
Qualche riflessione sparsa su “Munich”. Doveva essere il grande film politico di Spielberg. Secondo me, pur essendo un film interessante, Munich è riuscito a metà. È riuscito come film di spionaggio internazionale, un po’ “Il giorno dello sciacallo”, un po’ “Spy Games”. È bello se lo mettiamo in parallelo, ad esempio, con “The Interpreter”. Come film politico è invece confuso e pasticciato. Esteticamente impeccabile, come sempre con Spielberg, e con una fotografia molto bella (e molto anni settanta, ovviamente), sbanda paurosamente dal punto di vista ideologico: non si capisce cosa vuole dire. Se l’idea di fondo è che le persone sono pedine di ingranaggi che le schiacciano, non mi pare particolarmente rivoluzionario. Se è un film sull’idea di vendetta (in parallelo alla vendetta post 11 settembre, e infatti la scena finale vede sullo sfondo spiccare le Twin Towers) il tema è appena accennato, e poi annegato in mille dettagli d’atmosfera. Se è un film sullo sradicamento ebraico, forse è un po’ più convincente, e lo si può vedere in parallelo e a “Fateless”, di Lajos Koltai. Se nel film di Voltai il protagonista è un ragazzo ebreo che, uscito dall’inferno del lager, si ritrova in un mondo che lo rifiuta, nel film di Spielberg Avner (Eric Bana) è un sabra (un ebreo nato in Israele) che, dopo aver portato l’inferno sulla terra come angelo vendicatore per conto del Mossad (con il compito di eliminare uno per uno i presunti mandanti del massacro di Monaco), ritorna ad una patria che non riconosce più come sua e sceglie la via dell’esilio.
Però c’è troppa carne al fuoco, e il conflitto tra Israele e i palestinesi è solo uno sfondo narrativo, un pretesto (per quanto drammatico) per una specie di viaggio di formazione al contrario in un’Europa da caricatura, con tedeschi ridicoli che recitano Marcuse in interni da Fassbinder, greci baffuti e bonaccioni e francesi elegantissimi e infidi (il bravissimo Amalric nella parte di Louis). È proprio nella rappresentazione dell’Europa di quegli anni che Spielberg secondo me frana: non c’è il minimo tentativo di rendere la complessità delle trame dell’epoca, e tutto è ridotto ad una specie di cartolina sgranata percorsa da personaggi che sembrano usciti da una sfilata di moda (con un look ricercatissimo che assomiglia a quello dei personaggi dei Tenenbaum) e un via vai di terroristi che sono come le spie esotiche dei libri di Ambler. Il ruolo della CIA nelle vicende dello scacchiere europeo è introdotto solo en passant, con un agguato a Londra sventato da tre ubriachi che con ogni probabilità sono agenti americani. E poi ci sono alcune cadute di tono davvero grottesche: su tutte, svettano la sparatoria in Grecia che sembra una brutta copia di John Woo e la scena finale in cui Avner fa l’amore con la moglie e intanto visualizza la strage di Monaco … davvero fuori luogo. Insomma Spielberg sembra andare col freno a mano tirato e, pur scegliendo coraggiosamente di trattare un tema difficile, non vuole rischiare di prendere una posizione netta. Detto questo, rimane il fatto che un film del genere in Italia come al solito ce lo scordiamo, perché quando parliamo di eventi di rilievo politico lo facciamo sempre ripiegandoci su storie minime e su sfighe personali, come nel film di Giordana, “La meglio gioventù”.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
Inviato da: b.raf
il 23/01/2008 alle 11:30
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il 23/12/2007 alle 01:27
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il 31/01/2007 alle 14:50
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il 05/01/2007 alle 10:57