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Vangelo di Giuda, fenomeno (mediatico) da baraccone

Post n°2 pubblicato il 10 Giugno 2006 da eleperci
 

di ELENA PERCIVALDI
Ci hanno messo molto - più o meno duemila anni  - ma i famosi trenta denari con cui Giuda fu pagato per tradire Gesù Cristo hanno incominciato a fruttare bene. Ironia a parte,  sembra proprio che anche il cosiddetto Vangelo di Giuda, di recente balzato agli onori delle cronache con un can can mediatico che ha ben pochi precedenti,  si stia involando ad ampie falcate verso la trasfigurazione da documento storico a  ennesimo fenomeno mediatico da baraccone.
Solo così si può spiegare il grande dispiegamento di mezzi - conferenze stampa, pubblicità martellante, prodotti editoriali a go-go - che accompagna l’uscita il Italia della traduzione dal copto del Vangelo di Giuda, testo gnostico finora ignoto risalente nella forma sopravvissuta alle ingiurie del tempo al IV secolo e appena pubblicato, che contiene la rivelazione sconcertante che Giuda, il “traditore” per antonomasia, avrebbe agito non già per malvagità, ma per adempiere ad una precisa volontà di Cristo.
«Tu sarai al di sopra di tutti loro - cioè degli altri apostoli, dice Cristo a Giuda nel testo -. Perché sacrificherai l’uomo che mi riveste».  Così l’apostolo reietto, quello che dovette subire dalla Storia, per il suo infame gesto, la damnatio memoriae per l’eternità, sarebbe in realtà un eroe perché, pur conscio delle conseguenze del suo gesto, si sottomise alla volontà divina diventando strumento per la sua realizzazione. 
Il papiro contenente il testo di questo vangelo apocrifo, traduzione in copto di un originale composto in greco verso la metà del II secolo, è rimasto sepolto per 1700  anni  nel deserto egiziano, nel fondo di una grotta, tra i corredi di una sepoltura. Pubblicato ora dall’americana National Geographic (in Italia per i tipi della White Star), il testo si apre col “Racconto segreto delle rivelazioni fatte da Gesù a Giuda Iscariota”, in cui  Giuda - da sempre condannato come traditore -  viene  descritto come l’apostolo più  vicino a Cristo,  l’unico in grado di comprenderne appieno il messaggio spirituale. Per questo, dunque,  sarebbe stato “scelto” da Gesù per portare a termine la missione: far sì che il Messia morisse aiutandolo così a liberarsi della prigione del suo corpo, e permettendogli di ricongiungersi con Dio nell’Aldilà. 
Una tesi rivoluzionaria, anzi clamorosa, che ha fatto alzare ben più di un sopracciglio.  Non certo  la scoperta in sé, quanto la maniera un po’ troppo strumentale e sensazionalista con cui è stata rivelata al grande pubblico,   è stata infatti duramente criticata dai teologi, cattolici e ortodossi.  Che temono, forse a ragione, il ripetersi di un altro caso  “Codice da Vinci”.
Prendi un personaggio enigmatico (se poi  è controverso e tende al luciferino, tanto meglio) vissuto un bel po’ di secoli fa,  lo avvolgi in un’aura oscura di mistero attribuendogli contatti con non meglio precisati messaggi esoterici, lo fai oggetto di una rivelazione «sconvolgente» che ha a che fare con l’insondabile e con la fede, et voilà, il gioco è fatto: la bella scoperta mina in modo irrevocabile certezze ormai millenarie e  rende ex abrupto impellente il bisogno di «riscrivere la Storia». E poco importa se tra gli “effetti collaterali” ci saranno (profetizziamo?) dozzine di libri scritti da improvvisati esperti, un kolossal cinematografico, tonnellate di gadgets e una moltitudine di viaggi  organizzati sui luoghi dell’ormai “falso” tradimento (trasformato in “palcoscenico della rivelazione”), con allegata visita guidata al Museo Copto del Cairo, dove il prezioso papiro farà a breve bella mostra di sé tra i flash di orde di turisti invasati.  

STORIA TRAVAGLIATA

Il destino che aspetta il povero reperto millenario, purtroppo, temiamo sia segnato.  Ed è un vero peccato, perché se solo non si fosse presentata la scoperta utilizzando il registro di un sensazionalismo scandalistico ben più consono a certe sgargianti riviste da lettura sotto l’ombrellone, forse si sarebbe potuto ricavare da essa qualche  spunto di meditazione, nonché la possibilità di aggiungere un prezioso tassello alla nostra conoscenza del Cristianesimo delle origini, inteso in questo caso come fenomeno storico, senza implicazioni teologiche.   Invece è stata  un’occasione sprecata.
Il papiro, che risale al IV secolo,  fu scoperto in Egitto negli anni 70 da alcuni contadini nel fondo di una grotta, nei pressi della cittadina di El Minya. Favorito dalle condizioni climatiche secche e calde, si era conservato pressoché integro, ma le peripezie che da allora dovette subire ne minarono la struttura al punto che gli studiosi che lo hanno maneggiato, dal 2001 ad oggi,  nel ricostruirlo hanno compiuto un vero e proprio miracolo.
Il suo primo proprietario, un venditore di antichità senza particolari cognizioni storico-archeologiche,  non sapeva leggere il copto e dunque non ne comprese subito il significato.  Così, dopo alcuni tentativi di vendita andati a vuoto, il papiro finì  rinchiuso nella cassaforte di una banca di New York, dove restò per 16 anni. Aggredito dall’umidità,  si stava ormai sbriciolando quando, nel 2000, l’antiquaria Frieda Nussberger Tchacos, venuta a sapere della sua esistenza, lo acquistò e lo portò con sé in Svizzera. Le sue condizioni, però, erano ormai catastrofiche. Spappolato in un migliaio di frammenti fragilissimi, rischiava di finire da un momento all’altro in polvere.  Grazie ai finanziamenti di alcuni enti come la Fondazione Maecenas, ciò che rimaneva fu allora affidato alla restauratrice Florence Darbre che, con la collaborazione del maggior  esperto mondiale  di copto, il professor  Rodolphe Kasser, si diede a rimettere insieme il puzzle:  ventisei pagine di papiro scritte su 13 fogli vergati su entrambe le facciate, tutte ridotte in pezzi.
L’opera di ricostruzione, a dir poco certosina,  è durata cinque anni, durante i quali il prezioso documento è  stato sottoposto  a una lunga serie di esami: dal radio carbonio all’analisi dell'inchiostro, dall'analisi linguistica a quella della grafia del copista.  Tutte hanno confermato che esso risale al 300 dopo Cristo ed è dunque autentico. Oltre al Vangelo di Giuda, il “Codice Tchacos” - come è stato ribattezzato l’intero manoscritto - contiene altri tre testi per un totale di 66 pagine: le versioni dell’Epistola di Pietro a Filippo e della Prima Rivelazione di Giacomo (già noti dal 1945, quando riemersero con un’altra cinquantina di testi gnostici nelle grotte di  Nag Hammadi) e il Libro dell’Allogeno (o “dello Straniero”), finora ignoto.

“RIVELAZIONI” SCONVOLGENTI

L’importanza storica del ritrovamento e del restauro è senza dubbio grande.  L’esistenza del Vangelo di Giuda - scritto  originariamente  in greco, si presume verso la metà del II secolo  - era infatti nota da quasi due millenni, ma nessuno ne conosceva il testo esatto. La prima citazione dell’opera compare infatti nel monumentale trattato “Contro le eresie” composto  da Ireneo di Lione nel 180,  che ne denunciava le tesi come «eretiche». Il pio vescovo attribuiva il “Vangelo”  alla setta dei Cainiti, gnostici che giustificavano sia il fratricidio di Caino sia il tradimento di Giuda come atti indispensabili, anzi previsti da Dio, per la caduta e conseguente salvezza dell’umanità. Giuda, quindi, sarebbe stato strumento della salvezza e per questo i Cainiti celebravano il Mysterium proditionis, il mistero del tradimento.
Il manoscritto di El Minya è invece scritto in copto, lingua nazionale dell'Egitto a partire dall’epoca della conversione al Cristianesimo,  verso la metà  del III secolo.  Di certo i suoi contenuti forniscono preziose informazioni  sul Cristianesimo delle origini, in particolare sull’universo eterogeneo delle sette gnostiche. Col termine “gnosticismo” (che deriva dal greco gnosis, cioè conoscenza) si designa una corrente di pensiero che si basa sulla conoscenza della verità. Sintetizzando, per gli gnostici la vita materiale - e il corpo mortale - è solo una trappola, mentre il mondo così come lo conosciamo non è stato creato da  un Dio perfetto e onnisciente, ma da una divinità minore, ignorante e imperfetta, e dunque non può essere considerato “buono”.  Scopo dello gnostico è dunque liberarsi dal mondo per ricongiungersi con il Dio vero. E tale verità, per gli gnostici cristiani (ché altri tali non erano),  era stata  rivelata loro da Cristo stesso.
Ed ecco che in questo quadro assume un senso l’azione di Giuda.  «Tu - gli dice Gesù nel testo ritrovato  - supererai tutti gli altri perché sacrificherai la parte umana di me. E per questo sarai maledetto dalle altre generazioni». Il tradimento di Giuda, dunque, non sarebbe avvenuto come insegnano i Vangeli canonici  per avidità, possessione diabolica o malvagità, ma per ordine stesso di Cristo.  Giuda da “cattivo” per antonomasia si trasforma così in “buono”, anzi in strumento divino, perché essendo  l’unico  tra gli apostoli ad aver  compreso esattamente il messaggio di Gesù, lo aiuta a uscire dalla trappola materiale del suo corpo, e dunque adempie con la sua azione alla volontà divina.

LE REAZIONI DEI TEOLOGI

Come c’era da aspettarsi, la scoperta non è passata inosservata. Se da un lato il documento ha suscitato  grande interesse tra gli studiosi - storici del Cristianesimo in primis -, dall’altro, complice il sensazionalismo montato da certa  stampa, ha acceso la curiosità morbosa del pubblico, cui la notizia è stata ”venduta” come una clamorosa rivelazione che avrebbe sconvolto da cima a fondo le basi stesse della religione cristiana. Proprio come le pretese “verità” utilizzate da Dan Brown ne “Il Codice da Vinci”, che derivano da uno strampalato scritto pubblicato nel  1982 da tre sedicenti studiosi  - Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln  - e tornate di moda proprio in seguito al successo del romanzo. In quel caso la “rivelazione” era che il famoso Santo Graal non sarebbe la coppa che raccolse il sangue di Cristo versato sulla croce ma - basandosi su un improbabile termine  “sangreal”, cioè “sangue reale” - il ventre di Maria Maddalena, sposa di Cristo e madre di una “prole sacra” che avrebbe generato a sua volta la stirpe reale dei Merovingi, antenati dei re francesi.  Custodi di questo segreto sarebbero stati i Templari e il supposto “Priorato di Sion”, società segreta della quale avrebbe fatto parte,   tra gli altri,  Leonardo da Vinci. Il quale avrebbe tradotto tale messaggio nelle sue opere (“Gioconda” e “Cenacolo”  in primis), occultandolo dietro una complessa simbologia. 
In realtà le supposte “verità” del Vangelo e del Codice sono uno specchietto per le allodole a cui molti - ingenuamente e in buona fede -hanno abboccato. La reazione del mondo cristiano, cattolico e soprattutto ortodosso, è stata dura. C’è chi, come monsignor Nikodimos, vescovo di Ierissos, del Monte Athos e di Ardameriou,   ha accusato il Vangelo di Giuda di essere il risultato di un «complotto sionista» teso a suscitare uno scandalo nella Chiesa, e chi, come  il diacono Andrei Kurayev, professore all'Accademia Teologica di Mosca,  ha detto che il testo   è  buono tutt’al più per vederci più chiaro nel mare magnum delle credenze gnostiche che prosperavano in oriente  nei  primi secoli del Cristianesimo, ma sarà destinato ad avere un «impatto zero» sulla nostra visione della vita di Cristo o della comunità  apostolica nel primo secolo.
C’è chi, come il biblista dell'Università Cattolica monsignor Bruno Maggioni , ha affermato a chiare lettere che il testo   contiene un’idea di dualismo, quella dello spirito che si libera del corpo terreno, del tutto estranea all'idea cristiana dell'unità tra corpo e anima, e quindi - fermo restando il suo valore di testimonianza storica -  il papiro non potrà certo mettere in discussione la teologia cristiana.  E c’è infine chi, come Giulio Michelini, docente di Nuovo Testamento  all’Istituto Teologico di Assisi,   che sulle pagine di “Avvenire” ha scritto che il “National Geographic” è una bellissima rivista, ma è meglio che continui ad occuparsi di viaggi ed esplorazioni e lasci stare «argomenti per lei troppo complicati» come i papiri e i testi apocrifi.  Per il docente il battage mediatico riferito  dalla scoperta  si basa su un equivoco pericoloso: quello che i quattro Vangeli “canonici” - scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni -  sarebbero stati “scelti” tra le decine di versioni sulla vita di Gesù circolanti nei primi tempi cristiani, mentre invece sono molto precedenti - anche di secoli - a quelli  cosiddetti “apocrifi”, e quindi anche al Vangelo  di Giuda. Stupisce  - osserva impietosamente il quotidiano della Cei  - «che un articolo del National Geographic, sul quale la rivista ha così investito da allestire addirittura la copertina di quel numero, sia stato scritto da un giornalista che non ha alcuna dimestichezza con questi temi, come si evince dal suo pur interessante curriculum».  Un vizio purtroppo diffuso.
Comunque sia, il manoscritto, completato il restauro, è stato restituito all'Egitto e sarà esposto nel Museo Copto a Il Cairo. Il National Geographic, oltre al numero dell’omonima rivista, ha dedicato alla scoperta un documentario e due libri: “Il Vangelo perduto” - che racconta a firma di Herbert Krosney  l’avvincente storia del ritrovamento -  e “Il Vangelo di Giuda”, che contiene l’edizione integrale del testo tradotta in italiano e commentata, insieme ad alcuni saggi di vari esperti.  E mentre i mass media di tutto il mondo reclamizzano loro malgrado  (seppur in modo spesso critico) l’uscita nelle sale cinematografiche de “Il Codice da Vinci”  -  c’è da scommettere che la nuova interpretazione della figura di Giuda emersa dal cosiddetto Vangelo che porta il suo nome, invece di essere consegnata al mondo accademico come una preziosa quanto unica testimonianza storica,  sia invece destinata a imporsi tra chi cerca risposte in facili esoterismi e misteri,  diventando  a sua volta l’ennesimo fenomeno mediatico volto a stravolgere a fini commerciali il messaggio cristiano. 
21/05/2006
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