui gode: avverto le pulsazioni del suo orgasmo e il fiotto del suo sperma dentro di me e, finalmente, sono in pace: siamo vicini, il tempo scorre ma non fa più paura.

 
 
 
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