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I pensieri che tormentano l'anima

Post n°11 pubblicato il 18 Aprile 2013 da Psicologiaexpress
 

Anna ha 19 anni  quando decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico. Da quattro anni ,soffre di un disturbo ossessivo compulsivo che le toglie la libertà di vivere. Abita con i suoi genitori  e vive nel terrore quotidiano di poter fare del male a sua madre.  Prova una profonda vergogna per questi pensieri che "arrivano" all' improvviso e la tormentano senza che la sua volontà sia sufficiente ad allontanarli  e più cerca di non pensarci e più aumentano. La sua vita sembra imprigionata in un castello privo di finestre sul mondo. Tutto la spaventa, Si muove in casa silenziosamente, rispettosa verso tutti, sorride intimidita se qualcuno di sua conoscenza le  rivolge un complimento e non riesce proprio a dire di no a nessuno! I suoi comportamenti sono condizionati dalla necessità di ricevere sempre apprezzamenti e conferme e non vorrebbe  mai deludere  nessuno.  Di lei i suoi familiari dicono che è sempre stata una "figlia modello",  il sogno di tutte le mamme, mai un brutto voto a scuola, mai un capriccio a casa.  Anna lamenta un'infanzia trascorsa in giochi solitari,con le sue bambole su di un grande tappeto blu che l'accoglieva. Una vita vissuta in solitudine nonostante il tanto rumorare intorno degli animali  che ancora oggi vivono nella sua  casa.  Nel raccontarsi dice: "non credo che mia madre si sia mai accorta di me, del resto lei era gia' troppo impegnata nelle faccende lavorative di una azienda agricola che ogni giorno la portavano allo sfinimento"! In età adolescenziale viene colpita da problematiche di salute alla colonna vertebrale che la obbligheranno a visite mediche, a ripetuti ricoveri, e a un'armatura che le bloccherà la colonna vertebrale per lunghi periodi in una età già "incerta".  Ricorda la vergogna per il suo corpo deforme,  la rabbia mai manifestata  per il tanto soffrire e per le continue prese in giro dei suoi coetanei a cui  non ha mai reagito. In ultimo una storia sentimentale con un partner più grande di lei che non la fa felice, ma da cui non riesce a separarsi.

La terapia le restituirà la libertà, di essere, di desiderare e di sognare. I suoi sintomi la condurranno a un percorso che le consentirà di appropriarsi e di integrare dentro di sè  i sentimenti contraddittori che appartengono a tutti noi e che ognuno porta dentro di sè. Per cui  imparerà a far posto al bene e al male, alla gioia e  alla rabbia, all'odio e all'amore senza per questo sentirsi  in colpa . Imparerà  ad amarsi  di più e che si  può dire di no senza perdere il diritto di essere una persona di valore e quindi una brava figlia, una buona amica e una partner affidabile. Imparerà a chiedere aiuto tutte le volte che ne avrà necessità senza sentirsi un'incapace , deciderà di chiudere una  storia d'amore forse mai cominciata, con un partner che non l'aveva mai realmente amata, e  soprattutto recupererà il dialogo con la mamma imparando a gestire tutte le inevitabili incomprensioni che appartengono ad un autentico rapporto d'amore e che la sofferenza aveva solo interrotto.

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Commenti al Post:
chester_s_1996
chester_s_1996 il 18/04/13 alle 12:25 via WEB
Ogni essere umano vive su questa terra cercando di essere felice, sapendo che prima o poi la vita finirà. Ma il cristiano dovrebbe avere una marcia in più perché sa che non si esaurisce tutto in questa vita, ma c’è una speranza che gli è “riservata nei cieli”. È proprio quella speranza che fa la differenza. È proprio quella speranza che fornisce il carburante per andare avanti. Fede, speranza e amore, sono proprio i cardini sui quali è fondata l’intera vita del cristiano. La fede si esprime proprio attraverso l’amore verso Dio e verso il prossimo e trova il suo carburante naturale proprio nella speranza. Infatti Paolo si rallegrava per i Colossesi proprio perché la loro fede si stava esprimendo nell’amore, a causa della speranza… Il termine speranza può indicare sia l’oggetto (ciò che si spera) sia l’emozione soggettiva (l’attitudine del credente che aspetta il compimento dell’opera di Dio). Sono le due facce di una stessa medaglia. In termini oggettivi, la speranza è lo scopo finale dell’attività salvifica di Dio attraverso Cristo, la realizzazione del piano di Dio alla fine dei tempi, la manifestazione e il ritorno di Cristo il quale è andato a preparare un luogo per coloro che gli appartengono, e quando l’avrà preparato, tornerà e li accoglierà presso di lui (Gv 14:3). In termini soggettivi il credente si nutre di speranza. É essenziale che il credente abbia sempre ben presente dove sta andando, qual’è la sua destinazione finale, perché questo influenza il suo pensiero e il suo comportamento. Infatti, chi ha la speranza di incontrarlo, chi ha la speranza di “essere simile a lui”, si prepara a quell’incontro lasciandosi trasformare fin d’ora attraverso l’opera dello Spirito Santo. Essere in grado di vedere le cose alla luce della speranza alla quale siamo stati chiamati può cambiare radicalmente il nostro modo di vivere gli eventi della vita. Ad esempio, coloro che non hanno la speranza non possono fare altro che essere tristi o addirittura disperati di fronte a cose come la sofferenza e la morte. Ma il credente esercita la sua fede fino alla fine dei suoi giorni e si adopera per eccellere nell’amore, sapendo che, qualunque cosa accada, alla fine della corsa, lo attende la speranza che gli è “riservata nei cieli”.
 
 
Psicologiaexpress
Psicologiaexpress il 18/04/13 alle 12:44 via WEB
E' proprio vero che siamo parte di un tutt'uno che ci trascende e che ci ispira e ci guida. "La terra sotto i nostri piedi e il cielo su di noi" sono l'incredibile dono della vita,solo che può accadere che ci si smarrisca o ci si disperda nelle paure che appartengono al viaggio che ciascuno percorre in questa vita, ed e' da qui che si può ripartire con nuove consapevolezze. Grazie dell'attenzione maria Donata
 
liberale1980
liberale1980 il 23/04/13 alle 17:16 via WEB
Basta poco e raffiora alla mente il mio disturbo ossessivo compulsivo. Io con lui proprio non vorrei conviverci per sempre. Diventare mamma è stata la mia gioia più grande ma con le prime difficoltà e le prime notti in bianco è subentrata la paura di poter fare male alla gioia della mia vita. Al primo pensiero ho sentito la necessità di rivolgermi ad un esperto del settore. Adesso va meglio ma quando ascolto in tv alcuni eventi, mamme che si tolgono la vita portando con se i propri figli, io rabbrividisco e l'angoscia mi assale privandomi delle gioie quotidiane. Cerco di pensare a tutt'altro e che presto questo tormento passerà. Aspetto con pazienza e fiducia.
 
Psicologiaexpress
Psicologiaexpress il 24/04/13 alle 10:13 via WEB
Basta poco e riaffiora la paura! È....solo paura, comune a tante mamme,in una fase della vita in cui ci si misura, in cui si sente tanto la responsabilità di fare il meglio possibile di cui si possa essere capaci.L'arrivo di un figlio è un evento pieno di gioia ma anche tanto destabilizzante per una donna. Cambiano i ritmi, le necessità proprie sono al servizio di un esserino fragile e prepotente al tempo stesso, che inizialmente non rispetta niente e nessuno se non se stesso e i propri bisogni.Facile sentire la fatica e al tempo stesso la necessità di dover essere delle brave mamme, troppo brave talvolta da non potersi concedere il diritto di sbagliare o di non essere super efficienti, magari come la mamma ideale che abbiamo nella nostra testa. Siamo semplicemente donne che fanno del proprio meglio per essere mamme contente di sè e ciò deve poterci bastare. Il tuo cucciolo è un bambino fortunato perchè ha te, bene per l'aiuto che hai chiesto, proprio perchè il tuo bambino ti concede l'opportunità di migliorarti e di avere più fiducia in te e negli errori che farai perchè anche le mamme sbagliano! Concediti qualche privilegio in più, perchè donna e non solo super mamma ,ti aiuterà a trovare più equilibrio e integrare nella tua vita, questo tsunami ricco di sorprese che è la maternità. Un bacio maria donata
 
 
liberale1980
liberale1980 il 24/04/13 alle 10:47 via WEB
grazie di cuore
 
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