
A 30 anni dall'assassinio di Peppino Impastato: 9 maggio 1978.
9 maggio 2008 Cinisi-per non dimenticare
Sono passati ormai trent’anni dall’assassinio politico-mafioso di
Peppino Impastato e 29 dalla manifestazione nazionale contro la mafia
che abbiamo organizzato a Cinisi in occasione del primo anniversario
della sua morte. Non possiamo dire che da allora nulla sia cambiato; abbiamo raggiunto
obiettivi importanti con il nostro impegno e con la lotta quotidiana
che abbiamo condotto io, mia madre, i compagni di Peppino, Umberto
Santino e Anna Puglisi fondatori del Centro siciliano di
documentazione di Palermo, successivamente dedicato a Peppino,
seguiti da una parte della sinistra e dei movimenti legati alla
nostra storia e alla nostra lotta. Abbiamo
affrontato un lungo percorso di fatica e di sofferenza che ci ha
portato anche a sperimentare l’amarezza e la rabbia quando abbiamo
toccato con mano le collusioni tra la politica, le istituzioni e la
mafia. Il
lavoro di memoria e le attività portati avanti in questi anni
sono stati difficili, ma non certo inutili: hanno contribuito a
sviluppare una coscienza antimafiosa nelle nuove generazioni che
hanno recepito positivamente il nostro messaggio. Il
pensiero, le idee di Peppino e la sua esperienza di militante
comunista che guardava tutte le sfaccettature della realtà lo
conducevano a partire dal basso, riprendendo la linea delle lotte
contadine, anticipando i tempi e accelerando un processo di crescita
e di presa di coscienza rispetto al pericolo costituito dalla mafia,
fino ad allora volutamente sottovalutato: la sua era una vera e
propria lotta di classe contro un sistema criminale basato sullo
sfruttamento e sulla sopraffazione. Non
è stato facile per lui, così come non è stato
facile per noi: abbiamo raccolto la sua eredità e siamo andati
avanti, cercando di continuare giorno dopo giorno per costruire un
progetto di antimafia sociale che partisse dall’esperienza di
Peppino, dalle sue lotte nel territorio contro la speculazione
edilizia, contro la disoccupazione, a fianco dei contadini di Punta
Raisi che venivano affamati dall’esproprio delle proprie terre. Peppino
era in prima fila a Palermo nelle lotte studentesche del 1968 e nei
movimenti del 1977, sempre alla ricerca di metodi innovativi,
sfruttando al meglio con la sua fantasia e la sua passione i poveri
mezzi di comunicazione che aveva a disposizione. Facendo
tesoro delle sue scelte e del suo percorso nel 1979 abbiamo sfilato
per le troppo silenziose strade di Cinisi nella prima manifestazione
nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut, dal Centro di
documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia
Proletaria e a quella parte di movimento che era rimasta
profondamente colpita dall’uccisione di Peppino. Eravamo in
duemila: persone che venivano da ogni parte d’Italia, con un misto
di rabbia, dolore, determinazione ed entusiasmo per i nuovi contenuti
che portavamo in piazza. La
mafia non era più un fenomeno locale, circoscritto alla
Sicilia, ma un fenomeno che aveva invaso pericolosamente tutto il
territorio nazionale, coniugandosi con ogni forma di speculazione,
di corruzione, di collusione con le istituzioni e con il potere
politico ed economico, accumulando grandi masse di capitale con il
traffico di droga che provocava migliaia di morti per overdose. Siamo
stati poi catapultati in una situazione pesante; ci siamo scontrati
con una realtà drammatica: la mafia aveva alzato il tiro
uccidendo chiunque tentasse di ostacolare il suo processo di
espansione. Giudici, poliziotti, politici, militanti della sinistra,
giornalisti, tutti ammazzati uno dopo l’altro in una mattanza che è
durata molti anni, troppi, ed è culminata con la strategia
dello stragismo. Abbiamo
vissuto tutto questo sulla nostra pelle mentre eravamo impegnati
nella ricerca della verità e non solo riguardo l’omicidio di
Peppino, denunciando e mettendo in evidenza gli ostacoli più
turpi, quelli più dilanianti, quelli causati dalla collusione
mafiosa con una parte delle istituzioni. Le
vicende giudiziarie riguardo il “caso Impastato” lo dimostrano:
forze dell’ordine, magistrati, politici hanno tentato in tutti i
modi di non farci arrivare alla giustizia, orchestrando un
depistaggio vergognoso e tacciando Peppino di essere un
terrorista-suicida. Non ci sono riusciti.
Giovanni Impastato
Inviato da: elbirah
il 15/11/2009 alle 00:01
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