
The Rakes, vale a dire i libertini. Ma non i libertini sfacciati e tossici di Carl Barat e Pete Doherty (l’emaciato ed esile fidanzato avvezzo alle sostanze che Kate Moss ha prontamente buttato a mare dopo lo scandalo coca). I The Rakes sono semmai parenti del libertino protagonista di una settecentesca discesa all’inferno in un celebre ciclo di quadri del pittore inglese William Hogarth. Per intenderci, sono proprio i quadri sulla Carriera di un Libertino (Rake’s Progress, e così chiudiamo il cerchio) che hanno ispirato Barry Lyndon, uno dei capolavori di Kubrick. In questo giro di nomi possiamo buttarne sul tavolo un altro paio: una delle versioni in musica più celebri del Rake’s Progress di Hogarth è quella di Igor Stravinsky, il genio del citazionismo modernista, acerrimo rivale di ogni formalismo atonale e dodecafonico. Una delle versioni più recenti dell’opera di Stravinsky sulle disavventure del libertino di Hogarth è stata curata, per quanto riguarda le scenografie, dal grande pittore inglese David Hockney. Hockney riprende l’eleganza un po’ fatua delle immagini di Hogarth, nel loro gusto molto british, per contaminarla con un’estrema stilizzazione pop. Gli sfondi si appiattiscono, le linee si asciugano. I personaggi si muovono come figure bidimensionali in un teatrino dei burattini. Al punto che il terribile manicomio di Bedlam, approdo finale del libertino, è una specie di scatola di cioccolatini in cui i pazzi se ne stanno, con i loro abiti da buffoni, a intonare una specie di silenziosa nenia ossessiva. Cosa c’entra tutto questo? C’entra, perché i The Rakes fanno con il rock degli ultimi trent’anni quello che questi signori illustrissimi – Hogarth, Kubrick, Stravinsky, Hockney – hanno fatto in altri tempi e con altri strumenti espressivi. I The Rakes sintetizzano in un solo disco gli alti e bassi di una musica che dallo One Two Three dei Ramones e attraverso le melodie catchy degli anni ottanta è arrivata a una nuova paradossale verginità attraverso l’indie rock e l’ultima onda di punk funk che, Franz Ferdinand in testa, ha coniugato in questi ultimi anni la pulsazione da dancefloor e la schitarrata rockeggiante. La formula dei Rakes è semplice: una batteria pesantissima percossa senza sosta, un basso elementare che la doppia senza troppe raffinatezze. Una chitarra che oscilla dalle sciabolate dei Television ai rumorismi degli Stooges, senza però rinunciare alle piccole melodie robotiche che hanno infestato gli anni ottanta. La voce, al minimo sindacale dell’intonazione, fa incrociare Iggy e Robert Smith, con qualche eco vagamente alla Smiths. Ma la sensazione complessiva è diversa da quella che ispirano i vari Strokes, Arctic Monkeys o Infadels (prossimamente su queste pagine). Nel loro debutto Capture/Release c’è un’urgenza punk che si fa sentire nelle melodie sgraziate e in improvvise aperture violente (sentite T Bone: su una martellante discesa agli inferi fatta di puro ritmo le chitarre alzano un muro di feedback su cui si innesta un incredibile coro alla Misfits). Una canzone come Violet potrebbe stare nel repertorio dei Turbonegro, Strasbourg è una surreale spy love story dal taglio cinematografico, mentre la debosciata Open Book si regge su un riff irresistibile (anche se ricalcato su quello di Gengis Khan dei metallari tedeschi Running Wild) e su una voce da hardcore californiano del 1985. Insomma, l’aria di Londra da tre secoli si addice all’arte del libertinaggio. E non a caso è proprio dei The Rakes una delle più belle cover gainsbourghiane contenuta nel recente Monsieur Gainsbourg Revisited (si veda post numero 63). A proposito, c’è un pittore del settecento inglese che si chiama quasi nello stesso modo: Gainsborough. Ma questa è un’altra storia.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
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il 23/01/2008 alle 11:30
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il 31/01/2007 alle 14:50
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