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« Restiamo a casaI giorni della paura »

Festa del papÓ 2020

Post n°308 pubblicato il 17 Marzo 2020 da pasquale.zolla

 

La festa del papà

Anche se siamo in casa chiusi per l’epidemia del coronavirus voglio fare un augurio a tutti i papà del mondo che tanto danno ai loro figli e che in questi momenti brutti ridiventano bambini giocando in casa con i loro figlioletti. A tal proposito vorrei ricordare un gioco che si faceva con le sedie: il trenino. Si mettevano delle sedie una dietro l’altra e su di ognuna si sedeva un bambino. Il capotreno, quello seduto sulla sedia davanti, faceva anche da macchinista, passava per ritirare un biglietto fatto con pezzi di carta. Poi si partiva imitando i suoni della sirena del treno e dello sferragliamento dello ruote sui binari.

Una volta partiti il capotreno il macchinista diceva ad esempio: svolta e sinistra e stendeva il braccio sinistro, curva a destra e spostava la testa a destra, chiedeva ai viaggiatori menzionando il numero del posto occupato cosa voleva fare o mangiare, oppure seguendo un itinerario ci si fermava ad una stazione per parlare di ciò che in quel posto di bello c’era, si fermava dove c’era una grande libreria per prendere dei libri e raccontare qualche storia, per poi invitare a fare dei disegni o a far raccontare ai viaggiatori una loro storia. Insomma era un gioco fantasioso che ci faceva passare il tempo con serenità. Lo si può fare coinvolgendo tutti i presenti, anche perché abbiamo a disposizione tutto il tempo che vogliamo. Senz’altro porterà un sorriso ai più piccoli e ai grandi la gioia di dare ai figlioletti un passatempo lontano dalla tivù.

In Italia, la festa del papà si celebra  il 19 Marzo, il giorno in cui, dal 1968, si festeggia anche San Giuseppe.

Le rose sono il simbolo di questa festa, rosse, se il genitore è ancora in vita, bianche, in caso contrario.

Due tradizioni, in particolare, caratterizzano questa festa: i falò e le zeppole.

Poiché la celebrazione di San Giuseppe coincide con la fine dell'inverno, le celebrazioni rituali religiose, come spesso accade, si sovrappongono a quelle pagane come i riti di purificazione agraria, di antica memoria. In quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San Giuseppe.

Le zeppole di San Giuseppe sono un dolce tipico della cucina Italiana e derivano da una tradizione antica risalente addirittura all'epoca romana. Sono due le leggende che si tramandano: secondo la tradizione dell'epoca romana, dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra straniera. Proprio per questo motivo, in tutta Italia, le zeppole divennero i dolci tipici della festa del papà, preparati per festeggiare e celebrare la figura di San Giuseppe.

La seconda leggenda è legata alle celebrazioni che avvenivano nell'antica Roma il 17 marzo, in onore delle divinità del vino e del grano.

Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi, e per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano delle frittelle di frumento.

La poesia di quest’anno è dedicata a mio padre che non c’è più, ma lo è per tutti i padri che ci hanno preceduto e che ora sono tra le braccia del Signore.



 

A pateme ka chjù nge stace

Kare dòce favugnille scelljìje,

scelljìje vèrze u chjù avete d’i cile,  

allassópe pure pateme certamènde

vedarraje. Dille ka appure ìje

patre è papanònne sònghe addevendate

è ne mbòzze nen addengrazjarle pe m’avè

arrjalate i kòse chjù mburtande d’a vita

mìje: u timbe suje, ‘a ‘ttenzjòne suje,

u ammòre suje. Arrekòrde, kume si mò

fusse, kuanne mbrazze me peghjave

è m’avezave chjù ‘n’avete d’a kapa suje

decènneme: Chjù lundane de mè jarraje!

Ògnè vòte ka te pènze, kare papà,

sènde u kòre mìje vatte fòrte

è ‘na dòce manungunìje d’i mumènde

jute anzime me pighje. Ògge ka éje

‘a fèsta tuje i agurje te vularrìje

fà pure si ne nge staje chjù. Scelljìje,

scelljìje dòce favugnille è purte

a pateme nu vase è tutte u ammòre

ka pe isse aghje avute è angòre

mò tènghe, rekurdanne i uarde suje,

‘a reruta suje è i bèlle paròle suje

ka hanne arrapirte u jì mìje.

 

 

A mio padre che non c’è più

Caro dolce zefiro vola,

vola verso il più alto dei cieli, 

lassù di certo anche mio padre

vedrai. Digli che anch’io

sono diventato padre e nonno

e non posso non ringraziarlo per avermi

donato le cose più importanti della vita

mia: il suo tempo, la sua attenzione,

il suo amore. Ricordo, come se adesso

fosse, quando in braccio mi prendeva

e mi alzava al di sopra della sua testa

dicendomi: Andrai più lontano di me!

Ogni volta che ti penso, caro papà,

sento il mio cuore battere forte

e una dolce malinconia dei momenti

passati insieme mi prende. Oggi che è

la tua festa gli auguri ti vorrei

fare anche se non ci sei più. Vola,

vola dolce zefiro e porta

a mio padre un bacio e tutto l’amore

che per lui ho avuto e ancora

adesso ho, ricordando i suoi sguardi,

il suo sorriso e le sue belle parole

che hanno aperto il mio cammino.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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