Creato da: riministoria il 27/08/2005
Storia e cultura a cura di Antonio Montanari Nozzoli

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Rimini 1621, poco pane e tante arm

Post n°100 pubblicato il 20 Giugno 2021 da riministoria


"il Ponte", 20.06.2021, n. 24, ANNIVERSARI



A Roma il 13 dicembre 1600 arriva con magnifica pompa una confraternita riminese di 180 uomini vestiti con un lungo sacco nero e preceduti da uno stendardo costato duemila scudi d'oro. Tra loro c'è lo storico Cesare Clementini (1561-1624) che ne parla nel suo "Raccolto istorico", apparso a Brescia in due tomi nel 1617 e 1627. L'eleganza di quel corteo contrasta con le condizioni in cui viveva Rimini. Carestie, pestilenze e guerre (lontane, ma segnalate in loco dai continui, costosi passaggi di truppe), sono i mali che affliggono pure la nostra città.
Scarso raccolto è segnalato nel 1606. Epidemie in bovini, pecore e porci, nel 1611. In tutta la regione è avvertibile un processo d'involuzione a partire dal 1618-19. Nel 1615, come scriveva monsignor Giacomo Villani (1605-1690), un'altra insurrezione popolare aveva distrutto il ghetto ebraico. Per carestie ed epidemie del 1618 egli ha dato la colpa all'apparizione di una cometa. Per il 1649 Villani ricorda una rivolta della "plebs ariminea" contro i consiglieri municipali ed i cattivi amministratori dell'Annona per l'eccessivo costo del grano di cui "tota Italia fuit in penuria". Nel 1650 attribuisce ad un'eclissi di luna la rovina d'Italia prodotta dalle guerre. Secondo lui la crisi di Rimini nasceva dalla scomparsa dei cittadini migliori. Erano rimasti gli incapaci ed i meno ricchi.
Di soldi in giro ce ne sono pochi. Il Cardinal Legato riduce le cariche (a pagamento) in Consiglio civico, i cui componenti passano da 130 a 80. Diminuisce la popolazione urbana. Dalle circa diecimila anime tra fine 1500 e 1608, si passa nel 1656 a 7.717 con più di tre anni. Sui dati precedenti manca ogni altra precisazione circa l'età. Nel 1524 le anime registrate sono 5.500, ma dai cinque anni in avanti. L'alta mortalità infantile faceva prendere queste precauzioni statistiche.
All'inizio del secolo la crisi economica ha unificato ad ottobre in una "fiera generale" i tre appuntamenti tradizionali: la fiera delle pelli per sant'Antonio (12-20 giugno), la fiera di san Giuliano (presente dal 1351) tra 21 giugno e 22 luglio e la fiera di san Gaudenzio (nata nel 1509) ad ottobre. Era l'effetto di un declino commerciale ed economico a cui non si sapeva reagire. Già nel 1613, narra Adimari, cinquanta mercanti tra forestieri e cittadini, avevano chiesto una nuova fiera in primavera, "mossi dalla bona commodità del vivere et negotiare, et conversare et fare esito delle loro mercantie in questa città". Essa arriva nel 1656.
Nel 1614, come leggiamo in una cronaca di Anonimo datata 1728, "fu una inondazione così grande, che unitasi la Marecchia con altri fiumi, e massime in lontano col Rubicone che apportò danno molto notabile restando le barche, cessata quella disperse per gli orti di Marina, e molte fracassate, e moltissimi marinari anegati, e molte merci perite, e la terra per tutta la campagna ove era stata l'inondazione restò per molto tempo infeconda".
Due anni dopo per un fortunale (citato dal canonico Giacomo Antonio Pedroni nei suoi "Diari"), affondano molte barche, "s'affogarono assai persone" e si registrano molti danni nel borgo di san Giuliano.
In tutta l'Emilia-Romagna "attorno al 1620 si ha il punto di svolta della congiuntura economica italiana e l'inizio della depressione seicentesca", ha scritto F. Cazzola (1977). A Rimini nel 1621 a causa della penuria dei raccolti si deve pensare al sostentamento dei poveri "trovando a censo ingenti somme" (C. Tonini, 1896). È l'esplosione di una carestia che avviene tra 1618 e 1621, e che coincide con un periodo di guerre nella nostra regione che ne compromettono l'economia per molyi decenni. Gravi carestie si ritrovano alla fine degli anni 40 del secolo.
Un dato che riguarda Bologna illustra la drammatica situazione degli anni Venti: scompaiono quasi 15 mila abitanti. In quel periodo diminuisce anche l'importazione del grano: e ciò, leggiamo in un pregevole studio del 1891 ("La popolazione di Bologna nel secolo XVII") apparso nella rivista della bolognese Deputazione di Storia patria (vol. IX, III serie), "può essere tanto la causa come l'effetto" della diminuzione degli abitanti. Il 1621 è definito proprio come anno di carestia. L'autore della ricerca è Giovan Battista Salvioni (1849-1925), docente di Statistica nell'Ateneo di Bologna.
In quel saggio s'intravede la commossa partecipazione ai fatti narrati con il richiamo alle celebri pagine manzoniane sulla peste desolatrice de "I promessi sposi". Narrare quella di Bologna "senza avere il pensiero rivolto al grande Maestro sarebbe impossibile e basterebbe questo a farci deporre la penna, se, per fortuna, chi scrive non dovesse abbandonare ogni velleità in olocausto all'austera disciplina delle cifre". Le quali arrivano a 23.691 decessi con "33 curati, 27 medici, 17 astati, 87 barbieri, 48 porta cocchietti, 23 beccamorti, 244 meretrici, 361 facchini, 11.561 donne, 11.128 diversi, 162 cittadini.
Per il 1622 riminese ritorniamo al cronista Giacomo Antonio Pedroni: dopo alcune considerazioni sulla carestia che imperversava e sul micidiale rincaro dei prezzi dei generi alimentari, annota che "più persone facevano delle piadine di sarmenti e fave macinati insieme, per mangiarle in così gran bisogno". Queste miserabili piadine fabbricate con ingredienti vili e vilissimi avranno avuto la forma, se non la composizione, delle attuali, leggiamo in una pagina storica del sito web del Comune di Rimini, che possiamo ipotizzare composta dal saggista Piero Meldini, prima insegnante di Lettere e poi direttore della Biblioteca Gambalunga.
Circa le cause della crisi italiana del Seicento, apriamo un testo di Enrico Stumpo (2012), dove si richiamano le tesi di Carlo M. Cipolla (1959) e Ruggiero Romano (1971). La risposta del primo rimanda al crollo ed al declino dell'economia più sviluppata. Quella del secondo al ritorno di certe forme di feudalesimo. Stumpo ricorda che l'Italia di allora era l'insieme di piccoli Stati, divisi e separati tra loro non solo politicamente ma anche economicamente. Per tutti esiste poi la terribile concorrenza straniera.
Come sempre anche per Rimini c'è dietro nel bene e nel male uno scenario europeo da cui non si può prescindere considerando le nostre vicende cittadine soltanto come espressione dei respiri delle nostre contrade.prima edizione a Modena nel 1710, e poi ristampato nel 1714 (sempre a Modena), nel 1720 e 1743 a Napoli ed infine ad Arezzo nel 1767. Il suo titolo è "Del governo della peste e delle maniere di guardarsene". Muratori presenta notizie che testimoniano lo sguardo attento di uno scrittore che vuole documentare quel tragico fenomeno che coinvolge tutta l'Europa, come evidenziano le cronache del 1713 da Praga ed Amburgo, per illustrare un problema che nello stesso 1713 ha coinvolto la specie bovina dei ducati di Modena e Reggio.
L'intenzione di comporre "un trattato popolare" è spiegata così: egli non vuole usare i "termini astrusi, con cui alcuni Professori della Medicina cercano di farsi credito con poca spesa presso i meno intendenti". Per Muratori, nei sospetti di contagio bisognava "alleggerire di gente le Città". Fondamentale allo scopo, precisa, è l'organizzazione dello Stato. Come ha scritto Ezio Raimondi (1967), Muratori è l'erudito razionalista di gusto moderno che crede in una scienza che si applica sempre al reale. Lo vediamo quando lo stesso Muratori osserva: nel 1576 a Venezia c'è stata una orribilissima strage perché i medici disputavano se fosse peste vera o no. I ricchi, aggiunge, hanno l'obbligo di soccorrere i poveri.
Sono "tempi calamitosi": così li definisce il cardinal Galeazzo Ruspoli Marescotti (1627-1726) al Consiglio Municipale di Rimini in una lettera del 27 gennaio 1703, spiegando che bisognava non fare spese superflue, si dovevano evitare abiti sfarzosi e gioielli, anche se falsi. La città s'adegua con una serie di norme che mirano ad imporre un'attenta cura per evitare sprechi nelle vesti, nei servitori e nel modo di gestire la propria famiglia, come scrive Luigi Tonini.
Ruspoli Marescotti era a capo della Congregazione del Sollievo, sorta per decisione di Clemente XI nel marzo 1701 ed attiva praticamente fino al 1715 (anno delle sue dimissioni), per favorire la modernizzazione agraria, il controllo dei prezzi ed il miglioramento della viabilità (G. Motta, 2008). Essa era composta da altri quattro cardinali oltre che da prelati e laici che facevano parte dell'organizzazione amministrativa dello Stato. La chiusura della sua attività è ufficialmente datata 1725. Marescotti (come apprendiamo in un testo di G. De Novaes, 1802) aveva riedificato la città di Rimini "quasi distrutta dal terremoto del 1672". Luigi Tonini da scritti di Monsignor Giacomo Villani (1605-1690) riprende la notizia che scosse e crolli durarono a sentirsi per lo spazio di cinque mesi. Un'accurata biografia di Villani è presentata da Carlo Tonini nella sua storia della cultura riminese (1884).
Nel 1703, racconta Luigi Tonini, un grande terremoto scuote nuovamente la città, ma per fortuna non provoca danni. I quali sono temuti l'anno dopo per il corso del fiume Marecchia rivolto verso la città. Nel 1705 si pensa di chiamare un perito forestiero che il Pontefice aveva mandato a Ferrara per i ripari da farsi al Po. Tra 1709 e 1710 le casse comunali riminesi debbono provvedere con grandi spese a mantenere i ventimila militari tedeschi che transitano diretti a Napoli "ove quel popolo si era levato a tumulto contro il governo de' Francesi". I tedeschi inondano tutta la Romagna. Nemmeno le case dei poveri sono risparmiate dall'obbligo degli alloggi, per cui (scrive Tonini) quegli infelici dovettero più e più volte levarsi il pane di bocca. Poi passano le truppe pontificie di pari consistenza numerica per combattere atti di prepotenza imperiale, come l'occupazione di Comacchio e le minacce al duca di Parma perché cedesse il proprio potere allo Stato di Milano.
L'esausto erario comunale necessita di entrate: si rincarono i dazi e si inventano nuove imposte che colpiscono soprattutto il mondo agricolo che protesta duramente con il potere politico locale. Tra 1712 e 1713 una peste bovina si era diffusa nel territorio lombardo, in quello veneto, nello Stato ecclesiatico e nel regno di Napoli: ma le "patrie memorie" sono mute, osserva Luigi Tonini. Per la guerra col Turco ci sono passaggi di truppe sino al 1720, come si ricava da mons. Antonio Sartoni che fa "un quadro assai doloroso della nostra Città in quelle congiunture", leggiamo ancora in Luigi Tonini. Sartoni era un suo zio paterno. Carlo Tonini ricorda nella citata storia della cultura riminese uno "Zibaldone di memorie inedite" composto da Sartoni.
Muratori in uno scritto del 1715 osserva che "l'istoria principalmente dipende da documenti sicuri e copiosi". Luigi Tonini intitola il capitolo sugli anni 1720-1738 con una confessione dolorosa: "Scarsezza di notizie". Poi annota sul 1721: "Continuavano i sospetti del contagio" per cui i Consigli comunali decidevano cure e spese per la vigilanza con cui tenergli chiuso l'accesso alle nostre contrade.
Antonio Montanari



 
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Il bibliotecario Massèra

Post n°99 pubblicato il 05 Luglio 2020 da riministoria

Il bibliotecario Massèra, cultura in Gambalunga
Un prezioso saggio di Maria Cecilia Antoni svela una figura storica

"il Ponte", Rimini, n. 26, 5.7.2020

Aldo Francesco Massèra (1883-1928) nel 1905 vince il concorso come docente al Ginnasio superiore di Rimini che si trova nel palazzo Gambalunga. Dove c'è anche l'Istituto Tecnico Roberto Valturio, nel quale Massèra si trasferisce nel 1906. Due anni dopo è nominato reggente temporaneo della Civica Biblioteca Gambalunga, succedendo agli illustri Luigi (1807-1874) e Carlo Tonini (1835-1907), padre e figlio. Massèra scompare a 45 anni. Gli subentra Carlo Lucchesi (1881-1959), dal 1929 al 1952. Dall'andito del Palazzo Gambalunga si accedeva ai locali della Biblioteca. Nel 1928 Massèra pubblica un articolo intitolato "Il risorgimento della Gambalunga": "Essa attende nella sua sede il pubblico che sa e vuole studiare".
Leggiamo queste notizie nel prezioso saggio "Carte e libri di Massèra, studioso e bibliotecario, nella Biblioteca Gambalunga di Rimini" che la studiosa riminese e bibliotecaria gambalunghiana Maria Cecilia Antoni ha composto per un volume apparso nel 2018, in cui sono ospitati complessivamente diciannove testi. Alla Antoni, nello stesso volume, si deve pure il prezioso inventario delle "Carte Massèra", preziosa fonte per studi e ricerche sulla cultura riminese.
Il saggio della Antoni illumina sulla formazione di uno studioso e la sua conseguente applicazione alla cultura nella vita cosiddetta pratica, mostrando grande cura per lo studio della Storia e della vita intellettuale cittadina.
Massèra nel 1909, sul foglio riminese "il Momento", attacca duramente il "buon Carlo Tonini" per non aver fatto nulla per esplorare certi argomenti malatestiani studiati dai fratelli settecenteschi Francesco Gaetano (1753-1810) ed Angelo Battaglini (1759-1842, canonico e primo conservatore della Biblioteca Vaticana).
Quel "buon Carlo Tonini", leggiamo in Antoni, alludeva allo scarso valore di studioso del figlio di Luigi Tonini, peraltro autore di un ampio volume in due tomi, "La Coltura letteraria e scientifica in Rimini" (1884). Da antico frequentatore di questo famoso testo, mi permetto sostenere che avesse ragione Massèra nell'esprimere quel giudizio.
Un ricordo personale legato alla Biblioteca Gambalunga: il 13 maggio 1938, mio padre Valfredo Montanari fu nominato Vice Bibliotecario Capo Sezione. Più indietro negli anni, un antenato di mia madre Maddalena Nozzoli fu Bibliotecario gambalunghiano: era Ignazio Vanzi, vissuto tra 1667 e 1715 ed attivo in quel servizio tra 1711 e lo stesso 1715.
Antonio Montanari


Anche i libri ci parlano.
Il bibliotecario Massèra in Gambalunga (1908-28)

 


Un saggio di Maria Cecilia Antoni, Il tesoro di carta del Fondo Gambetti. - "il Ponte", settimanale, n. 01, 06.01.2013


 

 
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1519, Ebrei e Rimini

Post n°98 pubblicato il 06 Febbraio 2019 da riministoria

1519, Ebrei e Rimini

Nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio», sono ripetuti gli ordini del segno distintivo impartiti il 13 aprile 1515.
Quel giorno il Consiglio generale ha approvato all’unanimità l’adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell’avvenire volendo detti Ebrei continuare l’habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
Per le donne il successivo 28 aprile è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli secondo (aggiungiamo noi) l’usanza comune della nostra popolazione di sesso femminile.
Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta ed alla benda gialle (secondo il sesso), ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. (Il precedente più antico risale al 1432 quando Galeotto Roberto Malatesti aveva ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che introduceva per loro il «segno» di distinzione obbligatorio.) La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
I tre punti del 13 aprile 1515 hanno una premessa di tutti rispetto negli atti del Consiglio generale, che è però dimenticata dagli storici (Clementini prima e Carlo Tonini poi). In tale premessa si dice che gli Ebrei erano visti in città come «inimici».
Carlo Tonini, nel riferire i provvedimenti del 13 aprile 1515, premette che «la città era in tumulto per cagione degli Ebrei». Riferisce che «fu proposto di sbandeggiarli, quali nemici della religione e promotori di scandali nel popolo», chiedendone licenza al pontefice. Conclude che «in causa di questo tumulto fu fatto venire un numero di cavalli di lieve armatura», la cui spesa «volevasi fosse fatta pagare agli Ebrei, alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi».
Il passo di Clementini sui soldati «condotti, e trattenuti per guardia degli Ebrei», ha portato Carlo Tonini a scrivere di un «tumulto per cagione degli Ebrei» (del quale non c’è traccia nel testo di Clementini). Tonini aggiunge che i militi erano stati chiamati in città a «difesa» degli Israeliti, e quindi da considerarsi a loro carico. Clementini aveva parlato di «guardia», termine il quale oltre che difesa (di una parte lesa) può significare anche controllo (e repressione di facinorosi…).
Se il passo di Tonini sul «tumulto per cagione degli Ebrei» significa che erano stati essi a provocare una sommossa, tale affermazione non ha nessun legame logico con quella successiva, relativa all’intervento di truppa forestiera per proteggerli («alla cui difesa appunto erano venuti que’ militi»).
Questo controsenso non ci sarebbe nella peggiore delle ipotesi, che cioè quel «per cagione degli Ebrei» significasse che la loro sola presenza in città (che li considerava «nemici») aveva provocato una rivolta popolare arginata dall’autorità manu militari per salvaguardare l’ordine pubblico.
Nel 1548, Rimini anticipa il ghetto ebraico, poi istituito da papa Paolo IV il 17 luglio 1555.

1. Storia degli Ebrei a Rimini.
2. Rimini e gli Ebrei, archivio.

Antonio Montanari

 

 
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Cencino andava alla grande guerra

Post n°97 pubblicato il 27 Marzo 2018 da riministoria

Il libro di Aldo Cazzullo sulla "Guerra dei nostri nonni", ed in particolare il capitolo sui soldati contadini, mi richiama una memoria di famiglia, legata a Cencino, zio di mio suocero.
Ne parlai in un post pubblicato nel 2008, che ripropongo in parte, rimandando all'originale.

Cencino era nato nelle valli del Po, di pura razza selezionata dalla miseria, dalla fame e dalla malattie, sul finire del 1800, giusto in tempo per essere chiamato militare alla guerra del 1915-18. Quando finì a Padova come attendente del generale comandante il reggimento di cavalleria.
Corse il rischio di essere fucilato come disertore perché era andato senza permesso al funerale del fratello.
La leggenda che lo circondava in famiglia riguardava l'intervento dello stesso generale per evitargli l'ultima, prematura grana della sua vita. E coinvolgeva pure l'affetto materno che la pia moglie del generale aveva verso quel ragazzo non bello, non alto, ma geniale come i contadini che si sono letti il libro della vita, imparando bene la lezione senz'altra maestra che la vita stessa e la natura.
La signora gli offriva settimanalmente una piccola mancia perché il giovanotto si recasse devoto alla basilica del Santo ad ascoltare la santa messa.
Il disobbediente in armi invece andava a bersi comodamente qualcosa al caffè Pedrocchi, con quella modesta ma gradita cifra.
Non si era mai saputo perché poi, in mezzo a tanta stima per la sua abilità nel governare i cavalli, fosse stato poi privato del posto di attendente del generale.
Non lo avevano saputo i suoi congiunti, ma glielo chiesi io (parente acquisito), e così si ruppe il segreto. La signora lo aveva scoperto a letto con la propria cameriera.
Rimase famosa in casa nostra, la frase finale del racconto di Cencino: le mogli degli ufficiali andavano a letto con chicchessia, insomma era tutto "un puttanesimo". Ma l'unico scandalo per quell'ambiente perbene, era stato dato dal semplice militar soldato che se la spassava con la cameriera.
Prosegue qui.

 
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Alberto Marvelli

Post n°95 pubblicato il 14 Agosto 2017 da riministoria

Alberto Marvelli.

Manifestazione a Bologna, oggi 14 agosto.

A Bologna il 14 agosto 2017 ricordo pubblico di Alberto Marvelli, alla presenza di Mons. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna.
Sulla figura di Alberto Marvelli pubblico:
una mia pagina del "Ponte" del 7 maggio 1989;
il capitolo XIV de "I giorni dell'ira", "Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino" [al volume integrale "I giorni dell'ira", Il Ponte, Rimini 1997];
e la pagina 302 della "Storia di Rimini", edita nel 2004 da Bruno Ghigi.

ARCHIVI RIMINISTORIA
I giorni dell'ira. Gli articoli de "il Ponte".
Rimini ieri. Cronache dalla città [1989].
Rimini 1940-1945.
Rimini 1900, indice.
Storie di Rimini, indice.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1417-2017

 

1735, Porto rifatto

Post n°93 pubblicato il 21 Settembre 2016 da riministoria
Foto di riministoria

La pietra collocata di recente al Ponte di Tiberio reca una scritta che va collegata alla storia del Porto di Rimini: "A FUND. ERECT. A. D. MDCCXXXV". Ovvero nel 1735 era stata eretta dalle fondamenta una costruzione...


Ma quale? Non certamente lo stesso Ponte di Tiberio, ma appunto il Porto.
Leggiamo da Luigi Tonini ["Il Porto di Rimini, brevi memorie storiche", Bologna, 1864, pp. 12-16], che in seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati".
Tonini riprendeva la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, erano stati eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate vennero sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spese più di 70 mila scudi. Finiti male, con l'alluvione del 1727.

Alla pagina successiva sul tema: 1746. Un'immagine del Ponte di Tiberio.

Archivio sul tema in "Riministoria":
Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale
, capitolo settimo di "Lumi di Romagna. Il Settecento a Rimini e dintorni." [1992].
Grattacapi per un porto canale. [24.07.2001]
Porto e politica, affari e malaffare. [17.02.2013]
Il pesce indigesto dei politici. [22.08.2014]

Per altre notizie su:
1700. Vita economica, sociale e politica,
sezione dell'indice: Storie di Rimini.

Foto del Comune di Rimini, Ufficio Stampa.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Cacciato da Wiki

Post n°92 pubblicato il 27 Luglio 2016 da riministoria

L'unica risposta possibile: l'elenco degli
Scritti di Antonio Montanari,
aggiornati al 12 giugno 2016


1989
Rimini ieri 1943-46, Il Ponte, Rimini 1989

1992
Il Tamario in «Quanto basta», Il Ponte, Rimini 1992
Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni, Il Ponte, Rimini 1992, 1993 1ª ristampa

1993
Appendice storico-critica alla ristampa anastatica di G. C. Amaduzzi, La Filosofia alleata della Religione, Il Ponte, Rimini 1993
Una cara «vecchia quercia». Biografia di don Giovanni Montali, Il Ponte, Rimini 1993
Notizie inedite su Jano Planco. Pro manuscripto, 1993

1994
La Spetiaria del Sole, Iano Planco giovane, Raffaelli, Rimini 1994
Marina centro, il turismo riminese 1930-1959 e mio padre Valfredo, Il Ponte, Rimini 1994
Un «Diario» inedito di Aurelio Bertòla, Quaderno di Storia n. 1, Il Ponte, Rimini 1994

1995
«Lamore al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo padrone, Quaderno di Storia n. 2, Il Ponte, Rimini 1995
Anni Cinquanta. I giorni della ricostruzione visti da un bambino, 1948-1953, Guaraldi, Rimini 1995
Dal fascismo alla democrazia, in B. Ghigi, «La tragedia della guerra nel Lazio», Ghigi, Rimini 1995, pp. XIII-XXVI
Pascoli riminese, Soggiorni, incontri, amicizie ed amori del poeta di San Mauro, Quaderno di Storia n. 3, Il Ponte, Rimini 1995.

1996
Dissertazione accademica sul volume di G. Amaduzzi, «La Filosofia alleata della Religione», «Quaderno XVII, 1995», Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, 1996, pp. 119-126
Romolo Comandini, storico della Romagna, «Quaderno XVII, 1995», Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, 1996, pp. 127-140
San Lorenzo in Strada, angolo d'Europa: don Giovanni Montali scrittore (12 Dicembre 1996), Mosaici della storia 4. San Lorenzo in Strada - Novembre-Dicembre 1996 , 4

1997
1987-1996, Dieci anni della nostra vita dalle cronache del Ponte, Il Ponte, Rimini 1997
Antonio Bianchi scrittore. Introduzione storico-critica, in A. Bianchi, Storia di Rimino dalle origini al 1832, Manoscritti inediti, Ghigi, Rimini 1997
Bertòla redattore anonimo del Giornale Enciclopedico. Documenti inediti, «Romagna, arte e storia», n. 50/1997, pp. 127-130
I giorni dell'ira, Settembre 1943-settembre 1944 a Rimini e a San Marino, Il Ponte, Rimini 1997
Il contino Garampi ed il chierico Galli alla «Libreria Gambalunga». Documenti inediti, «Romagna, arte e storia», n. 49/1997, pp. 57-74
La filosofia della voluttà, Aurelio Bertòla nelle lettere di Elisa Mosconi, Raffaelli, Rimini 1997
Modelli letterari dell'autobiografia latina di Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), «Studi Romagnoli» XLV (1994), Stilgraf, Cesena 1997, pp. 277-299

1998
Giovanni Bianchi (Iano Planco) studente di Medicina a Bologna (1717-19) in un epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995), Stilgraf, Cesena 1998, pp. 379-394
Le Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti in memoria di Papa Ganganelli, Il Ponte, Rimini 1998
Missionario per sempre, in «Luigi Santa, Una vita per la Missione», di A. Montanari e M. Bianchi, Mediagraf, Padova 1998
Per soldi, non per passione. «Matrimonj disuguali» a Rimini (1763-92): tra egemonia nobiliare ed ascesa borghese, «Romagna, arte e storia», n. 52/1998, pp. 45-60
Scienza e Carità, L'Istituto San Giuseppe per l'Aiuto Materno e Infantile di Rimini, Il Ponte, Rimini 1998

1999
Due maestri riminesi al Seminario di Bertinoro. Lettere inedite (1745-51) a Giovanni Bianchi (Iano Planco), «Studi Romagnoli» XLVII (1996), Stilgraf, Cesena 1999, pp. 195-208
Il pane del povero. L'Annona frumentaria riminese nel sec. XVIII, «Romagna, arte e storia», n. 56/1999, pp. 5-26

2000
Amaduzzi editore a Roma delle Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti clementini, «Quaderno XIX, 1997-1998», Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, 2000, pp. 207-217
Amaduzzi, Scipione De' Ricci ed il 'giansenismo' italiano, «Il carteggio tra Amaduzzi e Corilla Olimpica, 1775-1792», Olschki, Firenze 2000, pp. XXVIII-XL
Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98), «Studi Romagnoli» XLVIII (1997), Stilgraf, Cesena 2000, pp. 549-585
Biografia di Aurelio De' Giorgi Bertòla, «Il carteggio tra Amaduzzi e Corilla Olimpica, 1775-1792», Olschki, Firenze 2000, pp. 389-398.
Biografia di Scipione De' Ricci, «Il carteggio tra Amaduzzi e Corilla Olimpica, 1775-1792», Olschki, Firenze 2000, pp. 385-389
Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Stilgraf, Cesena 2000, pp. 671-731
Gli Statuti di Sogliano (1400), a cura di P. Sacchini, traduzione e glossario di A. Montanari, Amministrazione Comunale di Sogliano al Rubicone, Baiardi, San Mauro Pascoli 2000
Libri, specchi di carta, «Quaderno XIX, 1997-1998», Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, 2000, pp. 199-206

2001
Dalla città nuova ai Francesi. Aspetti di vita sociale nel Settecento, in «Storia di Cervia, III, 1, L'età moderna», Ghigi, Rimini 2001, pp. 343-386
Nei «ripostigli della buona Filosofia». Nuovo pensiero scientifico e censure ecclesiastiche nella Rimini del sec. XVIII, «Romagna arte e storia», n. 64/2001, pp. 35-54

2002
«Giuseppe di Prospero Zinanni», accademico dei Lincei planchiani, «Ravenna Studi e Ricerche», VIII/1-2, Società di Studi Ravennati 2001 (ma 2002), pp. 109-128
Contro il «giogo dell'ignoranza». Rimini al tempo di Boscovich, in «Ruggiero Giuseppe Boscovich 'mezzo turco, matematico pontificio' a Rimini«, a cura di P. Delbianco, Bologna 2002, pp. 11-21
L'Accademia dei Lincei riminesi (1745): breve storia con in appendice una biografia del suo Restitutore Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), 2002, copia pro manuscripto, Cesena, Malatestiana, segn. OPROM Mon Ant 16; BGR, segn. M 0500 02304 (2007)
La Cassa Rurale di Riccione (1914) ed il suo fondatore don Giovanni Montali, «Ravennatensia XIX», Convegno di San Marino, 1997, pp. 13-22, University Press Bologna, Imola 2002

2003
«Zôca e manèra». Giovanni Pascoli studente a Rimini (1871-1872) in «Pascoli socialista» a cura di G. M. Gori, Pàtron, Bologna 2003, pp. 61-74.
Amaduzzi, illuminista cristiano, «Romagna arte e storia», 67/2003, pp. 67-88
Giovanni Cristofano Amaduzzi e la scuola di Iano Planco, Accademia dei Filopatridi, Studi Amaduzziani, III, Viserba di Rimini 2003, pp. 13-36
Iano Planco, la puttanella, il vescovo. La condanna all'Indice del rifondatore dei Lincei, Raffaelli, Rimini 2003
Il libertino devoto. La «biblioteca Agolanti» (1719). Libri, uomini e idee a Rimini tra XVII e XVIII secolo, ne «Gli Agolanti e la Tomba bianca di Riccione», a cura di R. Copioli, Guaraldi, Rimini 2003, pp. 447-470
L'«opulenza superflua degli Ecclesiastici». Nobili, borghesi e clero in lotta per il «sopravanzo» della contribuzione del 1796. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, per una storia sociale cittadina del XVIII secolo, «Studi Romagnoli» LI (2000), Stilgraf, Cesena 2003, pp. 941-986
Lettori di provincia nel Settecento romagnolo. Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LI (2000), Stilgraf, Cesena 2003, pp.335-377
Ricordo di Otello Pasolini, in «Borgo Sant'Andrea. Primi appunti», Luisè, Rimini 2003, pp. 7-10

2004
«Contro il volere del padre». Diamante Garampi, il suo matrimonio, ed altre vicende riguardanti la condizione femminile nel secolo XVIII, «Studi Romagnoli» LII (2001), Stilgraf, Cesena 2004, pp. 905-966
Dall'Italia all'Europa, 1859-2004, in AA. VV., «Storia di Rimini», Ghigi ed., Rimini 2004, pp. 249-320
Rapporti culturali e circolazione libraria tra Venezia e Rimini nel XVIII secolo, «Ravenna Studi e Ricerche», X/2 (2003), Società di Studi Ravennati 2004, pp. 229-259
Tra erudizione e Nuova Scienza. I Lincei riminesi di Giovanni Bianchi (1745), «Studi Romagnoli» LII (2001, ma Convegno sulle Accademie di Forlì, 2000), Stilgraf, Cesena 2004, pp. 401-492
Marineria e società riminese tra 1700 e 1800: saggio presentato al convegno su Giuseppe Giulietti, Rimini, 21 giugno 2003. Dattiloscritto, Rimini 2004, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0700 01042
Stellette addio. L'8 settembre del soldato Alfredo Azzalli


2005
Guido Nozzoli, una vita da cronista, in G. Nozzoli, Quelli di Bulow, Ed. Riuniti, Roma 2005, pp. 11-12
Giuseppe Antonio Barbari da Savignano (1647-1707). Un itinerario scientifico tra Rimini, Bologna, Parigi e Londra, il Ponte, Rimini 2005
Malaguzzi Valeri alla scoperta dei Malatesti e di Rimini, in F. Malaguzzi Valeri, Tre saggi del 1905, Ghigi, Rimini 2005, pp. 5-11
Il furore dei marinai. Crisi istituzionale della Municipalità di Rimini per la rivolta dei "pescatori" (30.5.1799-13.1.1800), «Studi Romagnoli» LIII (2002), Stilgraf, Cesena 2005, pp. 447-511

2006
Erudizione 'malatestiana' nel Settecento riminese. Iano Planco e le tombe del Tempio, «Studi Romagnoli» LIV (2003), Stilgraf, Cesena 2006, pp. 205-222
Rino Molari, fucilato a Fossoli, pp. 110-119; L'arresto di Giuseppe Babbi, pp. 142-145; Il Vescovo Scozzoli aiuta gli Ebrei pp. 156-157, in «Questa è la mia gente. Cristiani sulla Linea Gotica», a cura di G. Tonelli, il Ponte, Rimini 2006
«Filosofia padrona, natura liberata». Un "discorso sul metodo" di Giuseppe Antonio Barbari da Savignano (1647-1707), «Studi Romagnoli» LV (2004), Stilgraf, Cesena 2006, pp. 495-510
Sigismondo, filosofo umanista, «La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, II. 2, La politica e le imprese militari», Ghigi, Rimini 2006, pp. 319-339
Il mito di Sigismondo ed Isotta nel 1700. Rivisitazioni letterarie e polemiche sui sepolcri violati, «La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, II. 2, La politica e le imprese militari», Ghigi, Rimini 2006, pp. 573-593

2007
La formazione di papa Ganganelli alla scuola riminese di Iano Planco, «Studi Romagnoli» LVI (2005), Stilgraf, Cesena 2007, pp. 107-117
I Padri "della Becca" alla chiesa della Colonnella di Rimini. Documenti (1680-1726) dell'Archivio storico comunale di Rimini conservati nell'Archivio di Stato di Rimini, copia pro manuscripto, 2007, BGR, segn. M.0700.01085
«L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Stilgraf, Cesena 2008, pp. 257-277

2008
Pietre sul Mediterraneo. Il tempio di Sigismondo Malatesti, «Civiltà del Mediterraneo», nn. 12-13, 2008, Napoli, pp. 13-33
2008 Anni trenta, favolosi e tragici, in Luigi Gravina, Rimini e dintorni

2009
Cleofe Malatesti, 1421. Tragiche nozze bizantine, «Civiltà del Mediterraneo», VIII (XIII), 15, Giugno 2009, Roma, pp. 19-45

2010
Esilio di fiorentini in Romagna nell'età di Dante, «Quaderni Accademia Fanestre», 8/2009, Fano [2010], pp. 83 -134
Il fantasma di Voltaire. Liliano Faenza filosofo, con vista sulla Storia, in «Per Liliano Faenza. I libri, la vita, l'opera di un intellettuale in provincia», Guaraldi, Rimini 2010, pp. 177-190.
Alle origini di Rimini moderna. 1. Storie malatestiane del 15. secolo. Dattiloscritto, Rimini 2010, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0500 02799

2011
Benedetta fame. Il Settecento inquieto di Rimini, in «Rimini 2011. Per il 150° dell'Unità d'Italia», Istituto per la Storia del Risorgimento, Comitato provinciale di Rimini, Rimini 2011, pp. 3-6
L'Europa dei Malatesti, «Quaderni Accademia Fanestre», 9/2010, Fano [2011], pp. 43 -112
Sebastiano Vanzi, Vescovo e giurista. Dattiloscritto, Rimini 2011, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0500 02913

2013
Rimini 1061, una guerra dimenticata, «Quaderni Accademia Fanestre», 10/2011, Fano [2013], pp. 9-42
Sebastiano Vanzi, Vescovo e giurista, «Quaderni Accademia Fanestre», 10/2011, Fano [2013], pp. 203-226
Plebe, briganti, ribelli : la Romagna nel 1796-97 e l'invasione di Napoleone Bonaparte : un'opera inedita in versione integrale (FOTOC2013) coll. M 0500 03289



1966. Tesi di Laurea, presso la Bibl. Malatestiana di Cesena:
Irrazionalismo e pragmatismo in Italia dal 1903 al 1915 : "Leonardo", "La voce", "Lacerba", Tesi di laurea - 587, XX p. ; 29 cm., Università degli studi di Bologna, Facoltà di Magistero, Corso di laurea in Pedagogia.


MATERIALI MINORI,
Biblioteca Gambalunga di Rimini


2004
Marineria e società riminese tra 1700 e 1800: saggio presentato al convegno su Giuseppe Giulietti, Rimini, 21 giugno 2003. Dattiloscritto, Rimini 2004, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0700 01042

2007
I Padri "della Becca" alla chiesa della Colonnella di Rimini: documenti (1680-1726) dell'Archivio storico comunale di Rimini conservati nell'Archivio di Stato di Rimini. Dattiloscritto, Rimini 2007, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0700 01085

2010
Alle origini di Rimini moderna. 1. Storie malatestiane del 15. secolo. Dattiloscritto, Rimini 2010, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0500 02799

2011
Sebastiano Vanzi, Vescovo e giurista. Dattiloscritto, Rimini 2011, depositato in Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0500 02913

2013
Plebe, briganti, ribelli. La Romagna nel 1796-97 e l'invasione di Napoleone Bonaparte. Un'opera inedita in versione integrale, Biblioteca Gambalunga di Rimini, coll. M 0500 03289

 
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Silvano Cardellini, 2006-2016

Post n°91 pubblicato il 24 Luglio 2016 da riministoria

il Rimino - Riministoria

Antonio Montanari
Silvano Cardellini, a dieci anni dalla scomparsa.

Alcuni testi miei presenti sul web.
2006
Adesso che ci hai provvisoriamente lasciati, lo sai che dieci minuti fa mi ha telefonato Giovanni per dirmi che te ne sei andato. Il tuo calvario è finito. Magra consolazione. Retorica inevitabile.
A Giovanni ho detto che stavo scrivendo al computer proprio una cosa sul giornalismo, riandando al pensiero a quegli anni lontani in cui ci siamo conosciuti, quaranta anni fa tondi tondi.
Stavo scrivendo che ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Che si passa dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un popolo che vanta una superiorità mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore. E che come via di mezzo fra le partite a biliardo e le navi in bottiglia c’è il giornalismo.
Giornalismo che tu, al contrario di me, hai esercito da professionista al «Carlino» con quell’intermezzo nella gloria di un’impresa disperata, con il «Messaggero» traghettato in Romagna da Raul Gardini.
Ecco: i giornalisti spesso hanno l’ambizione di capire più degli altri (come i giocatori di biliardo) e di costruire cose inutili come le navi in bottiglia. Questo accade soprattutto in un terra di provincia come nonostante tutto era ed è Rimini. Capitale del turismo, ma pur sempre gretta città che non amava Fellini, ed adesso che è diventato come un marchio di fabbrica, lo esibisce ad ogni passo ed in ogni occasione. Sino alla nausea.
Tu queste cose le sapevi. Hai scritto un bel pezzo, «Una botta d’orgoglio», poche pagine che finite nei libri sono un documento che all’inizio dice che «Normali non siamo».
Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno.
Abbiamo lavorato assieme, alla fine degli anni Sessanta, al «Corso» con Gianni Bezzi.
Bezzi era ‘reduce’ dal «Carlino» dove lo avevo conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Tu avevi dimostrato sin dall’inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico, eri il ragazzino del liceo che maturava un’esperienza nuova, scrivevi bene, non c’era da correggere nulla. Stavamo crescendo assieme, io poi avevo lasciato quel mondo, avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982, per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio Terenzi, il fondatore del «Ponte».
Tante volte ci siamo trovati assieme in varie occasioni. Il tempo passava. Con un particolare accanimento del destino, sei stato dolorosamente provato dalla malattia per molti anni. Una delle ultime volte che ci siamo incontrati per strada, eri in bicicletta, qualche mese fa, hai risposto al mio saluto con una frase che mi ha raggelato: «È dura». Era la prima volta che mi lasciavi intravedere il tuo tormento.
Hai scritto con Fortunato Urbinati (l’amico bancario che faceva stupende ed irridenti vignette firmandosi «Uf!») una storia del giornalismo riminese. Chi ne farà una nuova dovrà dedicare una pagina anche a te, testimone per vari decenni delle cronache di una città che non è «normale».
E quando incontri Davide Minghini, Uf!, Gianni ed i vecchi amici riminesi d’un tempo, abbraccia tutti. Aspettiamo i vostri commenti.
Ciao, Silvano.
Un'aggiunta di carattere storico.
«Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?». Attorno a quest'interrogativo ruotava il componimento che lo studente Silvano Cardellini (Liceo scientifico Serpieri) presentò al premio giornalistico «Mario Fabbri» nel 1965 e che la commissione (composta dallo scrittore Luigi Pasquini, dal giornalista Flavio Lombardini e da Duilio Cavalli, corrispondente riccionese del Carlino) giudicò degno del primo premio per la sezione «Cronaca e giornalismo». Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vinse nella sezione «Critica e storia», e Mauro Gardenghi (Classico) in quella «Fantasia e arte».
Il testo di Cardellini (intitolato «Io e Dante») fu pubblicato con gli altri premiati nel «Quaderno 5. Panorama 1965» dell'Associazione giornalisti e scrittori riminesi presieduta da Flavio Lombardini.

Diario italiano
Il Rimino 175, anno XII
Luglio 2010

Tama 1002, 25.07.2010
Un altro resto del Carlino

La notte del 19 febbraio 1990 Andrea Basagni e Silvano Cardellini fuggono dalla redazione del Carlino verso quella del Messaggero, sbarcato in Romagna per volontà di Raul Gardini, marito di Idina Ferruzzi. Andrea Barbato su Rai3 definisce la vicenda un caso di "cannibalismo editoriale". L'unico giornale italiano a parlare dello straordinario evento, è il torinese La Stampa. Ne è corrispondente lo stesso Cardellini. A cui quell'avventura non sarà mai perdonata. Fallito il progetto di Gardini, Silvano ritorna nell'antica casa, dove adesso gli hanno intestato la redazione riminese.
Eravamo diventati amici sinceri alla fine degli anni Sessanta, lavorando assieme al Corso diretto da Gianni Bezzi, un altro reduce del Carlino riminese. Dove era stato vice capo-pagina. Uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo aveva buttato sulla strada. Nel 1969 era poi andato a Roma al Corriere dello Sport, per il quale scrisse sino alla morte, avvenuta nel febbraio 2000 all'età di 60 anni.
Silvano aveva dimostrato sin dall'inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico. Era ancora studente di liceo scientifico, maturava con passione in un'esperienza nuova, scriveva bene, non c'era da correggere nulla. Lo avevo soprannominato il Montanelli riminese. Nel 1965 aveva vinto il premio giornalistico Mario Fabbri (antico corrispondente del Carlino) con un componimento intitolato "Io e Dante", che ruotava attorno a questo interrogativo: "Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?". Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vince nella sezione Critica e storia, e Mauro Gardenghi (Classico) in quella Fantasia e arte.
Gianni Bezzi lo avevo conosciuto proprio al Carlino, a cui collaborai per qualche tempo dal 1960. Studente in legge, bravo, intelligente, fu soprattutto amico sincero nell'impostarmi sul metodo di ricerca della notizia e nella stesura dei brevi testi di cronaca.
Sia Gianni, sia Silvano hanno trovato nel Carlino il trampolino di lancio ed una terribile trappola. Per Silvano l'odierna intitolazione della redazione riminese, non ripara nulla. Gli tagliarono le gambe al ritorno all'ovile, avrebbe potuto diventare un ottimo inviato se non un arguto direttore. Ha fatto sino all'ultimo il lavoro umile della cronaca che di solito è affidato ai cronisti in fasce. La sua tristezza era il "resto" del Carlino. [1002]


24 dicembre 2007.
Caro Carlino (e tutto il resto)
Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
[L'amica Cristella mi inviò un suo commento: "Ero presente al Museo per i festeggiamenti del Cinquantenario del Carlino. Meldini ha detto semplicemente "chiunque sapesse tenere in mano la penna" e quanto indicato in parentesi ("tenerla bene") è la precisazione - doverosa, direi - di chi ha steso la cronaca di quella giornata. In effetti la battuta di Meldini mi era apparsa molto limitativa nei confronti dei collaboratori." Le risposi: "Non sapevo della celebrazione, nessuno ha avuto la cortesia di avvertirmi, figùrati dopo quasi 50 anni. Quando l'anno scorso ho mandato al Carlino il mio ricordo su Silvano Cardellini, il redattore capo mi ha chiamato chiedendomi in qual veste intervenivo perché lui è a Rimini soltanto da 18 anni e non mi conosceva. Poi il testo è stato massacrato da tagli."]
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.
Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
Lo ricordai sul web con queste righe.
Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo.
Ciao, Gianni
Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant’anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
C’era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c’era andato così, per sport.
Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l’unico errore della sua vita.
Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
Nel gennaio del ‘67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del ’900. Ciao, Gianni.

L'anno scorso (2006) è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico: «Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».


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Pagina 2267, creata 24.07.2016, 10:40

 

 
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Fossoli, il silenzio sulla strage

Post n°90 pubblicato il 12 Luglio 2015 da riministoria

12 LUGLIO 1944.
Fossoli, il silenzio sulla strage.
Vi morirono Rino Molari, Walter Ghelfi e Edo Bertaccini.


12 LUGLIO 1944. Sessantotto prigionieri italiani del lager di Fossoli sono uccisi al poligono di tiro di Cibeno (Carpi). Tra loro ci sono Edo Bertaccini di Coriano (frazione di Forlì), capitano dell’ottava brigata Garibaldi, un ferroviere di Rimini, Walter Ghelfi, ed il santarcangiolese Rino Molari, professore di scuola media. Sulla drammatica vicenda ritorna un libro appena uscito presso Mondadori, «Le stragi nascoste» di Mimmo Franzinelli, dedicato al tema precisato nel sottotitolo: «L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti, 1943-2001».
11 luglio 1944, vigilia dell’eccidio: alle ore 19 il vicecomandante del lager Hans Haage, chiama «i nomi delle persone che l’indomani sarebbero partite ‘per il nord’; la modalità dell’appello, nominativo invece che numerico, indicava che qualcosa di straordinario stava per accadere». I repubblichini hanno piazzato una mitragliatrice che domina la piazza dell’appello. Questo comprova, scrive Franzinelli, la «compartecipazione dei fascisti alla preparazione dell’eccidio». Otto prigionieri ebrei sono stati intanto portati al poligono di Cibeno, distante circa tre chilometri, per scavare una fossa: è larga dieci per cinque metri, profonda un metro e mezzo.
L’indagine di Franzinelli ricostruisce quanto accaduto in Italia del dopoguerra a proposito degli eccidi come questo di Fossoli. Per mezzo secolo, scrive, la magistratura militare ha negato giustizia; soltanto dal 1994 si sono avviate istruttorie «seguite al tardivo invio dei fascicoli processuali alle procure militari territoriali». In un armadio di legno con le ante appoggiate contro una parete (l’«armadio della vergogna» del sottotitolo), 695 fascicoli sui crimini nazisti (che provocarono dai 10 ai 15 mila morti), furono occultati a Roma presso la procura generale militare, in uno stanzino inaccessibile, a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta.
Il fascicolo di Fossoli reca il n. 2 (apre la serie quello sulle Fosse Ardeatine). Come per gli altri, nel 1960 fu decretata la sua «archiviazione provvisoria», durata fino al 1994, quando tutti i documenti furono rinvenuti casualmente nel corso di indagini su Erich Priebke, dal procuratore militare del Tribunale militare di Roma, Antonino Intelisano. Il Consiglio della magistratura militare definì illegale l’occultamento dei 695 fascicoli, con una relazione approvata di misura il 23 marzo 1999: fu «una votazione che spaccò in due il Consiglio», osserva Franzinelli.
Per la vicenda di Fossoli, il gip militare della Spezia, il 10 novembre 1999, decretò l’archiviazione del procedimento nei confronti di Hans Haage (deceduto), Karl Friedrich Titho (per insufficienza di prove per sostenere l’accusa), e di altri indagati «per essere gli stessi rimasti ignoti non essendo stata possibile la loro esatta identificazione». Il tenente Titho comandava il lager, ma «il vero padrone di Fossoli», scrive Franzinelli, era Haage, sergente maggiore, descritto da un recluso come un nazista fanatico.
Sulle responsabilità dell’eccidio, la sentenza del 1999 dice che essa «è da ricondurre al Comando supremo» tedesco, «nella persona, allo stato, di soggetti ignoti». A Titho, l’ordine ricevuto poté sembrare non illegittimo «proprio perché inserito in una organizzazione dalla disciplina particolarmente rigida e severa, nella quale l’obbedienza era cieca ed assoluta».
Contro Titho ed Haage, un ordine di cattura era stato emesso nel 1954 dal Tribunale militare di Bologna. La successiva richiesta di estradizione per Titho fu bloccata dal ministro degli Esteri Gaetano Martino e dal Tribunale supremo militare, con la motivazione che i fatti a lui attribuiti apparivano di «carattere politico». La posizione fu condivisa dal ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani.
L’interprete di Fossoli, Karl Gutweniger, lavorò anche a Bolzano. Arrestato dagli americani, fu rinchiuso nel campo di concentramento di Rimini da dove fuggì nel luglio 1946. Fu condannato il 13 dicembre dello stesso anno, in contumacia, dalla Corte d’assise straordinaria di Bolzano a 12 anni per collaborazionismo: «egli beneficiò di cinque anni di condono e scontò solo tre anni di libertà vigilata».
Franzinelli, a proposito «di sopraffazioni e di violenze gratuite da parte» tedesca contro la popolazione italiana, riporta un memoriale dell’ex segretario del fascio di Riccione: «per carità di Patria», questi scrisse, doveva rimanere ignorato un episodio di violenza usata da soldati germanici a donne «ed anche alle giovinette», nell’imminenza dell’abbandono delle postazioni difensive.
Tra le «stragi nascoste», Franzinelli elenca pure quella di Fragheto, agosto 1944: 80 persone fucilate, 30 case distrutte; i 17 giovani fucilati a Cesena per inadempienza del servizio militare; i 33 italiani fucilati a Galeata. A Fossoli passò anche lo scrittore Primo Levi («Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato / Ho visto il sole scendere e morire; / Ho sentito lacerarmi la carne /Le parole del vecchio poeta:/ “Possono i soli cadere e tornare: / A noi, quando la breve luce è spenta, / Una notte infinita è da dormire”»).
Riuscì invece a non arrivarci un altro riminese, Giuseppe Babbi, arrestato il 18 marzo 1944 dai fascisti italiani in territorio neutrale, a San Marino, e trasferito al carcere di Bologna: qui incontra Ghelfi e Molari. Della sua vicenda s’interessò la diplomazia alleata che riuscì a salvargli la vita.
Walter Ghelfi, che aveva raggiunto l’Ottava brigata Garibaldi sull’Appennino tosco-emiliano, fu carcerato, torturato e ridotto in misere condizioni fisiche, ma «non tradì i suoi compagni in arme». Rino Molari insegnò lettere nell’anno scolastico 1943-44 a Riccione, dove fece amicizia con don Giovanni Montali, suo compaesano. Trasportò materiale clandestino. Una spia della Repubblica di Salò lo fece arrestare il 28 aprile 1944.
Tonino Guerra in quell’anno cerca di applicare la lezione appresa da Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati proprio da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli («e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19»), infine in prigionia in Germania per un anno.

[Per altre notizie, vedi «I giorni dell’ira», Cap. VIII, qui sotto.]

La storia del campo: dalle SS a Nomadelfia
A Fossoli, nelle vicinanze di Carpi, in provincia di Modena, nel maggio 1942 è insediato il campo di concentramento fascista per prigionieri di guerra “n. 73", gestito dalle autorità militari italiane e destinato all'internamento di sottufficiali inglesi catturati in Nord Africa. L'8 settembre 1943 il Campo viene occupato dai nazisti, attratti dalla posizione geografica che rende la zona un comodo snodo ferroviario. Dal dicembre dello stesso anno funziona come "Campo di concentramento provinciale per ebrei", sotto la gestione della Prefettura di Modena. Sul finire del gennaio 1944 le autorità tedesche avocano a sé la giurisdizione del campo che diventa campo poliziesco di transito per deportati politici e razziali, rastrellati in varie parti d'Italia. Ha così inizio una serie di trasferimenti: dalla stazione ferroviaria di Carpi partono 7 convogli destinati ai più tragici lager del Nord Europa.
Accanto al Campo Vecchio amministrato dalle Prefettura di Modena e gestito da italiani con prigionieri che non venivano deportati; c’era il Campo Nuovo gestito dalle SS tedesche del tenente Karl Titho e del sergente maggiore Hans Hage, con prigionieri ebrei e politici destinati alla deportazione.
Il campo di Fossoli rimase in attività per circa sette mesi, durante i quali vi passano circa 5.000 deportati di cui la metà ebrei: un terzo dei deportati ebrei dal nostro Paese. Il primo grande trasporto, composto quasi tutto di ebrei, è quello segnalato da Primo Levi, che partì da Fossoli il 22 gennaio 1944. Dopo la fine della guerra, il Campo è utilizzato lungamente a scopo abitativo: dal 1947 al 1952 è occupato dalla comunità cattolica di Nomadelfia (che significa dal greco: “Dove la fraternità è legge"), e dal 1953 alla fine degli anni '60 dai profughi giuliani e dalmati (Villaggio San Marco).
A Fossoli avvennero alcuni gravissimi delitti ad opera delle SS, il più grave dei quali è la fucilazione di 68 deportati, partigiani e antifascisti, il 12 luglio 1944. Sull'episodio, ecco la testimonianza di Alba Valech Capozzi (deportata da Fossoli a Birkenau, e liberata dagli Alleati a Dachau il 1° maggio 1945), tratta dal suo volume "A.24029":
«Quel giorno lavorammo preoccupate. Neppure a mezzogiorno i venti ebrei erano rientrati. Nelle baracche regnava un gran nervosismo. Si facevano i commenti più disparati. Tutti eravamo inquieti. Non tornarono neppure la sera, quando ci adunammo sullo spiazzo per il controllo. Pensammo li avessero ammazzati. Eravamo tutti in fila, ma regnava un'atmosfera pesante e perfino il maresciallo Hans aveva il viso oscuro. Anche a mensa io avevo notato qualcosa di strano. Un parlottare serio e serrato fra i tedeschi e delle animate discussioni. Io non avevo compreso nulla di quello che si diceva, ma avevo collegato quelle discussioni con l'assenza dei venti ebrei. Avevo provato a chiedere di loro, ma avevano risposto solo con grida e con pugni sui tavoli. Non avevo insistito ed appena terminato il lavoro ero corsa subito al campo.
Scuro in viso Hans terminò il controllo, poi si portò in mezzo allo spiazzo e disse: "Quelli che ora chiamo, prenderanno la loro roba ed andranno a dormire in un'altra baracca. Domattina partiranno per la Germania ed andranno in un campo di lavoro dove staranno molto bene". Cominciò l'appello. Erano settanta. (…) I settanta si erano frattanto riuniti, con tutta la loro roba. Vidi Fritz, l'interprete, parlare animatamente con loro, mentre si avviavano verso la baracca. I venti ebrei non erano ancora rientrati. Uno ad uno quei settanta vennero poi a salutarci tutti, e quella notte al campo, si fu più preoccupati per i venti ebrei che per quei settanta politici. La mattina seguente, andando in cucina, vidi che gli ebrei erano rientrati al campo. Stavano in gruppo fra la cucina e la mensa. Erano tutti pallidi.
"Signor Vita, signor Vita, - chiamai, rivolgendomi ad uno di loro, - ma dove siete stati? Qui al campo eravamo tutti in pensiero". Il Vita non rispose. Scosse solo la testa con aria desolata. "Alba, Alba, venga qua", gridò il cuoco. Un tedesco si avvicinava. Erano circa le otto. Presi il bricco del caffelatte e mi avviai alla mensa. Uno dei tedeschi aveva un braccio fasciato.
"Capùt, capùt", dissi indicandogli il braccio. Intendevo chiedere se si fosse fatto male; nella speranza di attaccare discorso e saper qualcosa. Mi guardò meravigliato ed accennando di sì con la testa, rispose: "Molto, molto capùt". Uscii impressionata dalla mensa. Vidi i muratori che venivano al campo per lavorare. Anche loro avevano delle facce strane. "Che è accaduto?" chiesi ad uno di loro. "Li hanno ammazzati tutti, ma stia zitta, per carità", mi sussurrò.”
Fonti:
www.deportati.it/campi/fossoli
www.fondazionefossoli.org
www.itc-belotti.org
www.nomadelfia.it
www.comune.modena.it

I giorni dell'ira.
Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino

VIII. L'arresto di Giuseppe Babbi


La vigilia di San Giuseppe, Babbi è avvicinato dal maresciallo dei Carabinieri di Serravalle, che gli comunica la necessità di parlargli in caserma. "Qualunque cosa lei abbia da dirmi, può dirmela qui", replica Babbi. Il maresciallo "prese mio padre per un braccio e per il collo e lo trascinò fino alla stazione ferroviaria di Serravalle, dove c’era il trenino fermo con accanto poliziotti italiani ed un militare delle SS tedesche. Mio padre fu caricato a forza sul treno che partì verso Rimini", racconta ancora Andrea Babbi. "Alla stazione di Dogana il treno si fermò; il maresciallo scese con i Carabinieri, lasciando mio padre in mano alla polizia italiana, anche se il treno era ancora nel territorio neutrale di San Marino." L’arresto di Giuseppe Babbi, prosegue il figlio, mise "in crisi il gruppo degli antifascisti che lui frequentava".
L’altro figlio di Babbi, Angelo, la mattina del 19 al Commissariato di Rimini apprende la notizia che l’indomani suo padre sarebbe stato trasferito a Bologna. Verso le 10.30 del giorno 20, riesce a vederlo alla stazione ferroviaria di Rimini. Giuseppe Babbi viene avviato verso il treno quando si accorge della presenza del figlio, a cui fa segno di allontanarsi. Soltanto a fine aprile Angelo Babbi può avere il permesso per un colloquio col padre nel carcere di Bologna, alla presenza degli agenti: "... però noi parlavamo in dialetto. Mio padre mi disse che l’avevano interrogato più volte e che con lui c’erano... un ragazzo di Rimini, Walter Ghelfi e il prof. Rino Molari di Santarcangelo".
Una delle ultime volte che Angelo Babbi si reca a Bologna dal padre, la famiglia Molari gli affida un pacco da consegnare al professore. "Ma fui costretto a portarlo indietro, perché sia Molari che Ghelfi erano già stati portati nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, dove entrambi furono fucilati", nella notte fra il 12 ed il 13 luglio. Babbi invece viene liberato il 17 luglio. Babbi ha cinquant’anni, Molari trentatré e Ghelfi ventidue. (Dal febbraio del ’44 alla liberazione, nel campo di Fossoli transitarono migliaia di prigionieri: inglesi, ebrei, italiani, antifascisti, intellettuali cattolici come Molari. Vi passò anche lo scrittore Primo Levi.)
Babbi, scrisse Oreste Cavallari, "con poca istruzione e molta miseria, si era fatto da sé con forte carattere e forte personalità. Tutti, anche gli avversari politici, ne riconoscevano la forza d’animo e la purezza d’ideali". Nato a Roncofreddo nel 1893, si era trasferito nel 1904 con la famiglia a Rimini, dove lavora prima come commesso di farmacia e poi, dal 1913, come ferroviere. Si dedica all’attività politica ed a quella sindacale. "Nel 1921 contrastò duramente le tendenze filofasciste" di don Domenico Garattoni e dell’avvocato Mario Bonini, "costringendoli... a presentare le dimissioni dal Partito Popolare", scrive lo storico Piergiorgio Grassi. Sturziano, davanti al problema agrario Babbi sostiene idee per allora "molto audaci", differenziando nettamente il partito popolare "dal comportamento degli agrari e delle forze economiche, appoggiate da il Resto del Carlino, che si preparavano a chiedere l’intervento delle squadre fasciste di Leandro Arpinati". Nel 1923 per la sua posizione di antifascista viene espulso dalle Ferrovie e si trasforma in rappresentante di commercio nel settore dei mobili. Nel ’43 riprende la sua attività politica, in modo clandestino, "chiamando a raccolta gli antichi popolari e qualche giovane dell’Azione Cattolica in vista della fondazione di un nuovo partito", scrive ancora Grassi.

Su Walter Ghelfi abbiamo poche notizie: ferroviere, il 13 marzo ’44 raggiunge l’Ottava brigata Garibaldi sull’Appennino tosco-emiliano. "Per il suo coraggio, per la sua fede, per il suo altruismo che lo faceva eccellere sugli altri, fu nominato Commissario Politico di Compagnia", si legge ne Il Garibaldino del 16 agosto 1945. In aprile fu catturato nei pressi di Santa Sofia. Carcerato, torturato, si riduce in misere condizioni fisiche, ma non ‘parla’: "non tradì i suoi compagni in arme".
Rino Molari è un docente di lettere di Santarcangelo che nell’anno scolastico ’43-44 insegna a Riccione, dove fa amicizia con il parroco di San Lorenzo in Strada don Giovanni Montali, suo compaesano. Poi entra in contatto con l’antifascismo del Cesenate e della Valmarecchia. Trasporta materiale clandestino. Al Provveditorato agli studi di Forlì, per le sue idee, lo giudicano un "elemento poco raccomandabile". Una spia della Repubblica di Salò, Giuseppe Ascoli (alias "capitano Mario Rossi") figlio del generale Ettore Ascoli, lo fa arrestare il 28 aprile ’44.
Tonino Guerra in quell’anno cerca di apprendere e di tradurre in realtà la lezione politica e morale di Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli ("e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19"), infine in prigionia in Germania per un anno.
A don Montali, come scriverà don Domenico Calandrini, "la guerra civile... barbaramente spense il fratello e la sorella, trucidati in casa vecchi e stanchi, e gettati nell’attiguo pozzo, per rabbia contro il vecchio prete che non s’era fatto sorprendere ed arrestare in canonica". Ha ricordato Maurizio Casadei che don Montali "una volta, ritornando da un viaggio trovò il soffitto della camera sfondato dalle pallottole sparate dalla strada. Poi, dopo che i fascisti nel marzo 1944 arrestarono per attività ‘sovversiva’ il professor Rino Molari […] la situazione si aggravò. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati, don Giovanni dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino, prima a Valdragone e poi a Montegiardino". Quando la mattina del 15 settembre ’44, i greci liberano San Lorenzo, nel pozzo vicino alla chiesa si scoprono i corpi di Giulia e Luigi Montali. Avevano cinquantanove e sessantasei anni.
Nel Giornale di Rimini del 2 settembre ’45 si legge che a Giuseppe Ascoli "e ad altri due o tre individui in costume da ufficiali e sottufficiali dei bersaglieri […] si imputa il bieco assassinio" dei due fratelli Montali. Ascoli, come si è visto, è il collaborazionista che fece arrestare il prof. Molari. Gli assassini si sarebbero vantati della loro impresa poco dopo "nel ristorante dell’albergo riccionese dove risiedevano i comandanti del battaglione". Secondo Amedeo Montemaggi (vedi Il Ponte, 9 ottobre 1988), in quei giorni "si incolparono falsamente i tedeschi o i bersaglieri".
Ho ascoltato due nipoti di don Montali. Don Michele Bertozzi: "Don Montali forse sapeva qualcosa di grosso, ma non mi volle mai dire niente". La signora Maria Teresa Avellini Semprini: "Luigi Montali forse era stato colpito al cuore, difficile stabilirlo perché il corpo era in stato di decomposizione. Giulia aveva invece ricevuto una fucilata alla testa". La signora Avellini era stata allieva di Rino Molari nel ’43-44, e rammentava che cosa era stato raccontato allora dell’arresto del suo insegnante: "Alla pensione Alba, dove Molari era ospite, si presentarono dei fascisti che si sedettero al ristorante, parlando a voce alta fra loro: "Come ci pesa questa divisa...". Molari avrebbe detto: "Trovate la maniera di buttarla via, venite con me...". Così, con l’inganno, Molari venne arrestato".

Don Walter Bacchini sino al giugno ’44 è cappellano di don Montali a San Lorenzo in Strada. Una domenica durante l’omelia sostiene che la gente non la si nutre con il ferro dei cannoni, ma con il pane. Un giovane lo denuncia al fascio di Riccione. Provvedimenti su di lui non vengono presi, ma lo segnalano a Forlì: "Ci fu a Riccione, mi hanno detto, una specie di riunione per il caso provocato da me. Forse per la mia giovane età o per la stima che aveva preso molti nei miei confronti, la cosa fu messa a tacere". L’unica traccia dell’episodio rimase in un certificato militare, ove fu annotato che don Bacchini "aveva manifestato sentimenti antifascisti". Quell’atteggiamento di rivolta contro la dittatura, mi ha spiegato don Walter in un lungo, amichevole colloquio, "non era dovuto a me in particolare, ma al fatto di aver avuto la fortuna di essere stato accanto ad un campione della libertà come don Giovanni Montali".
Ha scritto lo stesso don Montali il 15 febbraio 1945: "Venuto il fascismo, non mi lasciai spostare da esso neppure di un pollice dal mio programma. Ebbi l’onore di parecchie dimostrazioni ostili da parte di esso: ne ricordo una molto clamorosa nel 1932 a S. Lorenzino, ove erano convenute tutte le autorità di Riccione, con otto automobili senza contare quelli che si servirono della bicicletta. Ne ebbi un’altra, anch’essa molto clamorosa, ai 10 giugno 1940, alla sera, per aver sostenuto che l’Italia non doveva entrare in guerra a fianco della Germania, perché il mondo non le avrebbe lasciato vincere la guerra. Nello stesso anno fui denunziato dal Segretario politico di Riccione alle autorità di Forlì, presso le quali dovei andare a difendermi personalmente ed ebbi l’onore di essere diffidato. Parecchi anni addietro, nella speranza di potermi annoverare tra i fascisti, da un amico mi fu proposta la tessera ad honorem, che naturalmente rifiutai, dicendo che l’avrei presa se la tessera desse ingegno. Nei miei discorsi dal pergamo o dall’altare, il più delle volte vigilati da emissari del fascio, ho parlato spesso della dignità dell’uomo, della libertà che Dio ha concesso all’uomo quale "maggior don che Dio fesse creando"".

A San Marino il 23 marzo ’44 il segretario repubblichino Giuliano Gozi pubblica un proclama in cui si parla del "conforto che mi viene anche dalla piena fiducia personale del Duce". "I fascisti sono tenuti strettamente all’ordine e alla disciplina, astenendosi in modo assoluto da qualsiasi atto di violenza", sentenzia Gozi. Parole. Che nascondevano le violenze fino ad allora perpetrate, e che saranno smentite dai fatti successivi.
Il primo aprile inizia la reggenza di Francesco Balsimelli e Sanzio Valentini, proprio nel semestre più drammatico per la Repubblica. Nello stesso mese di aprile, racconta Montemaggi, "si acuiscono le tensioni col Governo fascista italiano, il quale rimproverava a San Marino di esser diventata asilo di migliaia di disertori, di renitenti alla leva, di antifascisti". Ezio Balducci, gran diplomatico di San Marino, è "perseguito da mandato di cattura e denunciato al Tribunale speciale fascista". Ai repubblichini dà fastidio che Balducci abbia raggiunto un "tacito accordo" (come lo definisce Balsimelli) con i nazisti, per salvaguardare sul Titano ebrei ben conosciuti dai tedeschi. I repubblichini italiani erano più pericolosi dell’apparato germanico. Ciononostante, nel dopoguerra, Balducci cercherà di difendere Tacchi, dicendo che il federale riminese aveva avallato le dichiarazioni sammarinesi, secondo cui non esistevano ebrei nella Repubblica. Ma che bisogno aveva San Marino di una conferma dai fascisti riminesi?

Primo maggio ’44. Clandestinamente, viene celebrata la festa del Lavoro. "Quando i fascisti trovarono i cantieri deserti andarono su tutte le furie", testimonia Gildo Gasperoni: "Come cani arrabbiati passarono minacciosi per le case degli operai ad intimar loro di recarsi a lavorare, minacciando persecuzioni verso tutti coloro che non avessero ubbidito". Proprio quella mattina Gasperoni viene arrestato con un tranello: il maresciallo Tugnoli, comandante i carabinieri di Borgo, lo invita in caserma per informazioni. "Ingenuamente, in buona fede", ammette Gasperoni, "lo seguii". Giunto in caserma, venne subito rinchiuso in camera di sicurezza.
Secondo Gasperoni, a farlo arrestare è stato il col. Marino Fattori, per vendicarsi del "successo di resistenza operaia" del Primo maggio. Ma c’era anche un altro motivo: Gasperoni ha combattuto in Spagna con i ’rossi’. "Udii una conversazione del maresciallo con il carabiniere: gli diceva che il giorno dopo alle nove sarebbe venuto a prelevarmi il colonnello Fattori per portarmi in Italia a render conto dei miei ‘crimini’ consumati in Spagna contro i nostri fratelli italiani che combatterono a fianco delle truppe di Franco", spiega Gasperoni.
L’arrestato trascorre una nottata insonne. Al mattino successivo, mette in atto il progetto di evasione. Attende che siano aperti i catenacci della porta, dà un improvviso spintone, e tra lo stupore dei carabinieri, "con due balzi mi trovai" all’ingresso. Esce dall’edificio, ruba l’auto che doveva tradurlo in Italia, fugge verso la Baldasserona a nascondersi "nella cripta dove la leggenda afferma che dormisse" il Santo fondatore della Repubblica. Si dà alla macchia e poi viene ospitato da diversi amici.
Quattro giugno. Gasperoni viene nuovamente catturato, assieme a quattro riminesi (Decio Mercanti, Giuseppe Polazzi, Leo Casalboni ed Elio Ferrari), al cimitero di Montalbo. Ha scritto Mercanti: "Cominciò a piovigginare. Avevamo appena iniziata la riunione quando appaiono, all’improvviso, il figlio del maggiore Fattori e due altri fascisti, con i mitra spianati; ci costringono ad alzare le mani e a stare con le spalle al muro. Pochi minuti dopo arrivano i Carabinieri sammarinesi armati...": con loro c’è anche Fattori padre. "Io ero l’ultimo della fila, vicino alla scarpata. In un momento di disattenzione dei fascisti", precisa Mercanti, "tentai di fuggire quando Gatti mi sparò...; allora mi saltarono addosso i Fattori; fui picchiato e colpito fortemente al petto con il calcio del fucile".
Li interroga Paolo Tacchi assieme a Marino Fattori. Gasperoni è trattenuto a San Marino e sarà presto liberato. Per gli italiani si prospetta la fucilazione: vengono tradotti prima a Rimini e poi consegnati dalle SS in mano della Gestapo a Forlì. Mercanti riesce a fuggire per strada verso il 15 giugno durante un allarme aereo, mentre veniva condotto al palazzo di Giustizia. Ferrari e Casalboni dovevano essere fucilati il 29 giugno: si erano già scavati la fossa quando un bombardamento mise in fuga il plotone di esecuzione. Li aiutò a scappare il frate che li aveva assistiti spiritualmente.

Don Montali ha scritto: "Cercato a morte, il 20 giugno ’44 scappai a San Marino, dove mi tenni per lo più nascosto per evitare di essere preso e consegnato". Don Ferdinando Zamagni ricorda che in settembre al convento di Valdragone ebbe occasione di incontrare don Montali "in incognito, perché era stata decretata la sua eliminazione dai fascisti". Il parroco di San Lorenzino era costretto a non farsi vedere perché anche nella neutrale San Marino lo avrebbe potuto raggiungere la vendetta fascista.
La gente sapeva come era stato preso Babbi, ceduto dal governo sammarinese ai repubblichini italiani dopo un lungo tergiversare; e sapeva che era stato liberato soltanto perché del suo caso era stata interessata la diplomazia alleata.
Edizione integrale de "I giorni dell'ira".
Antonio Montanari

 
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