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LA VENDETTA E LA PERVERSIONE CORRONO IN RETE

Post n°1612 pubblicato il 07 Aprile 2020 da prolocoserdiana
 

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La nostra società si evolve verso una dimensione sempre più “tecnologica” e ciò comporta dei cambiamenti in ogni ambito della nostra esistenza. In un mondo che si interfaccia attraverso l’utilizzo del web cambiano anche i legami tra le persone. Un problema sempre più avvertito riguarda i reati che vengono commessi in rete. L’utilizzo dei socialmedia ha comportato un cambiamento radicale nei legami tra le persone, tanto che ognuno di noi possiede un’“identità virtuale” o di “rete”, che si traduce nella possibilità per le persone di esprimere la propria individualità attraverso i molteplici strumenti di comunicazione del web. È sufficiente inserire un nome in un database per ottenere una quantità impressionante di informazioni, a volte anche strettamente personali.
Nuove realtà però comprendono nuovi bisogni e nuove necessità. Tra i molti reati che vengono perpetrati on-line contro la persona, la diffamazione ha un ruolo sempre più centrale. Tra questi, crescenti risultano le diffamazioni a sfondo sessuale che colpiscono nella stragrande maggioranza dei casi il genere femminile.  I più pericolosi e diffusi sono lo “stupro virtuale” e il revenge porn. Lo stupro virtuale condivide con lo stupro fisico l’atteggiamento dell’aggressore, che vede nella vittima non già un soggetto con pari diritti e pari dignità, quanto un oggetto da poter utilizzare e trattare come meglio si crede, noncurante che quel corpo è abitato da una persona. Nella pratica si assiste alla pubblicazione online di immagini e video che la vittima ha prodotto privatamente, non certo con l’intento di una loro diffusione in rete.  Talvolta, il materiale multimediale è reperito da soggetti terzi che riprendono le inconsapevoli vittime in scene di vita quotidiana, meglio se connotate sessualmente, e le danno in “pasto” alla rete.
Attualmente non esistono ancora in Italia delle leggi specifiche per i reati di “revenge porn” e “stupro virtuale” e ci si appella all’articolo 167 del codice della privacy che prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso. Nella pratica però il reo rimane quasi sempre impunito ed è per questa ragione che in Italia si sta al momento lavorando ad una bozza di legge per opporsi al fenomeno ad opera dell’associazione Insieme in rete e altri specialisti del settore che hanno raccolto più di 100.000 firme in favore della nuova proposta di legge. L’obiettivo è far sì che il reato venga riconosciuto come condivisione non consensuale di materiale erotico, “la gravità non può essere sminuita in goliardia” spiega una delle attiviste di “Insieme in rete”. La reputazione digitale infatti è ormai quella reale e, come specifica l’avvocato Maraffino: ““I tempi del diritto spesso sono troppo lenti rispetto ai tempi della rete: gli strumenti penali non bastano. È necessario affrontare il tema della responsabilità dei social network”.
DAVVERO UN BEL PARADISO, aggiungo io...

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Mi domando se Salvini reciterà con Barbara D'Urso l'atto di dolore anche per questa pandemia voluta dal sesso maschile con, naturalmente, una qualche accondiscendenza femminile. NON SANTIFICHIAMO TUTTE LE DONNE!!! Buona giornata con sorriso, bye Sal

 
 
 
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