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Post N° 142

Post n°142 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da eleperci

Successo a metà per “Maria Stuarda”: Superlative Antonacci e Devia, fischiati Fogliani e Pizzi

Alla Scala torna Donizetti e trionfano le donne
 
di Elena Percivaldi

Torna Gaetano Donizetti alla Scala, dove mancava, con la sua Maria Stuarda da quasi quarant’anni, e succede un pandemonio. Nel bene e nel male. Sì perché se le due protagoniste, le grandissime, superbe e stratosferiche   Mariella Devia (Maria) e Anna Caterina Antonacci (Elisabetta) ottengono meritatissime ovazioni da stadio, il povero maestro  Antonino Fogliani  viene strapazzato da un’ondata di fischi. Un peccato davvero perché ce l’ha messa tutta. Ma è giovane (classe 1976) e bene ha fatto la Scala a investire su di lui dandogli l'occasione: chi non risica non rosica.  Comunque, avrà tutto il tempo per un pronto riscatto.  

 

Diciamolo subito, il suo non era un compito facile. L’opera di Donizetti, tratta dalla tragedia omonima di Schiller, è musicalmente debole, a tratti quasi inconsistente. Ma questo non era una novità, tanto che appare poco in repertorio e ancora meno in discografia. Drammaticamente fissa, opprimente e oppressiva stretta com’è nell’incontro-scontro (che a volte diventa duello)  tra le due protagoniste, l’opera se non si interviene subito con polso fermo diventa una specie di gabbia grigia. Ma sin dalle prime battute la direzione di Fogliani è sembrata scialba e monotona, priva quasi del tutto di slanci verso l’alto. Sotto la sua bacchetta la Stuarda è diventata un flumen lutulentum che scorreva poco e a cui poco ha giovato anche la scenografia di Pier Luigi Pizzi la quale, dal canto suo, ha accentuato il senso  di claustrofobia fino ai limiti del sopportabile. Il regista, che ci pare aver riciclato più di una idea dalla sua messinscena allo Sferisterio nel 2007 - ha dato una lettura del non-capolavoro donizettiano condivisibile ma non particolarmente originale, col suo insistere fino all'ossessione nel voler proporre Forteringa come una pura e semplice prigione.

Il richiamo, anche estetico e coloristico (il grigio e il nero, il chiaroscuro, la totale assenza di colore) è alle carceri di Piranesi con tutto il loro carico di smarrimento e di vertigine. E, si badi bene, un carcere non solo per la regina di Scozia, qui imprigionata e guardata a vista dagli sgherri della rivale, ma anche per la trionfante Elisabetta, che è costretta dalla ragion di Stato a valutare il matrimonio con il re di Francia mentre in realtà il suo cuore appartiene al conte di Leicester, innamorato invece della sua nemica.

 

Quello lugubre è per Pizzi il tono assolutamente predominante, anche laddove sarebbe concessa una seppur minima licenza poetica. E così pure la foresta della seconda parte del primo atto è lungi dall'essere un locus amoenus: per quanto Maria lì trovi momentaneo sollievo alle sue pene, è e resta solo una stanza esterna della sua tetra e ineluttabile prigione.

Accentua ulteriormente il senso di oppressione la regia, coi personaggi  praticamente immobili come statue di sale: la definiremmo senza timore alcuno inesistente, se non fosse per qualche timida corsetta dei bravi, armati di torcia, su e giù lungo i bracci della grigiastra galera. Il risultato finale è dunque che par di essere in una morta gora, impossibilitati a fuggire.

Belli invece i costumi, da sgherro glam per gli uomini e da madonnina infilzata o da monaca di Monza per le donne - per la Devia l'unica eccezione è il gran finale, quando al patibolo va vestita di rosso - , sempre di regola plumbei a parte che per la regina Elisabetta. La quale indossa abiti sgargianti e trucco accentuato che ne mettono in evidenza la figura sensuale (così lontana dai ritratti a noi familiari di un Gower o d'un Hilliard) e l'incarnato diafano, con broccati che paiono rubati a una tela di Van Dyck. Poi diremo della superba prova vocale della Antonacci. Qui però non possiamo esimerci dal sottolineare  il mormorio di ammirazione  che l'ha accompagnata quando, alla fine del primo atto, è comparsa in scena in un interessante completo da “cavallerizza sadomaso”: blazer e cappello color panna, stivaloni con tacco a spillo, frustino e pantaloni attillati di pelle nera. Incede ancheggiante e sottomette la povera Devia con una classe senza pari. Da brivido. 

 

 

E veniamo dunque alle due protagoniste, perla più unica che rara della serata. Della Devia si è già detto tutto. Qui si può solo lodare per l'ennesima volta il fraseggio lucido, la pulizia nell'intonazione, la meraviglia degli acuti (e che acuti!), la chiarezza potente di voce che riesce pure a sovrastare l'orchestra, il controllo perfetto dell'emissione, il timbro cristallino. E stupirci di come sia in grado, ogni volta, di affrontare gli spericolati virtuosismi delle partiture con una facilità che sembra irridente ma che non toglie nulla alla resa drammatica del personaggio. La sua Maria Stuarda sa essere trepida ma non languisce mai, né dimentica di appartenere alla razza delle eroine che oltre ai sospiri possiedono gli attributi. E commuove.

 

La Antonacci. La sua voce è calda e sensuale, la sua linea è sinuosa, il fraseggio chiaro, domina il grave e l'acuto con la stessa stupefacente padronanza. A ciò si aggiungono avvenenza - che non è poco - e doti di attrice davvero inusitate, che conferiscono alla sua Elisabetta un volto inedito e assolutamente accattivante. Non estranea ai ruoli en travesti (vedi il suo Nerone a Cremona nella Poppea di Monteverdi), sa sottolineare della regina tanto la gelosia muliebre quanto il peso maschile del potere, risultando seducente, ambigua e intrigante come non mai. Chapeau

 

Due parole, ma solo due, sulla voce virile perché questa è un'opera di donne. Francesco Meli è ottimo, la sua voce è chiara e adamantina, luminosa e mai retorica, e anche nella recitazione evita le affettazioni tipiche del ruolo dell'innamorato romantico. Il suo Leicester, ed è tutta farina del suo sacco - non certo ahinoi di Donizetti!-, resta un personaggio da operina, ma almeno non è da operetta. Ed è già molto. Prova dignitosa per il resto del cast (Paola Gardina la nutrice, Carlo Cigni Talbot, Piero Terranova Cecil), favoloso come sempre il coro diretto da Bruno Casoni. 

 

Gaetano Donizetti
Maria Stuarda
Libretto di Giuseppe Bardari
Nuova produzione Teatro alla Scala

Gennaio  2008:  15 , 18 , 20 , 22 , 26 , 30
Febbraio  2008:  03 , 07

 
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IL SECOLO D'ITALIA  01 gennaio 2009 p.8 - RECENSIONE
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1 novembre, Europa tra sacro e profano. Ne hanno parlato al microfono di Giulia Fossà: Elena Percivaldi, giornalista e studiosa di storia antica e medievale; Flavio Zanonato, sindaco di Padova; Marino Niola, Professore di Antropologia Culturale all'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli; Sonia Oranges, giornalista de 'Il Riformista'; Alberto Bobbio, capo della redazione romana di 'Famiglia Cristiana'; Ennio Remondino, corrispondente Rai in Turchia. La corrispondenza di Alessandro Feroldi sulle politiche dell'immigrazione a Pordenone.

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Volti, cerimonie rituali, frammenti di vita in seno ai templi delineano attraverso la fotografia i segni del ritratto di un mondo in cui le difficoltà morali, il fervore spirituale e la profondità d’animo vanno di pari passo con la gentilezza, l’allegria e l’immensa generosità.  Le suggestive immagini in bianco e nero, fortemente spirituali, della prima parte del volume si contrappongono alle intense fotografie a colori dedicate alla realtà di tutti i giorni (centri commerciali, prostitute) pubblicate nella seconda parte. Il libro è introdotto da un accorato messaggio di pace del Dalai Lama che pone l’accento sulla grande forza d’animo con cui il popolo tibetano affronta continuamente ardue prove nel tentativo di continuare a perpetuare l’affermazione delle proprie idee e della propria spiritualità.

 

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