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Dante Aligheri

 

 

 

Nel 1318, Dante termina la Divina Commedia, nella quale allude ripetutamente ai Templari, al loro martirio e alla loro resurrezione. Ad esempio, nel Paradiso (canto XXX), Beatrice, nell'empireo, è contornata e protetta dal "convento de le bianche stole", che non sono altro che i cavalieri del Tempio, riconoscibili per i loro favolosi mantelli bianchi contraddistinti da un croce patente rossa sulla spalla. Sempre negli ultimi cieli del Paradiso, se Dante sceglie San Bernardo come guida (canto XXXII), è a causa degli stretti rapporti tra l'abate di Clairvaux con l'Ordine del Tempio; in effetti, nel 1128, circa dieci anni dopo la sua fondazione, questo Ordine ricevette la sua regola dal concilio di Troyes, e fu proprio Bernardo che, in qualità di segretario del concilio, ebbe l'incarico di redigerla (completandola definitivamente solo nel 1131). Successivamente, Bernardo commentò questa regola nel trattato De laude novae militiae, nella quale espose con una magnifica eloquenza i termini della missione e dell'ideale di una cavalleria cristiana, definita "milizia di Dio". Ritroviamo spesso gli stessi termini negli scritti dei Fedeli d'Amore, di cui Dante era un membro eminente. Disseminando le loro opere con simboli esoterici, Dante e i Fedeli d'Amore non fanno altro che richiamare la loro affiliazione allo spirito cavalleresco dell'Ordine del Tempio, che aveva posto la sua soluzione sotto il segno dell'esoterismo, che gli avrebbe consentito d'instaurare relazioni pacifiche con i musulmani. Sul rovescio della medaglia che rappresenta Dante è possibile leggere una strana sequenza di lettere: "F.S.K.I.P.F.T.". Alcuni pensano che queste iniziali possano riferirsi alle sette virtù care a Pisanello: Fides, Spes, Charitas, Justitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia, malgrado l'anomalia tipografica relativa alla lettera "K" (l'ortografia di Charitas non può essere Karitas in latino); infatti, secondo René Guénon, queste lettere significano "Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius". Qualificando Dante come Fratello Templare, "Santo" della "Fede", questa medaglia non solo offre una dimostrazione aggiuntiva della stretta relazione che univa Dante ai Templari, ma sottintende anche che i Fedeli d'Amore furono senza dubbio i veri ed i soli guardiani dei valori morali e spirituali dell'Ordine del Tempio.

 

San Francesco di Assisi

fratello Sole e Sorella Luna

Altissimu, onnipotente bon Signore, Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumeni noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento. Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate. (Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi)

 

SINDONE

 

La figura di Goffredo de Charny, signore di Lirey, in Champagne, sembra uscire direttamente da un racconto cavalleresco. È tra le mani di questo eroico cavaliere che la Sacra Sindone fa ufficialmente la sua apparizione in Francia. Dopo una vita di avventure improntate ai più alti ideali della cavalleria medievale (ed intorno alle quali il nostro scriverà un libro di buon successo, sorta di manuale del perfetto Chevalier), nel 1355 viene incaricato dal re di portare il suo stendardo di battaglia.
È un grande riconoscimento, e il cavaliere non lo disonora: l'anno successivo muore eroicamente nella battaglia di Poitiers, nella strenua difesa dell'Orifiamma, la lingua di tessuto rosso fiammante simbolo del potere supremo e dell'onore di Francia. Come sia giunta, la Sacra Sindone, all'eroico vessillifero di Francia, rimane un mistero. Vediamo le ipotesi che sono state fatte in proposito. La Sacra Sindone potrebbe essere stato un bene di famiglia pervenuto a Goffredo tramite matrimonio o amicizia. Stretti legami collegano Goffredo ai discendenti di Otto de la Roche, feudatario francese e primo duca di Atene, ai tempi in cui proprio ad Atene della Sacra Sindone abbiamo avuto l’ultima segnalazione. La Sacra Sindone avrebbe potuto fare parte dei tesori di famiglia; Goffredo di Charny sposò una diretta discendente di Otto, che avrebbe potuto portargli la reliquia in dote,e fu grande amico di Gautier IV de Brienne, conestabile di Francia e fedele compagno d’armi, anche lui caduto a Poitiers. Se anche non fosse stata materialmente in loro possesso, Gautier IV de Brienne o la stessa consorte potrebbero aver rivelato all'indomito cavaliere il nascondiglio della Sacra Sindone in Oriente: questo spiegherebbe il rapido viaggio di Goffredo oltremare, fino a Smirne nel 1345, ufficialmente compiuto al seguito del Delfino. Ecco il possibile anello mancante della catena che, da Atene, porta il sudario direttamente nelle mani di un cavaliere francese del Trecento. La "pista templare" sostiene che la Sacra Sindone fosse stata affidata a Goffredo durante un periodo di prigionia in Inghilterra, nel castello di Goodrich. Qui essa sarebbe stata portata da quei Cavalieri Templari che scamparono ai roghi e alle carceri di Francia. In contrasto con i fitti misteri dei secoli precedenti, la storia "europea" del Sacro Tessuto, dopo la riapparizione in mano ai de Charny, è sufficientemente documentata: nel 1453 la reliquia viene ceduta da Margherita, ultima erede degli Charny, al duca Ludovico di Savoia. Le travagliate vicende del ducato dei Savoia porteranno in seguito la Sacra Sindone, a più riprese, da Chambéry, in Piemonte, in altre città della Francia e dell'Alta Italia, fino alla traslazione definitiva nella città di Torino nel 1578. La Sacra Sindone, di proprietà di Casa Savoia per oltre mezzo secolo, è stata assegnata, in un lascito testamentario del capo della Casata ed ultimo Re d'Italia S.A.R. Umberto II di Savoia, al Sommo Pontefice. Il re in esilio è morto a Ginevra nel 1983, anno dal quale la Sacra Sindone è divenuta, dunque, di proprietà pontificia.

 

IN FEDE

 

ANTICA SEDE

 

Nel  1102, il Re di Gerusalemme Baldovino II, concesse hai cavalieri di Cristo la custodia del Tempio di Salomone e la residenza nel  monastero fortificato di Nostra Signora di Sion situato a finaco al Tempio, con il passare degli anni il numero dei cavalieri aumentò, cosicchè dovettero trasferirsi a pochi metri, andando ad occupare tutta l'area di quella che era la spianata del Tempio di Salomone, ossia l'area fra la Moschea della Roccia e la Moschea di Al-Aqsaa. A questo punto il loro nome fu cambiato in "Ordine dei Cavalieri di Cristo a Cavalieri del Tempio di Gerusalemme". 

 

 

GOFFREDO DI BUGLIONE

BALDOVINO I

 

templari in Terrasanta

 

 

  


 

 

 

Il Krak dei cavalieri , così chiamato, imponente ancor oggi nonostante i millenni, sorge su un colle di 750 metri , conquistato nel 1109 da Tancredi di Antiochia; fu ceduto in seguito all’ordini cavallereschi. È un castello quasi senza fine, robusto; solo lo spessore della prima cerchia di mura è di 24 metri, la seconda cerchia domina la prima ed infine vi è un robusto mastio che controlla tutte e due; in pratica compongono il krak tre castelli costruiti uno sull’altro ed indipendenti tra loro. Il Krak era considerato il castello più grande tra le tante fortezze -forse il più bello del mondo-, nella valle della Becaa. Il suo nome in arabo significa dunque fortezza, “Karak”, cardine della difesa del porto di Tripoli e della valle d Becaa, inserito come un anello in una collana tra le cui maglie splendevano i castelli della Santa Milizia Templare.
 La fortezza KARAK come la chiamavano gli arabi-. KARAK è un palindromo, cioè una parola che si legge uguale sia da Occidente, sinistra a destra, che da Oriente, destra a sinistra. In sumero significa ‘anima (KA) Sole (sia RA che AR)’. KAR è la ‘forza dell’anima’ [Il nome Carlo ß KAR LU ‘soggetto forza’ comprova].

 

templari lungo la via Francigena

 
La presenza dei Templari in Italia riguardava tanto le regioni settentrionali (ad esempio lungo la via Francigena, una delle arterie principali lungo le quali i pellegrini dalla Francia giungevano a Roma), quanto nelle regioni meridionali e, tra queste, un sicuro ruolo di preminenza fu svolto dalla Puglia per la posizione strategica occupata da questa regione da sempre crocevia tra Occidente ed Oriente. La causa dell'espansione dei Templari in Italia è da ricondurre a due motivazioni principali: la viabilità terrestre e la possibilità di adoperare i porti, in modo speciale quelli della costa pugliese (Manfredonia, Barletta, Trani, Molfetta, Bari, Brindisi), per l'imbarco verso la Terra Santa dei pellegrini e dei Crociati ed il loro rientro, nonché per la spedizione di vettovagliamento e derrate alimentari alle guarnigioni templari in Outremer. L'espansione dell'Ordine (tra la seconda metà del XII secolo sino alla fine del XIII secolo) avveniva secondo una logica ben precisa tendente a privilegiare in primo luogo le località costiere per poi procedere verso l'entroterra. Secondo una stima approssimata per difetto, in Italia erano presenti almeno 150 insediamenti appartenenti all'Ordine del Tempio, di questi meno di un terzo si trovavano nella parte meridionale della penisola.
La maggiore concentrazione di domus templari, molto probabilmente, era nella terra di Puglia ove, tra l'altro, avevano diverse sedi. Gli insediamenti dei Templari erano chiamati in Italia "precettorie" o "mansioni" a seconda della loro importanza, mentre in Francia prendevano il nome di "Commanderies". Anche in Puglia l'espansione sul territorio delle case templari seguì la dinamica sopra esposta: dagli avamposti sul mar Adriatico i Templari cominciarono a penetrare all'interno del territorio pugliese e, in particolare, nelle fertili pianure della Capitanata nell'entroterra garganico e della Murgia in Terra di Bari.I Cavalieri Templari sovente alloggiavano in chiese minori, oratori, cappelle dipendenti da episcopi o cattedrali o in monasteri cui spesso erano annessi ospizi per l'accoglienza dei pellegrini. Grazie all'intervento dei pontefici il Tempio riusciva ad ottenere in concessione perpetua o temporanea immobili appartenenti ad Enti ecclesiastici dietro pagamento di un censo annuo. A volte erano gli stessi Templari a costruire delle chiese, anche se in Italia tale attività sembra essere alquanto ridotta. Ma è soprattutto alle donazioni e ai lasciti dei benefattori che il patrimonio templare vide una rapida crescita sia nelle città che nelle campagne. Le domus templari italiane raramente erano isolate e sovente facevano parte di ecclesiae, con le quali finivano per confondersi. Le domus erano anche costituite nell'ambito delle mansiones, composte nella forma più elementare da un ricovero per i viaggiatori ed una stalla per i cavalli. Le domus-mansiones erano collocate nei centri di transito o confluenza delle principali correnti di traffici e pellegrinaggi che percorrevano l'Italia. La funzione assistenziale era altresì svolta con le domus con annessi degli hospitales.

 

Templari in Puglia

Castel del Monte

All'interno del cortile c'era una vasca ottagonale monolitica che serviva per contenere l'acqua; sotto il cortile vi era una cisterna grandissima. Su cinque delle otto torri c'erano cinque cisterne pensili collocate proprio su quelle torri dove c’erano i servizi igienici. Le cisterne raccoglievano l’acqua e quando erano troppo piene c’era un troppo pieno che scaricava fuori. Il terrazzo del castello è fatto a dorso d’asino: l’acqua che scorreva verso l’esterno riempiva queste cisterne, l’acqua che scorreva verso l’interno riempiva la cisterna situata sotto. Ciò dimostrerebbe che Castel del Monte non è un castello di difesa ma un edificio costruito come un Tempio.Fedeico II, Ordina la costruzione del castello nel gennaio del 1240 e muore nel 1250: c'erano dieci anni di tempo per terminare la costruzione del castello. Alla costruzione del castello hanno lavorato maestranze altamente qualificate come dimostrato dalla costruzione architettonica che è un gioiello di matematica. Le pareti del piano superiore erano tutte rivestite di marmi preziosi che sono stati rubati assieme a sculture e bassorilievi. In quel momento storico particolare in Puglia vi era una presenza molto massiccia dei Cavalieri Templari, i monaci guerrieri i quali erano padroni di tutta la Puglia come dimostrano le numerose testimonianze dal Foggiano al Leccese. La Puglia era una delle dieci province dei Cavalieri Templari disseminate dal centro Europa fino al medio Oriente e in più la Puglia a quel tempo era la cerniera tra oriente e occidente.

 

RE RUGGERO II

Jolly Roger". La tradizione vuole che questo vessillo venisse utilizzato anche a bordo delle navi dei "Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone", come i Templari erano conosciuti originariamente. I Templari combattevano le loro battaglie anche in mare, abbordando ed affondando le navi nemiche: di qui l'analogia coi Pirati e l'adozione della bandiera col teschio e le ossa, la bandiera usata da  re Ruggero II di Sicilia (1095-1154). Ruggero era un famoso Templare e di una flotta di seguaci dell'Ordine si separò in quattro unità indipendenti, quindi era una eredità, e le sue ossa incrociate rappresentavano un chiaro riferimento al logo templare della croce rossa con le estremità ingrossate.sempre legata ai Cavalieri Templari. La notte del 13 Ottobre 1307, prima dell'arresto di massa, in gran segreto, 18 galee templari navigarono lungo la Senna e presero il mare, dirette a La Rochelle, dov'era pronta una flotta templare. I Templari, segretamente avvertiti del tranello teso nei loro confronti dal Re Filippo il bello di Francia, avevano portato in salvo il loro Tesoro e le reliquie più preziose. Le loro vele erano state annerite con del catrame per non essere visti nella notte. Durante il viaggio in mare, i Templari superstiti si riunirono in consiglio per decidere sotto quale segno avrebbero navigato, non potendo più utilizzare la classica croce rossa in quanto ormai bandita. Al termine, fu decisa l'adozione dell'antico simbolo di pericolo, il teschio con le tibie incrociate, con il fondo mutato in nero in riferimento al colore delle vele.

 

 

Portogallo tomar

ORDINE SUPREMO del CRISTO

 E’ il più prestigioso fra gli Ordini Equestri Pontifici, riservato solo ai Sovrani ed ai Capi di Stato, di fede cattolica, che si siano resi particolarmente benemeriti verso la Santa Sede. L’ Ordine venne creato da Dionigi I re del Portogallo ( 1279 - 1325) e dedicato a Cristo, riunendo in tale Ordine tutti i cavalieri del Tempio ( templari ) . Alla nuova istituzione rimase la stessa regola dei Templari, quella Cistercense, come parimenti identici restarono il mantello e la croce patente di rosso, con la sola aggiunta di una piccola croce latina di bianco, caricata sulla prima, in cuore. L’Ordine ebbe l’approvazione del Sommo Pontefice Giovanni XXII il 14 marzo 1319, riservando lo stesso Papa anche alla Santa Sede, oltre che ai Sovrani portoghesi, la facoltà di conferire tale ambitissima distinzione cavalleresca. L’Ordine, con la destinazione di tutti i beni dei cavalieri del Tempio presenti in Portogallo e con lo scopo di difendere il Regno d’Algarve contro gl’infedeli scrisse, nella penisola iberica stupende pagine di eroismo e di gloria, nella dura e sanguinosa lotta contro i Mori. La sede originaria dell’istituzione cavalleresca era situata a Castro Marino, nell’Algarvia ed in seguito venne invece spostata a Tomar, nel vecchio convento dei templari, ribattezzato Monastero del Cristo, per meglio respingere gli assalti dei Mori. Il Sommo Pontefice Eugenio IV ( 1431 - 1455 )

 
Creato da: knighttemplar il 18/05/2008
RICERCHE STORICHE

 

 
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La Terra Idruntina, Abbazia di San Nicola di Casole

Post n°160 pubblicato il 06 Maggio 2013 da knighttemplar


L’Abbazia di Casole narra, nel suo silenzio più profondo, la storia di una terra di frontiera che è stata sempre pronta ad ospitare e coniugare le due opposte culture, dando vita a nuove idee e riflessioni con la magnifica opera dei monaci di San Basilio, istruiti in lettere greche e latine, diffondendo a quanti si cimentarono, la nuova filosofia del pensiero e divenendo il faro della conoscenza e fede tra Roma e Costantinopoli.
La loro infaticabile cura permise un trait-d’union nel passaggio della civiltà greca in Occidente e quella Latina in Oriente. La miscidanza di fede, di lingua greca, e scienza permisero ai monaci del cenobio idruntino un pellegrinaggio di pittori,copisti e miniaturisti di tutta Europa diffondendo il loro straordinario sapere che non conosceva rivali in quel periodo storico.
La ricchezza delle loro nozioni si basava sulla conoscenza Greca e Salentina e dominava, senza temere alcun confronto, le altre culture europee,nonostante fosse nata nella tebaide della terra di dimora dei monaci basiliani costruita tra la roccia e la massa di tufo sotterranea.
Nel XIII secolo l’Abbazia svolse la funzione di “officina” di cultura divenendo la fonte dell’Umanesimo Greco nel Salento in un clima di valori universali della Grecia classica; era un’accademia di lettere greche e latine nata prima delle università fondate nel Nord Europa. Qui nasceva una nuova visione del connubio tra teologia e filosofia. Tantissimi volumi greci e latini arrivarono alla biblioteca del Casale. Questo contesto vede la nascita della “scuola” dello scriptorium dove i basiliani copiavano i testi classici. Nel periodo in cui il conflitto di fede e politica raggiunse il massimo livello di scontro tra le due religiosità occidentali e orientali, i monaci furono impegnati nello svolgere azioni diplomatiche tra Roma e Bisanzio.
La nascita dell’Abbazia di San Nicola del Casole rappresentò il momento più importante nella diffusione della regola del monachesimo basiliano nella Terra del Salento. Alcuni storici ritengono che la loro presenza si imponeva in tutto il continente raggiungendo, tra l’XI e il XIII secolo, il suo massimo splendore così come la loro biblioteca divenne la più ricercata per l’innumerevole mole di testi custoditi.
Nel 1071 i Normanni conquistarono l’Italia Meridionale sottomettendo i territori precedentemente posti sotto dominio di Bisanzio, lasciando la città Idruntina come l’ultimo baluardo della grande cultura greca senza mai imporre alcun veto o costrizione agli abitanti del luogo, compreso gli stessi monaci basiliani. La presenza del nuovo impero intensificò la già difficile vicinanza ideologica del credo tra la Chiesa di Roma e la Chiesa Orientale. Nel territorio meridionale la Chiesa Greca non ebbe osteggiamenti da parte dei Normanni, anzi venne sovvenzionata per la costruzione di nuovi monasteri rispettando la loro libertà di fede.
Alcuni monasteri divennero il nodo principale per la trascrizione degli antichi testi, come il Casale di S.Nicola e San Mauro di Gallipoli, ove furono rinvenuti i manoscritti di Aristotele. Nel XV secolo con l’emanazione della controriforma della Chiesa di Roma nei confronti del credo Greco la situazione divenne più ostile in quanto vennero bloccati molti finanziamenti costringendo i sacerdoti di rito greco ad intraprendere il credo latino. Tale condizione segnò l’abbandono delle Abbazie Italo-Greche lasciando il posto alla messa in cantiere delle chiese di Roma.
Questa forzata controriforma della Chiesa Latina provocò l’estinguersi nel tempo della scrittura greco-salentina ben diversa della lingua accreditata Greca tramandata dal clero.
Il cenobio di San Nicola fu fondato nel 1098-1099 su proponimento di Boemondo I, principe di Taranto e Antiochia, e di sua madre Costanza. Il principe sovvenzionò ai monaci di Casole l’abbazia che fu eretta sulle fondamenta delle casupole (possibile derivazione di Casole) con annesse numerose Grance Metochie e Chiese. Per la ricchezza acquisita nel corso del tempo, i basiliani si trovarono a pagare il tributo più alto presso la Curia Pontificia tanto da svolgere funzioni diplomatiche per conto del papa Bonifacio IX a Costantinopoli congiuntamente alla direzione di molti monasteri sparsi in Italia. La cultura basiliana nel corso della sua capillare diffusione era sotto la protezione di Federico II. Con l’abate Nettario Igumeno nacque il “Circolo Poetico”.Egli era un erudito umanista e grande maestro greco e latino e, grazie ai suoi insegnamenti, nella sua scuola venivano trattati i temi dell’ideologia religiosa in lingua greca garantendo la sua stessa sopravvivenza come lingua letteraria del Salento in un periodo in cui alla corte di Federico II a Palermo l’italiano volgare prevaleva sulle lingue classiche.

 

 

 

 

 


Il Circolo Poetico era composto da letterati e poeti religiosi e laici, che divennero la roccaforte dell’Arcidiocesi Idruntina, grazie alla lustre sapienzalità della vicina Abbazia di San Nicola dei monaci basiliani. La cospicua biblioteca italo-greca permetteva a tutti un continuo approfondimento del pensiero filosofico raggiungendo il massimo riconoscimento nella stessa proporzione di Cluny, Fulda, York e Chartres. Lo stesso celebre scrittore dei nostri giorni, Umberto Eco,nel suo libro “Il nome della Rosa”, cita l’Abbazia di San Nicola in molti passaggi. La Terra del Salento divenne un crocevia nella diffusione nell’Alto Medioevo delle lettere greche fino al rinascimento, tutt’oggi ben dimostrabile per la presenza di monasteri greci a Maglie, Soleto, Gallipoli e Nardò. L’Arcidiocesi di Otranto, in quel periodo, dipendeva dal Patriarca di Costantinopoli, sede metropolita ottenuta nel X secolo da Niceforo II Foca.
Il corretto funzionamento del Casole prevedeva l’assoluta obbedienza alla Regola Monastica di San Basilio Magno (già citata in precedenza) articolata fra preghiera-studio e insegnamento.
I monaci basiliani erano organizzati tramite dei coordinatori: gli ieromonaci (sacerdoti) che celebravano le funzioni religiose e custodivano gli oggetti sacri; la biblioteca invece dipendeva dal monaco bibliofilace. Nel corso dell’intensa giornata i monaci si dedicavano alla copiatura dei codici che veniva eseguita dal protocalligrafo, invece il cellario era il responsabile della mensa e del magazzino il tutto era controllato dall’igumeno che rappresentava la funzione più alta del monastero, al quale tutti gli dovevano obbedienza e osservanza. L’impulso vigoroso dettato dai monaci basiliani mirava nel far intendere che la letteratura e l’approfondimento delle opere pie, come la preghiera, dovevano essere le fondamenta del perfezionamento spirituale. Lo scriptum e la dovizia dei testi rappresentavano un circuito chiuso attraverso cui i protocalligrafi creavano le basi per la liturgia e la lettura privata. La funzione dell’Igumeno comprendeva anche quella di indirizzare le copiature dei tomi più rari trascrivendo e parafrasando i testi dell’antica sapienza. A Nardò venivano redatti i libri destinati all’istruzione primaria nell’abbazie di San Mauro a Gallipoli e della Madonna dell’Alto senza approfondimento culturale e dottrinario, obiettivo dell’Abbazia di Otranto. Entrambe le Abbazie di Gallipoli e Nardò dipendevano dallo Scriptorium di Casole, dove come riportano le fonti storiche, già nell’anno 1000 venivano trascritte le opere di Omero, Esiodo, Aristofane. L’incessante attività propulgativa dell’Abbazia nel campo della cultura greco-salentina rappresentava ciò che oggi noi chiamiamo Università. Nelle sue mura, ora ridotte ad un rudere, custodivano la “fortezza del sapere” per le secolari tradizioni della storia e rappresentavano un luogo di discussione per Greci, Ebrei e Latini dando vita ad una sede dove gli ospiti ritrovavano la loro dimensione culturale. Nel corso del 1160, l’igumeno Niceta fece costruire la prima “Casa dello Studente” del mondo Occidentale che rappresentò un forte richiamo per quanti vollero perfezionarsi negli studi classici. Mentre nel resto dell’Italia medioevale la letteratura greca andava eclissandosi per opera dell’egemonia religiosa, nella terra idruntina invece fioriva nel suo maggiore splendore. Lo scriptorium basiliano si occupava anche della traduzione dei codici latini in lingua greca con successivo invio in Oriente:tra questi vanno annoverati il De Trinitate di S.Agostino e i Prologhi di San Gregorio Magno. In questo periodo emerge la figura di Marco, Vescovo di Otranto, monaco ed economo della Chiesa di Costantinopoli, chiamato “il sapientissimo” per la sua erudizione sacra. Pochi anni dopo, gli fu conferito il titolo di Arcivescovo sia per rendere più stretti i rapporti con Bisanzio sia per la terra salentina, che ecclesiasticamente meritava il maggiore prestigio sugli altri centri bizantini del meridione. L’autorità dell’Igumeno del cenobio di S.Nicola si estendeva su molti Colegerati di Terra d’Otranto e su quelli di Policastro, di Turlazzo, di Vaste, di Melendugno, di Alessano, di Castro e di Minervino. Da questi luoghi provenivano gli studiosi per ricopiare i codici e serbarli dalla dispersione (nell’Hypotyposis Casulana erano indicate le norme dell’attività dello Scriptorium Manasticum per la conservazione e copiatura dei testi). Tra il X e l’XI secolo Otranto partecipò al fiorente splendore di Bisanzio respirando le libertà locali,e nel cenobio di San Nicola sorse la splendida scuola pittorica greco-bizantina con Teofilotto,Pantaleone e Bizmano, i quali possedevano la prospettiva in cui le Madonne venivano raffigurate simili a quelle che avrebbe dipinto il famoso Cimabue.Questa nuova concezione artistica fu l’anello di congiunzione fra l’arte bizantina e l’altra giunta dalla laguna Veneta. In quella roccaforte della Abbazia del Casole nacque l’Umanesimo Salentino che precedette di circa trecento anni l’Umanesimo Italiano.
«L'umanesimo è la convinzione che l'uomo possa vivere bene senza credenze religiose e superstiziose. La ricerca di senso la troviamo usando la ragione, l'esperienza e i valori umani condivisi. Cerchiamo di vivere nel modo migliore possibile l'unica vita che abbiamo dando un senso e una prospettiva alle cose che facciamo. Ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni e lavoriamo con gli altri per il bene comune» (Definizione della British Humanist Association)
Tra le ricchezze delle strutture architettoniche di Otranto, unitamente a quelle presenti nell’intero Salento, emergono i rilievi dell’arte di Bisanzio con le sue cripte di San Giovanni e San Michele della città idruntina, scavate nel sabbioso calcareo,presentano l’identica geometria dell’antica basilica di Bisanzio con tre absidi sul fondo. Dunque si può dedurre, con fondata certezza, che tra la città idruntina e la Grecia, metaforicamente, si costruì un ponte culturale e artistico. Il sincretismo di questa civiltà è rappresentato dal cenobio di San Nicola Casole, l’Edicola di San Pietro e il Mosaico della Cattedrale di Otranto. San Nicola di Casole, pur conservando rito e moneta greca, sotto la dominazione Angioina, il Michalatus, moneta dell’Imperatore Michele VIII il Paleologo (1261-1281). La Chiesa del Monastero il 19 novembre del 1267, fu consacrata dal Cardinale Pandolfo e non dall’Abate, chiara espressione della dominanza della Chiesa di Roma su Casole. (La consacrazione si spiega con il fatto che i monaci non avevano rispettato la volontà dei pontefici che ripetutamente avevano scomunicato Federico II e suo figlio Manfredi; di conseguenza i pontefici avevano interdetto al culto le Chiese dei territori ai, loro fedeli tra le quali Casole. Manfredi morì nel 1266 e quindi dopo la sua morte Casole ritornò a Roma e venne riconsacrata. Con Manfredi ha termine la dinastia sveva). Molti dei tesori dispersi fra le biblioteche d’Europa sono l’unica deposizione del sapere dei Basiliani, in attesa che vengano rispolverati dalla polvere plurisecolare si mantiene a tutt’oggi nascosta una pagina di storia della civiltà bizantina in terra idruntina. Fra i tomi occorre evidenziare il Phisiologus a cui si sarebbe inspirato il monaco Pantaleone per incasellare il mosaico della Cattedrale della città.

I monaci basiliani italo-grechi, di rito e cultura greca, nella Apulia meridionale diffusero molti componimenti poetici,scritti in lingua greca identici nel valore letterario volgare, al massimo componimento della letteratura italiana di Dante nei decenni successivi. Il monarca Federico II, di padre tedesco e madre normanna, si circondò di dotti arabi e greci nella Reggia di Palermo divenendo il primo regnante colto ed illuminato dell’antico medioevo. I dominatori Normanni parlavano volgare, arabo, slavo e albanese ed assistevano alle cerimonie religiose celebrate dai basiliani in lingua greca. Un gruppo di poeti in lingua greca si formò sotto la guida dell’Igumeno Nettario, e con i loro scritti tra il sacro e il profano fecero emergere una nuova corrente letteraria. Dall’analisi accurata dei loro testi, i critici confermarono il loro forte sostegno al potere imperiale nella lotta contro il papato congiuntamente a Federico II.
Inoltre curavano la praticità terrena dei problemi che affliggeva l’umanità incoraggiando un graduale allontanamento dalla letteratura religiosa medioevale, ponendo le basi per la nascita dell’Umanesimo Greco-Cristiano. I celebri poeti che componevano il “Circolo Poetico del Casole” erano quattro: due religiosi e due laici. Uno era Giovanni Grasso, notaio imperiale, che il 10 dicembre del 1250 trascrisse il testamento di Federico II e fu, con molta probabilità, il latore delle missive in lingua greca inviate, per volontà del monarca, alla corte di Bisanzio. Il figlio di Giovanni Grasso fu Nicola D’Otranto, anch’egli poeta come lo stesso Giorgio da Gallipoli, il più celebre esponente della scuola greca del Salento.
La poesia era ricca di spiritualità bizantina ed erudita, cioè intrecciata a favole antiche legate alla vita della chiesa. Su questi caratteri si istituirono i temi legati al Cristianesimo ed alla vita dei santi; per questo il circolo otrantino visse un suo Umanesimo e preluse al Rinascimento italiano. Gli scrittori del monastero di Casole formarono un gruppo compatto di amici, strettamente legati alle tradizioni storico, politiche e culturali del luogo e del tempo. Alcuni componimenti rivolti contro Parma che era ribelle a Federico II; altri contenenti preghiere ai Santi e alla Vergine;altri meditazioni bibliche; altri ricordi di amici; altri ancora contenenti un’ appello di Roma all'Imperatore affinché restituisca l'antico dominio. Quella di Otranto è certamente la più antica, e risente più delle altre dell'ambiente religioso, ecclesiastico e politico del tempo: la scuola si rivela filo-bizantina e filo-sveva (è il tempo dei principi svevi in Italia Federico I, Enrico IV, Federico II). La scuola idruntina ha come cultura il bizantinismo, ma anche il ghibellinismo. Il ghibellinismo si spiega con il fatto che i poeti italo-greci avevano una concezione politica bizantina che si basava sul concetto dell'impero assoluto.
 

 

 

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BRAY

 

 

Sceau (SIGILLO) de la baronnie de Bray

La baronnie de Bray s'étend le long d'axes stratégiques comme la Seine, la voie romaine de Sens à Meaux qui permet de passer le pont en marquant le c'ur de la châtellenie de la vallée de l'Oreuse, la limite du comté de Champagne et l'Yonne. Ses barons Henri le Libéral, comte de Champagne, puis Jacques, duc de Savoie, gèrent les territoires autour de dix places principales : Passy, Montigny, Bazoches, Les Ormes, Dontilly, la Villeneuve-du-Comte, Égligny, Vin-neuf, Courlon et Bray-sur-Seine.

 

 

CENNI STORICI SUL MIO CASATO BRAY

Il casato BRAY-BRAI, cognome sembra essere derivante dal francese (e prima da quello, Celtico). Il nome proviene da diversi periodi storici nei paesi d'Europa. Contea Wicklow, l'Irlanda, vicino a Brayhead. Nelle annotazioni antiche il nome era Bree, preso dal vecchio bri o brigh irlandese, una collina. Questa parola è simile nelle vecchie lingue gaeliche e celtiche; In Inghilterra il nome è trovato applicato alle parrocchie in contee Devon e Berks. Molti città e distretti in Francia impiegano il Bray o certa forma del nome, come: Bray-sur-Somme, Bray-sur-Seine, Bre-Cotes-du-Nord, Bray-La-Campagne, Bray-Calvados e paga de Bray. Ci sono parecchi posti chiamati BRAY in Europa, la città Bray in Inghilterra è in Berkshire sul fiume di Tamigi vicino a Windsor, Bray in Irlanda è sul sud del litorale appena di Dublino in contea Wicklow e ci è un distretto chiamato paga de Bray vicino a Rouen e ad un villaggio Bray vicino a Parigi in Francia in Lilla."La gente normanna„ dal Re", condizioni il nome deriva da un posto denominato Bray vicino ad Evreux, Normandia; Milo de Brai 1064 era signore di Montlhéry a partire dal 1095 sua moglie era Lithuise figlia di Stephes conte di Blois e di Adela della Normandia, figlia di William il conquistatore ed il suo figlio dello stesso nome Milo II de Brai 1118 signore di Montlhéry e di Braye, visconte di Troyes 1096,  il figlio maggiore Trousseau de Brai, signore di Monthléry  sua figlia Elizabeth di Montlhéry nel 1103 sposò Philip, Conte di Mantes, figlio di Philip I della Francia e di Bertrada de Momtfort, parteciparono alla 1^ crociata nel 1096. Nel  1066, sir Guillaume de Brai, successivamente in inglese William de Bray e sir Thomas de Bray, parteciparono alla conquista dell'Inghilterra a fianco del Duca di Normandia William. Sul rotolo nell'abbazia i nomi di coloro che hanno partecipato alla battaglia di  hastings. Al Servizio dei Re d'Inghlilterra dal (1066 - 1485): In un villaggio vicino Berkshire Bray vi è una chiesa del XII secolo costruita da Bray, in cornovaglia. sir Richard Bray cavaliere della giarrettiera e Consigliere al servio di Henry VI e della sua moglie Joan Troughton. Nel Concistoro del 22 maggio 1262 fù nominato Cardinale Guillaume de Bray da Papa Urbano IV . Il casato si stabilì in Puglia in Gravina e nel salento. Nominis reliquiae supersunt planissime, Bibracte Galliae etiam nunc in Bray contrahitur, et non procul hinc Caesar Tamisim cum suis transmisit ...",

 

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Papa Benedictus XVI

Joseph Ratzinger


Il Santo Padre con il Vescovo di Ugento (LE) Mons. VITO DE GRISANTIS in occasione della visita a Santa Maria di Leuca (LE) "de finibus terrae"14 Giugno 2008


 

SIGILLUM MILITUM

 

A Troyes Francia nel 1127, i Cavalieri Templari adottarono il motto: "Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", ossia "Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo nome da gloria". E’ facile immaginare come un simile motto potesse accendere gli animi.
San Bernardo da Chiaravalle inoltre trasmise ai cavalieri la devozione a Maria e il grande rispetto per la donna, la Regola infatti cita: "Maria presiedette al principio del nostro Ordine

 

INVESTITURE

 

Nel medioevo il cavaliere veniva istruito nell’uso delle armi; egli era sottoposto a studi che ingentilivano gli animi e di ordine morale. Altre caratteristiche della cavalleria erano: cortesia, difesa della giustizia, appoggio alla debolezza, omaggio alla bellezza, idealizzazione dell’amore come mezzo di elevazione morale. L’incontro con il soprannaturale, secondo le credenze d’epoca, avrebbe completato l’iniziazione del cavaliere.

Iniziazione cavalleresca
La vestizione - com’era chiamata l’iniziazione cavalleresca - era considerata già alla fine del XI -XII secolo con la fondazione degli Ordini un "ottavo sacramento". Il candidato vi si preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di famiglia, inginocchiato davanti all’altare. Veniva poi purificato con un bagno rituale, confessato e comunicato. Seguiva una messa solenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria, che consisteva nella consegna da parte del sacerdote della spada consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie parti dell’armatura, che appunto il giovane indossava.
La cerimonia si concludeva infine con l’accollata o palmata, cioè con un colpo inferto col palmo della mano dal padrino sulla nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far vacillare il ricevente.
 
Bisognava alimentare tra i cavalieri rapporti di solidarietà, lealtà, fratellanza, oltre che naturalmente di fedeltà incondizionata. Non importava che la compagnia fosse numerosa; importava che fossero saldi i legami al suo interno e che ne facessero parte, soprattutto, quei pochi vassalli davvero in grado - per valore, potere, prestigio personale - di controllare tutti gli altri.

 

 

RE CRISTIANI

 

 

CATTEDRALI GOTICHE

 

I Cavalieri Templari, si ritiene avessero rinvenuto documenti relativi alle "LEGGI DIVINE DEI NUMERI,DEI PESI E DELLE MISURE" sotto le rovine del Tempio di Salomone a Gerusalemme e li avrebbero forniti ai costruttori di cattedrali.

Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Cavalieri Templari al Santo Graal.

Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche. Una dopo l'altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l'alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine.

Inoltre vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della "Grande Madre", ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l'energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti). Hanno pianta a croce latina: la croce "é il geroglifico alchemico del crogiuolo" (Fulcanelli), ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato.

Sono adornate da un gran numero di statue o bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e simboli magici ed esoterici, che poco hanno a che vedere con la loro funzione di chiese cristiane ed hanno un particolare orientamento in modo che il fedele, entrando nell'edificio sacro, cammini verso l'Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di nascita del Cristianesimo.

Ciascuna cattedrale è dotata di una cripta in cui secondo alcune tradizioni sarebbero nascosti degli oggetti sacri molto importanti (ad esempio si dice che in una delle cripte della Cattedrale di Chartres sia custodita l'Arca dell'Alleanza, e che quando questa cripta sarà scoperta la cattedrale crollerà al suolo). Ma le cripte sono legate ad un altro elemento molto misterioso: le "Vergini Nere", statue o bassorilievi, che raffigurano appunto la vergine Maria, con la particolarità della carnagione scura.

 

Francia Parigi

 

 

Notre Dame