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GAMBADILEGNO A PARIGI

Post n°1163 pubblicato il 22 Gennaio 2019 da prolocoserdiana

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Era un'idea che mi frullava da tempo: ripartecipare al Concorso cinematografico " Premio Solinas " con un soggetto ed una sceneggiatura un pò insolite. E così, dopo aver registrao il brano in onda, quando sono tornato a casa ho ancora canticchiato il brano e l'idea si è concretizzata: sul testo di De Gregori un soggetto cinematografico di cui vi propongo solo la parte iniziale...

 

A Nassiriya, in Iraq, erano le 10.40 ora locale, in Italia le 8:40. Mancavano pochi secondi a una delle stragi più tristemente memorabili della storia contemporanea italiana e non solo. Carabinieri e militari dell’esercito di stanza alla base “Maestrale” avevano già iniziato a pieni ritmi un’altra giornata in Iraq, teatro operativo della missione Antica Babilonia, autorizzata proprio quell’anno, che aveva come unico scopo quello di contribuire alla rinascita dell’Iraq, favorendo la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della nazione.
I militari, dunque, si apprestavano a iniziare una nuova giornata durante la quale, probabilmente, le attività principali che avrebbero svolto sarebbero state quelle di ricostruzione, di aiuto alla popolazione, soprattutto per quanto riguarda l‘approvvigionamento di cibo e di acqua, di mantenimento dell’ordine pubblico e, non meno importante, di addestramento della nuova polizia locale, affrancata da corruzione e servilismo nei confronti del regime dittatoriale iracheno di Saddam Hussein. Attività che avrebbero dovuto svolgere, dunque, ma alle quali non riuscirono nemmeno a dare inizio. Un camion cisterna pieno di esplosivo, infatti, guidato da 2 kamikaze, scoppiò davanti alla base militare italiana. Il bilancio fu devastante: 28 morti, di cui 19 italiani, e ben 58 feriti. Le successive inchieste hanno stabilito che il camion cisterna conteneva tra i 150 e i 300 kg di tritolo mescolato a liquido infiammabile. Una quantità di miscela esplosiva in grado di fare una vera e propria strage, e così è stato.
Sergio, all’epoca aveva 24 anni. Colpito dall’esplosione, perse la gamba destra che gli venne amputata.
Rimpatriato in Italia e sottoposto ad altri interventi, all’ospedale militare Celio di Roma, conobbe Giulia, una giovanissima infermiera che nonostante la sua permanente infermità, si innamorò di lui e dopo qualche tempo chiese di sposarlo.
Contrastati da entrambe le famiglie, decisero di trasferirsi a Parigi e di ricominciare una nuova vita. Felici, un anno dopo il matrimonio, ebbero la prima figlia Alessia, che pose anche le basi per il loro futuro.
Dieci anni dopo.
Fu una notte come tante altre che Sergio si svegliò in piena notte. Agitato e madido di sudore ebbe l’impressione di perdere coscienza, impressione che di lì a pochi minuti divenne realtà.
Trasferito d’urgenza in un Ospedale parigino, dopo vari accertamenti, gli fu riscontrato un ematoma celebrale da asportare con la massima urgenza.
Non ne volle sapere. All'indomani firmò il foglio di dimissioni volontarie e tornò a casa.
I giorni iniziarono a trascorrere fra angosce e paure fino al momento in cui, approfittando dell’assenza di Giulia, raccolse qualche cosa da indossare, prelevò qualche banconota dal cassetto ed uscì di casa senza una meta ben precisa.
Per qualche giorno si accontentò di dormire in una dei tanti alberghi ad ora, poi, terminati i soldi prese la decisone definitiva e partì alla volta di Atene.
La decisone di Giulia di fare denuncia della sua scomparsa non ebbe i frutti da lei sperati: Sergio risultò introvabile per tutti.
La protesi alla gamba amputata cominciò a creargli qualche serio problema giacchè ogni tanto cedeva e lo costringeva, ma solo quando poteva farlo, o ad accostarsi ad un muro e reggere il dolore, o lasciarsi cadere per terra in attesa che qualcuno lo soccorresse aiutandolo a rialzarsi.
Quell’inverno, ad Atene faceva molto freddo, e Sergio con il poco vestiario che si era portato dietro iniziò a soffrire oltremodo sia il freddo che la fame. Ma l’orgoglio, molto più forte delle avversità che doveva giornalmente affrontare, lo fece andare avanti fino alla primavera, periodo in cui anche Atene si risvegliò  concedendogli di riprendere in mano la propria vita.
Assunto come benzinaio ad un distributore, iniziò a guadagnare quel poco che gli bastava per vivere, ma non per condurre quella vita che tante volte aveva sognato.
Fin da ragazzo, Sergio, aveva avuto la passione per il ballo, tanto che i genitori, persone umili  e non ricche, gli pagarono la scuola di danza che culminò con un diploma che gli permise di aprire in una vecchia balera di periferia del suo paese, una scuola  frequentata in larga maggioranza da persone e coppie adulte che volevano intrattenersi  a ballare quei balli che tanto avevano amato da giovani.
Sergio si specializzò nei passi della samba che nel tempo divennero il proprio cavallo di battaglia. Invitato a numerosi spettacoli, riusciva ad incantare le persone per la naturalezza con cui si esibiva ed esprimeva il proprio talento.
Alla morte dei genitori si allontanò per qualche tempo dal paese e decise di entrare a far parte di un corpo di ballo che si spostava di teatro in teatro nelle varie città di provincia.
Quando venne raggiunto dalla lettera che lo invitava a recarsi presso il Comando militare della propria città per le visite di leva, nonostante potesse rifiutarsi perché figlio unico e orfano, si presentò, fu arruolato e dopo qualche mese inviato a Nassirya per quella che da tutti venne definita “ Antica Babilonia  
Orgoglioso  della propria scelta, non appena giunto a Nassirya contribuì non poco ad aiutare uomini, donne e bambini che nella più assoluta e totale indigenza, necessitavano non solo di cibo e vestiario, ma anche di piccole distrazioni che alleviassero le proprie sofferenze.
E fu così, che Sergio, soprattutto alla sera e quando era libero dagli impegni militari, si recava in una piazzetta e insegnava danza ai bambini ed alle persone che ne avessero voglia. In poco tempo divenne il beniamino di  molte famiglie di Nassirya e dei propri commilitoni che gli appiopparono il nomignolo di caporal maggiore samba.
Di bell’aspetto e forte della propria prestanza fisica, fece innamorare diverse ragazze fra cui Gianna, una crocerossina del campo base che aveva perennemente alle costole.
Fra i due nacque un brevissimo amore che si concluse quando Gianna fu spostata da quel campo base ad un altro.
Inizialmente, Sergiò ne soffrì, ma la gran mole di lavoro da svolgere al Campo base gli fecero presto scordare le notti infuocate e di passione con Gianna.
I suoi amici più cari, il Tenente Serravalle e i due commilitoni Andrea e Alessandro, fecero sempre in modo che Sergio non partecipasse ad azioni prettamente militari, ma si dedicasse unicamente alla missione umanitaria: aiutare le persone a non vivere il dramma della guerra,
Trascorsero pochi mesi per cui Sergio, stanco di quella che personalmente riteneva una vita un po’ inutile, si presentò dal Capitano Ruggeri chiedendogli espressamente e con assoluta decisione di poter fare parte anche delle missioni ricognitive cui partecipavano i propri amici.
Accolta la richiesta, Sergio prese a girovagare con i mezzi pesanti ed a rispondere al fuoco nemico che di giorno in giorno si faceva più insistente.
Sempre in prima linea, una sera, all’imbrunire, sconfinò in un campo irakeno dove, colpito alle spalle, fu fatto prigioniero e condotto in una località di cui nessuno era a conoscenza.
Fu durante le continue torture che Sergio fu costretto a raccontare del Campo base “ Maestrale “, precisando il numero dei militari, le consegne, il numero di mezzi e quant’altro potesse garantire agli iracheni un attacco a sorpresa. Condotto su una jeep a debita distanza dal punto in cui era stato catturato, fu legato ad un masso e sparato a bruciapelo.
Morente, fu lasciato al proprio destino.
Quando definitivamente si risvegliò, davanti a lui due anziani pastori ed una piccola bambina che gli sorrise  e gli poggiò la manina sul capo.
Gli uomini gli raccontarono del dove lo avevano ritrovato ed in quali condizioni fosse.
Fu in quel preciso momento che Sergio ricordò di essere stato a lungo torturato e di aver raccontato del proprio campo base.
Nonostante le ferite ancora aperte, Sergio, fattosi indicare la strada, si lanciò verso il proprio Campo base per avvertire che ci sarebbe potuto essere un attacco da parte degli iracheni. Corse, senza quasi mai fermarsi per due interi giorni,
Fu tutto inutile.
Quando intorno alle 10,40 giunse al Campo base e notò un’autocisterna ferma, capì. Non fece a tempo a muovere un passo che una deflagrazione improvviso lo scaravento per terra lasciandolo privo di sensi.
Solo qualche ora dopo, quando riprese i sensi si rese conto di quanto accaduto. A perdifiato corse verso il Campo Base ancora in fiamme: davanti a lui solo morti, feriti e disperazione.
Sergio si lasciò cadere per terra ed iniziò ad urlare come un selvaggio. Poi, raccolta da terra una mitraglietta, iniziò a sparare in tutte le direzioni come a volersi vendicare di qualcuno che non c’era più.

Quando si riprese del tutto capì di avere la gamba destra completamente maciullata.
Svenne e si risvegliò sul lettino di una tenda da campo militare, dove i medici gli avevano amputato la gamba destra.

Le sue furono solo poche parole: - una cosa è certa: la mia vita ricomincia da oggi…-

Solo a distanza di anni e col senno di poi, Sergio prese coscienza che per lui la vita non era ricominciata quel giorno, ma in un certo  senso finita.
Negli anni successivi, dopo aver fatto il benzinaio, si dedicò al volontariato per una Casa di Cura per malati terminali. Esperienza che accrebbe in lui un senso di benessere che pareva avere perso nel tempo.
Ingiustamente licenziato perché ritenuto responsabile di una somma di denaro custodita nella cassaforte della Casa di cura, non venne denunciato, ma ancora una volta si ritrovò per strada a mendicare e bussare ad ogni porta che le potesse garantire un lavoro.
Fu un giorno di dicembre, esattamente la vigilia di Natale, che il destino bussò ancora alla sua porta.

Un distinto signore vedendolo rannicchiato su una panchina morente di freddo gli si accostò e gli disse: - un giovane come te ridotto in questo stato…Vergognati. – Poi lo sguardo dell’uomo si fissò sul moncone della gamba scoperta.

-Scusami…Non avevo visto – Gli disse l’uomo sedendosi accanto a lui.-

-Non importa, ci sono abituato…- rispose Sergio con un mezzo sorriso-

L’uomo non aggiunse altro. Invitò Sergio a seguirlo fino alla sua macchina, dove ad attenderlo c’era un autista in livera che al suo arrivo gli spalancò la portiera per subito richiuderla.

-Non hai visto che sono in compagnia? Riapri e fai accomodare il mio amico…- tuonò l’uomo che fece posto a Sergio che, ammutolito,  gli si sedette accanto.

Nel giro di poche ore, Sergio si ritrovò all’interno di una lussuosa villa circondata da alberi secolari e da un laghetto che si fermava, quasi fosse uno sbarramento naturale, a pochi metri dall’ingresso della villa.
- Allora, disse l’uomo – sprofondando su una poltrona- cosa diavolo ti è successo?-
Come annichilito, Sergio volse lo sguardo un po’ ovunque e dovunque poggiasse lo sguardo incontrava quadri, cimeli, candelabri dorati e quant’altro gli facesse capire che l’uomo che gli stava davanti non poteva che essere un grande magnate,
- Che c’è? – chiese l’uomo che subito precisò: - non è roba mia, ma della vedova del Conte Marchand che è follemente innamorata di me e che mi concede di vivere qui.
Sergio ebbe come un sussulto, ma si ricompose subito.
- Perché mi ha condotto qui  se lei non è il padrone?-
- Ti sbagli. figliolo…Qui è anche tutto mio e quando la vedova non ci sarà più sarò io ad ereditare tutto ciò che vedi e vedrai in seguito –

Con enorme sforzo, Sergio si risollevò dalla poltrona e a fatica iniziò a girare per la stanza soffermandosi, in particolar modo davanti a dei dipinti ritraenti volti di persone.

-Se non lo ricordassi è la vigilia di Natale. Non ti vorrai presentare in queste condizioni davanti alla contessa? Datti una bella ripulita e cambiati. Per gli abiti puliti rivolgiti al guardarobiere…Di roba ce ne è davvero tanto e qualcosa che ti stia bene la troverai di certo. Vai, la contessa ama la puntualità…-

Ad un cenno dell’uomo, un uomo di mezza età in perfetta divisa da cameriere si avvicinò a Sergio e lo invitò a seguirlo.
Quando Sergio entrò, vestito di tutto punto, nella grande sala rimase quasi accecato dallo splendore dei lampadari e dalla forte luce che emanavano,
- Allora, giovanotto, non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Frederich  Boilè. Tu?

Sergio si voltò di scatto e colse la figura dell’uomo che teneva sottobraccio una vecchia signora dai capelli bianchi e dallo sguardo gelido.
- Ser…Sergio…Mi chiamo Sergio Corsini e sono italiano ., balbettò Sergio avvicinandosi ai due.
- Puoi anche andarle sotto gli occhi che non ti vedrebbe…Purtroppo la contessa è afflitta da cecità permanente da oltre cinque anni, ma, credimi, è come si ci vedesse benissimo. Tu parla e ti dirà come sei fatto…- concluse Frederich accompagnando la contessa al tavolo imbandito che campeggiava al centro della sala.

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Il resto appena non appena avrò concluso il tutto. By Sal

 
 
 

LA CADUTA DEI POETI

Post n°1162 pubblicato il 22 Gennaio 2019 da prolocoserdiana
 

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Il femminismo distorto e ipersessualizzato degli ultimi anni è riuscito a far saltare ogni regola della seduzione. Ora ci si deve confrontare con donne selettive e narcisiste, detentrici assolute del capitale erotico; e con uomini che vedono costantemente lesa la propria mascolinità, rifugiandosi nel rancore e nella paranoia. Parliamo di vanità, sessualità e di incel: maschi insicuri e sessualmente repressi.
«Vanità delle vanità, tutto è vanità». L’antico sapiente Qoèlet già sentenziava perentorio sul nostro umano affannarci, duecentocinquanta anni prima di Cristo.Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va e un’altra arriva ma la terra resta sempre la stessa.Il saggio indicava l’abbandonarsi a Dio come unica via d’uscita alla vana fatica che la morte suggellava nell’assurdo e incomprensibile mutismo della Terra, questo grande cimitero di generazioni. Ma chi ha letto il Qoèlet oggigiorno? Noi, ancora no, e forse Qoèlet stesso andrebbe in palestra e a fare l’aperitivo piuttosto che mettersi a scrivere sul male e il bene di questo mondo.
Scherzi a parte, il trito e ritrito discorso sul capitalismo della seduzione, sulla social vanitas contemporanea per intenderci, mostra la sua instancabile attualità lì dove le sue crepe sono più difficili da trovare, lì dove il sottobosco degli effetti collaterali è più invisibile quanto è più fitto e variegato. Mai c’è stata epoca, si sa, che ha dato tanta importanza al sesso, al “dovere” di praticarlo il più spesso e con più partner possibili, nel migliore dei modi, nei posti più diversi. Per forza di cose, ci sono coloro i quali a questo dovere non possono o non riescono ad adempiere: gli Incel (“involountary celibates”, celibato involontario), migliaia di ragazzi che, afflitti da questa piaga, hanno deciso di farsi comunità web e, ahinoi, movimento.
Per quanto le teorie degli Incel siano deprecabili, la loro psiche debole e la loro ideologia folle, su una questione non hanno mancato, a nostro parere, il problema. Infatti, secondo noi, un certo femminismo di maniera, “liberando” le donne e il loro corpo da sistemi patriarcali e neopuritani senza leggere però il foglietto illustrativo, ha venduto questo corpo al mercato capitalistico rendendolo, così, il più ambito oggetto del desiderio (l’Oggetto per eccellenza), operazione in più giustificata da una volontà di riappropriazione simbolica che le donne hanno voluto fare del loro corpo e quindi della loro sessualità («Il corpo è mio e ci faccio quello che voglio» cit.).

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Serena e allegra giornata, bye Sal

 
 
 

Bohemian Rhapsody, il film sui Queen che piace a chi non conosce i Queen

Post n°1161 pubblicato il 21 Gennaio 2019 da prolocoserdiana
 

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Questo weekend ho visto due volte Bohemian Rhapsody al cinema. La prima per necessità: esce un film sui Queen e sull’enigmatica figura di Freddie Mercury, lo devo vedere, senza se e senza ma. La seconda, perché la prima mi è piaciuto talmente poco che mi sono fatto mille scrupoli: mia serata no, il cinema col riscaldamento che non funzionava, aspettative vs. realtà e tutte le altre tare personali. Purtroppo il risultato è lo stesso: non mi sono mai emozionato, neanche un accenno di pelle d’oca. Come tanti, ho fatto un po’ di air guitar, ho battuto i piedini a tempo, ho finto di cantare quelle che sapevo, ma per quello bastava il trailer o un qualsiasi documentario e qui, il rischio “fiction su Modugno al cinema” è reale.
Il problema mica sono i Queen: le loro canzoni le conoscono tutti ma proprio tutti, compresa tu’ nonna. La platea di provincia per Bohemian Rhapsody è infatti il massimo della trasversalità: fan della prima ora, gente che al cinema non è mai venuta, giovani curiosi, genitori affamati di emozioni, un mare di quarantenni nostalgici e si sa, questi ultimi li compri facilmente. Sono loro che, nei commenti sui social, scrivono “Rami Malek merita un Oscar, è uguale a Freddie Mercury”, facendomi partire un ictus di quelli seri.

Per le imitazioni c’è Tale e Quale e nello spettacolo di Carlo Conti, Freddie Mercury è stato imitato molte volte, pure bene e pure cantato dal vivo. Il cinema è altra cosa e spesso i personaggi veramente esistiti funzionano meglio se accennati anziché ricalcati. Rami Malek e gli altri sono bravi, ci mancherebbe, ma è quel bravi che diresti a una recita scolastica venuta bene. Fanno le mossette, ammiccano dopo qualsiasi battuta che a volte sembra di vedere Zoolander, sono caricaturali al limite della macchietta: Mercury viene dipinto come un mezzo minus habens incapace di gestire qualsiasi emozione, anche la più semplice e miracolato dal genio che gli viene da chissà dove, May sempre pragmatico, Taylor scassapalle e Deacon, il povero Deacon, l’unico giusto, diventa la spalla comica, un Mr. Bean che suona bene. Quando parlano, lo fanno come gli Avengers, uno alla volta e ognuno con la battuta-spiegone, per strizzare l’occhio ai fan. Manca solo il televoto finale.

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Se proprio volete emozionarvi, guardate il vero concerto dei Queen al Live Aid, con i veri musicisti, la vera regia dell’epoca e, cosa importante, il pubblico vero, non quell’ammasso di computer grafica senz’anima con cui i produttori del film hanno riempito il Wembley Stadium. Fanno anche qualche pezzo in più rispetto al film: tutto gratis, tutto reale.

Goodbye everybody, I’ve got to go. ( Ciao a tutti, devo andare ) Sorriso, Bye Sal

 
 
 

QUANDO UN AMORE FINISCE

Post n°1160 pubblicato il 20 Gennaio 2019 da prolocoserdiana
 

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Tutti conosciamo la sofferenza di una storia d'amore che finisce: frasi, ricordi, emozioni...
Dato che non esiste una formula magica per eludere questo dolore, è importante ricordare di non fermare la propria vita ed evitare i classici pensieri irrazionali che, in situazioni simili, si possono presentare frequentemente.
Una separazione interrompe il senso della progettualità che è inconscia e naturale in ognuno di noi. Ci costringe a ricominciare il gioco delle relazioni: riprendersi dopo la fine di un amore può essere un percorso di risalita impegnativo, ma non impossibile.
Inizia col darti il tempo necessario.
Quando perdiamo una persona che amiamo, si creano mentalmente dei pensieri negativi che bloccano il naturale percorso di elaborazione della separazione.
Di seguito, tre frasi frequenti e pensieri da evitare.
"era tutta la mia vita"

Se lo scopo principale della vita era l'altra persona e progettavi tutto in sua funzione, significa partire dal presupposto della cancellazione personale.Questa rottura invece forse ti ha liberato e può farti capire che il protagonista della tua vita sei tu. E imparare che l’amore autentico porta al compimento di sè stessi, non all'annullamento per l’altro.
"è solo colpa mia"
E’ normale iniziare a fare congetture del tipo “se avessi fatto o detto… allora...”
Purtroppo il corso della storia non può essere cambiato, e fissare i pensieri sull'idea che le colpe per la fine del rapporto siano da imputare a te, all'altro, alle cose fatte o mancate, non aiuta nel percorso dielaborazione
Quando finisce una storia d'amore, dare colpe e assoluzioni permette di poter sperare che, cambiando il comportamento, la relazione possa ricominciare.
"é stato inaspettato"

Non dire bugie a te stesso, ma impara ad analizzare i cambiamenti avvenuti in te, nell'altro e nella tua storia.
Quando l’amore manca, i segnali ci sono, siamo più noi a non poterli o volerli cogliere.

Ma è spesso un'illusione. Anzi si rischia di rallentare la presa di coscienza.


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Non dannatevi a pensare con i se e con i ma: quando una storia finisce non chiudete le porte ad una nuova, possibile grande storia d'amore. Sereno inzio settimana, bye Sal

 
 
 

Alberto Sordi entra tra i grandi italiani del Dizionario biografico della Treccani

Post n°1159 pubblicato il 19 Gennaio 2019 da prolocoserdiana
 

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Alberto Sordi approda al Dizionario biografico degli Italiani edito dall'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani (per l'esattezza si trova nel 93° volume che va da Sisto V a Stammati). La voce è stata curata dal critico cinematografico e storico del cinema, Alberto Crespi. Una voce che presenta biografia, analisi dell'opera e curiosità sull'Albertone nazionale.
Crespi apre la voce dedicata al grande attore correggendo subito uno dei grandi luoghi comuni sulla figura di Sordi. "Già dagli inizi degli anni Sessanta si sarebbe potuto smontare un luogo comune - anche critico - che ha perseguitato Alberto Sordi per tutta la vita - scrive -: la sua identificazione con vizi e difetti dell'italiano medio. Ettore Scola, che ben lo conosceva, ha sostenuto più volte una tesi opposta: Sordi è l'italiano impazzito, in cui pulsioni socialmente inconfessabili hanno preso il sopravvento sulla rispettabilità piccolo-borghese".
"Erano anni - dice Crespi - in cui quasi tutti i film venivano, in prima battuta, scritti per lui: sia il copione de "Il sorpasso" che quelle de "I mostri", entrambi di Risi, erano destinati a lui e la fortuna degli altri "colonnelli" della commedia (Gassman, Tognazzi, Manfredi) fu che Sordi aveva rallentato i ritmi (solo nel 1954 aveva interpretato 12 film) e non poteva né voleva girare tutti i film che gli venivano proposti". Tra i progetti non realizzati dall'attore, così si chiude la voce scritta da Alberto Crespi: "un film sulla vita del poeta romano Belli (proposta rifiutata perché temeva che, al momento dell'ascesa in Paradiso, san Pietro glielo avrebbe rimproverato), uno su Henry Kissinger, un altro sul trombettiere del generale Custer John Martin (in realtà un italiano, tale Giovanni Martini) e infine il sogno, confessato in un'intervista al 'Corriere della Sera', di impersonare Benito

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I piccioncini li faremo per un'altra occasione. A Roma ci vado comunque  per sistemare due genovesi del ...

 

 
 
 
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