
Diciamo subito quello che è evidente a tutti. Le ultime next big things del rock anglo-americano veleggiano tutte sull’onda lunga del già sentito: da Strokes e Libertines a Franz Ferdinand e Rapture, passando per Bloc Party e Interpol, Maximo Park e Kaiser Chiefs (forse i White Stripes sono un’altra storia). I gusti di ognuno possono portare a preferire uno qualsiasi di questi gruppi (personalmente trovo più intriganti le atmosfere dei Rapture). Ma credo nessuno possa dire che questa ondata di bravi ragazzi con un’innegabile energia e vena melodica spalmata su atmosfere new wave e funkeggianti saranno mai protagonisti di un nuovo modo di “sentire” il rock. Anzi, è forte il sospetto che con loro si compia la profezia che vedeva nella musica rock (intendendo quella linea che collega oggetti diversissimi, come Beatles, Stones, Velvet Undergorund, Stooges, Cure, Smiths e Clash, con in più l’elettronica) un genere ormai reazionario: una musica da padri più che da figli, da stacchetti di MTV più che da scena indie, da Converse su giacca di velluto firmata che da maglietta bianca sudata, da integrati più che da apocalittici. Ora è il turno degli Arctic Monkeys, quattro ventenni di Sheffield che sono stati bravissimi ad autopromuoversi con una strategia di diffusione on line e di download gratuiti che è già una piccola leggenda nel settore. Ora finalmente il disco esce, e ha un titolo bellissimo: “Whatever people say I am, I’am not” (in italiano suonerebbe più o meno così: qualunque cosa le persone dicono che io sia, non sono io). E anche la musica è bella, con un paio di pezzi fantastici, come l’opening track e la successiva “I Bet you look good on the dancefloor”, o la più tranquilla “Fake tales of San Francisco”. Ma tutto il disco si mantiene su uno standard molto elevato: energia pura e melodie accattivanti, all’incrocio tra Jam e primi Who, propulsioni ritmiche precisissime e spezzate, chitarre non allineate su un basso metronomico (e il tutto fa molto Television, come al solito). E una voce molto efficace, che sospinge in avanti i pezzi e non fa star ferma la testa o il piede, o tutti e due. Tutto bene, probabilmente meglio del nuovo Franz Ferdinand o dell’ultimo Strokes. Forse meglio dei Libertines, immagino meglio dei Babyshambles. Ma fare una musica che nasce già come una rilettura (per quanto superenergetica e molto divertente) di gruppi del passato, e farla dopo le suddette band, rappresenta per chi cerca almeno un granellino di novità una zavorra mica da poco.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
Inviato da: b.raf
il 23/01/2008 alle 11:30
Inviato da: bimbayoko
il 23/12/2007 alle 01:27
Inviato da: meddixtuticus
il 31/01/2007 alle 14:50
Inviato da: buknowski
il 05/01/2007 alle 10:57