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Intervista all'esperto Alcino Siculellasulle Indicazioni per la scuola dell'Infanzia e Primaria

Post n°29 pubblicato il 01 Ottobre 2007 da picilongo
Foto di picilongo

  1. Che cosa ne pensa dell’impianto politico e filosofico del documento?

 

Verrebbe di primo acchito di rispondere provocatoriamente con una nuova domanda: Esiste un impianto politico e filosofico nel Documento ?   Sembra emergere quasi esclusivamente la voglia di chiarire e sottolineare distinzioni a tutti i costi con la precedente gestione dell’istruzione pubblica. Talora i ‘distinguo’ sono così poco significativi o solo nominalistici da aggravare quella condizione di disagio che il provvedimento voleva contribuire a rimuovere e che, piuttosto, sembra allargare. Per quanto le precedenti Indicazioni avessero evidenti aree di ‘confusione’, erano state accompagnate da pesanti interventi pur di natura verticistica che avevano scatenato una ‘campagna di costruzione del consenso a posteriori’ che, per quanto non condivisibile (il consenso degli operatori-applicatori delle norme va ricercato ‘a priori’), aveva visto impegnato, su più fronti, il meglio delle risorse umane ed intellettuali di cui il Paese dispone, con una ricca produzione della pubblicistica pedagogica che, di fatto, stava portando ad una riscrittura culturale e ad un adattamento funzionale del testo ministeriale. Operazione questa destinata a misera fine a seguito dell’entrata in vigore del nuovo testo. Si pensi al corpo ispettivo che, adeguatamente ‘addottrinato’, aveva percorso la Nazione, dalle Alpi alla Trinacria, per diluire le ansie e le incomprensioni di dirigenti e docenti. Cosa saranno chiamati a fare ora, a così breve distanza dalla precedente operazione ?

 

 

  1. Dalle Indicazioni pare emergere che l’attenzione sia posta tutta sulla persona e niente sulla personalizzazione. Condivide? Teoricamente il Ministro suggerisce le giuste indicazioni, ma come può questa teoria concretarsi nelle aule?

 

Le aule, le sezioni, le scuole reali sono, purtroppo, come da prassi consolidata, le grandi assenti da ogni operazione che si presenta come di “innovazione normativa ed organizzativa”, salvo, poi, ad essere, almeno negli annunci, recuperate nella successiva fase di consultazione e di sperimentazione che, però, arriva sempre dopo l’emanazione dei provvedimenti. Riemerge, cioè, la cronica incapacità, tutta italica, di avviare sperimentazioni almeno scientificamente corrette. Così, la distanza tra scuola reale e scuola legale si incrementa, a tutto danno dei docenti che vedono cronicizzate quella condizione di limbo e di insicurezza che portano inesorabilmente all’improvvisazione e degli studenti che diventano sempre più “cavie” di sperimentazione non avvertita. Capiamoci, non vorrei essere frainteso, i limiti della precedente normativa apparivano evidenti: molte incoerenze (si pensi alla bocciatura dei tutor) erano state evidenziate e, in qualche modo, emarginate. Ma non penso che sia stata una scelta opportuna e vincente rimettere in discussione il tutto.

 

  1. È corretto impostare l’apprendimento sulla continuità fra primaria e secondaria? E strutturare l’apprendimento per aree disciplinari?

 

Ritorna la questione dell’assenza di una seria pratica e oserei dire di una vera cultura della sperimentazione nel nostro Paese. Nel giro di un quinquennio si è passati dall’impostazione disciplinare a quella di ambito (nella stagione dei moduli) al recupero di qualcosa che sembra essere a mezza strada tra i due, senza chiaramente indicare dimensioni e portata dell’operazione che riguarda la fase più delicata dei processi di insegnamento-apprendimento: la programmazione e la correlata didattica. Anche in questo caso, vi sono troppe aree di grigiore, a fronte di pochi elementi che brillano: si pensi, ad esempio, all’intuizione della necessità di abbandonare la strada dell’anticipazionismo, a favore di una più ragionata mediazione tra i cicli (affidata alla sperimentazione delle “Sezioni Primavera” tra nido e scuola dell’infanzia; esperienza che, forse, andava riproposta anche per gli altri cicli scolastici).

 

  1. Penso alle Riforme del 1955, del 1985 e alla riforma firmata dall’ex ministro Moratti: di nuovo, a livello disciplinare, non hanno mai portano nulla, ma avvenivano in momenti di evoluzione e sviluppo socio-culturale: erano proprio necessarie le Indicazioni del ministro Fioroni? O si sarebbe potuto e dovuto puntare su altro?

 

Era certamente necessario mettere mano in maniera seria ai grossi problemi che segnano le ambiguità di un servizio ancora considerato prescolastico (perché fuori dalla scuola dell’obbligo o ‘di base’) della scuola dell’infanzia, per non parlare, poi, del tema della valutazione, per la quale, dopo i ‘congelamenti’ operati, il Ministro pare essersi completamente dimenticato. Per, poi, passare ad incidere sul bubbone della scuola secondaria di secondo grado, sulla quale pare che la politica non riesca proprio a trovare il bandolo della matassa. Le riverniciature alle Indicazioni, forse, potevano attendere o, comunque, non assorbire tutti gli sforzi del Ministero.

 

 

  1. Emerge, giustamente, l’attenzione al territorio: quale suggerimento per le scuole della nostra Provincia?

 

L’attenzione al territorio sembra risolversi, quasi esclusivamente, nell’attenzione alle tematiche relative alla “cittadinanza”, new entry tra le discipline/ambiti (che sembra contrapporsi all’attenzione morattiana all’“educazione dell’affettività”: entrambe trattate con pericolosa approssimazione), che nulla detta in materia di nuove modalità per affrontare il fenomeno della dispersione o le nuove emergenze della violenza (bullismo) o le conseguenze dell’integrazione ‘selvaggia’, stavolta non dei portatori di handicap, ma dei ‘portatori’ di ‘culture altre’. I concetti di ‘rete’ o di ‘progettazione integrata’ (con le tante possibilità inespresse nell’attuazione dei ‘piani di zona’ dei servizi sociali) sembrano veramente troppo di sfondo. E il nostro territorio non poteva fare eccezione, con dirigenti inascoltati dai referenti politici ed istituzionali delle amministrazioni locali ‘in confusione’, con cabine di regia provinciali e regionali inesistenti, con interventi pubblici compartimentati ed incapaci di rientrare in un quadro complessivo di risposte credibili, quanto, purtroppo, non più a lungo eludibili. Qui, tra l’atro, si radica lo spreco delle risorse umane e materiali (in verità tanto esigue quanto male impegnate) della pubblica amministrazione, su cui le pur necessarie riflessioni sembrano desolantemente abbandonate solo agli strilli grilleschi.

 
 
 
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