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VECCHI AMICI

Post n°127 pubblicato il 29 Dicembre 2013 da fonderiaromana

Daniele ha i capelli bianchi adesso e un paio di occhiali da vista dal taglio vintage.

Ha la barba incolta, qualche dente in meno.

E' vestito come ai tempi del liceo: con un piumino 2 taglie più grandi, un cardigan azzurro, anch'esso grande, dei jeans attilati e delle clark blu.

La postura è sempre la stessa, un pò ingobbita, il passo è sempre lo stesso, molto delicato, felpato, con i piedi ad angolo.

Per un attimo sono tornato indietro 20 anni, per un attimo tutto mi è sembrato uguale, al di là della distanza e degli eventi.

Era il IV ginnasio ed eravamo 30 in classe, mi sentivo spaesato tra tutte quelle persone così diverse, mi sembravano tutti più grandi, tutti adulti, con le loro prime sigarette, con le loro discoteche pomeridiane, quei barbour blu e verdi che odoravano di crema protettiva.

Mi sentivo spaesato, un pò solo.

Poi un giorno avevo visto lui, Daniele, seduto nell'angolo più nascosto della classe. Daniele mi aveva conquistato, con la sua timidezza, i suoi vestiti immaturi simili ai miei, il suo sguardo spaesato e soprattutto il suo astuccio stile scuola elementare, quegli astucci con la zip e tutte le penne/matite infilate in piccoli anelli elastici di cotone.
Niente marche, niente discoteca, niente jeans strappati, niente astucci e cartelle disegnate...ma solo un astuccio infantile ed uno sguardo triste...era lui il mio amico.

"ti piace la musica??"
"si molto, a te?"
"si, suono il pianoforte a casa ed ho un sacco di vinili e cassette che faccio io, conosci i Led Zeppelin?"
"certo, good times bad times la sto studiando alla batteria quando vado in Calabria da mio zio che ne ha una, ma il mio gruppo preferito sono i Deep Purple"

Era lui. Era l'amico che cercavo....
D'altronde l'astuccio non mente.
Da quella chiacchierata, poggiati sui muri giallastri fuori dalla nostra aula, divenimmo inseparabili.

Studiavamo insieme latino, quasi tutti i pomeriggi, nella sua casa piccola e disordinata vicino la scuola, conobbi i suoi genitori, semplici e 68ini come i miei, la sua mamma barista e il suo papà maestro. 
Passavamo i pomeriggi chiusi nella sua camera ad assimilare declinazioni e regole e poi giù con il suo stereo a sentire dischi e cassette.
Spesso anche lo studio prendeva una piega musicale: lui batteva le sue dita tozze e robuste sul bordo del tavolo e cominciava a creare ritmi e rullate, io lo seguivo percuotendomi le cosce e canticchiando regole e coniugazioni.

Mi aveva iniziato al basket, che io conoscevo pochissimo, lui ci giocava da anni e nonostante la statura, quelle sue gambe mollegiate gli consentivano di saltare come una molla.

E poi la prima band:

"ho un amico chitarrista"
"io conosco uno che canta bene"

Me la ricordo come se fosse adesso la prima prova, l'odore acre di quella saletta sotterranea e buia, quel piano elettrico senza due tasti e l'attacco di Roadhouse Blues dei doors. Daniele aveva un gran senso del ritmo ed un gran gusto, io arrancavo, così abituato a suonare da solo, a leggere i miei spartiti classici.

E poi la politica:

"quest'anno andiamo, si occupa"
"i soliti quattro gatti"

Era un liceo di destra, pariolino si direbbe a Roma, diviso su tre sedi molto diverse tra loro e io e Daniele cominciammo a farci vedere in giro ad aiutare nelle prime occupazioni a lavorare col giornale scolastico. Eravamo inseparabili, ci univa la sua timidezza e la mia voglia di crescere e capire, ci univa la musica e la politica le nostre canzoncine inventate, i nostri schemi di basket dai nomi assurdi. Poi i primi viaggi e i primi amori e le prime delusioni.

Il primo inter-rail a 16 anni ha anche la sua faccia nelle immagini della mia memorie, ha il suo sguardo pensieroso davanti ai quadri del Louvre, il suo sorriso beffardo durante una partita a tresette, il suo volto interdetto davanti ad un sexy shop di amsterdam.

Poi gli ultimi anni qualcosa si è rotto nella testa di Daniele. Era sempre più chiuso, suonava sempre meno, smise di studiare. Io pensavo fosse giù dopo la fine della sua storia con Silvia o fosse preoccupato per la sua famiglia che lentamente si disuniva.
Ma era qualcosa di più profondo, di più radicato dentro di lui.
Smise quasi di studiare, smise di comunicare prodondamente, per quanto forse non lo avesse fatto mai.

Ci allontanammo all'università, io perso tra i miei studi matti e disperati e lui tra le sue scelte sbagliate e le sue paure inesplicabili. Ma l'amicizia e il legame di quegli anni splendidi rimase sempre.

Riprendemmo a suonare insieme, perchè la passione e la voglia non si erano spenti. Facevamo cover e ci divertivamo.
Ma Daniele cominciò a saltare qualche prova, cominciò a venire sempre più di rado e i guasti alla macchina sembravano sempre troppi.

Un giorno squilla il telefono:
"Nicò, sono Daniele, senti ti volevo dì che sto in una clinica psichiatrica, però è tutto a posto sono solo dei controlli, non te preoccupà, sto bene, anzi se te va, viemme a trovà"

Certo che mi va, ma in quel momento, dopo quella telefonata ho cominciato a capire che la ragione, la razionalità, la linearità di certi ragionamenti non può arrivare ovunque ed è stata la prima volta in cui ho sentito forte la sensazione di impotenza e di incertezza che mi accompagna da allora ogni giorno

Daniele era uno zombie in quella clinica, era magro come un cadavere, aveva lo sguardo spento, non sorrideva, non batteva più le mani sul tavolo al ritmo di quello che aveva in testa e l'ennesima partita di tresette che facemmo fu un lento gettare carte a terra, senza un senso, perchè per me, per lui tutto quello non aveva senso.

Daniele non c'era più e con lui non c'era più una fetta della mia vita.

Volevo scuoterlo, mettere di nuovo una cassetta, lanciare la palletta dentro al cestino, ascoltarlo ridere o leggere uno dei suoi temi sconclusionati scritto con la sua inconfondibile calligrafia da bimbo delle elementari.

Ma non funziona così, Daniele non c'era più, era perso nei suoi pensieri, nel suo dolore, nei meandri della sua testa, della sua depressione che per tutto questo tempo era riuscito a tenermi lontana.

Difficile spiegare quello che ha significato lui per me.
Mi aveva salvato dalla solitudine di quegli anni, mi aveva fatto sentire importante e spontaneo.
Difficile spiegare quello che ha significato vederlo ieri sorridente davanti ad un piatto di pizza.

"ah Nicò grazie....ci vediamo presto no??"

"si Daniè....ci vediamo presto"

 
 
 
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