Le fiere riminesi tra '500 e '600

Post n°1188 pubblicato il 17 Maggio 2022 da monari

Una "fiera delle pelli" si tiene fin dal 1500 a Rimini tra Borgo San Giuliano e le Celle, per la ricorrenza di sant'Antonio dal 12 al 20 giugno, dal ponte di Tiberio o della Marecchia (con le botteghe di legno) sino al torrione del monastero del Monte della Croce alle Celle, posto lungo la strada per Cesena (lato a monte) poco dopo il bivio con la via per Ravenna.

La "fiera delle pelli" è seguìta da quella di san Giuliano nata nel 1351 nell'omonimo Borgo (dal 21 giugno, vigilia della festa del santo, sino al 22 luglio). Il calendario resta stabile fino all'inizio del 1600, quando soprattutto a causa delle carestie, le due fiere sono spostate fra settembre ed ottobre, inglobando pure quella di san Gaudenzio nata in ottobre nel 1509.
Sino al 1538 la fiera di san Gaudenzio si svolge fuori dalla porta di San Bartolo, verso la attuale Flaminia uscendo dall'arco d'Augusto, che apparteneva al quartiere di Sant'Andrea ed anticamente aveva fatto "l'ufficio di porta, e perciò fu detto porta di San Genesio, e di San Bartolo" (L. Tonini). Dopo il 1538 la fiera è spostata alla piazza maggiore, nell'antico foro romano, "propter ruinam" dello stesso Borgo di San Gaudenzio, provocata "dalle ultime guerre con i Malatesti" (C. Tonini).
All'inizio del secolo la crisi economica ha unificato ad ottobre (poi tra 8 settembre ed 11 novembre), in una "fiera generale" i tre appuntamenti tradizionali: delle pelli, di san Giuliano e di san Gaudenzio.
Nel 1627 esse, sempre come "fiera generale", sono anticipate dal 15 agosto al 15 ottobre, e nel 1628 ritornano dall'8 settembre all'11 novembre. Nel 1630 è sospesa la "fiera delle pelli" per la pestilenza, preceduta da due anni di carestia. Nel 1656 nasce la fiera di sant'Antonio sul porto, dal 6 all'11 luglio, riscoperta di recente (M. Moroni, 2001).
Già nel 1613, narra Adimari, cinquanta mercanti tra forestieri e cittadini, hanno chiesto una nuova fiera in primavera, "mossi dalla bona commodità del vivere et negotiare, et conversare et fare esito delle loro mercantie in questa città". Nel 1656 c'è questa iniziativa che si ripete nel 1659, ma è sospesa nel 1665 per volere del governatore di Rimini. Riprende il 22 maggio 1671 per undici giorni (cioè sino al primo giugno), con l'autorizzazione di papa Clemente X del 13 agosto 1670.
Nel 1678 l'apertura è posticipata al 3 agosto, per sperimentare, come si legge in un atto comunale, "se in questo tempo potesse prendere quell'augmento che hoggi giorno fa' conoscere l'esperienza non ritrovarsi, a causa forse di venire in tempo scarso di monete per non essere seguiti li raccolti".
Non sono d'accordo i doganieri: in agosto con la franchigia per la fiera riminese, non pagherebbero dazio le barche che ritornano dalla fiera di Senigallia. Il 10 maggio 1681 la fiera sul porto è sospesa. Ogni anno era andato "diminuendo il concorso" di mercanti e compratori per cui non portava "se non incomodo" ai commercianti di Rimini.
Nel 1691 la fiera riprende. L'anno precedente il prefetto delle "Entrate" ha scritto al Consiglio: sono andate in disuso e sono state tralasciate le due fiere tradizionali, quella d'ottobre dalla porta del Borgo di san Giuliano alla Madonna del Giglio, e l'altra di maggio sul porto. Nel giro di un secolo l'appuntamento autunnale di san Gaudenzio era passato dal Borgo di porta romana a quello di san Giuliano. Il prefetto proponeva di "rimettere ò l'una ò l'altra", con un calendario adatto sia alla città sia ai mercanti forestieri.
Il 17 giugno 1690 il Consiglio civico ha approvato (25 contro 12) di ripristinare alla fine del maggio 1691 "la fiera che si faceva nel Porto", seguendo concessioni e privilegi papali del 1670. Il segretario comunale Felice Carpentari il 18 ottobre 1690 ha suggerito un posticipo al 6 luglio, in deroga agli ordini di papa Clemente X del 1670, "parendo che in detto tempo si rendesse più facile l'introduzione, e più numeroso il concorso" dei mercanti. Ed il Consiglio ha approvato (34 contro 6).
Il 14 febbraio 1693 non è però giunta ancora l'autorizzazione allo spostamento della data quando in Consiglio si approva (32 contro 11) un nuovo memoriale del prefetto delle "Entrate" che invita ad osservare il vecchio calendario di fine maggio. Lentamente le fiere riminesi vanno di nuovo "in disuso". Soltanto nel 1726 si riapre quella sul Porto in onore di sant'Antonio.
Antonio Montanari

"il Ponte", 15.05.2022
Rimini Moderna, 1

 
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50 anni di Amarcod

Post n°1187 pubblicato il 21 Gennaio 2022 da monari

Rivedendo il film di Fellini mezzo secolo dopo
"il Ponte", 23.01.2022, n. 3: "50 anni di Amarcord"


Il 28 dicembre scorso la Rai ha riproposto sul primo canale il capolavoro felliniano di "Amarcord", uscito nel 1973. Rivederlo a quasi mezzo secolo di distanza, significa tante cose che ci fanno misurare la nostra capacità di registrare emozioni diverse. Allora cercavamo il riflesso nazionale di fatti locali, grazie alla genialità di un grande regista che raccontava la sua Rimini. Che era anche la città in cui vivevamo noi, e di cui conoscevamo per via famigliare tanti personaggi od episodi inseriti nella pellicola. Il film era il trionfo di un mito, la glorificazione di un personaggio. Ovvero del regista Fellini. E ciò ci rendeva felici ed orgogliosi.

Adesso, quasi 50 anni dopo, una rilettura attenta di quelle immagini ci obbliga a ripiegarci su noi stessi, sulle cose narrate od ascoltate, su certi accenni fatti nella vita di ogni giorno in cui le immagini del film rivivono talora con lo stesso sorriso dei personaggi che esse raccontano, e talora come richiamo all'autobiografia vera di quanti allora c'erano e poi hanno vissuto drammi, illusioni, speranze e delusioni nel corso del tempo.
Se nel 1973 tutto sembrava far sorridere o ridere anche nei momenti di maggior tensione o drammaticità, adesso certe scene ci aiutano a capire meglio il percorso della società italiana o certe vicende personali vissute da giovani come ribellione.
Il ricordo personale va a quel 1961, con il centenario dell'unità italiana vissuto a scuola, nelle Magistrali comunali che dovettero partecipare alle celebrazioni dello stesso centenario, organizzate dal Comune di Rimini, con una delega speciale al Maestro Antonio Di Jorio (1890-1981) che insegnava allora Musica nella nostra classe quarta e che doveva farci esibire davanti al pubblico ed alle autorità con il celebre "Va pensiero" verdiano.


Non avevo nessuna voglia di apparire come cantante o corista, e di rubare tempo allo studio per un esame finale di abilitazione, che si prevedeva complesso e difficile. Poi, sinceramente, ricordando i discorsi che si sentivano in casa od in giro, circa quello spirito patriottico che a forza di canti e sfilate era sfociato nella guerra di cui conservavamo in ogni casa continui dolori e richiami, non mi piaceva per nulla fare la bella statuita per obbedire agli indirizzi politici che, per quanto opposti a quelli che ci avevano portato sotto le bombe, erano sempre atti supremi ed indiscutibili del cosiddetto "Potere".
Durante la prova alzai non so se dire il tono o la nota, ma di sicuro feci una bellissima stecca, con quel passaggio delle ali dorate. Il maestro Di Iorio si fermò, mi guardò. Mi conosceva bene. Lui e mio padre avevano organizzato al Kursaal di Rimini per il ferragosto del 1936 quel Festival della canzone italiana che poi fu ricopiato da San Remo. Poi aprì dolcemente le labbra, per dirmi: "Montanari, vai fuori". Io ancor più dolcemente lo ringraziai. Avevo raggiunto il mio traguardo.
Con tutta la classe dovetti partecipare alla manifestazione comunale nel salone dell'Arengo, davanti a Sindaco, Consiglio comunale e pubblico. Le ragazze, quando ci fecero entrare in un salone prima di accedere all'Arengo, scoprirono che per accoglierci con spirito patriottico, erano stati preparati vari cabaret traboccanti di cioccolatini. Per dimostrare la loro soddisfazione politica, velocemente se li misero tutti nelle grandi tasche dei loro grembiuli neri.
Si preparò il corteo per andare davanti al pubblico. Tra i maschi il più alto ero io: il maestro Di Iorio mi chiamò per reggere la bandiera tricolore durante tutto il concerto.
La Patria era colei che faceva obbedire. Quelli della generazione precedente li aveva fatti anche combattere e lasciarci le penne. Questo non mi piaceva, e mi faceva stare lontano da chi voleva un potere forte che già in passato aveva guastato tutto.
Vedere "Amarcord" nel 1973, significava leggere il nostro presente uscito dalle tragedie volute dal fascismo, come una tranquilla situazione priva di ogni pericolo; e poter rileggere quel passato in chiave comica come le sfilate o certi riti politici presenti nel film.

Adesso rivedere quel film è qualcosa di diverso. Ci chiediamo più cose, non ci chiamiamo fuori come spettatori venuti da lontano, ci sentiamo coinvolti più direttamente, anche se nessuno in casa o in famiglia ha fatto mai nulla di male. Ci chiediamo quale peso può avere avuto il senso della sopravvivenza in tutta la famiglia, con quella camicia nera di mio padre divenuta poi grembiule del sottoscritto in prima elementare, per non spendere soldi che non c'erano.
I ricordi di quella camicia furono oscurati da altri fatti. Avevo pochi mesi quando all'inizio del 1943 il fratello di mia madre, Guido Nozzoli, fu arrestato a Bologna per attività sovversiva mediante distribuzione di volantini intitolati "Non credere, non obbedire, non combattere", e possesso di libri proibiti dal regime tra cui il "Tallone di ferro" di London o "La madre" di Gor'kij, peraltro venduti anche sulle bancarelle. Mia madre ricordava la perquisizione fatta dalla polizia in casa nostra, nel palazzo Lettimi di via Tempio Malatestiano.
Guido Nozzoli racconterà di essere stato "venduto" da un conoscente laureato in legge, "che si dichiarava fervente antifascista ed era, invece, uno dei tanti informatori dell'O.V.R.A., l'insidiosissima polizia segreta "inventata" dal prefetto Arturo Bocchini. Io non ho mai denunciato il provocatore che poté concludere tranquillamente la sua carriera. Dopo la liberazione, tra i documenti recuperati all'Ufficio Politico della Questura dai partigiani forlivesi, c'era anche la ricevuta del compenso intascato dal nostro delatore; la duplice spiata gli aveva fruttato 300 lire. A peso, eravamo stati valutati a un prezzo di molto inferiore a quello della carne da brodo".
Antonio Montanari

 
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Rimini, 1936: nasce il Festival della canzone

Post n°1186 pubblicato il 11 Febbraio 2017 da monari

A proposito del festival di San Remo.

A Rimini, per il ferragosto del 1936, quello delle picconate di Mussolini all'arco d'Augusto, si organizza al Kursaal il festival della canzone italiana diretto dal maestro Antonio Di Jorio (1890-1981). Un testo dice: «Vorrei toccare le tue coscette fresche…». Non piace, è poco virile, per niente militarista.
Valfredo Montanari raccontò a Gianni Bezzi («il Resto del Carlino», 13.2.1962): «Il vero successo si ottenne l'anno successivo. Il 5 agosto 1937, cinquemila persone affollarono il parco del Kursaal» che non era soltanto «il più raffinato edificio della città» ma anche uno dei 'personaggi' che «diedero la loro impronta, la loro voce, il loro spirito alla storia di una marina che accolse gente di ogni Paese».
Come ogni bella idea riminese, non va avanti. Per il festival, nel dopoguerra ad imitarci ci pensa Sanremo. Dove (1951) si sente un “Grazie dei fior”. Rivolto a Rimini?
A proposito del Kursaal. La storia della ricostruzione nel dopoguerra, a Rimini comincia con una demolizione. Sembra paradossale, ma è la semplice verità. Il Kursaal fu la vittima designata e quasi sacrificale del nuovo corso politico che si voleva dare alla nostra città.
La demolizione del Kursaal è decisa il 13 marzo 1948, dal Consiglio comunale riunito in convocazione straordinaria ed urgente. Il sindaco ing. Cesare Bianchini (pci) dirige i lavori, a cui assistono 28 dei 40 consiglieri eletti. Soltanto pci e psi sono favorevoli, esprimendo i 18 voti con cui passa la delibera: i due gruppi in Consiglio contano però 27 componenti. Quindi, nove di loro non sono presenti alla seduta. Tutto cià risulta da una ricerca compiuta dall'arch. Oscar Mussoni, come leggo in un mio articolo apparso sul "Ponte" n. 1 del 1992.

Sul tema rimando a quest'altra pagina, apparsa sul "Ponte" il 26.03.1989:
1936. Non eran solo canzonette.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


 
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Malatesti malati, 2001

Post n°1185 pubblicato il 09 Febbraio 2017 da monari

Sigismondo, dica «33»
Le malattie dei Malatesti


Stefano De Carolis nell'Annuario 2001 dell'Ordine dei Medici (Bollettino n. 2, anno III) racconta «Le malattie dei Malatesti». Si comincia con Paolo e Francesca, i cognati di cui si sa soltanto (da Dante) che furono uccisi: «Ma i cadaveri dove sono finiti?» si chiede De Carolis citando un testo del 1581 che li vuole sepolti in sant'Agostino e ricoperti di abiti di seta (resistenti al trascorrere del tempo: una specie di spot pubblicitario adatto all'argomento del testo: «Il vermicello della seta» di Giovanni Andrea Corsucci di Sassocorvaro).
Segue il padre di Sigismondo, Pandolfo III, morto dopo aver sposato la terza moglie: malandato in salute un po' per il continuo uso delle armi e un po' per le cattive abitudini alimentari (carni rosse e formaggi).
Il beato Galeotto Roberto, figlio naturale di Pandolfo III, e fratello di Sigismondo, condusse una vita di penitenza, dopo essersi sposato controvoglia («pare») con Margherita d'Este. Sigismondo aveva una bella testa grande («capacità superiore alla media», naso aquilino e mento sporgente). Negli ultimi anni di sua vita soffrì di febbri malariche, contratte in guerra, e di una «disperata malinconia».
Sua moglie Polissena Sforza morì durante una pestilenza. Vuole la leggenda che sia stato lo stesso Sigismondo ad ucciderla o a farla eliminare (De Carolis racconta anche le relative polemiche relative al fatto, che proseguono tuttora).
Di Isotta sono sappiamo praticamente nulla: il mistero dell'Amore prende il sopravvento sulle indagini scientifiche, una volta tanto. Nel 1756 il suo corpo apparve privo di vesti, durante la prima delle quattro ricognizioni effettuate nelle tombe malatestiane (chissà perché, poi, non si lasciano in pace i morti: che cosa cambi, nel mondo, non sappiamo, con tutti questi esami su poveri resti, che tali restano anche se di persone illustri).
Ultimo compare Roberto, figlio di Sigismondo e di Vannetta de' Toschi, ucciso da una febbre terzana doppia (con fortissima diarrea), contratta mentre combatteva in una zona paludosa laziale.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Foto ANSA da Bologna

Post n°1184 pubblicato il 06 Febbraio 2017 da monari


Fuorisacco, 06.02.2017.  Contro Trump, giovani a Bologna

Foto dal sito dell'Agenzia Ansa.



Il testo della traduzione lo abbiamo aggiunto noi.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


 
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In ricordo di Renzo Canestrari

Post n°1183 pubblicato il 29 Gennaio 2017 da monari

Anni Sessanta, al Magistero di Bologna.

Gli annunci pubblicati stamani su "Repubblica" in edizione nazionale, mi avevano avvertito della scomparsa del prof. Renzo Canestrari. La prima notizia web è dell'Ansa, pochi minuti fa (15:38), nella pagina bolognese sul web.
Nella mia personale memoria di studente del Magistero bolognese degli anni Sessanta, è sempre rimasta impressa la sua grande figura.
Parlando di Ezio Raimondi, citavo nelle pagine de "il Rimino" Renzo Canestrari e gli altri importanti maestri del Magistero di quel tempo, come Luciano Anceschi, Achille Ardigò, Giovanni Maria Bertin, Gina Fasoli, Enzo Melandri e Paolo Rossi.
Personalmente, debbo a Canestrari l'apertura mentale che portava ad unire allo studio filosofico anche quello della sua materia, la Psicologia, che usciva dall'altissimo cielo della Facoltà di Medicina, per affiancarsi a noi poveri Maestri elementari alla ricerca di qualcosa di nuovo e di importante, per uscire dalle secche di una tradizione che si riuniva attorno a poche parole ben fisse nelle menti di tutti, per portarci a discutere il nuovo di una cultura europea che in quel Magistero bolognese s'affacciava con le incertezze intellettuali del domani, sanate nella santità del dubbio, e con le vuote certezze di molti assistenti carogne che cercavano di intimidirci con tranelli e prepotenze.
Grazie prof. Canestrari di averci aperto le porte di una disciplina per la quale poi, anche finiti gli studi per l'esame suo, continuai ad avere interesse verso i libri che di quella disciplina trattavano.

Archivio Ezio Raimondi 2014.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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In ricordo del prof. Paolo Prodi

Post n°1182 pubblicato il 17 Dicembre 2016 da monari

2008, Bravi scolari di una volta
La scomparsa del prof. Paolo Prodi, avvenuta ieri sera 16 dicembre 2016 a Bologna, mi rimanda a lontani ricordi universitari, dei quali parlai sul blog della Stampa il 13 settembre 2008 in una pagina che riproduco di seguito.

Noi bravi scolari di una volta..., m'è venuto da pensare ricordando un vecchio insegnante universitario, Achille Ardigò, appena scomparso. Docente di Sociologia alla Facoltà di Magistero (primi anni Sessanta), Ardigò non mi ha lasciato memorie particolari.
Un po' incolore nelle lezioni, moderatamente cortese negli esami, la sua materia allora andava di moda, ma a me non interessava in maniera particolare. Insomma un esame come un altro, se non fosse che di tutte le sue lezioni e di tutte le letture annesse, a mezzo secolo di distanza è sopravvissuto (per mia colpa) ben poco.
Un primo ricordo. In una pagina di un suo testo Ardigò studiava la dislocazione dei vari gruppi di sensali in piazza Maggiore nelle giornate di mercato. Ne parlai una volta con un rappresentante editoriale bolognese che si mise a ridere, dicendomi nel suo dialetto: "Eh, ci voleva Ardigò per scoprire una cosa che sappiamo tutti...".
L'assistente di Ardigò, il dottor Paolo Guidicini, era un giovane elegante e cordiale, anche troppo con le nostre ragazze se ci accompagnavano nel suo studio quando dovevamo "prendere l'esercitazione". Si trattava di una ricerca da portare all'esame, e da svolgere sul campo. "Ah, lei è di Rimini, allora vada al tal centro professionale, e faccia questo lavoro...".
M'inventai tutto, dai nomi e cognomi degli intervistati, alle statistiche relative alle loro risposte al questionario affidatomi da Guidicini. Dopo qualche anno, ho trovato quelle statistiche pubblicate in un bel volume scientifico.
Gli assistenti non sempre erano simpatici come Guidicini. Quello di Italiano era un pignolo dalla vice stridula, Mario Saccenti (di cognome e di fatto). Apriva l'esame con una domanda di letteratura. A me chiese di parlare del Tasso (era il mio primo esame universitario in assoluto, un gesto da kamikaze a detta degli amici di corso più anziani).
Risposi partendo dall'importanza del Tasso nella storia della letteratura italiana, argomento contenuto nell'ultimo paragrafo del capitolo del volume di Natalino Sapegno. Saccenti m'interruppe obbligandomi a ripartire "dall'inizio", ovvero dalla nascita del Tasso, quindi dal primo paragrafo del testo di Sapegno...
La seconda domanda riguardava la "Commedia". Apriva a caso il libro, puntava l'indice sulla pagina. Eravamo all'Inferno, mi chiese la lista dei dannati che precedevano quel determinato personaggio.
Gettai l'occhio sulle note. Con un sospiro di sollievo, feci il mio bravo elenco. Saccenti con il ghigno perfido che teneva stampato fisso sul volto per terrorizzarci, e con quella vocina stridula, emise la sentenza terrificante: "No. Quelli vengono dopo".


Scrisse la sua brava noticina che consegnò al prof. Ezio Raimondi, il cattedratico della materia, con cui passai a chiudere l'esame, trattando del corso monografico diviso in due parti. La prima riguardava la "Vita" dell'Alfieri. La seconda, un testo allora appena tradotto dal Mulino, il celebre ed indigesto "Wellek e Warren" dal nome degli autori (titolo: "Teoria della letteratura"). Un libro per laureati, non certo adatto a noi ragazzotti di provincia che avevamo fatto le Magistrali con molto affanno.
Comunque Raimondi, dopo che ho risposto alla sua prima domanda, si rivolge a Saccenti, scorrendo la noticina che gli aveva passato con l'esito dell'interrogazione fatta a mio danno...: "Marione", gli grida, "ma questo giovane è preparato". Non potei prendere più di 25/30 per colpa del sadismo di Marione.
Un assistente di Latino ignorava che "nulla sapeva delle nostre cose" equivale a "non sapeva nulla...". Per cui segnava errore nello scritto, adducendo spiegazioni folli. Alla fine nella discussione che ebbi fuori esame con lui, dovette ammettere che tutte le cose che aveva segnato come errori invece andavano bene.
Per Storia medievale e moderna, cattedra della grande e temuta Gina Fasoli (che interrogava durante le lezioni tenute nell'emiciclo di Anatomia..., ma molto corretta e cordiale agli esami), c'era come assistente Paolo Prodi, oggi famoso docente a livello europeo. L'ho rivisto qualche anno fa alla presentazione di un volume sui Malatesti, ma non me la sono sentita d'andarlo a salutare.
Apparteneva alla categoria dei Saccenti, quelli che vedevano l'esaminando con l'occhio del cacciatore che imbraccia un fucile carico. Nella nostra elementare classificazione, dividevamo gli insegnanti in buoni o carogne. Eravamo molto rozzi ed incivili, noi. Forse lo erano anche quelli che al di là della cattedra credevano che la cultura fosse la memorizzazione di una sequenza di date, e non la capacità di elaborazione della materia. L'assistente di Pedagogia, Mario Gattullo, un giovane meridionale intelligente e saldo nella sua preparazione (e purtroppo scomparso prematuramente per un incidente stradale), aveva il chiodo fisso della Docimologia. Ovvero la misurazione scientifica della preparazione degli studenti di ogni tipo ed ordine di scuola.
Anche per Pedagogia era obbligatoria un'esercitazione decretata da Gattullo. La svolsi per tre mesi in una classe elementare. Divisa in due gruppi. Il primo, esercitato di continuo, alla fine avrebbe dovuto dimostrare maggiore preparazione del secondo lasciato a riposo.
Per una di quelle situazioni che si verificano nella realtà in contrasto con i presupposti dottrinari per non dire dogmatici, accadde tutto il contrario. Il gruppo sempre esercitato alla fine ebbe risultati peggiori del gruppo inoperoso. Il che fece andare su tutte le furie il dottor Gattullo che, non ligio alla filosofia del pragmatismo statunitense che c'insegnava in teoria, se ne uscì con una sentenza irremovibile: "E' impossibile".
Con questa premessa ed esperienza, accettai il lavoro da svolgere per l'esame di Sociologia, facendo pure ricorso ad una pregiudiziale metodologica degna del miglior empirismo nordamericano: "Questa volta vi frego io".
M'inventai tutto, come ho detto. Quella volta feci centro. E' proprio vero, noi ragazzi di una volta eravamo proprio dei bravi scolari.
Antonio Montanari

 
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Il vero

Post n°1181 pubblicato il 06 Settembre 2016 da monari

Mettiamo a nudo il vero.

Qualcuno pensa che racconti balle. Ma è tutto vero. Sono storie presenti da tempo su Internet.
Fui capocronaca, e tre righe di notizia post-elettorale dall'Unità, mi costarono il posto. Un vecchio amico dc, anni dopo mi disse: ti volevano rovinare.
Curai cose culturali e storiche, fui espropriato dai teologi ufficiali.
Poi qualcuno, da me aiutato al giornale, mi fece coinvolgere a Milano in una vicenda giudiziaria basata sul nulla.
Sono stato attaccato nel II volume di una certa storia, perché le spie indigene hanno trasmesso al Competente notizie false.

 
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La pagina bianca

Post n°1180 pubblicato il 06 Agosto 2016 da monari
Foto di monari

Dal volume di liriche «Note al testo», in corso di composizione, presentiamo la prima, intitolata:

La pagina bianca

Diceva: adesso cominciamo.
Da dove non sapevamo.
Annunciava impavido:
benissimo si va, se commentiamo.
Niente sotto gli occhi o tra le mani,
batteva il tempo col piede sinistro,
pausa faceva poi con quello destro,
accanto si spostava, e ripeteva
che si stava andando a cominciar.
Senza una carta, un foglio un libro appena,
precedeva la domanda ed avvertiva:
si comincia dal nulla, come quando
il mondo non era che nella mente
del Creatore. Il quale non aveva carte,
libri o congegni vari per misurare,
calcolare, dare, dire, valutare.
E ripeteva: adesso cominciamo
le nostre note al testo,
e se capite e valutate, vedrete
che il testo lo costruirete voi,
che adesso non lo conoscete,
perché non lo avete tra le mani.

 
 
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Publiphono dal 1945

Post n°1179 pubblicato il 02 Agosto 2016 da monari

  Fuorisacco, 02.08.2016.

«Publiphono», dal 1945.
Le voci di Glauco Cosmi e Sergio Zavoli

Dai ruderi di palazzo Gioia, all'angolo di piazza Cavour, le notizie del giorno scendevano sul centro attraverso gli altoparlanti di «Voci della città». Le commentavano Glauco Cosmi e Sergio Zavoli.
Cosmi erediterà il mestiere del tipografo, ma farà anche il politico e l'operatore culturale specializzato in musica. Zavoli era a quel debutto radiofonico a cui seguiranno glorie giornalistiche come inviato sportivo, cronista delle coscienze e della storia.
L'esperienza di di «Voci della città» comincia dopo la Liberazione. Informazioni e pubblicità si mescolano, qualche volta si fa sentire anche Gino Pagliarani, che aveva contribuito alla decisione di «fondare l'unico giornale che potesse entrare nelle case e starci un tempo ragionevole per lasciarci qualcosa», nel difficile momento di quei giorni in cui «la città era priva di notizie anche e soprattutto di se stessa», come Sergio Zavoli ricorda in «Romanza».
Nel ricostruire quell'esperienza, Zavoli non riesce a celare una punto d'orgoglio per la sua invenzione giornalistica: «Credo non sia mai esistito un quotidiano che abbia raggiunto la gente attraverso le finestre». Trasmetteva due volte al giorno, alle 13 ed alle 19, la sigla era un valzer che Glauco Cosmi, l'esperto musicale del trio, aveva scelto con cura.

Il resto di quest'articolo, 1946. A rimorchio della santità, apparso su «Il Ponte» del 7.5.1989, si legge qui.

Antonio Montanari

 

 
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