Creato da sciffo il 27/09/2005

noeasywayout

Quelli che sognano di giorno sono consapevoli di tante cose che sfuggono a quelli che sognano solo di notte. (Edgar A. Poe)

 

 

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IL PASSO - 2.a parte

Post n°707 pubblicato il 21 Gennaio 2015 da sciffo

 

Se sugli hotel siamo di gusti semplici, ci difendiamo ben più seriamente in tema di ristoranti. Il gestore dell’hotel, un ex torturatore della Bundesbank, ci ha consigliato questa stube ristrutturata di recente, con il pavimento ed i tavoli  di abete chiarissimo, tovaglie di lino candide e un interessante assortimento di calici, pronti per essere colmati di blauburgunder ad alto numero di ottani.
Non ci sono molti clienti, anche perché le truppe della
 Wehrmacht in zona a quest’ora hanno già consumato il rancio, e mentre attendiamo vedo passare piatti ben curati e porzioni luculliane.
L’unica cameriera reperibile è possente e di bassa statura,
 praticamente un credenzino ricoperto di loden, una stagionata veterana di mille stagioni turistiche, vistosamente smaronata mentre l’ennesima lunga estate volge al termine. Così, quando il Raudo, che è l’uomo più gentile d’Europa, l’apostrofa con un cortese “Se non le dispiace, vorremmo accostare due tavoli. Possiamo?” Lei risponde semplicemente “No”, col tono asettico di un casellante westfalico, dopodichè si allontana rapida verso la cucina, lasciandolo marmorizzato.  
Non ci resta che sistemarci da soli in qualche modo. Dopo un pò la vichinga ritorna, ci guarda ostentando un profondo odio razziale, e lancia i menu bilingue sul nostro tavolo, facendo quasi morire d’infarto il Pardo, che si era leggermente assopito. Ognuno di noi, facendo finta di nulla, estrae di tasca i necessari occhiali da presbite. Che la troia ci scatarrerà nei piatti è quasi certo: mi appunto di evitare gli schlutzkrapfen verdi, che renderebbero impossibile distinguere eventuali grumi bronchiali.

Immagino me stesso trentenne, seduto in un tavolo della stessa sala, mentre guardo questo gruppo di signori di mezz’età. Capelli ormai quasi interamente grigi, maglioncini con scollo a V e camicia azzurra o bianca,  rughe accentuate dal sole e dalla stanchezza (il Castro ha anche la pelle della pappagorgia un po’ cascante, ben gli sta).
Gli sguardi forse sono un po’ ebeti, qualche frase si perde perché non udita, ma non c’è dubbio che quei “signori”, perlomeno stasera, ridono molto. Quasi quasi viene da invidiarli un po’. Chissà chi saranno, da dove vengono. Gli accenti dialettali non sono troppo marcati, e diversi tra loro, non riesco a distinguerli. Forse sono escursionisti di lungo corso, più probabilmente colleghi di lavoro o puttanieri. Ma cazzo, come ridono,
 e io sono qui seduto con un'altra stronza che viene a letto col pigiama di peluche, vaffanculo.

Le pietanze si susseguono, e così i vini e le cazzate. La cameriera, che senza dubbio vorrebbe andarsene a casa a spaccare legna con lo sventurato marito, è sempre più scontrosa, credo le farebbe bene il Trattamento
 Targetti Brothers.
Spiego.
Codesta particolare procedura, inventata e comunemente praticata dagli omonimi geni creativi fiorentini, un tempo assidui del nostro gruppo, consiste nel richiamare con gesto nobile e noncurante l’attenzione del
 maitre di sala. Quando questi si sarà appropinquato, giungendo a distanza di ordinazione, si sollevi mollemente una chiappa dalla sedia e quindi si molli (guardandolo negli occhi e con espressione immutata di superiorità) un pèto crepitante di almeno venti secondi.
Datemi retta, comunque, fatelo sempre dopo che vi hanno portato il conto.
 
Ma stasera i fratelli Targetti non sono con noi, purtroppo, e ci comportiamo quasi da gentiluomini. Paghiamo il conto, e ci viene inaspettatamente offerto un ultimo bicchiere di oscena grappa locale. Noto che la virago sembra sorridere sotto i baffi (foltissimi!), e sul fondo della bottiglia giace un dubbio reperto organico. Potrebbe essere un rametto di pino, ma anche un alveolo polmonare. Questo giro mi sa che lo salto.

Solo una volta per strada, mentre torniamo lentamente verso l’hotel, inizia finalmente il concerto sinfonico di rutti. Il paese sembra del tutto deserto ma, dopo l’ennesimo boato di potenza inaudita, noto un montanaro intento a fumarsi una sigaretta sul balcone di casa, che ci guarda con occhi di fuoco.   
Abbiamo tutti nasi 
e orecchie ben arrossati, più per l’effetto corroborante della grappa al polmone che per il freddo quasi invernale. Il cielo è limpidissimo, la main street totalmente immobile, nell’aria un familiare olezzo di legna bruciata e letame fresco. O forse è solo l’ennesima flatulenza del Castro che, con una piccola rincorsa e una risata, si porta davanti al gruppo prima di sganciare il suo orrendo metano.
Mi sento satollo, il leggero annebbiamento
 alcoolico si è dissolto a contatto con la notte di montagna, lasciando spazio ad una primitiva soddisfazione, da uomo delle caverne che ha appena divorato la sua preda, e si appresta a stendersi di fianco al fuoco, per qualche ora al sicuro dalle belve. Anche gli altri sono stanchi, le risate sono inframmezzate da lunghi sbadigli, il dottor Gattopardo non dice una parola da almeno mezz’ora, limitandosi a un sorriso degno del Joker. Forse, nel dormiveglia, sta pensando a quel famoso stronzo nel bicchiere.

Camminiamo senza fretta, gustandoci quella quiete assoluta, mentre il Raudo si fuma la centesima sigaretta della giornata.

C’e’ stato un tempo in cui, a questo punto, saremmo andati in cerca di un altro locale per finire la serata, possibilmente rumoroso, rimbombante di disco music austro-ungarica, e dotato di numerose spinatrici di birra, oltre che di un assortimento omicida di liquori montanari. Negli ultimi anni ci ritiriamo invece come vecchi froci in una delle due camere d’albergo, per una semplice partita a carte, seduti sul pavimento di moquette incrostata di liquidi corporei.
L’aria diviene ben presto irrespirabile e, se il Castro è in forma,
 ti può anche capitare che ti ritrovi a lacrimare come un vitello.
E’ a questo punto della serata, quando ormai sono pronto per la tumulazione, che il Tedesco riprende misteriosamente vita, inizia a straparlare come un posseduto, mentre il Gattopardo gli fa da sfondo, con delle risate registrate da telefilm americano anni 70.
Il
 Raudo frattanto gioca una mano di carte, esce sul balcone a fumare una paglia (lasciando la portafinestra aperta e facendo subito crollare la temperatura interna a livelli artici), mangia un sacchetto di lupini che ha trovato chissà dove, beve un mignon di grappa Libarna, lancia un’altra mano di carte, di nuovo paglia sul balcone …insomma diventa pericolosissimo, e potrebbe andare avanti così tutta la notte, come un terminator.
Il suo opposto è il Castro, distrutto, d’altronde è l’unico che non partecipa, per sua scelta, alla partita. Siede con la schiena appoggiata al muro, gli occhi quasi completamente chiusi, non articola verbo
 ed il suo unico segno di vita, ad intervalli regolari, è il sollevare una chiappa dal pavimento per emettere sinistri crepitìi intestinali.

Gioco ad minchiam l’ultima carta (commettendo una troiata clamorosa che in altri momenti mi costerebbe un cazziatone), e annuncio un liberatorio “Beh ragazzuoli, io me ne vado a dormire con Rombo di Tuono, che è lì che sembra il cadavere di Aldo Moro nella Renault 4”.
Il
 Raudo è un po’ deluso “Ma non facciamo un’ultima partita? Io non ho mica sonno” – è in buona fede, come sempre, non si rende conto che ha gli occhi che sembrano due murrine.
“Beh, mi sa che vado in branda anch’io” chiosa
 Ted, che finalmente si spegne, emettendo strani scricchiolii di raffreddamento, come un vecchio televisore a valvole.
Raccatto Aldo Moro e siamo già in corridoio, diretti verso la nostra oscena stanza matrimoniale, quando sentiamo il Gattopardo scappare fuori dal bagno in preda a conati di vomito. Deve aver scoperto che “qualcuno” gli ha cacato nel bidet.

(...)

E’ una giornata di festa, sulle rive del Gange. I lebbrosi e tutti i portatori di malattie dell’India si sono dati appuntamento qui, oggi, per la rituale immersione degli arti feriti nelle sacre acque. Giungono qui dopo centinaia di km a piedi sotto il sole implacabile, senz’acqua per lavarsi, con le ferite ormai putrescenti. I loro visi sono gioiosi, ma l’odore dell’aria è terrificante, stagnante, indescrivibile.
Ma io che ci faccio qui?
Poi mi sveglio.
Lentamente riprendo contatto con la realtà.
La stanza è invasa di sole, ma quasi non riesco a distinguere il soffitto per la presenza di una specie di foschia interna.
La schiena mi fa male per il materasso di merda. Il collo mi fa male per il cuscino di merda. Mi rendo subito conto che devo aprire rapidamente una finestra. Sto per morire asfissiato, l’odore di pus marcio mi ha seguito non so come dal Gange a Corvara di Badia.
Scendo da quel letto fottuto e quasi mi mancano le ginocchia, ma riesco ad aprire i vetri e a far entrare ossigeno puro e gelato. Un attimo ancora e sarei svenuto.
Tutte le volte che dormo col Castro è la stessa storia. Lui è lì che se la dorme beato, con un sorrisetto ebete e non si è accorto di nulla. Sembra incredibile, eppure anche i raggi del sole e l’aria potente di montagna faticano a sconfiggere quel fetore infame, che si è accumulato durante la notte nella stanza. Tremo dal freddo, ma mi guardo bene dall’allontanarmi dal supporto vitale della finestra.
Recupero uno dei miei stivali e lo lancio al Castro, sperando di colpirlo nei coglioni “Svegliati stronzo!”
Quello manco apre gli occhi, annusa l’atmosfera e ride come una jena “hi, hi, hi”.
“Cazzo ridi, merda? Stavo per morire con tutto il gas che hai fatto stanotte!” e gli tiro anche l’altro stivale, mirando alla bocca.

 

 
 
 
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