Creato da lucasti1955 il 18/03/2010

MilleDonne

la Mia Anima Etnica

 

Primo Amore

Post n°15 pubblicato il 20 Agosto 2018 da lucasti1955


Siamo stati ad un passo dal cielo,

o forse ad un braccio...

ma non ci siamo arrivati...
era pigrizia o incapacità?

Hai respirato la luna

mentre perdevi lo sguardo dentro ai miei occhi

e le tue dita vagavano sulla seta bianca,

mentre il vento pettinava le foglie

e i campanacci tacevano nell'ovile.
Era marzo o novembre?
Eravamo noi o quel sogno mai realizzato

che alberga nel letto e ogni tanto si gira e si rigira

cercando di stare più comodo?
So che c'è una luna che canta e incanta,

e un amore che mai sazio cerca di mordere ogni boccone...
So che si viaggia sopra binari che non trovano mai scambi

e ci si guarda dal finestrino,

ognuno dalla propria carrozza,

seduto su quel sedile che prenotò in una stazione

che ormai non c'è più...(ma c'è mai stata? )
Era d'estate

quando l'aereo ci portò via verso quel cielo

che stanco di starci a guardare cominciò a chiamare,

a chiamare...

e più non smetteva perché noi tardavamo?
O era d'inverno,

che il fiato si condensava sui finestrini

e i nostri corpi sudati d'amore cercavano spazio nel corpo dell'altro?
Non mi ricordo di quante volte ho ripassato i tuoi contorni,

eppure me le ricordo tutte...
Non mi ricordo di quanti baci hanno mangiato dalle tue labbra

mentre la tua pelle suonava canzoni solo da noi riconosciute.
Non sono andata a cercare i rovi

ma ne ho trovati più delle more,

non sono andata nel tuo giardino

ma le tue rose hanno invaso le mie narici,

non sono andata molto lontano ma...

mi accorgo che ancora ti amo...

 
 
 

LA COLPA DELL' INNOCENTE

Post n°14 pubblicato il 23 Settembre 2012 da lucasti1955


Si son cercate parole

Per tacere sentimenti

Creati colori

Per coprirti di luce


IL TEMPO NON CANCELLA LA REALTA’


Il ricordo era nascosto

In una curva dell’anima

Sepolto dalla paura

Di un dolore gemmato e mai sfiorito

Di lunghe dita taglienti

Di un respiro schiacciato

Dell’assenza di forze

Dell’ansimare sul collo


E complice il buio.

 

 

LA COLPA DELL’ INNOCENTE


Aldo, trent’anni circa, alto, magro, capelli neri e scapestrato, non è sposato, non ha nemmeno la ragazza: è una testa calda, troppo calda per così poco cervello. Fa il ragazzo di bottega da un macellaio, però è sempre al pronto soccorso: per ricucire qualche taglio che si procura con la sua leggerezza nel maneggiare i coltelli o per le cadute dal motorino sul quale viaggia a zig-zag.

Una sera, prima di chiudere bottega, s’infilò nel portone accanto alla macelleria, nascosto sottoscala aspettò il momento opportuno per uscire e realizzare la bravata che aveva studiato non più di cinque minuti prima; lì accosciato, protetto dall’oscurità, si godé l’attesa gustando la soddisfazione di ciò che stava per realizzare, il solo pensiero di aver avuto quell’idea bastava ad accenderlo, si sarebbe preso un piccolo assaggio, o forse grande, chissà, di quello che non riusciva ad avere in altro modo.

Fremeva, era impaziente, ma al tempo stesso si compiaceva di quell’attesa prolungata che ne accresceva il piacere.

Era decisamente buio quando la piccola ombra entrò nel portone e si diresse verso l’interruttore della luce, Aldo le arrivò alle spalle senza il minimo rumore, con il braccio sinistro le circondò il corpo bloccando anche gli arti; l’altra mano, con la destrezza di un borseggiatore. salì sotto la gonna, andando a violare la corolla di carne, penetrando la piccola apertura nascosta, non troppo bene, dalla natura.

Gustò il calore, l’umidità, l’odore acerbo di quell’anfratto con l’ ingordigia di chi non ne ha mai abbastanza; s’inebriò di quel corpo cedevole, si sentì potente, infinitamente potente; era una sensazione fantastica ma non poteva continuare a lungo, lo sapeva, così dopo un po’ lasciò la presa allontanandosi rapidamente.

Si congratulò con sé stesso: “Proprio un lavoretto coi fiocchi, non se n’è neanche accorta!” fiero della sua spacconata aveva la testa in ebollizione, si sentiva entusiasta, esaltato, vittorioso, pronto a qualunque altra prodezza gli fosse venuta in mente in quel senso.

Alice, dieci anni, magra, biondissima e con grandi occhi azzurri: la vicina di casa la chiama “signorina Fiordaliso” per il colore delle sue iridi. E’ vivace, intraprendente e ribelle, qualità che spesso le fanno guadagnare qualche scapaccione dal padre severo e intransigente. Quando va da lui a lamentarsi che si è fatta male o ha litigato con le compagne di gioco, lui la sgrida dicendole che la colpa è sua perché si caccia sempre nei guai.

Quella sera Alice entrò nel portone di casa che era ormai notte, prima di salire le scale si diresse verso il pulsante della luce, non aveva fatto in tempo ad allungare la mano che si sentì afferrare in una stretta soffocante, spalancò la bocca ma non riuscì ad articolare alcun suono, nello stesso istante si sentì frugare in modo convulso sotto la gonna, fra le gambe: un artiglio stava graffiando una parte del suo corpo che lei ancora non conosceva, le si piegarono le ginocchia e avvertì un senso di vuoto nella testa, l’aria continuava a mancare nei polmoni e il cuore le saltò in gola, ebbe voglia di vomitare, le faceva male, mancava l’aria, era buio, era sola, il corpo la tradiva, le faceva male, era colpa sua, era stata tradita ma era colpa sua, era colpa sua. L’artiglio affondò nel piccolo boccio indifeso, la vista le si annebbiò, la voglia di annullarsi l’assalì, voleva eliminare il presente, l’asfissia, l’oscurità, quelle dita appuntite, i graffi, lo sgomento, il tradimento, il dolore, la sua colpa, la sua colpa, LA SUA COLPA


Un istante prima di svenire si sentì abbandonare da quel braccio che l’aveva sostenuta impedendole di finire per terra; perse l’equilibrio ma non cadde, cercò ancora l’aria, la trovò, un vortice di sensazioni mulinava dentro di lei: era stordita, impaurita, debole, tradita dal suo organismo che era stato violato ma che a sua volta aveva violato lei.

Non avrebbe saputo definire con precisione di cosa si trattasse, era confusamente consapevole che le era successa una cosa grande, troppo grande: la vita si era scolorita, la luce era meno luminosa, si era frantumata la sua infanzia.

Confusamente intuiva che era meglio non parlarne perché in qualche modo sentiva che doveva essere colpa sua quello che le era successo.

Si, doveva essere proprio colpa sua.

Incapace di affrontare il ricordo, la sofferenza, il panico, l’ arroganza che aveva sentito in quelle braccia e in quelle mani che l’avevano immobilizzata, rovistata, scandagliata nella sua sacralità; incapace di comprendere il voltafaccia del suo corpo che non aveva reagito, che non aveva saputo difendersi nemmeno con un suono, che aveva ceduto a quell’assalto bloccandosi, consentendo, accettando tacitamente la profanazione, Alice rimosse la vicenda dalla sua mente e non fu più la stessa.

 

 

 2005

 
 
 

Lontani echi

Post n°13 pubblicato il 23 Settembre 2012 da lucasti1955

...e poi verranno i giorni dell'assenzio

che prenderanno il posto del miele...


e le braccia saranno vuote,

e le mani non troveranno pelle...

e ci saranno occhi fissi alla luna

che cercheranno un viso,

uno sguardo,

un sorriso...

e ci saranno brividi

che non ci apparterranno,

e bocche chiuse

che grideranno nomi...

...Lontani echi...


E l' Assenza pudica

si vestirà

di scelte nascoste.

 
 
 

ANIME DI CRISTALLO

Post n°12 pubblicato il 01 Febbraio 2011 da lucasti1955

Ci sono anime di cristallo
limpide e trasparenti come l'aria dopo un acquazzone
danno luce a chi hanno intorno.
Sono splendenti per chi le vuole vedere
ed invisibili a chi non è pronto a riconoscerle...
Sono fragili e delicate e ferirle è fin troppo facile.
Attraversano la vita tra pericoli impensati
e si rafforzano piano piano procedendo nel loro cammino
che non sanno dove le porterà...
Poi ci sono gheppi, falchi, poiane...
pronti a ghermirle per farle loro
perché vorrebbero quella purezza che traspare dai loro occhi...
ma non sanno che la purezza non è cosa che si può prendere ad altri,
è una condizione in cui si nasce o a cui si può aspirare
ma solo lavorando su se stessi con pazienza, costanza ed onestà...
Le anime di cristallo hanno sogni che non confessano
desideri che non rivelano per difendersi dagli avvoltoi...
Sono nuvole sospese tra bisogni e dedizioni
affamate di giustizia di amore e comprensione...
Sono anime radiose che troppi provano ad oscurare
perchè non sopportano la luce che emana il loro cuore....

 
 
 

Emma

Post n°11 pubblicato il 30 Novembre 2010 da lucasti1955

Emma, nuda, si guardava nello specchio, sconsolata per il tempo che segnava il suo corpo “sono anni che nessuno mi sfiora” pensò accarezzandosi il seno.
Erano sempre più frequenti i momenti in cui il desiderio le dava quasi un malessere fisico.
Il ricordo delle dita di un uomo che la facevano fremere era una spina nel fianco; dopo la separazione aveva deciso di chiudersi in sé stessa rifiutandosi di pensare ad un’altra storia, era stato troppo doloroso staccarsi da Giorgio, non voleva più saperne di uomini…
ma ora, dopo tanto tempo…e con il corpo che sfioriva…
Quante volte aveva insinuato le dita nel triangolo scuro alla base del ventre, cercando quelle sensazioni e quel piacere che le mancavano…
quante volte aveva pensato che tutto sommato non si può vivere senza un uomo…
ma la paura era sempre stata più forte della libidine…
Con i polpastrelli sfiorò un capezzolo che subito s’ inturgidì.
Fu attraversata da un brivido.
Ebbe voglia di sentirsi spalmata di mani, frugata delicatamente nell’intimità, come solo un uomo innamorato sa fare, ebbe voglia di sentire sulla pelle labbra calde di desiderio, lingue che la vestissero di saliva facendole perdere la cognizione spazio temporale, ebbe voglia di perdersi tra braccia che la portassero a vette di piacere inarrivabili da sola, di sentirsi riempita in quel vuoto, giù in basso, incolmabile altrimenti, ebbe voglia di affondare dentro una bocca che lenisse la sua solitudine…

Ebbe voglia di piangere, o meglio, di piangersi addosso; per la sua vigliaccheria di rimettersi in gioco, per la vita che se ne andava, per la noncuranza di sé, per il suo corpo trascurato ma non da buttare…
Voleva un uomo che la amasse, che si prendesse cura di lei, fisicamente.
Voleva un uomo che la facesse sentire donna e felice di esserlo.
Voleva un uomo a cui dare quella sua carica di amore ed erotismo che la teneva sveglia tante notti a rigirarsi tra le lenzuola con le gambe strette.
Voleva di nuovo sentirsi viva…

Decise di vestirsi ed uscire, sarebbe andata dal parrucchiere a cambiare pettinatura, o ad iscriversi ad un corso di ballo, o in una palestra, oppure….oppure…tutto purchè uscire da quella situazione, era l’ora di rinascere….e lei lo avrebbe fatto.

 
 
 
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