Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

I due seleniti

Post n°324 pubblicato il 17 Luglio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

C'è stato un periodo a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta dello scorso secolo in cui impazzavano certi ingenuissimi film di fantascienza con razzi a forma di supposta e dischi volanti fatti esattamente come due piatti da minestra sovrapposti.

Per gli altrettanto ingenuissimi spettatori la Luna (Selene) era abitata dai "Seleniti", tanto che più tardi (nel '62) pure Modugno, sulla spinta dei primi voli spaziali, ci fece una canzoncina, quella che ripeteva: -Selene ene a', come è bello stare qua. Selene ene a', il tuo peso sulla Luna è la metà della metà-... eccetera.
(Tutti, specialmente i più giovani che leggono questo blog, la conosceranno di sicuro).

Ecco, questi presunti abitanti rappresentano il primo tipo di seleniti di cui voglio parlare.
Se fossero verdi, avessero le antenne e il naso a trombetta, non lo so.
Il secondo tipo di seleniti, con molta minor fantasia e in concreto, li ho incontrati anche stamattina (!).

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Parlando un po' più seriamente, i seleniti sono i sali dell'acido selenioso, H2SeO3, e poichè anche questo elemento (il selenio) mi è simpatico ho preparato un pochino di quell'acido sacrificando un residuo di selenio che avevo estratto con una discreta fatica da un bel pigmento colorato. Forse qualcuno se ne ricorderà.
Il selenio si può ossidare ad acido selenioso per mezzo dell'acido nitrico, secondo la reazione:

Se + 4 HNO3 → H2SeO3 + 4 NO2 + H2O

Secondo il Brauer per ottenere un prodotto puro occorrerebbe disidratare l'acido selenioso ottenuto con la prima reazione

H2SeO3 → SeO2 + H2O

riscaldando l'acido e raccogliendo l'anidride seleniosa SeO2 con ripetute sublimazioni e quindi reidratare opportunamente.
Naturalmente io mi sono fermato alla prima fase, non interessandomi la purezza analitica del prodotto ma solo la constatazione della possibilità di ottenere successivamente qualche selenito una volta salificato l'acido grezzo con KOH.

Ho posto in una capsulina un paio di grammi di selenio ed aggiunto goccia a goccia acido nitrico al 65%; la reazione è esotermica ed immediata e si ha abbondante sviluppo di ipoazotide, lavorare quindi in ambiente ben aerato.

Acido selenioso 1  Acido selenioso 2

 

Si continua l'aggiunta scaldando cautamente e regolando l'aggiunta di (poco) HNO3 in più porzioni fin che tutto il selenio sia ossidato, ovvero fino alla scomparsa dei granelli scuri.
A questo punto continuare il riscaldamento a piccola fiamma e mescolando per far evaporare l'acido nitrico in eccesso.
Si otterrà alla fine, andando a secchezza ma assolutamente senza mai surriscaldare, un solido bianco molto igroscopico costituito da acido selenioso.

 

Acido selenioso 3

 

Nel mio caso il colore è leggermente rosato perchè sono partito da un selenio di autoproduzione, non perfettamente puro.
Aumentando il riscaldamento quest'acido si disidrata facilmente e comincia ad emettere fumi bianchi di anidride seleniosa SeO2, la quale sublima allegramente.
Attenzione a non respirare questi fumi perchè il selenio è assai tossico in tutte le sue forme.
(A questo riguardo, ricordo sempre che la peggiore e infida sostanza chimica che credo di aver mai incontrato è proprio l'idrogeno seleniato, H2Se - Direi che lo batte solo l'ossido di cacodile ... i cloruri di tionile e solforile sono acqua fresca al confronto).

Per concludere l'esperimento senza nulla sprecare ho salificato i residui della capsulina con qualche goccia di KOH per avere una minima quantità di selenito di potassio da scambiare e vedere se precipitava qualcosa con qualche metallo pesante.
Niente da fare, tutti i seleniti sembrano solubili; anche quello di manganese, che dalla letteratura mi sembrava il più papabile, è rimasto in soluzione.

Sia come sia, almeno un selenito l'ho visto, anche se non era la prima volta.
Ma avrei preferito vederne uno di quelli col naso a trombetta.

 
 
 

Rame in Ahrntal

Post n°323 pubblicato il 07 Luglio 2015 da paoloalbert

Contro l'afa che si taglia con un coltello e i trentacinque gradi delle pianure, ho avuto la fortuna di gustare per un po' il fresco degli otto (!) gradi e l'aria salutare della vecchia miniera di rame di Predoi in Val Aurina.
Dopo Monteneve (assolutamente imperdibile!) in Val Ridanna, molto interessante è anche questa antica miniera, attiva dal 1400 a fine ottocento, e addirittura con un breve periodo a cavallo di tutti gli anni '60.
Anche qesto complesso minerario è ottimamente gestito dal Museo Provinciale delle Miniere dell'Alto Adige, presso il cui sito (a questo link) si possono attingere tutte le notizie utili alla visita.

Il minerale utile prevalente a Predoi è la calcopirite CuFeS2, immersa in tenore non elevato in una dura matrice scistosa, a sua volta compresa nei graniti e gneiss delle formazioni rocciose delle Alpi Noriche.
L'avanzamento nella roccia sterile era faticosissimo e la giacitura della mineralizzazione quasi verticale ha costretto, nel tempo, all'apertura di sempre più lunghe gallerie orizzontali per raggiungere la mineralizzazione partendo da quote inferiori lungo il versante della montagna.
Il filone utile partiva inizialmente da quota 2080 e sprofondava per circa 500 metri.
Attualmente l'unica galleria visitabile è la St.Ignaz, la più lunga (circa 1000 m) e recente e che è anche l'unica ad essere stata scavata con l'ausilio della polvere nera; tutte le altre più antiche furono aperte a colpi di mazzetta, con un avanzamento di pochi metri all'anno e in condizioni di lavoro oggi semplicemente inconcepibili.

Ho trovato interessantissimo in questa miniera il singolare metodo di sfruttamento, tuttora in uso e visibile, detto di "cementazione".
Non è altro che il conosciutissimo spostamento di un sale solubile di rame per mezzo del ferro, che anche il chimico più in erba ha visto quando ha immerso il classico chiodo in una soluzione di solfato di rame:

CuSO4 + Fe → Cu + FeSO4

Il rame ossidato sotto forma di solfato si riduce a metallico ed il ferro metallico ridotto si ossida a solfato, come prescrive la relativa posizione dei due elementi nella serie elettrochimica.
Nella miniera di Predoi il sistema consiste in pratica in un lungo canaletto di legno (una cinquantina di metri) lungo il quale scorre un velo d'acqua, proveniente dalla lenta percolazione lungo le rocce mineralizzate.

 

Rame a Predoi


L'acqua asporta una minima quantità di sali di rame, ossidati a solfato e quindi sotto forma solubile; naturalmente la quantità di ioni Cu++ è davvero minima.
Sul fondo del canaletto sono posti senza soluzione di continuità dei dischi di ferro, che pian piano arrossicono ricoprendosi di un velo di polvere di rame: il metallo si autoestrae da solo, praticamente a costo zero!

Una volta alla settimana un ormai vecchio ex minatore asporta con una spatola il "precipitato" e lo pone ad asciugare in alcuni barili: rame quasi già bello e pronto, al 70%!
E' dal 1500 che a Predoi si fa questo semplice giochetto.
Dove stà il rovescio della medaglia? Che la produzione è di un paio di tonnellate di metallo... ma all'anno!
(Tanto per dire, nella super-maxi-big miniera di Chuquicamata in Cile questa quantità la si estrae in un minuto).
Poco più di una curiosità quindi, ma come dicevo è un particolare assai interessante di questo vecchio sito minerario, che anche se non rende più come rame continua a rendere come museo e addirittura come luogo di cura (ved.), un chilometro nel cuore della montagna.
[Ancora una volta, onore all'impegno e all'organizzazione altoatesina della cosa pubblica... in Itaglia basterebbe copiare... ma non dico altro].

Anche se le fotografie non rendono la realtà degli oggetti, ecco un piccolo frammento secco di questo "rame di cementazione" ed un campione di roccia mineralizzata nella quale si notano gli scarsi granelli di calcopirite.

Rame di cementazione

 

Calcopirite nello scisto


Tempo permettendo, su questi campioni mi divertirò magari a fare qualche semplice saggio analitico.

 
 
 

Evento sull'Olimpo

Post n°322 pubblicato il 01 Luglio 2015 da paoloalbert

Circa una settimana dopo, 30 giugno, sempre alla stessa ora: occhi al cielo.

 

Congiunzione Giove Venere

 

La Luna, discreta e fuori campo verso sud, se ne sta anche lei a guardare la congiunzione tra Zeus e Afrodite.
L'allineamento è giunto al suo apice, e anche con una ottocentina di milioni di chilometri di distanza tra i due pianeti, a noi sembrano baciarsi.
Peccato non avere sottomano il telescopio, mi sarebbe piaciuto rivedere i quattro satelliti medicei in questa situazione; ma anch'esso fa parte (il telescopio) di un'altra situazione, tramontata e non più ripetibile.
Qualche anno fa Marte la faceva da padrone tutte le sere, bello specchiato a Sud; poi anche Saturno si alzava da Est, mostrava (con qualche difficoltà) gli anelli e andava ad inseguire Giove...
E tutto questo sì si ripeterà... all'infinito.

 
 
 

Un magico triangolo

Post n°321 pubblicato il 21 Giugno 2015 da paoloalbert

Avete visto che meraviglioso triangolo appare tutte le sere in questo periodo?
Basta alzare gli occhi verso Ovest, da dopo il tramonto fin verso le 23.

La foto, qui per forza maggiore fin troppo castigata, è stata presa questa sera alle ore 22:20 e mostra, nelle residua luminosità azzurra elettrica del cielo, la Luna, Giove (mag. -1,4) e Venere, luminosissimo (magnitudine -4!).

Una splendida "congiunzione allargata" che ci accompagnerà per un bel po' in queste serate d'estate.
Che bella compagnia!
Specialmente se si ha la fortuna di poter rimirare le stelle in santa pace e di possedere un buon televisore a cui estirpare la spina.

 

Luna, Giove, Venere

 

 
 
 

Pausa artica

Post n°320 pubblicato il 06 Giugno 2015 da paoloalbert

 

Pausa artica

 

 
 
 

Dialogo su un quadro

Post n°319 pubblicato il 19 Maggio 2015 da paoloalbert

 

La Cappella della Vergine a Subiaco

 

- Guarda questo quadro... io ci vedo il CW nella sua massima espressione! Tu cosa ci vedi?

- Sei impazzito di colpo? Che c'entra questo capitello diroccato con... cosa hai detto? Che cavolo è questo CW?

- Effettivamente bisogna prenderla alla larga, per capirci. Prima di tutto c'è da dire che CW è l'acronimo di Continuous Wave, Onda Continua.

- Embè? Hai preso un colpo di sole oggi?

- E allora aggiungo che il termine CW è usatissimo, nell'ambito delle radiocomunicazioni in onde corte, per indicare il sistema di trasmissione in telegrafia.

- La vecchia telegrafia? Quella col tasto? Ma non è morto da secoli questo sistema?

- Per essere morto è morto, ma solo per le comunicazioni istituzionali, le navi, i servizi. Ma per le comunicazioni radioamatoriali a lunghissima distanza con bassa potenza rimane un sistema ancora usatissimo ed uno dei più efficienti.

- Efficiente? Ma se hanno inventato la telegrafia un secolo e ottanta fa! Che dici?

- Dico, dico. Perchè, se ci pensi bene, la telegrafia è un puro segnale DIGITALE: i punti e le linee o ci sono o non ci sono! Come 0 e 1. Ciò fa sì che con opportuni artifici si possa rivelare la loro presenza dentro il rumore elettronico anche a livelli bassissimi, quasi impercettibili. L'orecchio umano è sensibilissimo alle variazioni di ciò che c'è e ciò che un attimo dopo non c'è. I punti e le linee intervallati dagli spazi sono proprio la situazione ideale per questo.

- Ma se la telegrafia è così efficiente, perchè istituzionalmente è stata abbandonata?

- Perchè oggi ci sono i satelliti. Ne avrai dieci sopra la testa solo in questo momento! E oggi serve soprattutto velocità di comunicazione. E i satelliti, per i servizi "istituzionali", semplificano la vita. Ma è roba grossa, grazie tante. Mentre chi vuole collegare una stazione all'altro capo del mondo con una potenza irrisoria non vuole niente in mezzo! Altrimenti è come telefonare col cellulare, e allora dove sta la soddisfazione?

- Va bene, va bene, ho capito. Ma, insisto, voglio vedere come fai a tirare in ballo tutto questo discorso col quadro che stiamo vedendo.

- Tirare in ballo il CW col quadro? Ma sono le due cose più correlate del mondo! L'autore del quadro è Samuel Morse!

- Samuel Morse, quello che ha inventato la telegrafia?

- Proprio lui. Samuel faceva il pittore, più che il "telegrafista". Nel 1830, mentre era a Roma, facendo un giro lungo la strada dei Monti Sabini verso Subiaco vide questa edicola e, aggiungendoci un po' di fantasia, ci fece un quadro: La Cappella della Vergine a Subiaco.

- Proprio questo?

- Proprio questo. Vedi che prendendola un po' alla larga, tutto torna? E torna pure il CW!

- Già, è proprio vero che le concatenazioni della vita sono infinite... aspetta che mi riguardo il quadro!


 
 
 

Etere e perossidi

Post n°318 pubblicato il 11 Maggio 2015 da paoloalbert

Tutti quelli che hanno a che fare con la chimica sanno che nell'etere possono formarsi delle sostanze che godono di un aggettivo magico: "esplosivo!".
Perchè questo aggettivo sia magico è presto detto: attira l'attenzione come il miele attira le api (o qualcos'altro che non nomino attira le mosche).
Attenzione, qui non voglio parlare di roba che scoppia ma esattamente viceversa.
Per azione dell'aria e della luce si possono effettivamente formare nell'etere dei perossidi (sono molecole che contengono una catenella di due ossigeni -O-O- ) che allo stato secco o fortemente concentrati hanno caratteristiche esplosive e sono molto sensibili al calore e allo sfregamento.
Ecco che allora, se il perossido si fosse formato nel tappo della bottiglia che magari non era aperta da molto tempo, la microscopica deflagrazione che potrebbe accadere aprendola andrebbe ad incendiare tutto il liquido.
E l'etere, dal punto di vista dell'infiammabilità, è veramente un primo della classe.
Quindi il vero pericolo è questo, non certo lo scoppio di una quantità infinitesima di sostanza.
Oppure, caso completamente diverso, potrebbe succedere che qualche sprovveduto chimico da strapazzo distilli fino quasi a secchezza dell'etere ed allora i perossidi, se presenti, andrebbero a concentrarsi nel palloncino fino ad esplodere.
Non parliamo di forti esplosioni (nemmeno come quella di una micetta), ma quando sono presenti solventi infiammabili in recipienti di vetro con persone nelle vicinanze, NIENTE deve avere la possibilità di esplodere, altrimenti qualcuno rischia di prendersi una scheggia in un occhio (o creare un incendio).

Ciò che si forma col passare del tempo nella bottiglia di etere ben si vede dalla figura sottostante, che per comodità prendo in prestito da Wiki: etere -> idroperossido -> perossido (prodotto di polimerizzazione)

 Perossidi etere

Naturalmente le quantità sono minime, pochi milligrammi per litro, e di nessun pericolo fin che le sostanze sono in soluzione.
La quantità è minima anche perchè nell'etere vengono appositamente aggiunti degli inibitori verso la formazione dei perossidi, come il butilidrossitoluene (BHT, pochi ppm).
Un semplice modo di verificare se nel proprio etere vi siano dei perossidi è il metodo allo ioduro, che per curiosità ho provato nella mia bottiglia di etere vecchia di due tre anni.

In una provetta porre una puntina di spatola di KI, 3 ml di acqua, 1 ml di acido acetico e 3 ml di etere.
Agitare vigorosamente e poi lasciare in riposo 5 minuti.
Se tutto rimane incoloro non ci sono perossidi, mentre se appare un colore da giallino fino a violaceo il test è positivo.
Si può aumentare di molto la sensibilità (ma secondo me non ha senso) aggiungendo una goccia di salda d'amido, e allora il colore vira al blù scuro anche con tracce di iodio.
E' facile intuire che lo iodio dello ioduro in ambiente acido è ossidato a iodio elementare che colora il solvente o reagisce con l'amido.
Ecco il risultato del mio test, che come si può vedere è positivo, anche se debolmente. Quindi anche nel mio etere ci sono i perossidi!

Test perossidi


La probabilità che mi esploda la bottiglia mentre la apro la ritengo pari più o meno a zero.
Qualche anno fa mi era capitato di maneggiare (cautamente) una vecchissima bottiglietta di etere di almeno 40 anni (vero etere d'annata, si può dire...) che fu di mio padre e che pur non presentava la minima cristallizzazione attorno al tappo ed evaporava benissimo senza lasciare tracce.

Segno evidente che il pericolo, in ambito di normale laboratorio, è molto più teorico che reale.
(Vista l'importanza di questo solvente, se il pericolo fosse reale avrebbero già chiuso tutti i laboratori chimici per sistematica morìa degli operatori...).
Va comunque giustamente segnalato che questo pericolo può esistere, anche se l'allarmismo esagerato in ambito chimico fa sempre un bell'effetto.
I perossidi in oggetto si possono facilmente eliminare dall'etere passandolo in colonna di allumina o più facilmente con un trattamento al solfato ferroso.

Il pericolo vero, quando si maneggia l'etere, è che ci siano fiamme libere in giro e che i vapori prendano fuoco anche da lontano.
I vapori di etere sono pesanti, estremamente infiammabili, e viaggiano sul bancone o sul pavimento che è un piacere.
Questo sì che è pericoloso!

(Ma poi a prendersi la colpa della disattenzione saranno magari i poveri perossidi, con quell'aggettivo magico che comincia con "e").

 
 
 

Ettore Molinari

Post n°317 pubblicato il 01 Maggio 2015 da paoloalbert

I miei "Molinari" sono rispettivamente del 1918 (Inorganica) e del 1927 (Organica).
Mi capita non di rado di sfogliare queste vecchie pagine ingiallite e per chi ama la chimica (storica) come la presento su questo blog, questi sono dei libri insostituibili.

Il prof. Ettore Molinari morì a soli 59 anni nel 1926 di "angina pectoris", come si diceva allora e commemorato con rimpianto negli ambienti del Politecnico e della chimica milanese in generale.
Da tempo era universalmente noto per il suo "Trattato di Chimica Generale Applicata all'Industria".

 

Il


Il futuro professore nacque in una numerosissima famiglia a Cremona nel 1867; dopo un periodo a Conegliano (dove fu espulso da scuola per le sue idee irredentiste) si stabilì a Zurigo.
Quel luogo era uno dei centri più vivaci per l'insegnamento della chimica applicata e vi lavoravano allora persone come Meyer (scoprì il tiofene), Lunge (introdusse il metilarancio in titolazione), Treadwell (chi non conosce i suoi libri di analitica?), Heumann (produzione dell'indaco), e tanti altri. 
Ettore conseguì la laurea con lode in chimica presso l'Università di Basilea nel 1889, con un lavoro sperimentale sulla "Costituzione dei diazoamidocomposti"  sotto la guida di H. Goldschmidt (colui che "inventò" la termite).
Come si vede, la buona compagnia non gli mancava!
Nel 1889, in seguito al fatto singolare di aver ereditato una intera galleria di quadri antichi (!), il neolaureato si trasferì a Parigi al fine di procurarne il miglior ricavo dalla vendita delle opere.
Personaggio eclettico, ebbe così il miglior modo di crearsi nel contempo anche una notevole cultura artistica frequentando i collezionisti ed il mondo intellettuale parigino.

Dopo il soggiorno francese (con i quadri non so come andò a finire) Molinari si trasferì a Londra ove lavorò in un laboratorio analitico e poi nel laboratorio bromatologico di Heidelberg, dove ebbe ancora modo di conoscere il vecchio Bunsen, sempre alle prese col suo "becco" (perdonate la sciocchezza, tutta mia...).
Tornato in Italia accettò il posto di direttore chimico nello stabilimento del grande lanificio Rossi, ed in questo periodo ebbe l'opportunità di venire in contatto pratico coi nuovi rami della nascente industria chimica, che avrebbero facilitato notevolmente i suoi compiti di insegnante e di divulgatore.
Nel 1901, e per una quindicina di anni, il Molinari divenne direttore della Scuola di Chimica di Milano, dove, oltre a lavori di analisi e di consulenze, fece parecchi studi importanti sugli esplosivi (eravamo alle soglie della G.M.).
Questi studi gli valsero nel 1910 la carica di consulente tecnico della Società Italiana Prodotti Esplodenti (la famosa S.I.P.E.), e nel 1915 ne divenne Direttore chimico.
Intanto già da anni si accingeva alla preparazione della sua opera monumentale, il «Trattato di Chimica generale ed applicata all'Industria».
Nel 1904 gli fu conferita anche la cattedra di Chimica merceologica all'Università Bocconi e quasi contemporaneamente ebbe l'incarico dell'insegnamento di Chimica generale al Politecnico di Milano.

Pur non abbandonando l'insegnamento e il lavoro letterario che richiedevano le susseguenti edizioni del suo Trattato, Molinari si dedicò intensamente allo sviluppo della fabbrica di esplosivi di Cengio, vista l'importanza dello stabilimento durante il periodo bellico.
Forse fu l'eccessivo sforzo fisico ed intellettuale a cui il Molinari si sottopose in quei tempi che cominciò a minare la sua salute, costringendolo a ritirarsi in una villetta con podere a Desenzano.

Ma anche nel suo romitaggio gardesano, anzichè coltivare l'orticello tovò il tempo di progettare un impianto per il trattamento con cloro dell'acqua del lago, destinata ad acqua potabile e compì ricerche perfino per l'utilizzazione dei tutoli del granoturco, che diede origine ad una discreta industria chimico-agricola nel Cremonese, assieme ad infinite altre iniziative che la sua mente vulcanica partoriva.
La sua opera capitale e per cui è conosciuto rimane comunque il "Trattato", nei due rami di Chimica Inorganica ed Organica, rispettivamente del 1905 e 1908.
Alle numerose edizioni italiane seguirono quelle nelle principali lingue e perfino in tedesco, il chè costituisce la più concreta attestazione di stima tributata all'opera del Molinari e mette in evidenza la grande reputazione che si era guadagnata anche presso la scienza d'Oltralpe.

I "Molinari" sono dei libroni che si leggono pian piano e con piacere, oggi più di ieri, senza mai dare al lettore quel senso spiacevole di "mi tocca studiare" che danno certi profondissimi ma gelidissimi tomi attuali.

 
 
 

Arrivano i Tartari!

Post n°316 pubblicato il 18 Aprile 2015 da paoloalbert

Il tenente Giovanni Drogo aspettò i Tartari invano.
Per tutta la vita li aspettò.

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Stavolta non c'entrano i Tartari del capolavoro del Grande Bellunese ma i tartari della storia della chimica, la quale sempre mi affascina.
Rovistando nei miei vecchi reagenti, mi sono imbattuto in due bottigliette, una contenente una polverina bianca e l'altra delle belle laminette marrone scuro, quasi nere: sono due "TARTARI"!
Facciamoli diventare attori protagonisti della commediola di oggi, e andiamo a conoscere i loro numerosi vecchi amici.

I chimici avranno già capito che se si parla di tartari s'intenderà parlare di sali (o derivati) dell'acido tartarico o diidrossisuccinico: HOOC-CH(OH)-CH(OH)-COOH
L'acido tartarico si ricavava dal "cremore di tartaro", un deposito insolubile che si raccoglieva al fondo delle botti durante la lavorazione del vino.
Il cremor di tartaro, che è ancora oggi usato come agente lievitante, è il sale monopotassico dell'acido tartarico ed è uno dei pochissimi sali del potassio poco solubili in acqua. Ecco perchè si separava dal vino durante la fermentazione.
Qualcuno si ricorderà pure che con un paio di bustine (una contenente questo acido e l'altra bicarbonato di sodio) si preparava negli anni 60' "la deliziosa acqua di Vichy", ovvero si compiva la rituale giornaliera magia di trasformare la banale acqua di rubinetto in una bella bottiglia di acqua frizzante.
A quel tempo i supermercati stracolmi di bottiglie di plastica erano ancora a venire, ed anche quelle modestissime bustine fanno parte, se vogliamo, della storia della chimica.

I "tartari" oggi all'appello sono numerosi, quasi una ventina; mi limiterò dunque al loro elenco e ad una parola per ognuno.

- Tartaro: è il capostipite, tartrato monopotassico, detto anche cremor di tartaro HOOC-CH(OH)-CH(OH)-COOK

- Tartaro animale: guarda un po' come venivano chiamati i calcoli biliari! Intesi nel senso di deposito insolubile e fastidioso, come il tartaro appunto.

- Tartaro borassato: combinazione di tartrato di potassio e acido borico

- Tartaro cretoso: calcinando il Tartaro di ottiene quello cretoso, ovvero il tartrato si è decomposto a formare carbonato di potassio K2CO3

- Tartaro crudo: il deposito di tartaro, di colore rosato, così come si ottiene dal fondo delle botti durante la lavorazione del vino

- Tartaro elixarato: detto anche Tartaro di Van Helmont; tartrato di potassio distillato con sostanze aromatiche

- Tartaro calibeato: tartrato ferroso potassico, usato come "ricostituente" in antiche farmacopee

- Tartaro emetico: questo è il più tristemente famoso; è il tartrato di potassio e antimonile KOOC-CH(OH)-CH(OH)-COO(SbO), che era usato come potente vomitivo. Il medico che oggi lo prescrivesse sarebbe incriminato seduta stante per tentato omicidio... Si trova in una delle mie bottigliette.

-Tartaro germanico: tartarto di potassio e ammonio KOOC-CH(OH)-CH(OH)-COONH4

-Tartaro marziale: tartrato ferrico potassico, usato nelle antiche farmacopee (ma mica tanto antiche, fino agli anni '50) come cura apportante ferro; è quello che mi ha dato lo spunto per queste riflessioni perchè anch'esso si trova in una delle mie bottigliette. Laminette marrone scurissimo, di sapore ferroso caramellato, non sgradevole.

- Tartaro mefitico: come dire tartaro calcinato, cioè ancora carbonato di potassio

- Tartaro natronato: natron = sodio... costui non può essere che tartrato doppio di sodio e potassio, cioè il Sale di Seignette KOOC-CH(OH)-CH(OH)-COONa

- Tartaro rigenerato: o tartaro di Tachenio. Non è un tartrato ma acetato di potassio. Perchè si chiamasse così... lo sa solo Tachenio!

- Tartaro solubile: tartrato neutro (bipotassico) KOOC-CH(OH)-CH(OH)-COOK che è molto più solubile del sale acido

- Tartaro stibiato: idem come Tartaro emetico, dato che tutto ciò che una volta era "stibiato" conteneva antimonio

- Tartaro veneziano: tartrato acido di potassio puro (come si sa, la Serenissima faceva sempre le cose per bene!)

- Tartaro vitriolato: si può arguire che è solfato di potassio K2SO4. Ai tempi di Tachenio (!) si usava per le "ostruzioni del basso ventre". Come dire che una bella purga fa sempre bene.
Piuttosto che una curetta a base di tartaro mercuriale (esisteva anche questo e il mercurio allora andava sempre di moda) io avrei di gran lunga preferito il vitriolato

Ho fatto prendere un po' d'aria ai miei due attori di oggi: a sinistra il Tartaro stibiato e a destra il Tartaro marziale... alla salute!

 

Tartaro emetico  Tartaro marziale

A forza di tartari, mi è venuta voglia di rileggere, per l'ennesima volta, quel capolavoro di cui dicevo all'inizio.

 
 
 

Verso le Dolomiti con la 740

Post n°315 pubblicato il 13 Aprile 2015 da paoloalbert

La 740 è una famosa locomotiva, costruita nel periodo a cavallo della prima Guerra Mondiale, anni prima, anni dopo.
L'esemplare che domenica 12 aprile ci ha fumosamente portato dalla piana di Treviso alle Alpi di Longarone è stato costruito dalle Officine Meccaniche e Navali di Napoli nel 1920.
Per gli appassionati della tecnica e dell'archeologia industriale (come il sottoscritto) queste macchine sono dei capolavori assoluti.
117 tonnellate di tecnologia allo stato puro, scolpite nel ferro, nell'acciaio, nel bronzo.
Anni orsono un amico macchinista mi aveva accompagnato in una visita approfondita a bordo di una di queste locomotive (in manutenzione presso le storiche Officine Ferroviarie di Verona), ed ero rimasto sbalordito; seguire il funzionamento del solo "acceleratore" della 740 e dei sui annessi, pesanti dei quintali, lascia senza fiato.
Vengono da paragonare i flussi di controllo della vaporiera a quelli di un cellulare moderno: qui i dati viaggiano negli ultramicrochip con 10 milioni di transistor per mmq, là viaggiano in un labirinto pazzesco di tubetti di ottone verso macroscopici manometri, valvole, rubinetti...

Mezza storia dell'ingegno umano passa certamente tra questi due estremi.

Ecco che quando si è presentata l'occasione di fare un viaggetto sul Treno Storico delle Dolomiti con la 740 non me la sono lasciata scappare, tanto più che le cinque carrozze trainate erano le gloriose "Centoporte" degli anni '20, rigorosamente con i sedili in legno, le maniglione in bronzo pesante delle venti (!!) porte e le antiche fotografie in bianco e nero dietro i sedili ben messe per acculturare il popolo poco viaggiatore di quegli anni.
Sopra la mia testa dov'ero seduto stavano appese "La valle dei templi di Agrigento", il "Rifugio Fuciade", "Piazza Armerina" e le "Dolomiti di Sesto"... tutta l'Italia ci stava, e sia gloria alla Nazione!

Partenza ore otto dalla stazione di Treviso, vapore a profusione e fumo, fumo, tanto fumo, esattamente come ci si aspetta da una locomotiva a vapore.
Fosse adesso queste macchine sarebbero messe fuori legge e condannate a morte in cinque secondi.
Velocità massima 60 Km/ora, milioni di foto lungo tutto il percorso da parte di esterefatti automobilisti e arrivo a Feltre per il rifornimento d'acqua presso l'antica colonna idraulica.
Poi su e su lungo la valle del Piave, fino a Longarone, esattamente sotto la famigerata diga.
Molto interessante la Fiera mercato (in tema) sul modellismo ferroviario, con dei pregevoli omaggi ai partecipanti al viaggio storico, bene organizzato dall'Aics di Belluno.
Al pomeriggio si ritorna, cambiando itinerario e senso di marcia a Ponte nelle Alpi.
Bella esperienza, sempre carinissima e simpatica Treviso; insomma tutti gli ingredienti per un tranquillo week end di primavera.

 

La 740 a Ponte nelle Alpi

La 740 si gira a Ponte nelle Alpi

Rifornimento a Feltre

Rifornimento d'acqua e spalatura carbone a Feltre

Interno di un Centoporte

Interno di un "Centoporte"

Attesa della partenza

"Recluta" in attesa dell'imbarco per la battaglia del Piave...

 
 
 

LCD Winstar 12864 A/J

Post n°314 pubblicato il 05 Aprile 2015 da paoloalbert

Ogni tanto viene il turno di qualcosina di elettronico ed è quello che capita oggi.
Questo post serve soprattutto a me, per ricordarmi un cablaggio particolare; se dovessi perdere degli appunti so che qui di sicuro ritroverò quello che cerco.
Ma potrebbe servire anche a qualcun altro alle prese con le difficoltà e le perdite di tempo che ho avuto io; siccome i poteri concessi a San Google sono quasi infiniti, potrebbe darsi che quel qualcuno venga dirottato da queste parti, meravigliandosi di trovare in un blog una inaspettata scorciatoia per i suoi problemi.

Il fatto è che nell'unica fiera dell'elettronica (degna del titolo) rimasta in circolazione, ho preso tempo fa per 4 euro un bel display grafico da 8192 pixel (128 colonne, 64 righe), ripromettendomi di giocarci un po' interfacciandolo con Arduino.
Gli esperti di questo magico microcontrollore non hanno certo bisogno degli appunti del sottoscritto... ma, come dicevo, scrivo soprattutto per me.
Il display in oggetto è spesso reperibile a prezzo ridicolo nelle cosiddette "fiere dell'elettronica", in mezzo ad un'accozzaglia di cineserie.
Si tratta del WINSTAR WB12864 A/J, a 22 pin anzichè i soliti 20, con due microchip grafici NT7108.
Per il comando con Arduino ha bisogno delle librerie GLCD.h e allFonts.h

Ecco il cablaggio da realizzare:

Pin del WB12864A/J    Pin di Arduino

1    GND  ------------------    GND
2    +5V  ------------------    +5V
3    al pin 18 (contrasto)   
4    ------------------------    A3
5    ------------------------    A2
6    ------------------------    A4
7    ------------------------    8
8    ------------------------    6
9    ------------------------    10
10    ------------------------    11
11    ------------------------    4
12    ------------------------    5
13    ------------------------    6
14    ------------------------    7
15    ------------------------    A0
16    ------------------------    A1
17    ------------------------    reset
18    al pin 3
19    + 5V
20    220 ohm verso GND (LED rosso)
21    220 ohm verso GND (LED verde)
22    220 ohm verso GND (LED blu)


Collegato in questo modo il display funziona perfettamente, con i tre colori di retroilluminazione a scelta.

In Arduino UNO rimangono a disposizione come IN/OUT solo i pin 0,1,2,3,12,13,A5, sufficienti per farci qualcos'altro.

 

WB 12864 A/J


Le difficoltà (che ho incontrato io) sono che il modello J a 22 pin non è praticamente mai citato nelle ricerche in rete e che un errore nel cablaggio di uno dei circuiti sui quali mi ero basato mi ha fatto perdere parecchio tempo perchè le coordinate 0,0 anzichè corrispondere alla prima colonna/prima riga corrispondevano alla 60quattresima colonna (erano invertiti i pin A0 e A1 che corrispondono al comando dei due chip a bordo del display).

Buon lavoro!

 
 
 

Riposa in pace

Post n°313 pubblicato il 26 Marzo 2015 da paoloalbert

 

Lutto

 

Cara e gentile Rina
Di pace e di generosità è stata tutta la tua vita
Ora per sempre riposa in pace

 

 
 
 

La Guerra Romantica

Post n°312 pubblicato il 23 Marzo 2015 da paoloalbert

Prendo spunto dalla recente capatina che l'amico Marco ha fatto al piccolo museo della Grande Guerra di Tambre.
La Grande Guerra... e non poteva essere altrimenti, in una zona che ne fu protagonista.
Da parte mia credo di aver visitato non so quante raccolte dedicate alla prima G.M.; mio padre possedeva quasi una biblioteca su questo argomento e naturalmente tanti di quei libri me li son letti.
E sono andato, nel corso della mia vita, per forti e per trincee, per sentieri e per gallerie... sempre trovando, nelle letture, nelle visite e nei siti di quegli antichi combattimenti, il MEDESIMO IDENTICO SPIRITO, identico visto dalla nostra parte come visto dalla parte degli ex nemici.
Lo spirito di una guerra crudelissima (come lo fu), terribile e allucinante, ma "diversa".
Terribile e allucinante? Certo, "come tutte le guerre" verrebbe da dire, ma è proprio questo a non essere vero.

Non è assolutamente vero
.

Quella fu l'ultima Guerra Romantica, dove l'umanità era ancora umana.
Ci si sparava doverosamente un attimo prima e un attimo dopo, ma a Natale ci si guardava negli occhi da una parte e dall'altra della trincea, appoggiando ad un sasso di qua il '91 e di là il Mannlicher.

Si scrivevano a casa lettere strazianti, ma lo strazio era la situazione stessa, la guerra, le valanghe, l'assalto alla baionetta, i pidocchi, quasi mai il nemico in quanto tale.
Il "nemico" si sapeva che era esattamente uno di noi, semplicemente stava dall'altra parte.
E il nemico, in una guerra, va ammazzato, ma per dovere.
Mai ho trovato odio viscerale nelle mie letture e peregrinazioni sulla Grande Guerra.
Ho sempre trovato infinita tristezza, dolore, patimento, sacrificio estremo, ma mai schifoso odio.

°°°

Lo schifoso odio è una cosa moderna
.
Permea fino alle viscere le guerre moderne.
In una guerra moderna come quelle che vediamo tutti i giorni si ammazzerebbe la propria madre.
Non è rimasto nulla di "romantico", ovvero nulla di uno straccio di dignità umana.
Riusciamo a concepire un museo di guerra a Groznyj, a Mosul, a Fallujah?
Riusciamo solo a CONCEPIRE un museo del genere?
In una guerra moderna, per una ideologia demente, SI AMMAZZEREBBE PERFINO LA PROPRIA MADRE.

 
 
 

Turner

Post n°311 pubblicato il 14 Marzo 2015 da paoloalbert

Alcune delle (tante) cose che mi piacciono sono la letteratura, l'arte e il mondo del periodo romantico inglese.
Mi piace figurarmi l'atmosfera gotica dei fanali a gas di una Londra immersa in quella parola appena nata... smog...
Vedo montagne di carbone di Cardiff che riscaldano, affumicano, muovono tutta l'Inghilterra e tutta la sua prorompente steam revolution.
Mi compiaccio dell'efficienza di Sua Maestà, che fa recapitare una lettera scritta con la penna d'oca nel tempo di una email di adesso.
E gioisco, sempre con la fantasia s'intende, nel contemplare i chimici laboratori della Royal Society, con quella miriade di bottigliette smerigliate ottocentesche.

Questo spiega perchè ho particolarmente apprezzato la finezza realizzativa, nei particolari e nei dialoghi, del film "Turner", biografia di quell'originale pittore precursore dell'impressionismo che fu Joseph Mallord William Turner.

In una delle scene iniziali del film si entra pure in un godibile negozio di venditore di pigmenti (potrebbe essere la sezione "reagenti" del laboratorio di Bunsen...), dove, parlando di colori, protagonista è una cascata di giallissimo cromato di piombo trattato senza tanti riguardi, all'antica.

Nel film il nostro Turner sembra la perfetta incarnazione di un Mr.Hyde di Stevenson e questo suo famoso quadro, "La fornace da calce a Coalbrookdale" lo esprime, con la sua quasi demoniaca atmosfera.

La fornace da calce a Coalbrookdale

 

 
 
 

Dialogo tra quattro strampalati

Post n°310 pubblicato il 05 Marzo 2015 da paoloalbert

Bertoldo e i suoi amici discutono sull'esistenza di una quintessenza dell'ignoranza. Roba da filosofi.
-Altrocchè se esiste, dice Bertoldo! Eccone una di quelle giuste:-

Il fatto è che Bertoldo crede da tempo che qualcuno a Canneto di Caronia abbia l'hobby del fiammifero, nel senso che spesso e volentieri e per motivi suoi, appicca incendi a destra e a manca.
Tanti incendi, da farne parlare da una decina di anni tutti i giornali del Bel Paese.

-Va bene, ma che c'entra l'ignoranza? dice Tizio
-Sarà un piromane- dice Caio -magari un piromane ignorante, ma che c'entra la quintessenza?
-A me la quintessenza ricorda un po' gli alchimisti- dice Sempronio - ma appunto che c'entra con l'ignoranza elevata al cubo?

Ve lo spiego subito, cari T., C., e S., - risponde Bertoldo - basta qualche ricerchella sul palmarino.
San Google mi affido a te. Ma, ti prego, non darmi le notizie aggiornate (quelle sul piromane preso...) dammi quelle vecchie, quelle delle "IPOTESI" delle fiammate!!!
Ti accontento, dice S.G., c'è tanta roba in rete, ma te ne dò poca, altrimenti diventi noioso.

E Bertoldo fa vedere agli amici alcune delle "ipotesi" lette a caso, scorrendo col ditaccio lo schermo del palmarino.

- "... alcune molecole “compresse”, catturano elettroni a spese delle molecole circostanti e in queste si formerebbero dei buchi elettronici... i p-holes in arrivo dai fondali marini si accumulano nel terreno e nelle case di Canneto..."

- "... la commissione (omissis) non trovò altro da dire che o erano esperimenti militari segreti o che erano gli alieni che giocavano a bocce con le case di Canneto...”

- "... i fenomeni di Canneto di Caronia avvengono con modalità tali da far escludere, per un banale senso logico, la mano di un pazzo (leggasi: persona umana)..."

-"... -potrebbero essere dei campi elettromagnetici- è stata la conclusione a cui giunsero gli esperti..."

-"... che si possa trattare di esperimenti militari o di ricerche scientifiche effettuate anche all’insaputa del nostro Governo oppure ad un fenomeno provocato dagli Ufo..."

-"... la concausa che genererebbe le autocombustioni proprio in quel punto sarebbe determinata dalla presenza della linea ferroviaria. La concentrazione di cariche elettriche che essa provocherebbe sarebbe all’origine degli incendi..."

- "... è stata consultata anche la famosa veggente..."

- "... Canneto è stata colpita da un fascio elettromagnetico a impulsi con un alto potenziale che viaggiava sul mare per effetto condotto a un’altezza compresa tra la superficie e i dieci o dodici metri..."

- "... interrogativi spontanei sulla possibilità che alla base di questi fenomeni possano esserci applicazioni sperimentali di tecnologie industriali, non escludendo i sistemi d’arma cosiddetti a energia diretta..."

- "... il fenomeno non è collegabile al progetto Aurora di Haarp, capace di modificare il perimetro della ionosfera, come si dice, per creare un potente raggio laser di onde elettromagnetiche?..."

- "... episodi di origine artificiale, capaci di generare una grande potenza concentrata in frazioni di tempo estremamente ridotte. Sono emersi interrogativi sulla possibilità che alla base di questi fenomeni di tecnologie industriali, non escludendo con ciò i sistemi  d’arma elettromagnetici..."

-"... le case a Canneto bruciano ed il mistero degli incendi continua..." !!!

Basta San Google, abbi pietà, abbiamo capito!

-Ma insomma, questa quintessenza dell'ignoranza al cubo, a chi era riferita? - dice Sempronio, che come dice il nome è un po' duro di comprendonio.

Caro Sempronio -risponde Bertoldo- ma è evidente che mi riferisco a chi scrive nero su bianco queste idiozie cosmiche sui giornali PER UNA DECINA DI ANNI!

Ma sono "giornalisti"! - ribatte Sempronio...


                             ...°°°OOO°°°...

Stavo seguendo stasera 5 marzo 2015 questo dialogo tra i quattro strampalati, quando sento al TG1 questa notizia:

- "... sembra che gli incendi siano stati appiccati con un apparecchio laser a fiamma libera..."

Porca miseria, Sempronio, ma allora sei più acuto di quello che sembra!
Sono giornalisti... appunto.

 
 
 

Peltier e il Pricipio di reciprocità

Post n°309 pubblicato il 03 Marzo 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Se c'è una persona che ti sta antipatica... puoi star certo che anche tu lo sarai per lei!
Poco ma sicuro!
Questo è uno dei risvolti del Principio di reciprocità, che vale in tantissimi campi, dalla fisica alla sociologia, come si è visto.
La sociologia la abbandono immediatamente, preferisco applicare il principio ad una scienza sperimentale che ho più sottomano.
Naturalmente questo principio non vale sempre: se dò corrente ad una lampadina essa emetterà luce, ma se le fornisco luce essa non emetterà corrente! E così via...

Ho voluto verificare questo semplice discorso:

- se applico una potenza (volt x ampere) ad una cella di Peltier, questa da un lato si raffredda e dall'altro si riscalda (è costruita apposta per questo!).

- se viceversa raffreddo un lato della medesima e l'altro lo riscaldo, dalla cella uscirà potenza?

Il principio di reciprocità dice decisamente di sì... andiamo a verificare, anche se sappiamo già la risposta.

A questo link avevo già trattato della cella di Peltier, avevo fornito potenza ed essa mi raffreddava il becher d'acqua.
In quell'esperimento la corrente di alimentazione era 4 A su 13 V, quindi la bellezza di una cinquantina di Watt per avere un pessimo rendimento del 5%; questo perchè l'esperimento era solo dimostrativo e non strutturato in modo da curare al massimo le dispersioni termiche, quelle volute e quelle non volute.
Curando questi particolari il rendimento si triplica, ma in ogni caso rimane basso ed è per questo motivo che le Peltier vengono usate solo in quei rari casi dove la potenza assorbita (e quindi il costo) non è un problema.
Ma facendo lavorare una cella al contrario quale sarà il rendimento? Anche qui sicuramente pessimo, ma quanto pessimo?

Ho preso la solita cella, già assemblata da una parte con il radiatore in alluminio e dall'altra con il radiatore in rame per poter asportare (o in questo caso fornire) calore alle due superfici.
Ho fatto in modo che il delta T° tra i due lati fosse circa un centinaio di gradi e ho misurato l'uscita in tensione e corrente.

In questa brutta fotografia, ecco l'accrocco che accende un LED:

Peltier a rovescio

Tutto qui? Purtroppo sì, tutto qui.

A vuoto (zero Ampere sul carico) la tensione è circa due volt e mezzo e la corrente di cortocircuito  (zero Volt sul carico) è poco più di un Ampere... un rendimento veramente da schifo.
C'è da dire a sua discolpa (della cella) che è stata costruita per lavorare "dritta", non "rovescia"! In questo non possiamo darle torto, lei ci mette un pochino di impegno, ma alla fine fa quello che può.

Ecco dimostrato un caso di principio di reciprocità, diciamo così, molto anisotropo: in un senso funziona decentemente bene mentre in senso opposto molto molto meno.
Trasposto il concetto in senso sociologico, è come dire che se qualcuno mi è molto simpatico, magari a quel qualcuno io lo sono assai di meno... vabbè, accontentiamoci, in fin dei conti tutta la vita è anisotropa.

 
 
 

Sistema Pratico, ottobre 1958

Post n°308 pubblicato il 21 Febbraio 2015 da paoloalbert

Sistema Pratico, Sistema "@", Fare, La Tecnica illustrata... sono alcune di quelle riviste di divulgazione tecnica di allora che se uno le ha lette da bambino mai più le dimentica.
Le comprava ogni tanto mio padre negli anni '50 e io me le sono trovate un po' più tardi e le conservo gelosamente.
Qualche numero si trova ancora sulle bancarelle dell'antiquariato, vendute di solito a caro prezzo a qualche inconsolabile nostalgico.
In quelle riviste (Lire 150) di parlava di tutto, dall'elettronica all'allevamento, dall'astronomia alla botanica, dalla chimica all'arredamento, dalla meccanica alla pesca.
Ma non insisto... chi le conosce perchè le ha vissute sa perfettamente di cosa parlo; chi invece non le ha vissute (come la stragrande maggioranza di chi legge questo blog) NON PUO' adesso nel 2015 capirne lo spirito. Ma non ha importanza.

Scorrendo il numero di ottobre dell'anno millenovecentocinquant'otto ho trovato questa chicca chimica, il cui macroscopico errore del titolo è sfuggito all'allora trentenne Giuseppe Montuschi, già direttore della più venduta rivista hobbistica del tempo.
(Montuschi si sarebbe in seguito confermato un vero geniaccio di questo tipo di editoria, che riuscì a tenere in piedi con successo praticamente per mezzo secolo).

Ecco l'articoletto intero, mi sarebbe piaciuto che si potesse leggere agevolmente, ma per farlo occorre ingrandire.

Ma almeno l'erroraccio lo vedete subito, vero?...


Sistema Pratico 10/58

 
 
 

Tre Carneade formichieri

Post n°307 pubblicato il 12 Febbraio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Francis Jessop, John Ray, Andreas Sigismund Marggraf... cos'hanno in comune questi tre Carneade?
Hanno in comune il primo acido organico, quello con solo un idrogeno attaccato al carbossile, l'acido formico H-COOH

Guardate cosa fece Herr Marggraf nel 1749: raccolse quasi sette etti e mezzo di formiche rosse, le arrostì per bene nel suo athanor (distillatore) e ottenne tre etti e mezzo di (puzzolentissima, dico io) quella che in seguito sarebbe stata chiamata "Acqua di Magnanimità di Hoffman", ovvero un liquido contenente una buona percentuale di acido formico.
Data la fonte, tale acido non poteva chiamarsi che così...
Naturalmente Marggraf non era un qualsiasi alchimista da strapazzo, ma un'ottimo chimico sperimentale dei suoi tempi: oltre ad isolare lo zinco, migliorò il metodo di estrazione del fosforo (allora lo si otteneva dall'urina), il riconoscimento di metalli alla fiamma e diede inizio nientemeno che all'estrazione dello zucchero dalla barbabietola, svincolandolo da quello della esotica canna da zucchero.

Anche il grande naturalista inglese John Ray ebbe a che vedere con l'acido formico, perchè presentò nel 1671 alla Royal Society il lavoro di quello che fu il primo vero distillatore di formiche, Francis Jessop, che fece l'esperimento con l'amico John Fisher un anno prima.
Più tardi il chimico tedesco Johann Doebereiner scoprì che l'acido poteva essere prodotto per ossidazione dell'acido tartarico, distillandolo con acido solforico e biossido di manganese, ma il metodo migliore lo si deve al grande Marcellin Berthelot, che nel 1856 lo produsse in grande riscaldando assieme glicerina e acido ossalico, passando dall'intermedio monoformiato di glicerile.

L'acido formico è un liquido incoloro, di odore e sapore fortemente pungenti; applicato sulla pelle è assai irritante e può produrre ulcerazioni.
Ecco perchè è il componente che le formiche rosse e alcuni bruchi urticanti usano per la loro guerra chimica verso i predatori, e le ortiche quando ci piantano i loro peletti nelle gambe (ma in questo caso il peggior danno lo fa l'istamina). 

A proposito di Formica Rufa: una volta vedevo spesso i rossi imenotteri passeggiando nei boschi della mia zona, brulicanti attorno ai loro giganteschi nidi a forma di vulcanetto costruiti con gli aghi delle conifere... ora non più, sembrano scomparse.
Ora solo le piccole formiche nere vivono a milioni anche attorno al mio orto, ma di quelle grandi, rosse e cattive più nessuna traccia.

Va bene, ho capito... l'acido formico per il lab mi tocca proprio comprarlo.

(Ah, mi son preso anche lo sfizio di fare il calcolo di quante formiche arrostì Herr Marggraf nel suo esperimento: circa 93mila, mille più, mille meno...).

 
 
 

Ramatura chimica insolita

Post n°306 pubblicato il 31 Gennaio 2015 da paoloalbert

Nel mio Test di ramatura elettrolitica del ferro, concludevo che avrei provato un altro tipo di ramatura, utilizzante un sale inedito, e lo spunto per questo esperimento me lo dava ancora il "Turco" della Hoepli.
Fra le mille e mille ricette di ogni tipo, l'Autore propone la ramatura chimica dell'alluminio per mezzo del lattato di rame.
Ecco una buona occasione per preparare un pochino di questo composto e finalmente un sale di rame insolito che abbia una parvenza di utilità.

Come inciso, osservo che il rame è il metallo di elezione per i giovanisssimi chimici inorganici del web, che fornisce la possibilità di giocare con dei sali di un metallo colorati, anche se quasi sempre monotonamente monocromatici.
Il motivo dell'azzurro successo del rame è che ha il vantaggio, rispetto a tanti altri metalli di transizione che fornirebbero sali colorati, di essere reperibile, economico e facile da trattare.

Se ad una soluzione di CuSO4 si aggiunge (rispettando la stechiometria) del carbonato di sodio Na2CO3, non si ottiene il carbonato neutro, CuCO3, che non esiste, ma un precipitato di carbonato basico di rame CuCO3.Cu(OH)2 :

2 CuSO4 + 2 Na2CO3 + H2O → Cu2(OH)2CO3 + 2 Na2SO4 + CO2

che una volta lavato perfettamente e filtrato ben si presta alla preparazione di tutti gli altri sali di rame, essendo l'acido carbonico facilmente spostabile da qualsiasi acido anche non forte.

Soluzione di lattato di rameIn questo modo ho preparato una soluzione di lattato di rame CH3-CH(OH)-COO-Cu-OOC-CH(OH)-CH3 salificando opportunamente il carbonato basico con l'acido lattico, CH3-CH(OH)-COOH.


Il lattato di rame è solubilissimo in acqua e per questa ramatura chimica sperimentale ne ho preparato una soluzione abbastanza concentrata (circa 200 g/l, anche se il Turco non dice quanto dovrebbe essere) leggermente acidificata con acido lattico e portata all'ebollizione.

Nel frattempo avevo predisposto un piccolo angolare di alluminio, detergendolo prima con una soluzione al 10% di NaOH fino a svolgimento di idrogeno e poi ravvivandola col rapido passaggio in una soluzione di acidi cloridrico/fluoridrico al 5%.
Regola generale in tutti questi esperimenti di deposizione è che la superficie dei metalli deve essere perfettamente linda.

Appena immerso il pezzo di alluminio nella soluzione bollente di lattato comincia ad avvenire le deposizione di un bel colore rosso e lo si lascia immerso per circa una decina di minuti, agitando sempre vigorosamente.
L'aderenza del rame sull'alluminio con questo metodo chimico direi che è molto buona e tenace, anche se lo spessore rimane molto sottile.
Una volta depositato lo strato chimico si potrebbe facilmente aumentarne lo spessore per via elettrolitica secondo il metodo classico già visto.
Purtroppo, nonostante l'impegno, non sono riuscito a avere un deposito di colore perfettamente omogeneo ma è rimasta qualche zona un po' più scura dovuta al solito motivo: la non PERFETTISSIMA pulizia del pezzo.

Alluminio ramato

Evidentemente occorre decappare la superficie lasciando che la soda caustica e poi gli acidi la aggrediscano senza pietà, il metallo deve essere profondamente "al vivo"!
(La prossima volta... ghe pensi mi!)

Saldatura su ramatura chimicaHo verificato la tenacità della ramatura al lattato provando a saldare a stagno un conduttore elettrico sulla superficie così ricoperta .
La brasatura a stagno si può fare su molti metalli, ma sull'alluminio è assolutamente impossibile.

Con la ramatura ecco invece il filo saldato sulla barretta in maniera sicura e resistente alla trazione.
(Purtroppo la fotografia è brutta assai...)

Mi è rimasta una bella soluzione azzurro verde di lattato di rame, che ho provato a far cristallizzare, senza successo.
Il sale è troppo solubile ed anche concentrando parecchio e poi lasciando raffreddare esso non cristallizza, almeno lavorando con quantità piccole come in questo caso.
Ho allora fatto evaporare senza esagerare con la temperatura, ottenendo il cuprico lattato in granuli azzurri, lentamente ma perfettamente solubili in acqua, quindi non dovrebbe essersi idrolizzato.
La sostanza avrà un indefinito grado di idratazione, compreso tra anidro, monoidrato e diidrato (i due casi che ho trovato in letteratura), diciamo Cu(C6H10O6).nH2O con n tra 0 e 2.

Lattato di rame

 
 
 

Michael Faraday e il mio test di ramatura

Post n°305 pubblicato il 23 Gennaio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Avete avuto occasione di dare un'occhiata alla biografia di Michael Faraday? Grand'uomo! Una delle pietre miliari della chimica e fisica sperimentali.
Faraday ebbe anche il merito (fra i tanti altri) di proporre le sue due famose leggi dell'elettrochimica:

1- La massa di un elemento depositata su un elettrodo durante una elettrolisi è direttamente proporzionale alla quantità di carica elettrica trasferita da quell'elettrodo

2- La massa di un elemento depositata dalla stessa quantità di elettricità è proporzionale al peso equivalente dell'elemento. Nello specifico, per depositare un equivalente di sostanza occorrono 96500 Coulomb

Siccome la corrente di 1 Ampere corrisponde al passaggio di 1 Coulomb di carica al secondo (sono 6,24*1018 elettroni!), le leggi di Faraday si possono esprimere con la formula seguente:

M = m*A*s/v*F

dove:

- M è la massa in grammi depositata
- m è la massa molare dell'elemento
- A è la corrente in Ampere
passata nel bagno elettrolitico
- s è il tempo in secondi
- v è la valenza dell'elemento
- F è la costante di Faraday, ovvero 96500

L'altra volta avevo fatto il test di ramatura e (fortunatamente per questo post!) il primo esperimento era fallito in quanto la laminetta di rame depositata sul tondino di ferro si era staccata quasi per intero ed avevo avuto l'accortezza di conservarla.
Quale migliore occasione di verificare a costo zero la legge del nostro amico Michael?

Nel nostro caso la reazione che interessa la zona catodica dove il rame si deposita è Cu2+ + 2 e-Cu
Poichè siamo partiti da una soluzione di solfato di rame (Cu2+) occorrono 2 moli di elettroni per mole di sostanza trasformata.
In quell'esperimento avevo fatto passare corrente per circa 10 minuti e la corrente medesima era 1 A (4 A/dm2).
Applicando la formula di cui sopra si ha quindi:

M = 63,5*1*600/2*96500    da cui M = 0,197 grammi, circa 200 milligrammi.

Andiamo a verificare e pesiamo la laminetta: 0,18 grammi.
Considerato che non tutta la laminetta si era staccata, e che avevo condotto l'esperimento sommariamente e senza pensare che l'avrei verificato quantitativamente, direi che facendo le cose con adeguata precisione ci siamo alla grande!
Thanks, Michael.

 
 
 

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