Solamente un albero campeggia nel paesaggio, ed è impiccato al cielo.
Secco. Gracida ad ogni soffio di vento.
- Didì, ho paura.
- Pure io, Gogò.
Inutili figure dondolano sotto al cielo. Luci sobbalzano in lontananza, tremule sulla linea dell'orizzonte. Ma sono come un sogno lontano senza appigli nella realtà. Freddo. Tanto freddo. Le nodosità scricchiolanti del legno sono l'unico suono che spezza l'oscurità. Ogni tanto due voci.
- Didì, mi ami?
- Ma certo che no, Gogò.
Inutili spezzoni di frasi, domande, risposte, filastrocche addormentate sulla morbidezza del niente. Le due figure vestono stracci. Puzzano. Uno dei due si alza in piedi. Nella penombra, si sfila la giacca. Sbottona lentamente la camicia. Si sente frusciare la stoffa sulla pelle. Slaccia la corda che tiene su i pantaloni, e questi cascano a terra. In quel momento si scosta una nuvola e libera la mezzaluna che spietata va a tagliare di netto la nudità della figura.
- Didì, e tu ti ami?
- Certo che no, Gogò.
Inutili nudità. Il freddo attraversa la pelle.
Entrambi siedono volgendo il capo verso il cielo, verso la luna. Sembrano due bambole, immobili nel dondolante paesaggio lunare. Una nuvola torna a coprire il biancore lattiginoso e a far livida l'aria. La figura ignuda si alza. Raccoglie i vestiti. Li appallottola sotto un braccio. Guarda quell'altra figura, rimasta seduta.
- Senti, io vado.
- Non puoi.
- Perchè?
- Dobbiamo aspettare.
- Ah già.
...
- Perchè?
- Cosa?
- Chi?
- Didì?
- Gogò?
Inutili ombre. En attendant.

Foto: Francesca Woodman
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