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GIUSEPPE DI STEFANO : la carriera

Post n°36 pubblicato il 24 Settembre 2009 da peonia99
 

 

No Magda non ce la faccio, la voce mi è andata via e gli acuti non verranno…non posso continuare….

Con queste parole rivolte al soprano Magda Olivero  tra il secondo e il terzo atto di una Fedora del 69, iniziarono a bussare i primi campanelli d'allarme che da li a poco avrebbero chiuso definitivamente le porte della carriera del più grande tenore belcantistico della storia dell'opera: Giuseppe Di Stefano.

Nato a Motta S. Anastasia, nel catanese, il 24 Luglio del 1921, fu scoperto a 15 anni da un suo amico che dopo aver sentito casualmente un suo acuto decise di pagargli le prime lezioni di canto. Gli inizi del grande Pippo così presero vita nella musica leggera della quale in quei primi anni quaranta era un valido esponente nelle osterie di Milano dove da Catania era emigrato con la famiglia; Di Stefano iniziò alla fine degli anni trenta come madrigalista (assieme a Cesare Siepi), per poi passare alla canzone popolare collo pseudonimo di Nino Florio negli anni della guerra. A soli 22 anni già incideva per la “Voce del padrone” svizzera (altro record, probabilmente insuperabile) prima ancora di debuttare in Teatro, ed è un caso praticamente unico nella storia;ma
 andiamo per ordine, o meglio, per epoche.

Grazie infatti al suo entusiasmo, all'acuta esigenza della sua famiglia che dilagava nella povertà, all'incoraggiamento di coloro che lo udivano e al corretto insegnamento da parte del baritono Montesanto, il giovane siciliano scavò pian piano dentro la miniera della sua faringe, e scavo dopo scavo, vocalizzo dopo vocalizzo, egli trovò l'oro; un oro che decise di sperimentare dopo non molto nell'ambito del difficile mondo della lirica. Con la buona sorte che sembrava tanto dalla sua parte e la sua arbitrata astuzia così, quel ragazzo grezzo come il petrolio come lui stesso si definiva, finì nel giro di un quinquennio nel conquistare il loggioni e le platee di tutti i teatri del mondo, traducendo il suo ora in uno smalto vocale dalla chiarezza e la lucidità assolutamente senza precedenti; il tutto unito ad un innato modo di porgere e di fraseggiare.

 

Debuttò ufficialmente nel 1946 a Reggio Emilia interpretando il ruolo di Des Grieux nella Manon di Massenet e da allora la sua carriera fu tutta un crescendo tra i pentagrammi lirici belcantistici: Manon Lescaut, Tosca, Turandot, La bohème, Rigoletto, Madama Butterfly, La fanciulla del West, I puritani, Lucia di Lammermoor, La Favorita, Il barbiere di Siviglia e decine di altri ruoli lo vedevano come il re dei protagonisti e man mano che gli anni passavano sulle sue spalle, la natura gli riconobbe anche una bellissima figura fisica facendogli conquistare fior di cuori del gentil sesso che lo osannavano all'esasperazione. Dalla metà degli anni quaranta così, iniziò l'epoca del primo Di Stefano, il tenore d'oro, che artisticamente non aveva non aveva eguali in grado di compararlo in Rodolfo, Alfredo, Edgardo e diversi altri.

Appena pochi mesi dopo è già alla Scala sempre nella Manon, ottenendo un successo strepitoso. Nel 1948 è già una stella del Metropolitan e di Città del Messico, Teatri dove trionferà per alcune stagioni, fino al 1952.
Proprio nel 1952, in Messico avviene lo storico incontro con la Callas per una lunga tournee. Tra i due artisti nascerà una lunga collaborazione, che porterà a rappresentazioni operistiche e a incisioni che segneranno a fuoco la storia dell’Opera del secolo scorso.
Dal 52 per tutti gli anni cinquanta, Di Stefano è il tenore principale del Teatro alla Scala, arrivando addirittura, in alcuni casi, a monopolizzare la stagione di questo Teatro. Nel 1957, ad esempio, cantò la bellezza di sette opere diverse alla Scala.
Gli anni 60 lo vedono impegnato ancora nel Teatro scaligero con rappresentazioni importantissime e diversissime tra loro, quali il Rienzi e l’Incoronazione di Poppea, ma il Teatro d’elezione del Tenore, in quel periodo, diventa la Statsooper di Vienna, dove canta un repertorio pesantissimo, che va da Carmen a Chenier, da Forza del destino a Turandot, da Elisir a Ballo in Maschera.In questi anni Pippo scopre anche il genere dell’Operetta e si dedica a decine di concerti al pianoforte in tutto il mondo.
Negli anni 70 rallenta l’attività operistica (non senza salutare la “sua” Scala, con recite di Boheme e Carmen) e affronta una lunghissima tournee mondiale di Concerti con Maria Callas, tournee che per la verità, vide i due grandi artisti in infelici condizioni vocali, soprattutto se paragonati al loro periodo aureo.
NIl profumo della sua terra natia però non lo aveva mai abbandonato e il profumo della Sicilia in ambito operistico si chiama Cavalleria Rusticana. Non solo. La tentazione di vestire i ruoli eroici e drammatici non si fece attendere e purtroppo Pippo mal considerò che i SI bemolle di Radames non erano i SI bemolle del conte d'almaviva, la tessitura di Calaf non era quella del duca di Mantova, le declamazioni di Andrea Chenier non erano quelle di Nemorino, i pianti di Canio non erano quelli di Edgardo. Lo sapeva? Certo che lo sapeva, ma sapeva anche che il trio di fuoco (Callas, Di Stefano, Gobbi) era richiestissimo e ciò forse, bastava ad offuscargli la ragione. Un offuscamento che gli costò caro. 

Per non perdere quel timbro lucente che lo aveva reso così famoso, il tenore iniziò infatti a sparare acuti a gola aperta in opere nelle quali lui non avrebbe mai dovuto figurare: Pagliacci, Andrea Chenier, Aida, La Forza del destino, Trovatore e altri massacri vocali. L'appoggio sul diaframma per il sostegno delle tessiture “di forza” era un qualche cosa che egli non concepiva, non conosceva e non voleva conoscere perché lui era un animale di razza che mostrava e adorava la sua natura; ma nella lirica il gioco d'azzardo, tranne qualche rarissimo caso, ha sempre avuto i giorni contati.

Gli armonici così iniziarono a velarsi sotto quei suoni per metà mal intervocalizzati e per metà gridati e il suo organo fonatorio sembrava non avere più il passaggio di registro.  

Con le impervie tessiture del repertorio Verista e spinto, iniziò così verso la fine degli anni cinquanta il secondo Di Stefano che durò a malapena un decennio a causa di una voce che giunse al culmine della distruzione. Come era ben preannunciabile di fatto, la voce del tenore collassò presto sotto l'orda della distruzione dopo poco più di venti anni di carriera riducendo il tutto a delle strazianti grida già su un la naturale, costringendolo ad abbandonare la sua carriera non ancora anziano. 

 Negli anni 80 e 90 Pippo continuò a cantare concerti, a volte ritrovando anche una forma eccezionale, come avvenne nel famoso concerto del 1992 all’Opera di Roma. Concerto che ancora commuove il ricordo di chi era presente.
Le ultime esibizioni risalgono al 1995, per una carriera durata la bellezza di quasi sessanta anni.Vittima di un'aggressione nel 2005 nella sua villa in Kenya, il grande Pippo è spirato dopo un lungo periodo di agonia il 3 Marzo 2008 all'età di 86 anni, lasciandoci numerosi documenti sonori e video che testimoniano ciò che un tempo fu considerato l'eccellenza del canto fiorito.

 

 

 

 
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