Creato da iogiocondamisteriosa il 26/09/2007

GIOCONDAMISTERY

la magia e il mistero dell'Anima e di ciò che ci circonda, pezzi di scrittura di altri viandanti che formano il sapere sconosciuto............LASCIO A VOI IL COMPITO DI ANDARE A CERCAE GLI AUTORI, AFFINCHE' ATTRAVERSO LA CURIOSITA' POSSIATE AMPLIARE IL VOSTO SAPERE. AGLI AUTORI CHIEDO VENIA SE NON RIPORTO I LORO SITI....SAREBBE FACILE PER CHI NON SA...FERMARSI AD UN SOLO CONTATTO, PERCIO'......DIVERTIAMOCI AD APPRENDERE, A CERCARE, A RICORDAE...CHI SIAMO E COSA DOBBIAMO FARE!!

 

 

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO

Post n°70 pubblicato il 21 Dicembre 2008 da fatamarie
 
Tag: AUGURI

BUON NATALE A TUTTI

 
 
 

Un saluto ....

Post n°69 pubblicato il 08 Novembre 2008 da cinderella999

 
 
 

CHE FATICA....ESSERCI

Post n°68 pubblicato il 07 Novembre 2008 da iogiocondamisteriosa

BENE, NON SONO FUGGITA, AVEVO SOLO IL PC ROTTO, IL LAVORO CHE ALITAVA SUL COLLO E UN POCO DI DEPRESSIONE FULMINANTE E ALLORA HO SCELTO IL SILENZIO.

OGGI

MI HANNO RIDATO IL PC, IL LAVORO CONTINUA MA LA DEPRESSIONE E' FUGGITA.....

TREMATE....SON TORNATA!!!!!!!!

MA SCHERZO...DAI!!!

 
 
 

BUONE VACANZE!!!!

Post n°67 pubblicato il 06 Agosto 2008 da iogiocondamisteriosa

A TUTTI UNA SCINTILLANTE, PREZIOSA, INDIMENTICABILE ESTATE.......

BUONE VACANZE!!

 
 
 

i bambini indaco

Post n°66 pubblicato il 06 Agosto 2008 da iogiocondamisteriosa

PER SALVO, INDACO CRESCIUTO..........BENVENUTO!!

ETA' O-5

- quando si sveglia è spesso sofferente perché sarebbe rimasto volentieri a dormire  "nel suo mondo"

- ha bisogno di dormire poco ed è pieno di energia

- è comunque diverso dagli altri bambini

- non si lascia coinvolgere dalle situazioni

- tratta gli oggetti come se fossero esseri animati e si potesse far lor male

- ha un estremo bisogno di sostegno e sicurezza, vorrebbe rimanere sempre nello stesso ambiente

- è estremamente sensibile e intuitivo. Sa sempre quello che volete dirgli

-come prima risposta, dice sempre no e questa è una parola che usa più spesso di altre

- gioca con amici invisibili che egli percepisce veramente

- vorrebbe avere sempre i suoi genitori vicino e ricevere da loro sempre attenzioni

- si annoia

- è un solitario

- sa cosa vuole, non si lascia facilmente dissuadere

- quando parla, comincia a balbettare se non trova le parole adatte

- parla con convinzione di qualcosa che in realtà non si può sapere

-comunica con animali, pinate e pietre

-ha capacità medianiche e sente cosa è "vero"

- vede con l'occhio interiore colori, forme e immagini che non può spiegare

- ricorda situazioni legate a una vita precedente

 


ETA' 6-10 ANNI

- ha abitudini alimentari diverse dalla vostre; sa di che cosa ha bisogno e cosa vuole mangiare

- è sempre in movimento, la un'energia eccessiva, difficile da controllare

- è spesso troppo stanco per alzarsi, vestirsi, andare a scuola: in poche parole, è stanco per fare tutto

- è disattento, distratto, non concentrato

-l'ingiustizia lo fa star male

- non reagisce a chi lo colpevolizza

-è tollerante con tutto e tutti

-si preoccupa poco per sé, molto per gli altri

- vi fa perdere la pazienza, emotivamente e psicologicamente

-è socievole, parla con tutti ovunque e in ogni momento

-propende per essere un solitario

-sta più volentieri con gli adulti che con i suoi coetanei

-in tutte le situazioni si batte in difesa dell'amore, della giustizia, della tolleranza e dell'obiettività

-ogni occasione è buona per protestare e mostrare una volontà di ferro

-non si lascia condizionare dalle convinzioni superate

-difficile da domare, si sente come un re/regina e come tale vuole essere trattato/a

-preferisce la verità a qualsiasi bugia

-dagli altri bambini e dagli adulti non si sente accettato e capito

-per lui, il nostro mondo materiale è troppo semplice, troppo noioso

-ama le conversazioni vivaci, spiritose

-ha un effetto benefico sulle altre persone

-non ha legami con la realtà materiale

-capisce i rapporti umani e spirituali

-è leale e fedele con gli amici e i familiari come se potessero essere "suoi" per sempre

-spesso si sente al posto sbagliato sulla terra e dice: "Desidero tornare indietro"

 


ETA' 11ANNI - ADULTI

-è impossibile spronarlo

-deve muoversi molto. Se studia è sempre in movimento, è iperattivo

-soffre spesso di allergie o eruzioni cutanee

-per periodi molto lunghi è spossato e non si riposa

-spesso non ha "i piedi per terra", è come sospeso

-sa parlare in modo sicuro, logico, privo di emozione

-non si lascia punire, si autoinfligge però delle punizioni

-è estremamente sensibile e passionale, ma anche forte e indipendente

-si sente creativo e spiritualmente più evoluto degli altri bambini

- nelle situazioni difficili, dimostra forza e dà coraggio ai più deboli

-non tollera la superficialità nel rapporto con le persone

-esige idee precise e progetti chiari dai suoi compagni

- vuole essere trattato alla pari dei suoi familiari

-per lo più fa quello che ritiene giusto

-non tollera che si prendano decisioni per lui senza prima esserne informato

-di norma rifiuta quel che gli si dice e "fa orecchi da mercante"

- è aperto alle nuove proposte e agli stimoli con buone finalità

-vuole rendere note le sue opinioni e le sue idee

-capisce meglio i concetti spirituali che quelli materiali

-vive secondo principi e ideali nobili

-conosce i suoi doveri e aspetta impaziente di poter "crescere"

-sa che l'energia spirituale è presente in tutte le creature, che tutto è in uno, e che noi siamo uniti l'uno con l'altro

da stazione celeste:

 

Introduzione agli Indaco

Nancy Ann Tappe Intervistata da Jan Tober

Nancy, lei è stata la prima a identificare e scrivere sul fenomeno degli Indaco nel suo libro, Understanding Your Life Through Color. Che cos'è un Bambino Indaco, e perché li chiamano così?

Li chiamo Indaco perché quello è il colore che "vedo".

Cosa significa?

Il loro colore di vita. Io guardo i colori delle persone per capire che missione sono venuti a compiere qui sul piano terrestre, cosa sono venuti a imparare, qual è il loro programma educativo. Fino a un certo punto degli anni Ottanta sentivo che dovevano essere aggiunti al sistema altri due colori, perché ne avevamo fatti scomparire due. Avevamo fatto scomparire il fucsia, e avevamo reso obsoleto il magenta. Quindi ritenevo che quei due colori di vita sarebbero stati sostituiti da altri. Fui molto colpita quando trovai una persona fucsia a Palm Springs, perché quel colore era sparito all'inizio del Novecento, o almeno così mi era stato detto.

Dicevo a tutti che ci sarebbero stati altri due colori di vita, ma non sapevo quali sarebbero stati. Mentre li cercavo, ho "visto" degli Indaco. Stavo svolgendo ricerche all'Università di Stato di San Diego, cercando di costruire un profilo psicologico completo che si ponesse al di sopra di ogni critica scientifica. All'epoca uno psichiatra, il dott. McGreggor, collaborava con me.

Sto cercando di ricordarmi il nome di un altro medico, ma non ci riesco. Ora lavora all'Ospedale dei Bambini, e suo figlio fu il primo di cui mi accorsi realmente, perché sua moglie, che non poteva averne, aveva dato alla luce un bambino. Il piccolo era nato con un grave soffio al cuore e il dottore mi chiamò chiedendomi di andare a trovare il bambino per scoprire cosa "vedevo". Allora andai da loro e quello fu il momento in cui stabilii con certezza che questo era un nuovo colore che ancora non faceva parte del mio sistema. Il bambino morì circa sei settimane dopo tutto accadde molto velocemente. Quello fu il primo incontro fisico che mi dimostrò che quei bambini erano diversi. Da allora ho cominciato a cercarli.

Ho smesso di insegnare all'Università di San Diego nel 1975, quindi so che tutto ciò è successo prima di allora. Non diedi molta importanza alla cosa fino al 1980, quando iniziai a scrivere il mio libro. Ci sono voluti due anni per farlo stampare ‑ la prima edizione è del 1982 mentre quella attuale risale al 1986. Quindi avevo rilevato per la prima volta il fenomeno negli anni Settanta. Negli anni Ottanta l'ho chiaramente etichettato e ho dato inizio alla fase di studio personologico, perché a quel punto c'erano già bambini di cinque, sei e sette anni e io potevo osservarli e "leggere" la loro personalità per scoprire meglio di cosa si trattava.

La cosa più importante che ho imparato osservandoli era che non avevano un programma di vita come noi, e non ce l'hanno neanche oggi. Non ne avranno uno per altri otto anni. Vedrete verificarsi un grande mutamento nei Bambini Indaco quando raggiungeranno l'età di 26, 27 anni. Il cambiamento implica che il loro scopo di vita diventerà chiaro.

I più grandi acquisiranno molta più stabilità nei compiti che stanno svolgendo, mentre i più piccoli arriveranno già muniti di un progetto di massima su ciò che svolgeranno nella vita. Sembrerebbe che molto di ciò che accadrà dipenda ancora da noi.

E' ancora allo stato di ricerca. Questo è il motivo per cui ho molto procrastinato la stesura di un libro sugli Indaco. Mi fa piacere che lo stiate scrivendo voi. Sembra esserci un tremendo interesse, un enorme bisogno di saperne di più sull'argomento.

Esatto. C'è, perché la gente non capisce questi Indaco. Sono bambini computerizzati, il che sta a significare che saranno più inclini a usare la testa che il cuore. Penso che questi bambini oggi arrivino avendo a portata di mano alcune regole di visualizzazione mentale. Sanno che se riescono a dare un nome a questa cosa, ne avranno il controllo. Sono bambini tecnologicamente orientati, il che mi dice che in futuro sono destinati a diventare ancora più tecnologici di quanto noi lo siamo oggi. A tre o quattro anni, questi bambini capiscono già delle cose sui computer che neanche un adulto di sessantacinque anni riesce a spiegarsi.

Sono ragazzi tecnologici bambini nati per la tecnologia, il che significa che possiamo facilmente predire ciò che vedremo accadere nei prossimi dieci anni: una tecnologia che va al di là della nostra immaginazione. Credo che questi bambini stiano aprendo un portale, e che arriveremo al punto in cui nulla richiederà più uno sforzo, eccetto che di natura mentale.

Sono d'accordo con lei.

Quello è il loro scopo di vita. Vedo che in alcuni casi l'ambiente in cui si sono formati li ha bloccati a tal punto, che talvolta questi bambini uccidono. Naturalmente credo nel paradosso che l'oscurità e la luce devono coesistere, al fine di permetterci di fare delle scelte. Senza scelte non c'è crescita. Se fossimo solo dei robot che seguono qualcosa, non esisterebbe il libero arbitrio non ci sarebbe scelta, non ci sarebbe niente. Sto facendo una digressione, ma con un fine ben preciso.

Recentemente ho spesso ripetuto ai miei studenti che se dobbiamo credere a come tutto è cominciato, se crediamo alla Bibbia, essa dice: «In principio era il vuoto, e le tenebre ricoprivano l'abisso». Ci sono sempre state. E Dio disse: «Sia la Luce». Egli creò il bene e creò la luce. Egli non creò l'oscurità, essa c'era da sempre. E poi il suo processo di creazione è stato un trionfo di separazioni. Separò la notte dal giorno, la luce dall'oscurità, la terra dal cielo, il firmamento dall'aria, la terra dall'acqua. Separò la donna dall'uomo e creò il maschile e il femminile. La regola della creazione è basata sulla separazione che permette di scegliere; in assenza di scelta non possiamo evolverci.

Quindi è chiaro che si è sempre trattato di avere a che fare con degli estremi, specialmente in questa nostra dimensione terrestre. Sono esistiti gli apici dell'estremo il sancta sanctorum da un lato e il peggiore dei mali dall'altro. Molti di noi si collocano fra i due estremi, aspirando alla perfezione pur continuando a commettere degli errori. 1 più avanzati nella perfezione stanno diventando delle persone comuni. Anche i peggiori fra i peggiori stanno diventando delle persone comuni, e progressivamente quell'equilibrio va definendosi sempre più. Questi ragazzi, tutti quelli che ho osservato finora fra coloro che hanno ucciso dei compagni di scuola o i genitori, erano degli Indaco. A giudicare da ciò che ho visto, solo uno di loro era un Indaco umanista; gli altri erano Indaco concettualisti.

Questa osservazione è molto interessante ‑ mi riferisco al fatto che i ragazzi che sopprimono altri ragazzi siano Indaco. Se capisco bene, si può dire che nonostante il loro percorso sia già ben delineato, in qualche modo la loro missione viene bloccata, e quindi essi cercano di liberarsi di ciò che li blocca?

E' una nuova forma di sopravvivenza. Quando lei e io eravamo piccole, avevamo anche noi degli orribili pensieri e volevamo fuggire. Ma avevamo paura. Loro non hanno paura. Non temono, perché sanno chi sono. Loro credono in se stessi.

Passiamo a un altro argomento. A quanto le risulta, quando è stata notata la presenza dei primi Bambini Indaco, e qua] è l'attuale percentuale di nascite di Bambini Indaco?

Ritengo che il 90 per cento dei bambini oggi al di sotto dei dieci anni siano Indaco. Io non sono in grado di affermare quando hanno iniziato ad arrivare, ma so con certezza quando ho cominciato ad osservare il fenomeno. Il mio libro, Understanding Your Life Through Color, è uscito nel 1986 quindi so che ho cominciato a notare la loro presenza prima di allora. Credo che le mie prime osservazioni risalgano al 1982.

Avevo osservato il fenomeno molto prima ma non gli avevo dato un nome. Poi tra quel periodo e il 1985 mi sono resa conto con certezza che gli Indaco erano qui per rimanere.

Ci sono vari tipi di Indaco? In tal caso, quali sono e cosa li caratterizza?

Ne esistono quattro tipi diversi, ciascuno con uno scopo di vita ben preciso:

  • UMANISTA: il primo tipo è quello dell'umanista, che svolgerà il suo lavoro a contatto con le masse. Sono i medici, gli avvocati, gli insegnanti, i commercianti, gli uomini d'affari e i politici di domani. Saranno al servizio delle masse, e sono iperattivi. Sono estremamente socievoli. Parlano con tutti, in qualunque situazione, sono estremamente affabili; hanno opinioni molto radicate. Inoltre non si sentono a loro agio nel corpo fisico, sono iperattivi, come ho detto, e talvolta si scontrano coi muri perché dimenticano di usare i freni. Non sanno giocare con un giocattolo alla volta, devono tirarli fuori tutti, averli tutti lì davanti, anche se poi magari non li toccano nemmeno. Sono quel tipo di ragazzi a cui non basta dire una volta di riordinare la loro stanza, bisogna continuamente ricordarglielo perché si distraggono facilmente. Entrano nelle loro camerette, cominciano a mettere ordine, ma poi vedono un libro; allora si siedono e si mettono a leggerlo, perché sono avidi lettori. Ieri mi trovavo a bordo di un aereo e c'era un piccolo Indaco di tre anni che faceva i capricci. Sua madre gli ha dato il manuale di emergenza, e lui l'ha aperto per guardare le illustrazioni. Il bambino è rimasto lì seduto, con un'espressione molto seria, e leggeva con grande sussiego e immedesimazione. Ha studiato il libretto per cinque minuti, e sebbene io sappia che lui non era in grado di leggerlo, so anche lui credeva proprio di far questo, almeno mi è sembrato. Quello è l'umanista Indaco.

  • CONCETTUALE: il secondo tipo è quello dell'Indaco concettuale. I concettuali sono più interessati ai progetti che alle persone. Sono gli ingegneri, gli architetti, i designer, gli astronauti, i piloti e i militari di domani. Non si sentono a disagio fisicamente e spesso sono molto atletici fin da bambini. Hanno problemi di controllo, e la persona che cercano di controllare di più, se sono maschi, è la loro madre. Le bambine invece cercano di controllare i loro padri. Se glielo si lascia fare, si creano problemi, anche gravi. Durante l'adolescenza questo tipo di Indaco tende a sviluppare delle forme di dipendenza, specialmente rispetto agli stupefacenti. 1 genitori devono tenere l'occhio puntato sul loro comportamento, e quando questi ragazzi cominciano ad appartarsi, o mettono cartelli del tipo "Proibito entrare", è il momento che la madre faccia un controllo in camera loro.

  • ARTISTA: poi esiste il tipo dell'artista. Questo tipo di Indaco è molto più sensibile e spesso è fisicamente più minuto, sebbene ci siano eccezioni. Sono ragazzi più orientati verso l'arte. Sono creativi, e saranno gli insegnanti e gli artisti di domani. Qualunque cosa facciano, la affrontano dal lato creativo. Se si occupano di medicina, possono scegliere di diventare chirurghi o ricercatori. Nel campo delle belle arti sono attori eccezionali. Fra i quattro e i dieci anni di età c'è caso di vederli scegliere quindici attività creative diverse e praticarne una per cinque minuti lasciandola subito da parte. Quindi dico sempre alle madri di artisti e musicisti: «Non comprate loro gli strumenti ‑ noleggiateli!». L'artista Indaco magari studia cinque o sei strumenti diversi, ma una volta divenuto adolescente fa una scelta e diventa artista in quel campo o in quell'attività.

  • INTERDIMENSIONALE: il quarto tipo è quello dell'Indaco interdimensionale. Sono i più robusti fra tutti gli Indaco e fin dall'età di uno o due anni non gli si può più dire niente. Loro ti rispondono: «Lo so. Lo so fare. Lasciami stare». Sono i ragazzi che porteranno nel mondo nuove filosofie e nuove religioni. Possono permettersi di fare i bulli perché sono grandi e grossi e anche perché non si conformano agli altri tipi di Indaco.

 Va detto che nei prossimi vent'anni i colori della vita fisica spariranno tutti, eccetto il rosso, e qui mi riferisco soltanto al colore di vita. Rimarranno solo i colori mentali:  il marrone chiaro, i gialli e i verdi, e i colori spirituali, in varie sfumature di blu e di viola. L'Indaco umanista sta sostituendo il colore giallo e il viola. L'Indaco concettuale sta sostituendo il marrone, il verde e il viola. L'Indaco artista subentra al blu e al viola. L'Indaco interdimensionale sta prendendo il posto del viola. Ovviamente, il viola è presente in tutti e quattro i livelli.

 
 
 

Post N° 65

Post n°65 pubblicato il 07 Luglio 2008 da iogiocondamisteriosa

Messaggio N°35
07-07-2008 - 18:19
 

I Sintomi degli Shaumbra
Dodici Sintomi del Risveglio della Vostra Divinità
Di Geoffrey Hoppe e Tobias


Sofferenze e dolori al corpo, specialmente al collo, spalle, schiena. Questo è il risultato dei profondi cambiamenti a livello del vostro DNA nel quale si sta svegliando il seme di Cristo. Anche questo passerà.


Sensazione di profonda tristezza interiore senza apparente causa. Voi vi state liberando dal vostro passato (questa vita e altre) e questo causa la sensazione di tristezza. Questa sensazione è simile all’esperienza di traslocare da una abitazione dove avete vissuto per molti, molti anni, ad una nuova casa. Quanto più volete spostarvi nella nuova casa, tanto più vi assale la tristezza di lasciarvi dietro ricordi, energia ed esperienze della vecchia casa. Anche questo passerà.


Piangere senza nessuna apparente ragione. Simile al punto 2. E’ bene e salutare lasciare sgorgare le lacrime. Aiuta a liberare la vecchia energia. Anche questo passerà.


Improvvisi cambiamenti di lavoro o di carriera. Un sintomo molto comune. Come cambierai tu, così cambieranno le cose intorno a te. Non preoccuparti di trovare il lavoro o la carriera perfetta proprio ora. Anche questo passerà. Siete in una fase di passaggio e potete fare molti cambiamenti di lavoro prima di sistemarvi con un lavoro che vi appassioni.


Allontanamento dalle relazioni familiari. Siete collegati alla vostra famiglia biologica dal karma. Quando uscite dal ciclo karmico, vengono liberati i legami delle vecchie relazioni. Sembrerà che vi stiate allontanando dalla vostra famiglia e dai vostri amici. Anche questo passerà. Dopo un po’ di tempo, potrete sviluppare con loro una nuova relazione se ciò risulta adeguato. In ogni caso, le relazioni avranno le loro basi nella nuova energia senza attaccamenti karmici.


Insolite modalità di sonno. Sono del tipo svegliarsi molte notti fra le 2.00 e le 4.00 A.M.. In voi si sta svolgendo un enorme lavoro e spesso questo vi costringe a svegliarvi per “riprendere fiato.” Non preoccupatevi: Se non potete ritornare a dormire, alzatevi e fate qualcosa piuttosto che restare a letto e preoccuparvi di problemi esistenziali. Anche questo passerà.


Sogni intensi. Potrebbero includere sogni di guerra e battaglia, inseguimenti e mostri. Voi state letteralmente liberando la vecchia energia del passato e queste energie del passato erano spesso simbolizzate da guerre, corse per fuggire e uomini neri. Anche questo passerà.


Disorientamento fisico. A volte vi sentirete molto sradicati. Voi sarete “spazialmente cambiati” e vi sentirete come se non poteste mettere due piedi sulla terra, oppure come chi cammina tra due mondi. Poichè la vostra consapevolezza transita nella nuova energia,il vostro corpo talvolta resta indietro. Passate più tempo in mezzo alla natura per aiutare la nuova energia a radicarsi. Anche questo passerà.


Aumento del “parlare a voi stessi.” Vi ritroverete molto spesso che parlate a voi stessi. Realizzerete prestissimo che stavate parlando con voi stessi negli ultimo 30 minuti. Esiste un nuovo livello di comunicazione che sta prendendo spazio nella vostra esistenza e voi state sperimentando la punta dell’iceberg parlando con voi stessi. Le conversazioni aumenteranno e diventeranno più fluide, più coerenti e più significative. Non state diventando pazzi, siete shaumbra che si stanno muovendo nella nuova energia.


Sensazioni di solitudine anche quando siete in compagnia di altre persone. Potete sentirvi soli e allontanarvi dagli altri. Potete sentire il desiderio di allontanarvi da gruppi e folla. Come Shaumbra, state percorrendo un sentiero sacro e solitario. Quanto più i sentimenti di solitudine vi causano ansietà, tanto più vi sarà difficile in questo momento relazionarvi con altre persone. Le sensazioni di solitudine sono anche associate al fatto che le vostre guide si sono allontanate. Sono state con voi in tutti i vostri viaggi, in tutte le vostre vite. Per loro è giunto il momento di fare ritorno, così che voi possiate riempire il vostro spazio con la vostra stessa divinità. Anche questo passerà. Il vuoto interiore sarà colmato dall’amore e dall’energià della vostra stessa coscienza Cristica.


Perdita di passione. Potete sentirvi totalmente privi si passione, con poco o nessun desiderio di fare qualcosa. Questo va bene e fa proprio parte del processo. Accettate questo momento di “fare nulla.” Non combattetevi su questo perchè anche questo passerà. E simile alla riprogrammazione di un computer. Avete bisogno di spegnere per un breve periodo di tempo per caricare il nuovo sofisticato software, o in questo caso, la nuova energia del seme di Cristo.


Una profonda nostalgia di Casa. Questa è forse la più difficile e provocatoria di tutte le condizioni. Potete sperimentare un profondo e opprimente desiderio di lasciare il pianeta e ritornare a Casa. Questo non è istinto “suicida.” Non è causato da rabbia o da frustrazione.Non fatevi prendere dall’idea che possa causare drammi a voi stessi o agli altri. C’è una parte tranquilla di voi che vuole andare a Casa.Il motivo di questo è molto semplice. Avete completato i vostri cicli karmici. Avete completato il contratto per questa vita. Siete pronti a cominciare una nuova vita, ma nell’attuale corpo fisico. Durante questo processo di transizione, avete un ricordo interiore di quello che significa stare dall’altra parte. Siete pronti ad imbarcarvi per un altro viaggio di lavoro qui sulla terra? Siete pronti ad accollarvi i cambiamenti derivanti dal muoversi nella Nuova Energia? Si, potreste davvero andare a casa ora. Ma siete venuti fin quà, e dopo molte, molte vite, sarebbe un peccato partire prima della fine del movimento. D’altra parte, lo Spirito ha bisogno che voi siate quà per aiutare altri a transitare nella nuova energia. Essi avranno bisogno di una guida umana, proprio come voi, che ha viaggiato dalla vecchia energia alla nuova. Il sentiero che state percorrendo proprio ora vi fornisce le esperienze che vi permettono di diventare un insegnante del Nuovo Umano Divino. Per quanto il vostro viaggio possa essere a volte solitario e buio, ricordate che non siete mai soli.


Copyright 2001 by Geoffrey Hoppe, Golden, CO. Prepared in collaboration with Tobias of the Crimson Circle. Please distribute freely for non-commercial purposes.

 
 
 

VIAGGIO ASTRALE....

Post n°64 pubblicato il 03 Giugno 2008 da iogiocondamisteriosa

                         

Per viaggio astrale intendiamo l’uscita cosciente dell’individuo dal corpo fisico, e la sua esperienza  conoscitiva usando come veicolo il solo corpo astrale;  più comunemente, tale fenomeno viene detto “sdoppiamento”.

Ogni individuo può uscire dal proprio corpo, senza pericoli e timori, percorrere distanze notevoli. Lo sdoppiamento è consigliabile solo a persone in perfetto stato psicofisico, cioè essere in piena salute(fisico, mentale, spirituale).

Attraverso queste pratiche vengono rafforzate le difese intrinseche dell’organismo, la capacità di assorbire energie sottili dall’esterno, oltre al riequilibro della stessa aura vitale: questo avviene con ogni esperienza legata agli aspetti paranormali dell’uomo, in quanto, andando a contattare e a utilizzare parti di sé generalmente dimenticate, si ottiene l’effetto di “oliare” e renderle use al funzionamento, più allenate perciò efficienti, con tutte le conseguenze benefiche che questo porta anche sul piano fisico.

Ogni sdoppiamento riuscito ha insomma anche una piccola influenza terapeutica, a causa della “trasfusione energetica” che provoca.

Indispensabile sono l’ordine e il metodo.

Nel paranormale, contrariamente a quando si crede, non si improvvisa mai: il paranormale, che generalmente è considerato causale, può essere programmato.

Per sdoppiarsi bisogna desiderarlo. Però bisogna ricordare che il troppo desiderio, generando tensione ed emotività, può essere desiderio d’ostacolo, impedendo il viaggio astrale.

 

IL PIANO ASTRALE :

  Entità, insetti, abitatori

Molti sono gli esseri che vivono nel piano astrale: a causa della loro grande varietà è difficile ordinarli secondo schemi precisi per cui sommariamente possiamo suddividerli in tre grandi classi:

  • umani;

  • non umani;

  • artificiali;

Possiamo ulteriormente dividere le entità di carattere in vive e morte. Vive, ossia persone che stanno usando il loro corpo astrale per i più svariati motivi; morte, cioè quelle che, per il momento, non sono legate ad un corpo fisico.

In questa categoria possiamo anche includere le “larve” e “gusci”, parassiti del mondo astrale. Si tratta dei corpi astrali di esseri umani in disgregazione: così come, morendo, il corpo materiale si decompone, mentre tutto il nostro essere utilizza il veicolo astrale per proseguirla sua evoluzione, allo stesso modo, quando successivamente si muore anche sul piano astrale, e l’anima prosegue il suo cammino completamente libera, il corpo astrale tende a disintegrarsi. Sia le larve sia i gusci, che per semplicità possiamo considerare come una sola categoria, hanno, per chi fa sdoppiamento, una certa pericolosità in quando, nel tentativo di opporsi al proprio annichilimento, si attaccano a qualunque forma d’energia vitale, in cerca di nutrimento.

La classe delle creature non umane comprende gli spiriti di natura d’ogni specie e classe. Le loro forme sono molte e svariate; sono quelli che l’uomo tende ad antropoformizzare in fate, gnomi, ondine, elfi, silfidi, e via dicendo, e poiché quasi tutti gli abitanti del piano astrale possono assumere a volontà qualsiasi forma, non essendo vincolati ad un “immagine”, sì manifestazione proprio come siamo abituati a pensarli.

Inoltre vi sono i corpi degli animali e di tutto il mondo vegetale, corrispondenti alle larve di cui parlavamo prima.

Gli abitatori astrali sono tutte le entità create dalla mente dell’uomo, sono le forme - pensiero d’ogni tipo.

Il pensiero - lo sappiamo - crea; può afferrare l’essenza classica plastica elemen­tare e modellarla istantaneamente in un essere vivente di forma appropriata, essere che vive una vita sua, la lunghezza della quale sarà appropriata, essere che vive una vita sua, la lunghezza della quale sarà proporzionato all’intensità del pensiero, del desiderio, dell’emotività che gli diedero esistenza. Si tratta quindi siaforme - pensiero istintive, d’emotività vaganti, formatesi naturalmente, per il solo fatto che qualcuno le ha emesse, sia d’entità scientemente formate attraverso pratiche di spiritismo. In questo campo, infatti, non esistono solo le sedute medianiche dei contatti, coloro “che parlano con i morti” e con gli spiriti - guida, ma anche tecniche, peraltro interessanti, con le quali un gruppo affiatato, nel rispetto d’altre precise regole, può “costruire” far crescere un’entità ad averla a riferimento nel mondo astrale.

 

CONDIZIONAMENTO IN CUI SI’ PUO’ AVERE UNO SDOPPIAMENTO:

 

Una persona comune vede, normalmente degli altri uomini, solamente la forma fisica, e se non possiede una certa conoscenza esoterica, non se che l’essere umano è diviso in due parti vitali una fisica e l’altra immateriale.

In verità, la distinzione fra parte fisica e parte immateriale, è al quanto ap­prossimativa, poiché la parte sottile, (immateriale), si divide poi ancora in diversi corpi d’energia, e potremo parlare d’astrale, d’eterico, di mentale e cosi via fino ad arrivare all’anima, l’essenza ultima che prosegue la propria evoluzione reincarnandosi d’individuo ad individuo.

Come abbiamo già fatto a proposito della distinzione fra i piani d’esistenza, ci limitiamo qui per praticità a considerare la realtà fisica e realtà sottile, con i relativi corpi.

Segnaliamo il concetto di “Aura”: si tratta dell’alone, a forma grosso modo ovale, che i corpi sottili disegnano intorno al fisico di ognuno.

Il corpo materiale d’ogni uomo, in altre parole, si trova all’interno di questo corpo d’energia, ne è circondato e, per certi versi, realizza con questo le sue prime difese e sue prime percezioni.

Immaginate che una parte di voi si stacchi dal vostro corpo; avrete certo presente quel genere di sensazioni che si avvertono quando si è rilassati, nel dormiveglia, soprattutto se si è molto stanchi (e più si è stanchi, più è possi­bile che questo si verifichi): sopraggiungono improvvisi l’idea di sprofondare, senso di vibrazione, impressione di precipitare come se il letto non ci fosse, o di uscire fuori o di avere uscite laterali. Dura in genere un istante, contraddistinto dalla sensazione di cadere nel vuoto, poi vi ritrovate, in una posizione diversa da quella che avreste pensato di essere. Generalmente, certe sensazioni che giungono nella fase onirica indicano proprio degli sdoppiamenti istintivi, repentinamente interrotti e rientrati per qualche motivo Cosi come, nel sogno il viaggio astrale lo si effettua completamente.

Il viaggio astrale può avvenire in sogno. E di notte ci possiamo spostarci liberamente, perché scompaiono quei freniche la parte coscienza pone sotto forma di paura.

Talvolta, cosi, ci ricordiamo sogni talmente veri, in effetti, non abbiamo sognato di camminare su quell’erba umida, tanto che abbiamo ancora la sensazione dei piedi bagnati, ma ci siamo sdoppiati, transitando su un prato che era fresco di rugiada.

Il viaggio astrale mascherato da sogno è cagione anche di certe sensazioni tipo “ma io ci sono stato” che abbiamo recandoci in luoghi che, pur essendo la prima volta che visitiamo, ci paiono famigliari evidentemente, li avevamo già visitati in astrale e ci erano pure piaciuti.

Lo sdoppiamento può avvenire anche con sostanze stupefacenti, ma questo è molto dannoso per l’organismo, oltre che poco degno, perché “brucia” alcuni contatti mentali, inibendo cosi, in modo definitivo, ogni possibilità paranormale.

Sono anche possibili sdoppiamenti a seguito di traumi, un caso tipico è l’incidente automobilistico: tu hai un incidente e subito, per un meccanismo di conservazione della vita stessa, tutto ciò si rallenta, e in un attimo hai concentrato un tempo soggettivo enormemente lungo che ti permette di andare a rivedere tutto il film della vita. E’ un evento tipico d’ogni choc di una certa violenza. Lo spavento può sbatterti fuori dal corpo, e tu ti vedi li, immobile, con i soccorritori e i curiosi che ti girano intorno...il trauma, in base ad un meccanismo che è d’autodifesa (allontanando la vita dal corpo che è in pericolo) ti espelle; poi pian piano, viene assorbito dal corpo fisico.

Stessa cosa avviene per la morte di incidente, quando viene sbalzato fuori rimarrai finché non sarai chiamato non tanto dal ristabilirsi dello stato psicofisico quanto dall’irrigidimento di certi legami tra fisico e astrale.

Esiste anche, seppure rarissima, la possibilità di sdoppiamento spontaneo, quando si voglia o quasi, come esistono i sensitivi particolarmente naturali. Si tratta di talenti ereditati da vite precedenti, in cui si erano particolarmente sviluppate certe tecniche di scuola in scuola, e c’è n’è rimasto addosso un segno.

Torniamo allo sdoppiamento.

Comincerete, ad un certo punto a diventare una specie di goccia, un qualche cosa che esce da voi e incomincia a galleggiare. All’interno della goccia, ci sono tutti i nostri sensi; questi non devono identificarsi in una forma fisica perché la nostra parte pensante, il nostro pensiero attento, il nostro osservare, non ha bisogno di organi perché percepisce attraverso tutta la propria ipotetica superficie. In altre parole, è un concentrato dei nostri sensi, un concentrato delle nostre sensazioni, del nostro modo di sentire, percepire, di guardare, di esaminare ciò che sta attorno.

Anche se siamo al buio più assoluto, riusciamo a percepire con chiarezza tutto ciò che è attorno a noi.

Quella parte che è fuoriuscito può spostarsi indirizzata dal pensiero. Un metodo per allenarsi consiste nel percorrere un tragitto, pensato prima, con la vostra parte sottile, indirizzandola con la mente. Immaginate che questa vostra parte sottile, esca da casa vostra e percorra una strada che voi conoscete. Uscirà quindi dalla porta della vostra stanza, compirà un determinato numero di passi percorrerà il corridoio, uscirà dalla porta principale, scenderà le scale, varcherà il portone uscendo per strada e cosi via. E questo è un ottimo allenamento per indirizzare il proprio corpo sottile solo con la mente. Vi accorgerete, in fase di viaggio astrale, che è anche possibile che il vostro corpo rimangono più indietro rispetto alle vostre proiezioni mentali, e quindi dovrete impegnarvi di più per “raggiungervi”; ecco l’importanza dell’essere già abitati a questa pratica.

 

SDOPPIAMENTO VOLONTARIO E ISTINTIVO:

 

E’ possibile entrare in un sdoppiamento istintivo che è tanto più intenso quanto maggiormente ci avviciniamo ad alcuni punti di richiamo, simile a stazioni d’arrivo collegate ad linee sincroniche.

Le linee sincroniche sono le strade maestre sulle quali operano la magia e la divinità, flussi d’energia che percorrono il pianeta, in grado di caratterizzare le forze cosmiche. Tutto l’universo è percorso da queste linee, che tra di loro sono collegate, abbracciano e pongono in comunicazione i mondi, le stelle, le galassie. Sulla terra, esse non scorrono per la loro intera lunghezza sulla superficie: solo in alcuni punti esse sono affioranti. Il nostro pianeta è attraversato da 18 linee principali: 9 con direzione nord - sud, 9 con direzione ovest - est.

Questi punti richiamano chi si sta sdoppiando.

 

EFFETTO EVOLUTIVO :

 

Come sappiamo quando ci siamo sdoppiati possiamo prendere qualsiasi forma, ma attenzione un’antica leggenda parla di un mago che voleva mostrarsi superiore ai suoi colleghi, e si trasformò in airone, drago, leone, e altri animali, infine si trasformò in scarafaggio. E quando fu scarafaggio un altro mago, traccio nell’aria un segno di potenza, e lui rimase imprigionato per sempre nello scarafaggio.

Allo stesso modo una persona, utilizzando bene lo sdoppiamento, può allevarsi su piani grandissimi oppure andare incontro a guai seri.

L’uscita dal corpo fa parte della conoscenze magiche.

 
 
 

l'AQUILA..........LA CITTA'......

Post n°63 pubblicato il 16 Maggio 2008 da iogiocondamisteriosa

L'Aquila fu edificata in modo che le sue chiese disegnassero a terra la Costellazione omonima in cielo, in una replica precisa. La rivelazione, non si legge in un libro di Dan Brown che, nel suo Codice da Vinci, ci ha abituato a fitti misteri, ma arriva dal giovane Luca Ceccarelli, da sempre appassionato di storie e intrighi. È lui l'autore (insieme a Michele Proclamato e Paolo Cautilli) del libro La Rivelazione dell'Aquila (si può acquistare in città o sul sito www.ilcapoluogo.it ), in cui si racconta il capoluogo abruzzese in una maniera diversa da come siamo abituati a conoscerlo. Fino a ieri la città è stata legata al binomio con "il numero 99" (ogni persona racconta di 99 castelli, 99 chiese, 99 piazze e 99 fontane e un altro elemento dà ancora più colore alla leggenda: l'orologio della torre di Palazzo Margherita suona 99 rintocchi; spesso si tratta di numeri di fantasia, ad esempio le chiese sono circa una sessantina), ma oggi si presenta con una nuova chiave: le basiliche, le strade e le pietre svelano un mondo misterioso, fatto di significati simbolici pagani, massonici ed esoterici. Perché mai ridisegnare proprio lo schema celeste che porta (o dà) il nome al territorio urbano? Sull'interrogativo i tre giovani studiosi hanno lavorato per molti mesi per approfondire e verificare sul campo questa affascinante scoperta: "L'immagine originale della costellazione della stella Altair si "specchia" sulle chiese cittadine e sei punti su sei combaciano perfettamente". Non ha dubbi Ceccarelli, che aggiunge: "Sovrapponendo le due immagini e posizionando la stella centrale "Deneb el Okab" sul Duomo che è il centro, si vede chiaramente come Altair, corrisponde perfettamente con la basilica di San Bernardino e poi, in senso orario, Santa Giusta (con la stella 6781), quindi Collemaggio, la fontana delle 99 Cannelle e San Silvestro". Ma non solo. Le felici intuizioni dei tre studiosi non si fermano qui. Per loro la città era destinata a diventare una nuova Gerusalemme. Almeno questa fu l'idea del suo fondatore, Federico II di Svevia, che voleva farne una nuova capitale spirituale. "Fu lo storico Crispomonti - continua Ceccarelli - a parlare per primo della straordinaria somiglianza della città Santa con il disegno delle mura dell'Aquila. Noi, osservando attentamente le due piante, abbiamo evidenziato altri particolari. Il fiume Cedron scorre nella parte bassa della città, così come l'Aterno per l'Aquila. Le due città sorgono entrambe su colline, l'Aquila a 721 metri sul livello del mare e Gerusalemme a poco più, 750 metri. Verso nord c'è il monte del Tempio di Salomone come da noi c'è Collemaggio. E, infine, la piscina di Siloe (citata nella Bibbia come il luogo dove Gesù compì il miracolo della restituzione della vista) è localizzata esattamente come la Fontana delle 99 Cannelle: entrambe sono opere di ingegneria idraulica e entrambe sono adiacenti ad una porta muraria". E allora, con Ceccarelli, come Cicerone d'eccezione siamo andati sui luoghi più noti, per scoprire le verità più nascoste (ogni sabato, alle 15.30, si organizza "il Tour dei Misteri", al costo di 10 euro a persona, info: Welcome Point, piazza Duomo, & 0862-22312 www.centrostorico.laquila.it ). Ad iniziare dalla Fontana delle 99 Cannelle, di forma trapezoidale, bella nella sua architettura e nella sua lineare scenografia, che sorge in una zona detta Rivera per l'abbondanza di acqua. Ed eccoli i turisti a contare i mascheroni: "ma sono solo 93?". "Infatti - precisa ancora Ceccarelli - il fatidico numero si raggiunge grazie alle sei cannelle, prive di maschere, situate in basso a destra dell'ingresso. La leggenda vuole che ognuno dei castelli che aveva contribuito alla fondazione della città avesse condotto fino a qui una cannella con la propria acqua, ma questo è l'aspetto più comune. Noi abbiamo passato al setaccio ogni pietra, andando a scavare nella storia del monumento. Da sempre è stata usata come lavatoio pubblico, per noi, invece, rappresenta un tempio di iniziazione cavalleresca dei Cistercensi, quei grandi conoscitori dei segreti della scienza, dell'astronomia e dell'ingegneria di cui i Templari furono il braccio armato". Ogni figura è diversa l'una dall'altra, ma a catturare l'attenzione è la pietra angolare che rappresenta l'uomo pesce, o meglio Colapesce, personaggio della mitologia, e tiene sotto controllo tutto il monumento. Solo a lui è concesso di vedere tutte le altre facce. E se ci si mette all'angolo esatto, si ha una visione completa di tutta la fontana. Un'altra delle tappe importanti del percorso del mistero è la Basilica di San Bernardino, che corrisponde, si è visto, alla stella di Altair. Monumentale la costruzione, la cui facciata si innalza maestosa e sembra fondersi in un tutt'uno con il cielo. "Io e i miei amici - continua Ceccarelli - più volte ci siamo soffermati sul trigramma bernardiniano IHS e chiesti a cosa corrispondesse il PHS, posto sullo stemma cittadino. Qualcuno ritiene che possa essere un'errata trascrizione dell'IHS. Forse potrebbe significare Priuree Honorable Sion, il celebre Priorato di Sion, l'antichissima associazione segreta che ordinò la formazione dei Templari e, secondo alcuni, fu custode del Santo Graal". E il filo conduttore dei Templari si ritrova in un altro luogo denso di fascino, fuori dal centro storico: la Basilica di Collemaggio, esempio superbo di romanico-gotico che da sola vale il viaggio, ma anche, sotto questa nuova luce, concentrato di simbologia esoterica. Qui fu nominato Papa Pietro da Morrone, con il nome di Celestino V (identificato dai più come il personaggio citato da Dante, nell'Inferno, canto III, 58-60, "colui che fece per viltà il gran rifiuto"). La basilica, la cui facciata è ornata di decorazioni geometriche in pietra bianca e rossa, scandita da tre portali e tre rosoni, è da tutti conosciuta per avere la Porta Santa, la prima al mondo, dove il Papa, dal 1295, donò l'indulgenza della Perdonanza, anticipatrice degli Anni Santi (a fine agosto una festa rivive questo particolare rito). "Le rosa-croci, simbolo dei templari - conclude Ceccarelli -decorano la facciata, inoltre si può notare anche una quadratura a specchio di alcune pietre bianche che ricordano quelle del Tempio di Salomone a Gerusalemme. All'interno sul Mausoleo, dove è custodito il corpo del Papa, sono ben visibili i sigilli di Re Davide e di Re Salomone. Tutto ciò avvalora la tesi che il disegno di Federico II di far nascere una nuova capitale spirituale, fuori dei confini dello stato pontificio, fosse stato ripreso da Celestino V. E, forse, a suggellare questo stretto rapporto con l'Aquila, il papa volle celebrare il pontificale in città: fu la prima volta, al di fuori di Roma".

 
 
 

APPROPOSITO DI KARMA.......

Post n°62 pubblicato il 19 Aprile 2008 da iogiocondamisteriosa

È urgente e necessario sapere che così come esistono in questo piano fisico o terza dimensione, diversi tipi di legge che dobbiamo rispettare, tribunali e giudici che si incaricano di vegliare affinché si rispettino le leggi e castigare colui che le viola, lo stesso troviamo nella quinta dimensione della natura nella costellazione della bilancia, il tribunale della giustizia divina, incaricato di amministrare il Karma e il Dharma dell'umanità, ed indicarci attraverso i messaggeri divini, la linea di condotta che dobbiamo osservare per equilibrare la nostra bilancia interiore, così come i requisiti che dobbiamo soddisfare per raggiungere la realizzazione o perfezione, che è la ragione fondamentale per la quale ci troviamo sul pianeta terra.

Tutti nella nostra attuale esistenza, stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato nelle nostre vite anteriori e allo stesso tempo stiamo seminando quello che raccoglieremo nella prossima vita.

Mai comprendiamo questo, ed è così che l'umanità, non potrà scappare da questa catena di conseguenze, giacché mai sappiamo il perché delle nostre sofferenze.

Quando una persona semina disgrazie, causando danno ad altri, di fatto le stesse disgrazie andrà a raccogliere. Questa è la legge del Karma.

La legge del karma è quella legge che adatta saggiamente ed intelligentemente l'effetto e la sua causa. Tutto il bene ed il male che abbiamo fatto in una vita, ci porterà conseguenze buone o cattive per questa o la prossime esistenze.

Non dobbiamo dimenticare i proverbi Cristiani: "colui che semina fulmini, raccoglie tempeste"; "con il bastone con cui misuri sarai misurato e con vantaggio", "occhio per occhio e dente per dente", "colui che di ferro uccide di ferro muore".

La legge del Karma regge tutto il creato, ed è una legge immodificabile. Questa si conosce come "Giustizia celestiale". Colui che viola una legge crea dolore per se stesso. Nella gnosi, la rappresentiamo con una bilancia. Il piatto destro corrisponde alle buone opere e si chiama Darma. Il piatto sinistro corrisponde alle cattive opere e si chiama karma. Questa legge si conosce anche come la legge di azione e conseguenza o causa ed effetto.

La legge del Karma ci controlla e vigila in ogni momento e per questo qualsiasi atto buono o cattivo delle nostre vite ha le sue conseguenze. Tutto il male che facciamo dobbiamo pagarlo e tutto il bene che facciamo ci sarà ricompensato. Dio ci diede il libero arbitrio e possiamo fare quello che vogliamo, però dobbiamo rendere conto di tutti i nostri atti di fronte alla Giustizia Divina.

Quando uno viene a questo mondo porta il suo destino e per questo alcuni nascono tra cuscini di piume ed altri nella disgrazia. Se nella nostra esistenza feriamo, adesso ci feriscono, se uccidiamo adesso ci uccidono, se rubiamo, ora ci rubano e così, "con il bastone che misuriamo adesso ci misurano e con interessi. Ogni persona è scritta nel libro del Karma che si trova nel palazzo della Giustizia Divina.

Questo palazzo si trova nella 5 a dimensione della natura, è diretta dal Maestro Anubis e dai 42 Giudici della legge. È possibile comprovare questo che stiamo affermando, e per farlo la persona dovrà imparare ad uscire in corpo astrale coscientemente.

Comprendere integralmente la Legge del Karma è indispensabile per orientare la nave della nostra esistenza in una forma positiva ed edificante. Il Karma è una legge di compensazione e non di vendetta.

Il karma è una medicina che ci somministrano per il nostro bene; disgraziatamente, la gente anziché inchinarsi con reverenza davanti all'eterno Dio vivente, protestano e/o bestemmiano, giustificano se stessi, si discolpano e si lavano le mani come Pilato (Bibbia Cristiana).

Quando protestiamo non ci modificano il Karma, se non che si trasforma più duro e più severo. Pretendiamo fedeltà dal coniuge quando siamo stati adulteri in questa o in vite precedenti. Chiediamo amore quando siamo stati spietati o crudeli; chiediamo comprensione quando non abbiamo mai dato comprensione a nessuno.

Aneliamo felicità intense quando siamo stati l'origine di molte disgrazie. Avremmo voluto nascere in un luogo bello e con molte comodità, quando nelle vite anteriori non sapemmo fare una famiglia.

Vogliamo che i nostri figli ci obbediscano, quando mai sapemmo ubbidire ai nostri genitori. Ci disturba terribilmente che ci calunnino, quando siamo stati sempre calunniatori, ed abbiamo riempito di dolore il mondo.

È dire pretendiamo quello che non abbiamo dato… È possibile che in vite anteriori fossimo malvagi e crudeli, per questo meritiamo il peggio, però supponiamo che ci debbano dare il meglio.

Quando la Legge Cosmica va' a percepire ad una persona un Karma, prima la sottomette ad un giudizio interno. Se ha Dharma, ovvero se ha fatto buone opere, non soffre nessun patimento, altrimenti, se non ha capitale cosmico, paga con dolore.

Normalmente le persone hanno sogni che gli annunciano quello che gli succederà; per esempio; sognare che la polizia ci mette in carcere, vederci nudi, inzupparci nella pioggia, ecc.. Per maggior informazione visita la nostra sezione: Il significato dei sogni.

Generalmente, quando la Legge ci chiede la riscossione, sempre pensiamo che siamo innocenti, che non dobbiamo nulla. C'è anche qualcuno che maledice contro la giustizia qualificandola come ingiustizia.

Però sempre dobbiamo ricordare che la Legge a nessuno da quello che non si merita, ad ogni uno dà secondo le sue opere. Adesso il lettore capirà perché le carceri sono piene di "innocenti", persone che in questa vita non hanno fatto nulla, però che in vite precedenti commisero delitti gravissimi.

Ripetiamo: la Legge di Dio a nessuno dà quello che non si merita, ad ognuno dà secondo le sue opere…

Ci sono alcuni che nascono in cuscini di piume con tutte le comodità per prepararsi intellettualmente e conducono stili di vita, per molti invidiabili, altri non hanno la stessa sorte, però nemmeno soffrono sul piano economico. Sebbene ci sono altri che soffrono spaventosamente e devono mendicare per sopravvivere. Ci sono milionari che soffrono mali incurabili e non possono mangiare quello che gli provoca, un ulcera o un'altra dolenzia.

Ci sono molti poveri che hanno una salute formidabile. La Legge riscuote da ogni uno secondo le sue mancanze. La Giustizia Cosmica la possiamo comparare ad una grande banca.

Qui nel piano fisico, se noi abbiamo un conto bancario e depositiamo costantemente (questo è equivalente a fare buone opere), il nostro saldo aumenterà. Se giriamo un assegno (è equivalente a pagare o guadagnare un Karma), è logico che lo pagheranno.

Se ritiriamo maggior denaro ogni giorno (violando la Legge di Dio), il nostro conto diminuisce fino ad andare in "rosso"; in questo momento cominciamo a patire, a pagare con dolore il dolore che abbiamo causato.

Se abbiamo cattive azioni o Karma, significa che abbiamo consumato il nostro capitale cosmico, se depositiamo, ossia, facciamo buone azioni con i nostri simili, guadagneremo Dharma ed usciamo bene nei nostri affari davanti al tribunale Cosmico. Il risultato è felicità, salute e successo nelle nostre vite.

APPROPOSITO DI TIBET.....

osservando in questi giorni gli accadimenti mondiali, e soprattutto quello che accade nel tibet, mi sono chiesta, credendo nella reincarnazione, la lezione che deve aprendere il tibet, cosa deve mutare per interrompere la ruta degli eventi, cosa deve rendere alla cina..........se ora sta subendo questo evento.....

e i maestri tibetani ben sanno che il territorio va alla cina.....

e la cina, quando accettera' la liberta' di culto??

prima maturera' questa svolta e prima il karma verra' cancellato.

mi auguro che questo accada nei prossimi mesi, dopo le olimpiadi.....

 
 
 

LA GROTTA DI CRISTALLO.......

Post n°61 pubblicato il 12 Aprile 2008 da iogiocondamisteriosa

Il progetto Naica-Peñoles"La Grotta dei Cristalli", Naica, Chihuahua, Mexico

La Grotta dei Cristalli nella miniera di Naica(del gruppo Peñoles), insieme alla sua gemella Grotta delle Spade, è oggi famosa nel mondo per la presenza di grandi cristalli di gesso (cristalli giganti di selenite) di dimensioni mai viste, sino a 10 m di lunghezza e 2 m di diametro, purissimi.

Una foresta di cristalli, i più grandi del Pianeta.

Un mondo irreale oltre la fantasia, oltre il sogno.

Una grotta a 50° di temperatura e 100% di umidità, infernale, dove l'uomo può sopravvivere pochi minuti. Ancora inesplorata.

Una meraviglia della Natura scoperta per caso, fragilissima e misteriosa, che potremmo perdere da un momento all'altro.

E che presto tornerà inaccessibile, nascosta nel cuore della Terra.

La Grotta dei Cristalli è una piccola finestra nell'immensità del tempo geologico, che l'uomo ha oggi la fortuna di poter aprire grazie a una tecnologia innovativa ed esclusiva.

Un'esplorazione «astronautica» ad alto rischio, oltre i limiti umani, per capire, studiare, documentare e salvare. Prima che sia troppo tardi.

La Grotta dei Cristalli, probabilmente la più grande meraviglia sotterranea della Terra, è stata incontrata per caso nelle profondità della Miniera di Naica, stato di Chihuahua, Messico.

Si tratta di un vero e proprio geode: una caverna completamente ricoperta di trasparenti cristalli di selenite, cioè gesso purissimo, alcuni dei quali superano i 12 metri di lunghezza. Di gran lunga i cristalli più grandi del mondo.

Sono strutture stupefacenti, che sembrano contraddire l'incessante tendenza dell'Universo all'aumento del disordine, allo sgretolamento, al caos. I macrocristalli di Naica mostrano invece che anche nelle profondità della Terra avvengono processi che tendono a creare strutture ordinate, così come in superficie avviene con la vita. Si tratta di capire come questo sia stato possibile. Ma per farlo è necessario entrare, e questo non è facile: con una temperatura di circa 48° C e l'aria satura di umidità ci si trova in una situazione di «cottura al vapore»; il tempo di sopravvivenza dell'uomo è di pochi minuti.

Il Progetto «Grotta dei Cristalli»Nel gennaio 2006 Speleoresearch & Films una compagnia messicana il cui obiettivo è quello di esplorare, documentare e diffondere nel mondo il patrimonio speleologico messicano, ha ottenuto dalla Compagnia Peñoles, concessionaria della miniera, l'incarico in esclusiva, per la documentazione e la coordinazione del progetto. L'Associazione Geografica La Venta, un team internazionale di speleologi e ricercatori che ha raccolto successi in molte zone del pianeta, dall'Antartide all'Asia Centrale, ha a sua volta ricevuto da Speleoresearch & Films l'incarico esclusivo per quanto riguarda le ricerche che si svolgeranno nei prossimi tre anni a Naica. E non solo di questa: nella miniera è stata segnalata la presenza di altre cavità dello stesso tipo, ancora totalmente inesplorate. La campagna di ricerca avrà una durata di 3 anni e si svilupperà in fasi successive, in collaborazione con enti di ricerca italiani, messicani, spagnoli, statunitensi, e con il supporto di numerosi patrocinatori. La chiave tecnologica del Progetto 'Grotta dei Cristalli' è la possibilità di permanere a lungo e in sicurezza all'interno di questi ambienti alieni. Per questo sono state progettate e realizzate particolari tute condizionate, brevettate dal gruppo La Venta, che permettono di resistere sino a due ore e quindi svolgere attività esplorative, di ricerca e di conservazione. Una vera e propria spedizione astronautica, ma sul nostro vecchio pianeta Terra.

L'obiettivo del progetto triennale è la realizzazione di un complesso di ricerche multidisciplinari che copra i vari campi di interesse della grotta e ne permetta la conservazione. L'ambiente infernale e la presenza dei cristalli hanno richiesto lo sviluppo di materiali e tecnologie specifiche, dalle tute refrigerate alle calzature 'da cristallo' per consentire un accesso sicuro e prolungato a ricercatori di diverse discipline: geologia, mineralogia, biologia, exobiologia, fisica, speleologia, medicina.

Le domande a cui si tenterà di rispondere sono molte.

Come e perché si sono formati questi cristalli giganti? Quanto tempo fa? C'è vita in questo ambiente limite, che sembra extraterrestre? Se sono presenti forme di vita, hanno avuto un ruolo nella formazione dei cristalli e delle mineralizzazioni circostanti? L'uomo senza volerlo ha interrotto l'equilibrio millenario fra acque e rocce profonde che aveva generato queste meraviglie:cosa sta succedendo ora in questo luogo? I cristalli sono stabili? Quanto dureranno? Come si comporta la fisiologia umana in ambienti di questo tipo?

Ma la domanda fondamentale è: come possiamo conservare la Grotta dei Cristalli per le future generazioni e fare in modo che questa meraviglia sia conosciuta nel mondo?

Le campagne di ricerca si articoleranno in numerose incursioni brevi e in due grandi spedizioni, la prima delle quali è prevista per il mese di dicembre 2006.

La documentazioneLa responsabilità di far conoscere al mondo un luogo assolutamente unico è davvero grande. Il Team La Venta e Speleoresearch & Films, una compagnia di produzione messicana, hanno realizzato produzioni per le maggiori televisioni del mondo e nei luoghi più remoti della Terra, e sono convinti di riuscirci.

Il progetto di ricerca sarà seguito e raccontato passo dopo passo da un team di professionisti, scelti tra i migliori nel campo della realizzazione di documentari.

Si punterà ad ottenere la massima qualità oggi possibile utilizzando le più moderne e sofisticate tecnologie di ripresa e fotografia, adattandole alle condizioni estreme dell'ambiente: il risultato sarà la storia di questa grotta e degli uomini che l'hanno scoperta ed esplorata. La Grotta dei Cristalli verrà rilevata mediante apparecchiature laser-scanner per ottenere restituzioni tridimensionali che permetteranno viaggi virtuali. Viaggi che potrebbero diventare reali all'interno di repliche fisiche, forse l'unica maniera di vedere questa meraviglia quando la grotta, con la chiusura della miniera, non sarà più accessibile.

Inquadramento generaleNaica è un tipico paese minerario ubicato nel nord del Messico (latitudine 27°52'00"N - longitudine 105°26'15"W - quota 1500 m s.l.m.), nello stato di Chihuahua, 130 km a sud est della capitale omonima e circa 35 km da Ciudad de Delicias, nel municipio di Saucillo.
Secondo la tradizione, Naica significa "luogo senza acqua" ma, molto più probabilmente, tale termine è di origine Tarahumara, proviene dalle radici Rarámuri "Nai" (luogo) e "ka" (ombra), e significa "luogo ombreggiato", come giustificherebbe l'ombra proiettata dalla sierra isolata nel deserto circostante.
La storia di Naica, a parte la presenza degli indios Apaches tra il XVI e XIX secolo che si dedicavano ad assaltare le diligenze sull'antico cammino reale a Chihuahua, è sostanzialmente legata alla evoluzione dell'attività mineraria, oggi famosa nel mondo e praticata con successo dal Gruppo Peñoles.
La presenza di minerali a Naica venne scoperta da Alejo Hernández, Vicente Ruíz e Pedro Ramos de Verea che, il 26 giugno del 1794, denunciarono "una mina ubicada en tierra virgen con el nombre de San José del Sacramento, en la Cañada del Aguaje de la sierra de Naica".
Nel 1896 la miniera diventò di proprietà di Santiago Stoppelli e si cominciò la costruzione della cittadina di Naica.
La concreta estrazione dei minerali, però, cominciò solo nel 1900 allorché venne fondata la Compagnia Mineraria di Naica che proseguì la sua attività fino al 1911.
In quegli stessi anni, infatti, per le devastazioni causate dalla Rivoluzione, la Compagnia dovette sospendere le attività che ripresero solo nel 1924 ad opera della "Compagnia Mineraria Peñoles".
Dopo il 1928, la miniera venne sfruttata intensamente dalle compagnie americane "The Eagle Picher" e "The Fresnillo Company" e Naica si trasformò in un importante centro produttivo, tanto che nel 1934 venne fondata la sezione 30 del "Sindicato Nacional de Trabajadores Mineros, Metalurgistas y Similares de la República Mexicana".
Nel 1961 gli americani si messicanizzarono nella fondarono la "Compañia Fresnillo S.A. de C.V." che proseguì le sue attività fino al 1998, allorché il Gruppo Peñoles acquisì le azioni straniere assumendo il controllo e messicanizzò totalmente l'attività mineraria, trasformando Naica in una delle più produttive miniera dello Stato. Le grotte Nel 1910 durante i lavori di scavo veniva scoperta quella che venne chiamata la Cueva de las Espadas (grotta delle spade), una unica grande cavità di un'ottantina di metri di diametro a 120 m di profondità. La grotta si apre in una zona semidesertica nelle montagne di Naica, un centinaio di chilometri a sud-est della città di Chihuahua, capitale dell'omonimo stato messicano al confine con gli Stati Uniti.
Si tratta di montagne calcaree (età: 200 milioni di anni circa) in cui si sono formati reticoli di grotte, che sono state successivamente attraversate da acque termali di origine molto profonda, calde e mineralizzate. Esse arrivavano in questi ambienti relativamente più freddi e vicini alla superficie e depositavano parte dei sali che trasportavano. In milioni di anni le grotte si sono così in parte riempite di mineralizzazioni ricche soprattutto di piombo, argento e zinco.
Sin dalla fine dell'800 questi filoni di minerale sono stati oggetto di sfruttamento e quelle di Naica sono tuttora le più importanti miniere di questo genere nel Messico, e fra le maggiori del mondo.

La sua caratteristica fondamentale era di essere ricolma di grandi cristalli " prismatici" di gesso (i macrocristalli di gesso vengono in genere detti di "selenite") di dimensioni sino a un paio di metri di lunghezza e circa 25 cm di diametro, che furono oggetto di uno sfruttamento di tipo mineralogistico. Di fatto gran parte dei macrocristalli di questo tipo che sono attualmente esposti nei musei di mineralogia del mondo provengono proprio da questa grotta.
Questo sfruttamento ha doppiamente danneggiato la cavità, da una parte privandola dei pezzi migliori, dall'altra modificando radicalmente le caratteristiche del microclima. La conseguenza di ciò è che i cristalli rimasti sono diventati polverosi e opachi.
Nell'aprile 2000 durante i lavori di scavo di un tunnel di comunicazione, trecento metri sotto la superficie, veniva scoperta la Cueva de los Cristales (grotta dei cristalli), con formazione cristalline e cristallizzazioni di gesso di dimensioni mai viste, sino a 10 m di lunghezza e 2 m di diametro, purissimi.

La grotta dei cristalli La grotta era lì per lì sistemata nei primi metri, che venivano spianati e dove venivano sistemate alcune delle luci elettriche. Poi l'esperienza negativa della Cueva de las Espadas, il potenziale enorme valore di questi macrocristalli sul mercato mineralogistico e la loro sostanziale delicatezza, ha suggerito alla direzione della miniera una protezione radicale di questo autentico gioiello del mondo sotterraneo mondiale. La visita non è permessa se non nel quadro di ricerche documentate che puntino ad approfondirne la conoscenza e migliorarne la conservazione, che si presenta problematica su una scala tempi di qualche decennio.
Per questo la cavità è stata solo parzialmente esplorata per qualche decina di metri.
La difficoltà principale è però quella ambientale: l'aria era infatti stimata a 60°C e 100% di umidità e dunque in realtà la grotta si proteggeva benissimo da sé.
La genesi delle cristallizzazioni I macrocristalli si sono formati sott'acqua, in un punto dove le acque termali profonde, calde (52°C) e sature di solfuri venivano in contatto con acque esterne fredde e ricche di ossigeno, che si infiltravano naturalmente dall'esterno.
Lungo la superficie che separava queste due acque, che non potevano direttamente miscelarsi tra loro vista la differente (maggiore) densità di quelle profonde e mineralizzate, avveniva la "diffusione" dell'ossigeno nello strato inferiore con conseguente ossidazione degli ioni solfuro a solfato, che ne provocavano una lievissima sovrassaturazione rispetto al gesso e quindi una sua lentissimaa deposizione. Queste condizioni di deposizione si sono evidentemente mantenute per un tempo molto lungo (migliaia di anni) e i cristalli hanno potuto svilupparsi sino a queste dimensioni inusitate. Infine, in tempi molto recenti la cavità è stata probabilmente svuotata accidentalmente in maniera naturale a seguito dell'abbassamento del livello freatico locale dovuto ai lavori minerari. Il microclima Durante la nostra ricognizione (ottobre 2002) abbiamo potuto rimanere più a lungo del normale e impiegare termometri di precisione. Abbiamo così determinato in 47.10°C al suolo e 47.38°C a 2 metri di altezza la temperatura della cavità. La temperatura perciò cresce di circa un decimo di grado per metro di altezza. L'aria è satura di umidità. Per un'analisi degli effetti dell'umidità si veda l'interessante articolo di Claudio Castellano su NimbusWeb, l'indice di calore, quando l'umidità aumenta la sensazione di calore La difficoltà tecnica La temperatura di per sé non pare eccezionalmente elevata, tanto che in certe zone esterne può essere largamente superata: i più alti valori di temperatura misurati in atmosfera libera sono stati di 58°C a El Aziz, in Libia nel 1922 e di 57°C nella Death Valley, in California, nel 1913. Le saune poi passano largamente questi valori e possono giungere anche oltre i 100°C. Il fatto è che l'aria in quelle condizioni è estremamente secca e dunque il corpo umano può mantenere una temperatura cutanea normale grazie ad una continua evaporazione che permette la sopravvivenza anche per tempi relativamente lunghi.
Se l'aria si arricchisce di vapor d'acqua la situazione cambia in modo radicale. Da una parte il meccanismo di evaporazione cessa di funzionare e dunque si diventa incapaci di liberarsi del calore. Dall'altra, ben più gravemente, la pelle e l'interno dei polmoni risultano "pareti fredde" su cui il vapor d'acqua prende a condensare rilasciando torrenti di energia. Nelle saune si sperimenta questo terrificante effetto in piccola misura quando si butta dell'acqua sulle pietre roventi: l'aria rimane estremamente secca, ma lo straterello sulla nostra pelle può diventare sovrassaturo e condensarci addosso. Il risultato è che ci si sente scottare di colpo: la temperatura in realtà non è variata (anzi, è scesa) ma il meccanismo che ci manteneva "freddi" viene annullato per un istante e noi veniamo a sentire in pieno in quale inferno siamo immersi.
In pratica lo stare in un'atmosfera satura di umidità a temperature superiori a 35-37°C è equivalente ad essere immersi in acqua corrente di quella temperatura e perciò è abbastanza rapidamente mortale. La temperatura massima accettabile per un'acqua calda in cui immergersi completamente è fra 40 e 42°C: al di sopra riteniamo che essa scotti in modo insopportabile.
La temperatura della Cueva de los Cristales è dunque proprio così: insopportabile, soprattutto al primo impatto. La tecnica

In realtà si può resistere seminudi a quella temperatura per 3-5 minuti, sfruttando il fatto che il calore impiega un tempo discreto a "bollirci" e la temperatura cutanea viene tenuta a livelli tollerabili dal flusso di sangue "freddo" che arriva dal nostro interno grazie ad una enorme vasodilatazione periferica. La situazione è dunque instabile e soprattutto sottopone il cuore ad uno sforzo tremendo, lo si sente battere come durante una corsa disperata.
Poco tempo dopo la scoperta della grotta un minatore vi è penetrato segretamente per prelevare cristalli: ha perso i sensi e, quando è stato trovato, il suo corpo risultava letteralmente cotto al vapore.
Lo scopo della nostra prima ricognizione era di prendere conoscenza dell'ambiente e utilizzare un approccio lievemente diverso da quello tradizionale di entrare seminudi: coprirci il più possibile, per impedire al flusso di calore di raggiungere la pelle. Ritenevamo che in questo modo ci si potesse esporre per tempi molto più lunghi, e di fatto uno di noi è stato esposto per quasi mezz'ora.
D'altra parte temevamo che esposizioni prolungate potessero far insorgere problemi ai polmoni, anch'essi "pareti fredde" su cui il vapor d'acqua avrebbe condensato col doppio effetto di bollirceli e di riempirli d'acqua. Abbiamo quindi realizzato dei respiratori in cui l'aria veniva raffreddata prima di arrivare ai polmoni.

 
 
 

Post N° 60

Post n°60 pubblicato il 05 Aprile 2008 da iogiocondamisteriosa

DRAGHI

Invenzione o realtà storica? Sono esistiti veramente i draghi? Forse sì...

"NELL'ANTICHITA' I DRAGHI NON ERANO SIMBOLI MALVAGI, MA PRESENZE BENEVOLE. SI RACCONTA CHE ALL'INIZIO DEI TEMPI DUE DRAGHI SI SCONTRARONO FINO A SCOMPARIRE NEL NULLA LASCIANDO UNA FERTILE SCHIUMA SULLA TERRA; DA QUESTA NACQUE LA STIRPE HSIA E YING ED IL MONDO DELLA CINA".

PEARL S. BUCK

I draghi nascono come animali mitici e benevoli per poi diventare personificazione del Maligno con l'avvento del monoteismo cristiano. Infatti, nell'antica Babilonia, era un drago l'animale protettore della città, e veniva chiamato Mushushu. Anche se, più che un drago, era un ibrido, un incrocio tra diversi animali, e quindi, tra i diversi attributi benigni di questi esseri. Col cristianesimo avviene la demonizzazione dei draghi (ricordiamo il serpente che tentò Eva...). La leggenda di San Giorgio e il drago va letta sotto quest'ottica: il santo uccide il drago e con lui tutti i rimasugli del paganesimo. L'Europa è piena di storie di draghi. L'antica Bretagna celtica era perseguitata da un drago spaventoso, che faceva sentire il suo suono nella notte di Beltame, l'eroe Lludd  lo affrontò ed uccise. Thor invece, nella mitologia nordica, sconfisse il terribile drago Jormumgadr.

Gennaio 2004, sui giornali gira una strana notizia: 

"Una famiglia londinese da oltre un secolo conserva quello che sembrerebbe essere il cucciolo di un drago. Si tratta di un animaletto alto una trentina di centimetri, con artigli, ali e cordone ombelicale conservato in un vasetto con formaldeide. La creatura è stata ritrovata sotto un cumulo di roba vecchia da un certo David Hart, nipote di Frederick Hart, un tempo facchino del Museo di Storia Naturale di Londra. Hart ha raccontato che quel barattolo era stato inviato al prestigioso istituto della capitale da un gruppo di scienziati tedeschi attorno al 1890, quando era fortissima la rivalità tra i due Paesi. Tuttavia, il museo di Londra pensò che si trattasse di uno stratagemma per mettere in berlina il Regno Unito di fronte alla comunità scientifica mondiale e stabilì che quel piccolo di drago non era altro che un pupazzetto. Così, il barattolo con la formaldeide ed il suo contenuto venne dato ad Hart e con il passare degli anni finì in uno scatolone nella collezione di cimeli di famiglia. David Hart, un magazziniere 58enne che vive in un quartiere Sud di Londra, ha raccontato di aver trovato il barattolo per caso, nel suo garage, dove lo aveva lasciato il padre (ora defunto) circa 20 anni fa, quando questi si trasferì fuori Londra.
Ma c’è anche il forte sospetto che si tratti di uno scherzo. Per questo lo strano essere verrà ora analizzato e sottoposto a una biopsia per appurare se si tratti di materiale organico oppure di cera o gomma." (25 gennaio 2004 - Corriere.it)

Anche nella Milano del Basso Medioevo si parla di un drago. Leggiamo la cronaca dell'epoca:

“In questi tempi poco dopo la morte di Teodosio, & del nostro Padre Santo Ambrogio, nella parte della Città, dove è la Chiesa hora di San Dionigi, nacque un pestifero morbo, onde ne morirono quivi assai centenaia di persone; ne sapendosi d’onde fosse cagionato questo accidente, in quella parte sola della Città, essendo in tutte l’altre parte sanissima; fu scoperto un gran Dragone, che usciva à certe hore dalle cave, & col pestifero, & mortifero fiato suo ammorbava l’aria; alqual non trovandosi remedio speditivo, come in tal instante caso faceva bisogno, Uberto uno de’ primi nobili della Città di casa d’Angiera, allhora Luogotenente del detto Conte d’Italia, mosso dal suo naturale valore, & dalla Pietà della patria, si espose al pericolo della vita per liberare la patria. Andò adunque il coragioso Uberto contro il mortifero Drago armato non tanto di ferro, quanto di fortezza d’animo, di destrezza, & d’ingegno, et al fine felicemente l’ucise, et liberò la sua patria con gloria eterna di lui. Da questo Uberto ha havuto origine casa Visconte..."
Tratto da Morigia, Paolo, Historia dell’antichità di Milano, Venezia 1592 [Rist. Bologna, Forni 1967] p. 12

 “Questi [S. Dionigi] è poi quel sito, in cui fu occiso da Uberto Visconte il Drago, che co’ suoi fiati apportava a’ Cittadini malefici danni, mentre distoltosi da profonda tana givasene per questi vicini contorni, à procacciarsi il vitto, havendo voi à sapere, che in quelle antiche età rendevasi tal sito disabitato, e selvaggio, innalzandosi assai discoste le Cittadine Mura, quindi havevano famigliari i Covaccioli le Fiere. Generoso era cotesto Uberto Cavaliere di nascita, Signore d’Angera popolata abitazione, anzicome vogliono alcuni istorici Città ne’ Confini del Verbano Lago, prendendo il nome da Anglo del Ceppo d’Enea Troiano, che negl’anni quattro cento seguita la Nascita del Messia assisteva a’ pubblici maneggi in Milano con il Titolo di Viceconte ... quindi postosi Uberto in pretensione, di farsi mirare vittorioso, entrò in arringo, e vinse il mostro, dal cui felice successo ne trasse di valoroso memoria eterna ne’ posteri.”
Tratto da Torre, Carlo, Il ritratto di Milano, Milano 1714 (1674) [Rist. Bologna, Forni 1973] p. 258-59

C'era davvero un drago nella (un tempo) folta vegetazione degli odierni giardini orientali di Porta Venezia? Un drago che col suo "mortifero fiato" inquinava le acque della zona ma, a quanto pare, non aggrediva i viandanti. Fu Uberto Visconti, secondo la cronaca, ad uccidere il drago milanese. La storia non racconta come avvenne quest'epico scontro, o dove sia finito il corpo di questo drago, anche se lo stesso Torre, parlando del Mausoleo Trivulzio a Porta Romana, ci dà probabilmente qualche traccia della sua sepoltura, riportando la notizia di un ritrovamento avvenuto più di un secolo prima:

 “Trassi da una istoria manuscritta datami dal Prencipe Cardinale Teodoro Trivulzi, adoprandomi in construere l’Arbore di sua antica Famiglia, che numera più di ottocent’anni di nascita, come nell’iscavare i fondamenti di questo Mausoleo, fu trovato il carcame d’un’orribile, e mostruoso Drago; ciò non vi rasembri fuor di credito, poiché questo sito dianzi d’essere ecclesiastico, aitava a formare quel vasto Serraglio chiamato Ergasto, dove solevansi racchiudere ferocissime belve, con le quali veggevansi ogni giorno accozzar ardite persone armigere...”
Tratto da Torre, cit., p. 26.

Si sarà davvero trattato di un drago? 

Il drago è noto anche in Estremo Oriente. Anche qui, troviamo numerose leggende che parlano di draghi. Ma in quelle terre, ancor oggi, il drago è visto più come un simbolo di saggezza, di forza e di fortuna. Per gli antichi cinesi, i draghi, insieme all'unicorno e la tartaruga, sono animali benevoli e spirituali. Il drago era, tra l'altro, il simbolo dell'Imperatore. C'erano draghi azzurri, che rappresentavano la primavera, draghi rossi e neri, i temporali, draghi rossi, il sole; la differenza fondamentale era però quella tra draghi della terra e draghi del cielo.

 

 

 

 

 
 
 

VENEZIA.....LEGGENDE VERE...

Post n°58 pubblicato il 25 Marzo 2008 da iogiocondamisteriosa

Venezia per me, ancor prima di
visitarla da ragazzina, è sempre stata una città magica, intrigante,
misteriosa come le sue maschere e affascinante come i suoi palazzi e la sua
storia. Sicuramente unica, è una città che si presta come nessun’altra a storie
e leggende. Leggendo qua e là e parlando di fantasmi con i miei “connazionali”
inglesi (appassionati del genere tanto da farci intere trasmissioni televisive
sulla ricerca di questi ultimi nei vari castelli sparsi per le campagne), mi
sono imbattuta nella leggenda  di un fantasma veneziano un po’
particolare. Nella zona di Campo san Barnaba (
placemark di Google Earth), San_Barnaba.jpga poche decine di metri di
distanza si incontra calle delle Turchette (
placemark di Google Earth) che finisce sull’omonimo ponte. Il
nome  risale al 1428 quando delle prigioniere ottomane furono ospitate da
queste parti allo scopo di convertirle alla religione cristiana. Non era
raro, infatti, a quei tempi che molti Turchi ospiti della Serenissima si convertissero al
cristianesimo per convenienza. Anni dopo, in seguito alla famosa battaglia
di Lepanto vinta dal Doge Sebastiano Venier sui Turchi (1571), fra il bottino
di guerra conquistato dai Veneziani figurava un intero harem di cento
fanciulle. La maggioranza di queste ragazze si convertirono e in seguito
sposarono con dei Veneziani, taluni anche facoltosi. E’ in questo contesto che
si colloca la leggenda che sto per raccontarvi …
Tra le cento splendide fanciulle
giunte a Venezia quell’anno, una spiccava per bellezza ed intelligenza. Con i
suoi  capelli neri come l’ebano, sempre raccolti in una lunghissima
treccia, gli occhi scuri e profondi e la mente vivace, Selima aveva conquistato
molti cuori e si era garantita qualche vantaggio sulle altre. Essendo la più
giovane, riuscì a guadagnare un po’ di tempo prima di dover fare la propria
scelta e, nell’attesa, prese servizio in una delle case destinate ai turchi in
via di conversione; qui la ragazza conobbe il giovane mercante arabo Osman, il
quale non solo era bello, ma anche notevolmente ricco. I due ben presto si
innamorarono e Selima, felicissima di non doversi sposare per convenienza,
giurò  fedeltà al promesso sposo. L’unica condizione per le nozze era che
rimanessero a Venezia, cittadini-ospiti della Serenissima. Dal momento
che  tutta la famiglia del giovane era rimasta nello stato di origine, egli
chiese un permesso straordinario per poter comunicare personalmente le proprie
decisioni alla famiglia e, ottenuto il consenso, partì alla volta dell’Impero
Ottomano. Il viaggio tuttavia non andò come previsto e Selima passava invano le
sue giornate aspettando notizie del suo amato. Il tempo trascorreva inesorabile
e la fanciulla cominciava ormai a dubitare del ritorno di Osman nonostante si
ripetesse continuamente che il viaggio era lungo; ad un certo punto le si
affacciò il dubbio che l’avesse dimenticata ed infine, col perdurare del
silenzio, i suoi timori finirono per diventare certezze. Il giovane non tornò.
Essendo molto bella, a Selima non mancavano certo i corteggiatori, soprattutto
tra i giovani  Veneziani.
La giovane cercò nonostante tutto
di prendere tempo, sperando ancora segretamente nel ritorno del suo amore ma
alla fine, non volendo trascorrere la vita da sola, accettò la proposta di
matrimonio del figlio di un mercante veneziano della zona di San Barnaba e di
lì a poco si sposò. Erano trascorse solo poche settimane dalle nozze
quando Osman ritornò a Venezia. Alloggiò nella sua vecchia casa e corse in
cerca della sua fidanzata ma venne presto informato delle sue nozze col giovane
Veneziano. Il Turco non parlò con nessuno della sua delusione e della 
rabbia che provava e mandò a dire a Selima che avrebbe voluto rivederla
un’ultima volta. La ragazza all’inizio rifiutò l’invito, ma di fronte al suo
insistere cedette alla voglia di incontrarlo … in fondo Osman era rimasto
l’unico grande amore della sua vita. Si recò all’appuntamento con un bellissimo
abito chiaro, uscì di nascosto dalla casa dello sposo ma da quel momento in poi
nessuno ne ebbe più notizia. Tutti la cercarono in ogni casa, in ogni
calle e in ogni campiello della città ma Selima sembrava svanita nel nulla
assieme al bel mercante arabo. Il marito e i conoscenti, amareggiati e delusi,
pensarono che fossero fuggiti assieme. Invece la realtà era ben diversa …
l’uomo non sa perché si innamora; viene travolto da questo potente sentimento e
basta. A volte diventa ridicolo, a volte confuso, certe volte addirittura
pericoloso. Deve essere quello che accadde al giovane Arabo quando rivide
la ragazza del suo cuore. All’incontro Osman non riuscì ad accettare
l’idea di averla persa per sempre e, preso dalla rabbia e dalla gelosia, la
uccise. Non solo! Le tagliò la testa e la custodì in uno scrigno di legno
pregiato per potarla tenere per sempre con sé anche dopo aver lasciato di
nascosto la Laguna quella stessa notte.
Questa triste storia era stata
quasi dimenticata quando, diversi anni dopo, nella cantina della casa di
accoglienza per i convertiti ottomani, fu rinvenuto un cofanetto e ,all’interno,
la testa di una donna con una lunga treccia nera. Iniziarono subito le
ricerche  e da uno scavo nel pavimento emerse lo scheletro di una donna
con l’abito di Selima. Immediatamente fu chiaro che i due giovani arabi non
erano fuggiti insieme, ma che Osman, in preda alla gelosia, aveva ucciso la
ragazza.  Lo spirito dell’uccisa aveva però preso a perseguitarlo dovunque
lui andasse tanto che Osman, esasperato e impaurito, decise di riportare la
testa al suo posto. Tornò di nascosto a Venezia e ripose il cofanetto nella
cantina della casa di accoglienza dove aveva sepolto il corpo tanti anni prima.
Di lui non si ebbero più notizie per decenni ma una notte un barcaiolo, nelle
vicinanze di calle delle Turchette, vide nell’ombra, avvolto da un ampio
mantello, un uomo che gli faceva segno di avvicinarsi: quando il barcaiolo gli
fu davanti, il fantasma del turco si scostò il mantello e mostrò sotto braccio
la testa di una donna dalla lunga treccia nera. Prima che il poveretto potesse
riprendersi dallo spavento, Osman era già sparito.
Che dire, verità o leggenda ? Non
lo so ma se passate in una notte fredda e buia per Campo San Barnaba diretti
verso Calle delle Turchette, affrettate il passo su per il ponticello e se
qualcuno vi chiama, tirate diritto….

 
 
 

Giordano Bruno e la pluralità dei mondi abitati

Post n°57 pubblicato il 24 Marzo 2008 da iogiocondamisteriosa


Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno moriva bruciato vivo sul patibolo dell’inquisizione romana. Domenicano, sedotto dalla Riforma senza aderirvi, Bruno non era né la prima né l’ultima vittima di quest’istituzione il cui scopo era quello di estirpare l’eresia, anche con i mezzi più terribili. Ma, agli occhi della storia, Bruno fu molto più di uno semplice eretico. Per la prima volta la chiesa cattolica romana eliminava fisicamente il partigiano di una teoria scientifica allora nuova in Europa: l’ eliocentrismo del sistema copernicano. Ciò che più conta, Bruno aveva pronunciato questa teoria corredandola con un’intuizione che doveva rovesciare la nostra visione del mondo: quella di un Universo infinito. Spingendo, attraverso scritti  filosofici non sistematici,  fino alle sue conseguenze estreme la sua adesione al sistema di Copernico, Bruno costruì così un cosmologia dove l’uomo, in comunione con un dio immanente alla natura, è, forse, il vero centro divino. E per questo perse la vita.

Il percorso di un contestatore
Filippo Bruno nacque nel gennaio del 1548 a Nola, cittadina del regno di Napoli. A quattordici anni, parte per studiare nella capitale del regno. Nel  1565, entra nel convento dei domenicani di Napoli – dove prende il nome di  Giordano e acquista il titolo di  dottore in teologia nel 1572. Fin da questi anni, egli si distingue per la sua grande libertà di spirito. È richiamato per avere staccato dalla parete della sua cella i ritratti dei santi. Viene sorpreso  a leggere un autore messo all’indice: Erasmo. Fatto più grave: lo si ascolta  mettere in dubbio il dogma della Trinità e discutere le dottrine di Ario, eresiarca del  IV secolo. Tutto ciò gli  vale una denuncia, nel 1576, da parte di un domenicano. Bruno si spaventa. Fugge verso Roma, quindi, dopo essersi stonacato verso Ginevra.
Comincia allora una vita in continua fuga. In quindici anni, Bruno, nel corso di  successivi esili  - aderirà praticamente  a tutte le forme allora correnti di cristianesimo, per essere da tutte le chiese, cattoliche o riformate, scomunicato. Ovunque, tuttavia, è inizialmente accolto con calore e rispetto, poiché si ammira il suo spirito, la sua cultura, la sua eloquenza e  la sua padronanza dell’arte della memoria, molto tenuta in considerazione in un’epoca in cui la stampa era ancora ai primi passi. Ma in nessun posto riesce a trovare un riparo duraturo. Le sue dottrine in effetti urtano senza tregua le credenze dei suoi ospiti, di qualsiasi fede siano. Nel 1576, gli bastano quattro mesi per  rendersi indesiderabile ai maggiorenti  dell’università di Ginevra. Alla fine del decennio, è la prudenza che lo spinge a lasciare Tolosa, dove era andato ad  insegnare - la virulenza degli scontri  tra cattolici e protestanti gli fanno infatti temere di essere vittima ora dell’una ora dell’altra parte. Nel 1581, il re Enrico III, che lo ammira, si mostra particolarmente accogliente e crea espressamente per lui una cattedra  al Collegio reale, poiché Bruno, da apostata, non avrebbe potuto esercitare alla Sorbona, il cui regolamento rendeva obbligatorio assistere agli uffici religiosi. Tuttavia Bruno coglie l’occasione e sembra trovare requie e, nel 1584,  accompagna l’ambasciatore di Francia in Inghilterra. La regina Elisabetta I è tanto ben disposta  al suo riguardo quanto il re di Francia. Bruno tenne  anche alcune lezioni a Oxford che, come sempre, furono interrotte dai pedanti aristotelici . A Londra pubblica i suoi principali lavori. Ma, ancora una volta, non addolcisce  i toni delle  proprie dottrine.  Enrico III, ritornato in  Francia, è costretto a mettere al bando l’ingombrante  pensatore.

Restavano i Paesi di fede luterana. Come altrove, vi trovò  persone inizialmente decise a sostenerlo. Ecco ad esempio il messaggio inviato al senato di Wittenberg: «Avete permesso ad uno straniero, ad un uomo che non apparteneva alla vostra religione, di insegnare in pubblico (...), lo avete autorizzato ad essere semplicemente un amico della saggezza (...),   non gli avete impedito di esporre le proprie opinioni, anche quando erano contrarie alle dottrine   da voi professate».  Alla  fine del XVI secolo, iniziava infatti, qua e là, a realizzarsi qualcosa che somigliasse alla tolleranza.  Ma questa lettera mostra, soprattutto, il carattere del tutto eccezionale di questo tipo d’atteggiamento. La situazione restava pesante per Bruno, che fu costretto nuovamente a  fuggire da uno Stato tedesco all’altro, secondo il ritmo delle rivoluzioni politiche e religiose, e dei salti d’umore dei teologi.

Nel 1591, Bruno è stanco dell’esilio. Desidera che la Chiesa lo riaccolga nel suo grembo e vuole rivedere la sua patria. Accetta perciò di buon grado l’invito di Giovanni Mocenigo,   ricco veneziano che desidera apprendere da  lui la geometria e l’arte della memoria (mnemotecnica). Ma, lungi dall’essere il protettore sperato, Mocenigo, il 23 maggio 1592, denuncia Bruno all’Inquisizione col pretesto che quest’ultimo non gli avrebbe trasmesso i suoi segreti.

Lo scopo del Tribunale dell’Inquisizione, istituito  dal papa Gregorio IX nel 1231, ed incessantemente regolamentato in  quest’epoca di turbolenze religiose, era di estirpare l’ eresia: occorreva, con ogni mezzo, scovare l’ eretico e portarlo all’abiura e  al pentimento. Benché la pena inflitta potesse  prevedere il patibolo o la prigione  a vita, il più delle  a volte era leggera: pellegrinaggio, cura di un povero, addossamento della croce d’infamia o altre penitenze “salutari”. In casi di ostinazione particolare  del “colpevole” era prevista la sua  consegna alle autorità secolari, ossia il patibolo. L’ostinazione era dichiarata irrimediabile soltanto al  termine di interrogatori che potevano svolgersi lungo molti mesi  o molti anni, e durante i quali l’obiettivo dei giudici era di portare l’imputato all’abiura. Il processo di Bruno durerà ben otto anni.
Sono del resto le minute, benché lacunose, di questi lunghi interrogatori che ci permettono oggi di ricostruire il pensiero di Giordano Bruno, meglio dei suoi lavori, spesso oscuri. Ne risulta molto chiaramente che la magia o l’ermetismo, che hanno certamente occupato un posto importante nella sua attività intellettuale, non pesarono per nulla nella sua condanna e che il loro ruolo non era del resto centrale nel suo sistema. È altrettanto interessante constatare che Bruno era pronto, almeno in una prima fase del suo processo, a disconoscere alcuni dei suoi scritti nelle formulazioni apertamente anticristiane. Ma l’approfondimento degli interrogatori rivela  che il “nucleo duro” della teoria di Bruno, e che doveva fatalmente condurlo al patibolo, risiedeva nella sua concezione di un Universo infinito.

Le fonti del pensiero di Giordano Bruno
Senza essere un fisico di genio alla stregua di Galilei, Giordano Bruno possedeva uno spirito scientifico, e fu soprattutto un metafisico notevole. Il primo  a proporre  un sistema coerente contrapponibile a quello di Aristotele.  Ricordiamo che, secondo quest’ultimo, la terra si trovava al centro di un universo chiuso. Dunque immobile con  le stelle superlunari rotanti attorno ad essa. Il mondo siderale era anch’esso immobile, ed al di là della sfera siderale, o celeste, non c’era nulla: né luogo, né vuoto. Il sistema di Aristotele, ripreso e “cristianizzato” da Tommaso d’ Aquino, era assurto al rango di  dogma della Chiesa cattolica romana. Fin dai suoi anni giovanili, Bruno si era interessato ai predecessori di Aristotele (i pitagorici, Platone e i presocratici, soprattutto) e ai neoplatonici. Soprattutto, aveva letto due autori che erano passati quasi inosservati ma che portavano in germe una critica radicale della fisica di Aristotele: Nicolò Cusano e Copernico.

Le dottrine di Cusano e di Copernico
Il teologo tedesco Nicolò  di Cusa (1401 -1464) fu il primo a rimettere in discussione la concezione aristotelica del mondo. Per lui, l’Universo è uno sviluppo imperfetto di Dio. Imperfetto poiché il suo frazionamento indefinito si oppone all’unità del divino. L’universo non è a dire il vero infinito, ma non è finito neppure: “senza termine”, nel senso in cui non se ne possono conoscere i limiti. Ne discende che  la terra non è più al centro, e non ci sono centri fisici nell’Universo. Questo centro è metafisico: è Dio. In lui, il centro, la circonferenza, l’inizio e la fine del mondo coincidono.
Queste considerazioni non sboccavano in realtà in alcuna cosmologia, né in alcun ragionamento scientifico. Tuttavia, rimettendo in discussione, per la prima volta in Occidente, il dogma dell’Universo chiuso, questo pensiero doveva  fortemente influenzare Bruno e, più in là, l’astronomia moderna.
Nel 1543, fu pubblicato nell’indifferenza quasi totale, il trattato di un canonico polacco, Nicola  Copernico (1473 -1543), Sulle Rivoluzioni dei mondi celesti. Due aspetti dell’opera  di Copernico suscitarono l’interesse di Bruno. Da un lato, Copernico opera una “rivoluzione” nel senso tradizionale di questo termine: torna ai filosofi che precedono Aristotele. Rheticus, un allievo di Copernico, lo afferma in modo chiaro e inequivocabile: «È seguendo Platone e i pitagorici che (Copernico) pensa che, per determinare la causa dei fenomeni, un movimento circolare doveva essere attribuito alla sfera terrestre».
D’altra parte - e risiede qui la sua grande invenzione concettuale – Bruno  capisce che il sistema di Copernico conduce logicamente all’Universo infinito. Copernico non ha fatto che allargare il mondo.  Quest’ultimo resta finito, poiché conserva un centro, il sole, «che riposa sul trono reale, governa la famiglia delle stelle». Copernico cambia la precedente struttura del mondo sublunare di concezione aristotelica, ma prevede  tuttavia ai confini  del mondo una sfera immobile di stelle fisse.

La rimodulazione della teoria copernicana
Sotto l’influenza della dottrina di Nicolò Cusano, Bruno reinterpreta  il sistema di Copernico. Manda in frantumi   la sfera immobile di  stelle fisse che  Copernico non aveva osato toccare. Le stelle non sono più immobili ma sono dei soli in numero infinito,  da cui dipende un numero infinito di astri   che sono distribuiti in un Universo infinito. Il sistema di Copernico dà un ordine così all’infinito che Nicolò   Cusano aveva lasciato nell’anarchia. «Egli comprende – scrive Guido De Ruggiero – che il copernicanismo nel suo significato più profondo, porta a una unificazione del cielo e della terra, a una parificazione di tutti gli astri, nella loro struttura e nel loro movimento , e quindi a una redistribuzione del sistema cosmico».
«Se il mondo è finito», fa dire Bruno al personaggio di uno dei suoi scritti, «ed extra il mondo è nulla, vi domando ove è il  mondo, ove è l’universo? Aristotele risponde: in se stesso (...). E che  cosa ne è, dico io, delle cose che sono fuori del mondo? Se dici che non ce n’è nessuna, allora, di certo, il  cielo, o il mondo non è da nessuna parte».
Tutto è movimento nell’Universo di Bruno poiché tutto è animato, cioè  dotato di un’anima - o meglio dire di un pezzo d’anima  dell’Universo, poiché l’universo è emanazione di Dio. Ma, un essere infinito soltanto può avere uno sviluppo infinito.  Tuttavia, l’infinito di Dio e l’infinito dell’Universo non sono della stessa natura.
Il primo è semplice ed il secondo complesso, frammentato. L’Universo infinito è composto da innumerevoli mondi chiusi. I mondi sono separati da vuoti e Bruno non crede ad una comunicazione possibile tra loro. Con una di quelle bizzarrie che rendono la sua opera   particolarmente tortuosa, Bruno pensa che sia lo stesso per i continenti. Così prende posizione contro la colonizzazione dell’America per la ragione che non crede all’unità del genere umano e pensa impossibile (o contro natura) l’unione  tra le diverse razze umane.
Per lui, la vita è apparsa per germinazioni spontanee ed indipendenti a partire dall’azione dei raggi del sole sulla terra umida, che contiene tutte le sementi.
 

Le implicazioni teologiche del pensiero di Bruno
Durante tutto il processo intentatogli, Bruno si  definisce sempre come un filosofo e non come teologo. Rifiutava l’accusa di eresiarca: infatti non  predicava, ma diceva di ricercare la verità sul principio primo dell’Universo. Abbiamo visto tuttavia le implicazioni teologiche del suo sistema: se ci sono molti tipi umani, Adamo non è più il padre comune dell’umanità e non ci può essere redenzione universale.  E d’altra parte se l’Universo non è più chiuso e finito, prodotto totalmente distinto e distante   dalla Divinità, ma infinito e senza confini, esso ha troppi attributi della Divinità medesima: un terribile concorrente di Dio.  L’infinità dell’Universo comporta  che il motore di esso non è estrinseco all’Universo (la teoria del “motore immobile” aristotelico-tomistica riceve così un duro colpo) ma intrinseco ad esso medesimo, non fuori, ma dentro l’Universo medesimo. L’Infinito secondo Bruno poneva d’altra parte un altro problema, altrettanto acuto. Essendo l’universo un’emanazione di Dio, esso è di conseguenza l’unico mediatore tra l’uomo e la divinità. Per Bruno, la vera eucaristia è la comunione con la Divinità attraverso la contemplazione dell’Universo. Se in ogni molecola di natura si trova un riflesso dell’anima di Dio, il passo successivo è pensare che il Cristo non serva più a nulla, che non sia più necessaria la Redenzione...

Le implicazioni scientifiche
Nel lungo processo che occupò  gli uomini d’Occidente a passare da un mondo chiuso ad un Universo infinito, Bruno occupa un posto importante. Per gli Antichi, in effetti, il mondo non poteva essere infinito poiché l’infinito  era l’incompiuto, l’imperfetto, il caos. L’Universo aveva dei limiti, e dunque perfetto. Per gli uomini del Medioevo, infinito era la perfezione: attributo che poteva essere riservato soltanto a Dio. Con Bruno, tutto  cambia nuovamente: l’Universo è la Totalità; che basta a se stessa   e racchiude Dio stesso nella sua immanenza. L’Infinito di Bruno non è laico. È, se non ateo,   fermamente anticristiano in una prospettiva naturalista, se non  animista. È per questo che la questione - Bruno tanto ha impegnato la Chiesa contro la nuova astronomia e altrettanto incitato alla prudenza tutti coloro che la propugnavano. Doveva toccare a Descartes, al prezzo di molte precauzioni e di infinita prudenza, proporre una cosmologia laica. Dopo di lui, l’infinito dell’universo è diventato uno dato non più interferente nella relazione   Dio - mondo.
La teoria di Giordano Bruno è certamente lungi dall’essere scientifica. È una congettura filosofica. Da un punto di vista puramente concettuale, si può passare da Copernico a Galileo, da Keplero a Newton senza alcun  passaggio su Bruno - ciò che fanno d’altra parte la maggior parte degli storici del pensiero scientifico. È difficile determinare l’influenza intellettuale di Bruno sui fondatori dell’astronomia moderna, né se Bruno si è riconosciuto o meno nelle ricerche di Galilei. Ma resta il fatto che, dopo l’affaire Bruno, la teoria di Copernico è portata a conoscenza di un vasto pubblico... e dunque vietata. In questo  il successivo processo a Galileo Galilei avrà molti punti di contatto e di derivazione dalla questione Bruno, e si può dire che, seppure in modo indiretto, Bruno ha svolto un ruolo   di   grande rilevanza nella storia dell’evoluzione del pensiero scientifico e delle relazioni tra questo e la Chiesa cattolica romana.

Le tecniche della memoria
Qualche parola  infine sui lavori di Giordano Bruno di  mnemotecnica, un aspetto del suo pensiero che, senza implicazioni teologiche particolari e senza aprire prospettive scientifiche rivoluzionarie, svolse tuttavia un ruolo importante nella notorietà che gli arrise da  vivo: sono infatti i suoi lavori sull’arte della memoria che gli valsero soprattutto le accoglienze calorose sia del re di Francia Enrico III  come della regina d’Inghilterra Elisabetta I.
L’arte della memoria è un insieme di tecniche che risalgono all’antichità ed il cui scopo era di memorizzare il massimo di dati.  Queste tecniche si fondavano principalmente su “luoghi di memoria” la cui evocazione permette di rinviare con associazione di idee agli oggetti. Questi  “luoghi di memoria” possono essere geografici (edifici, vie di una città, ecc..) o no (personaggi, pianeti), ecc.. I trattati d’arte della memoria proponevano così sistemi “cartografici” molto complessi di legami mnemotecnici ed i migliori esperti in quest’arte potevano insegnare a memorizzare volumi interi.  Nell’Antichità, tutto ciò aveva un sentore  di magia e soprattutto di ermetismo. Tommaso d’Aquino si dedicò a demistificare  quest’arte della memoria per farne una tecnica della devozione.
L’ordine dei domenicani, al quale Tommaso d’Aquino  apparteneva, aveva la reputazione di essere particolarmente versato nell’arte della memoria e Bruno poté vantarsi  di essere stato presentato al Pontefice quando apparteneva ancora a quest’ordine, per far  mostra della sua memoria artificiale.  Buon  tecnico della memoria, Bruno fu  soprattutto un teorico della mnmotecnica e pubblicò ben cinque libri sull’argomento. Per lui, la memoria faceva parte dell’immaginazione, e,   esercitando questa facoltà, l’uomo, immagine di un mondo più grande di lui,  poteva comprendere questo mondo ed entrare in comunione con la Divinità.
Più tardi, di fronte ai suoi giudici, Bruno dichiarò: «(...) Il re Enrico III mi chiamò un giorno, e mi chiese se questa memoria che possedevo e che insegnavo era una memoria naturale o se fosse piuttosto  ottenuta per mezzo di magia; gli dimostrai che non mi derivava dalla magia ma dalla scienza ».   Bruno poteva ben sopportare di essere  mandato al rogo  per le sue teorie cosmologiche e  per aver affermato l’ Universo essere infinito,   non certo per magia.


 
 
 

BUONA PASQUA A TUTTI!!!!!

Post n°56 pubblicato il 22 Marzo 2008 da iogiocondamisteriosa

AUGURI DI UNA SERENA PASQUA E DI UNA DIVERTENTE...PASQUETTA!!

GUYA

 
 
 

DOPO IL PASSATO...IL FUTURO

Post n°55 pubblicato il 20 Marzo 2008 da iogiocondamisteriosa

SPERIAMO CHE SIANO QUI PER AIUTARCI...A CRESCERE!!!!

 
 
 

Tra tanti grandi...

Post n°54 pubblicato il 20 Marzo 2008 da ass.amorepsiche

una piccina come me

FERMATI E RESPIRA
il mio romanzo

Donatella De Bartolomeis

Grazie
vi aspetto nel mio blog
ddb

 
 
 

I CATARI....LA FEDE PUNITA

Post n°53 pubblicato il 20 Marzo 2008 da iogiocondamisteriosa

Il movimento dei catari ("katharos" in greco significa "puro") si diffuse nell'Europa centro-occidentale nell'XI secolo. Veniva probabilmente dall'Oriente, direttamente dalla Bulgaria, dove i predecessori dei catari furono i bogomili, particolarmente numerosi nel X secolo. Ma l'origine di queste eresie è più antica. I catari si articolavano in numerose sette. Papa Innocenzo III ne enumerò fino a 40. Esistevano inoltre anche numerose altre sette che avevano molti punti in comune con la dottrina dei catari: i petrobrusiani, gli enriciani, gli albigesi. Questi gruppi vengono generalmente riuniti sotto la comune denominazione di eresie gnostiche e manicheiste.

Per non appesantire eccessivamente il quadro, parleremo d'ora innanzi delle idee comuni, senza specificare ogni volta a quale setta precisa si fa riferimento .

Tutte le ramificazioni del movimento avevano in comune il riconoscimento dell'inconciliabile contrasto tra il mondo materiale, fonte del male, e quello spirituale, ricettacolo del bene. I cosiddetti catari dualisti attribuivano il contrasto all'esistenza di due dei, quello del Bene e quello del Male. Fu il dio del Male a creare il mondo materiale: la terra e ciò che vi cresce, il cielo, il sole e le stelle, come pure il corpo umano. Il dio del Bene creò invece il mondo spirituale, nel quale esiste un altro cielo, altre stelle, un altro sole, tutti spirituali.

Altri catari, detti monarchiani, credevano a un unico dio buono, creatore dell'universo, mentre il mondo materiale sarebbe stato creato dal suo figlio primogenito decaduto, Satana o Lucifero. Gli uni e gli altri erano d'accordo nel dire che i due principi antagonisti della materia e dello spirito non possono avere alcun punto di contatto; e per questo rinnegavano anche l'incarnazione del Cristo (ritenendo che il suo Corpo fosse spirituale, con la sola apparenza della materialità) e la resurrezione della carne.

Il dualismo trovava conferma, secondo i catari, nella divisione delle Sacre Scritture in Antico e Nuovo Testamento. Il Dio dell'Antico Testamento, creatore del mondo materiale, veniva a identificarsi con il dio del Male o Lucifero. Riconoscevano invece nel Nuovo Testamento l'emanazione del dio buono.

I catari ritenevano che Dio non avesse creato il mondo dal nulla, che la materia fosse eterna e che il mondo non avrebbe avuto fine. Il corpo umano era anch'esso frutto del principio del male; invece l'anima, secondo la loro concezione, non aveva sempre un'unica origine. Per la maggioranza degli uomini anche l'anima, come il corpo, era emanazione del male. Questi uomini non potevano sperare di salvarsi ed erano condannati a perire quando il mondo materiale fosse ritornato al caos primigenio.

Invece l'anima di una cerchia ristretta di uomini era stata creata dal dio buono, si tratterebbe degli angeli che dopo la tentazione di Lucifero sono stati imprigionati nel carcere del corpo. In seguito alla trasmigrazione in vari corpi (i catari credevano nella
reincarnazione) erano destinati a finire nella loro setta, e là ottenere la liberazione dal carcere del corpo.

Ideale e scopo ultimo dell'umanità, in linea di principio, doveva essere il suicidio generale. Esso era concepito o in modo diretto (che vedremo oltre) o vietando ogni attività procreativa. Nella dottrina avevano un posto importante anche i concetti di peccato e di salvezza. I catari rifiutavano il libero arbitrio. I figli del male, condannati a perire, non avrebbero in alcun modo potuto sfuggire la loro sorte, mentre chi aveva avuto accesso per iniziazione alla categoria superiore della setta ormai non poteva più peccare. Essi dovevano sottostare a tutta una serie di regole durissime per combattere il pericolo di contaminarsi con la materia peccaminosa; e se peccavano ciò significava semplicemente che il rito dell'iniziazione era rimasto inefficace perché l'anima dell'iniziatore o dell'iniziato non era angelica.

Prima dell'iniziazione la libertà di costumi era illimitata, giacché l'unico vero peccato era stato la caduta degli angeli dal cielo e tutto il resto non ne era che la conseguenza necessaria. Dopo l'iniziazione il pentimento non era più ritenuto necessario, e nemmeno l'espiazione dei peccati.

L'atteggiamento dei catari verso la vita nasceva dal loro concetto del male identificato con il mondo materiale. La perpetuazione della specie veniva considerata opera satanica, la donna incinta si trovava sotto l'influenza del demonio come pure ogni neonato. Per gli stessi motivi la carne, e tutto ciò che aveva a che fare con l'unione sessuale, erano vietati. La stessa tendenza portava a ritirarsi dalla vita della società; le autorità terrene erano creature del dio malvagio, non si doveva sottomettervisi, ricorrere ai tribunali, prestare giuramento e impugnare le armi. Chiunque, giudice o soldato, avesse fatto uso della forza era considerato un assassino. E' chiaro che in questo modo diventava impossibile partecipare a molti aspetti dell'attività sociale. Per di più molti consideravano proibito ogni rapporto con "la gente del mondo" estranea alla setta, salvo che nel tentativo di convertirla .

Tutte le sette erano accomunate da un'accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che per loro non era la Chiesa di Cristo ma quella dei peccatori, la meretrice Babilonia. Il Papa era considerato la fonte di tutte le prevaricazioni, e i preti come pubblicani e farisei. La caduta della Chiesa cattolica, secondo loro, risale al tempo di Costantino il Grande e di papa Silvestro, quando la Chiesa, a dispetto dei comandamenti di Cristo, diede la scalata al potere secolare (con la cosiddetta Donazione di Costantino). I sacramenti erano misconosciuti, specialmente il battesimo dei bambini (in quanto non sono ancora in grado di credere), ma anche il matrimonio e l'eucarestia.

Alcune ramificazioni secondarie dei catari (i catarelli e i rotari) usavano saccheggiare regolarmente le chiese. Nel 1225 i catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova. Tra il 1143 e il 1148, Eon de l'Etoile, capo di una setta manichea, si dichiarò figlio di Dio, signore di tutto il creato e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di mettere a sacco le chiese.

L'odio dei catari si dirigeva soprattutto contro la croce in cui essi vedevano il simbolo del dio del Male. Già attorno al Mille, nella regione di Chálons un certo Leutardo incitava a distruggere croci e immagini sacre. Nel XII secolo Pietro di Bruys innalzava falò di croci, finendo poi lui stesso sul rogo per volere della folla indignata.

Per loro le chiese non erano che mucchi di pietre, e la liturgia un rito pagano; rifiutavano pure le immagini sacre, l'intercessione dei santi, le preghiere dei morti. Il domenicano Ranieri Sacconi, un inquisitore che per 17 anni era stato eretico, scrive che ai catari non era proibito saccheggiare le chiese.

Essi rifiutavano la gerarchia cattolica ma ne possedevano una propria; lo stesso era per i sacramenti. La struttura organizzativa di base poggiava sulla divisione in due gruppi, quello dei "perfetti" e quello dei "credenti". I primi erano un numero ristretto (Ranieri ne contò 4.000 in tutto), ma rappresentavano l'oligarchia che guidava tutta la setta; essi costituivano il clero cataro: vescovi, presbiteri e diaconi. Soltanto a loro era svelata l'intera dottrina della setta, mentre i "credenti" erano tenuti all'oscuro di molti suoi punti soprattutto dei più radicali in forte contrasto con il cristianesimo. Soltanto i "perfetti" erano tenuti a osservare innumerevoli prescrizioni; in particolare non potevano in alcun caso abiurare la loro dottrina, in caso di persecuzioni dovevano affrontare il martirio, mentre i "credenti" potevano frequentare la chiesa per salvare le apparenze e in caso di repressione potevano anche rinnegare la propria fede.

In cambio però la posizione dei "perfetti" all'interno della setta era incomparabilmente più privilegiata della posizione di un prete nella Chiesa cattolica. In un certo senso era quasi dio stesso, e come tale veniva onorato dai "credenti". Questi ultimi avevano l'obbligo di mantenere i "perfetti". Uno dei riti fondamentali della setta era "l'adorazione" che consisteva in una triplice prosternazione dei "credenti" davanti ai "perfetti". I "perfetti" dovevano sciogliere il loro matrimonio e non avevano nemmeno il
diritto di toccare (alla lettera) una donna. Non potevano possedere bene alcuno ed erano tenuti a votarsi completamente al servizio della setta. Era loro proibito avere fissa dimora, peregrinando in continuazione o rifugiandosi in asili segreti.

L'iniziazione dei "perfetti", o consolamentum, era anche il sacramento più importante. Non lo si può paragonare ad alcun sacramento della Chiesa cattolica. Si trattava di una via di mezzo tra il battesimo (o cresima), l'ordinazione, la confessione e a volte anche l'estrema unzione. Soltanto chi lo riceveva poteva sperare d'esser liberato dal carcere del corpo, perché la sua anima sarebbe tornata alla dimora celeste.

La maggior parte dei catari non si piegavano alle dure prescrizioni che vincolavano i "perfetti", ma contavano di ricevere il consolamentum solo in punto di morte, si chiamava allora "la buona morte". La preghiera che si pronunciava in quell'occasione era simile al Padre Nostro. Spesso, quando un malato che aveva ricevuto il consolamentum guariva, gli veniva suggerito di por fine ai suoi giorni con il suicidio, che si chiamava "endura". In molti casi l'endura era la conditio sine qua non per impartire il consolamentum; non di rado la subivano i vecchi e i fanciulli che avevano ricevuto il consolamentum (naturalmente in questi casi il suicidio diventava omicidio). Le forme di endura erano svariate: avvenivano per lo più per inedia (nel caso di lattanti che le madri cessavano di nutrire), ma anche per dissanguamento, o con bagni caldi alternati a esposizioni al gelo, con bevande mescolate a frammenti di vetro, oppure ancora mediante strangolamento.Dollinger, che ha esaminato gli archivi dell'Inquisizione a Tolosa e a Carcassonne, scrive: "Studiando attentamente i verbali dei due processi citati ci si convince che furono molte di più le vittime dell'endura (alcune volontarie, altre costrette) che quelle dell'Inquisizione".

Da questi postulati generali discesero le teorie socialiste diffusesi tra i catari. La proprietà privata era rifiutata come elemento del mondo materiale. I "perfetti" non potevano avere alcuna proprietà individuale, anche se di fatto avevano in mano i beni della setta, spesso ingenti. I catari godevano di una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione.

Tuttavia la predicazione catara si indirizzava per lo più ai ceti inferiori urbani, come dimostrano le denominazioni di varie sette: poplicani (alcuni studiosi la considerano una deformazione di pauliciani), piphler (pure dalla parola plebs), texerantes (tessitori),  indigenti, patarini (dagli stracciaioli milanesi, simbolo dei poveri). Tutti predicavano che la vita può dirsi veramente cristiana solo con la "comunanza dei beni".

Nel 1023 a Monforte fu celebrato un processo contro dei catari accusati d'aver propagandato il possesso comune dei beni, il celibato e la disobbedienza alla Chiesa. Evidentemente l'appello a mettere in comune i beni era abbastanza diffuso tra i catari, giacché se ne fa menzione in molta pubblicistica cattolica contro di essi. Un autore accusa i catari di predicare in modo demagogico dei principi che sono i primi a non mettere in pratica: "Voi non mettete tutto in comune, c'è chi ha di più e chi ha di meno".

Il celibato dei "perfetti" e la condanna generalizzata del matrimonio si ritrovano presso tutti i catari. Tra i vari casi previsti, solo il matrimonio è considerato peccato, mentre non lo è la fornicazione al di fuori del matrimonio. Non dimentichiamo che il comandamento "non desiderare la donna d'altri" viene dal dio del Male. Queste proibizioni tendono più che a mortificare la carne, a distruggere la famiglia. Molti contemporanei accusano i catari di tenere le donne in comune, di praticare l'amore
"libero" o "santo".

San Bernardo di Chiaravalle, verso il 1130-50, accusava i catari di predicare contro il matrimonio ma di praticare poi il concubinato con le donne che avevano abbandonato la famiglia. Dello stesso avviso è Ranieri. Troviamo lo stesso tipo d'accusa nelle cronache dell'arcivescovo di Rouen, Ugo d'Amiens, contro la setta manichea che si era diffusa in Bretagna attorno al 1145.

Alano di Lilla, che scrisse un'opera contro le eresie nel XII secolo, attribuisce ai catari idee di questo genere: "I vincoli matrimoniali contraddicono le leggi della natura, poiché queste vogliono che tutto sia comune".

L'eresia catara si diffuse in Europa con rapidità sorprendente. Nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza; nel 1018 e nel 1028 si fanno vivi in Aquitania; nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna; nel 1042 e 48 nella diocesi di Chálons-sur-Marne; nel 1051 a Goslar. Buonaccorso, ex vescovo cataro, scrive della situazione in Italia attorno al 1190: "Non sono forse pieni di questi falsi profeti tutti i paesini, le città, i castelli?". E il vescovo di Milano affermava nel 1166 che nella sua diocesi c'erano più eretici che credenti ortodossi.

Un'opera del XIII secolo enumera 72 vescovi catari. Ranieri Sacconi parla di 16 chiese catare. Esse avevano stretti legami reciproci, e sembra che in Bulgaria avessero persino un papa. Tenevano concili cui presenziavano rappresentanti di molti paesi. Nel 1167, a Saint-Félix presso Tolosa, si tenne pubblicamente un concilio promosso dal papa eretico Niceta, cui partecipò un gran numero di eretici, venuti fin dalla Bulgaria e da Costantinopoli. Ma il successo maggiore l'eresia lo riscosse nel sud della Francia, nella Linguadoca e in Provenza. Qui furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici. Con una di queste si recò anche san Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava né faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati e insultati.

La nobiltà locale sosteneva attivamente la setta, vedendovi una possibilità di appropriarsi delle terre della Chiesa. La Linguadoca parve per più di 50 anni definitivamente perduta per Roma. Il legato papale Pietro di Castelnau fu ucciso dagli eretici.

Di Igor Safarevic, Tratto dal Capitolo II, il socialismo nelle eresie, pp.36-43, in : Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale,presentazione di Aleksandr Solzenicyn, La Casa di Matriona, Milano 1980

 
 
 

Post N° 52

Post n°52 pubblicato il 29 Febbraio 2008 da iogiocondamisteriosa

VIAGGIATORI DEL TEMPO

L'uomo vive un atto di esistenza globale che trova coinvolti tanto se stesso quanto l'universo in una unica categoria di fenomeni. Tuttavia l'uomo, per via di una esaltazione antropocentrica fondata su basi culturali, distingue tra se stesso e l'ambiente esterno come se si trattasse di due differenti qualità di esistenza.
Così quando si parla di esistenza o di universo si intende solitamente un fattore fenomenico che è al di fuori della natura fisica dell'uomo. Questo porta a fare valutazioni inesatte sulla natura stessa dell'esistenza e sui fenomeni che si manifestano all'interno di essa.
Questa abitudine alla dicotomia porta a dare valutazioni diverse anche alle principali caratteristiche con cui si manifesta l'ambiente in cui viviamo, giungendo a separare, in due valori fenomenici diversi, il tempo dallo spazio.
Il concetto di spazio è facilmente identificabile nell'espressione sensibile della materia che si sviluppa spazialmente, dalle dimensioni della nostra stanza, a quella che troviamo all'aria aperta che va dal prato sotto i nostri piedi alle nuvole che ci sovrastano. Dimensione che si esprime poi con le vastità dello spazio interstellare in apparenza infinito e comunque difficile da quantificare...
L'uomo possiede precisi parametri di identificazione della dimensione, rappresentata dallo spazio nella tridimensionalità di altezza-larghezza-profondità, che gli danno la possibilità di rapportarsi con la sua manifestazione.
Infatti l'uomo è abbastanza padrone dello spazio. Può misurarlo, può muoversi senza problemi in tutte le direzioni che vuole e può costruire macchine che si muovono attraverso di esso a velocità sempre maggiori.
Al contrario dello spazio, il concetto di tempo ci appare invece come una dimensione ben più difficile da definire e sopratutto da percepire. Una dimensione che comunque è ben diversa da quella rappresentata dallo spazio, apparentemente astratta e inafferrabile, affidata allo scandire degli orologi per poter essere quantificata.
Il fenomeno temporale non è evidente come quello dello spazio. Il tempo lo possiamo percepire solo valutando lo scorrere degli eventi, dal percorso del sole nella giornata o dal susseguirsi delle stagioni. Lo percepiamo di riflesso nella valutazione dei nostri ricordi, dallo scorrere del nostro tempo biologico, che mostra un mutamento progressivo del nostro stato di essere che parte dalla nostra infanzia e attraverso il nostro presente si avvia verso la nostra vecchiaia. Il tempo lo possiamo rappresentare in un vettore di eventi, che i fisici hanno battezzato con il nome di "freccia del tempo", eventi che consentono di valutare come questa dimensione, al contrario di quella dello spazio, non è statica nel suo aspetto fenomenico, ma rappresenta una dimensione di natura dinamica attraverso la quale i fenomeni e le strutture materiali dello spazio si evolvono articolandosi in fasi progressive di realizzazione fenomenica. Se non esistesse il tempo, un seme non potrebbe germogliare, dare vita ad uno stelo, poi a un bocciolo e aprirsi finalmente in un fiore. Non avrebbe potuto avere luogo il processo evolutivo che ha trasformato la materia inerte primordiale di questo pianeta nella attuale sofisticata macchina cerebrale e quindi nel fenomeno della coscienza.
Il cervello umano non è fatto per percepire in forma intera, come avviene per lo spazio, la dimensione del tempo. Esso consente all'uomo di vivere un presente che continuamente si trasforma in ricordo dell'evento vissuto, proiettato su un divenire continuo che perpetua l'esistenza in un altro presente.
Proprio grazie all'esperienza del cervello è possibile quindi dare dei parametri alla dimensione del tempo che, in relazione alla continua esperienza del presente, vengono definiti come passato e come futuro. Tempi diversi dello scorerre della freccia del tempo.
Ma è una esperienza fittizia che l'uomo può avere della dimensione del tempo quale riflesso improprio della sua natura fenomenica effettiva che il cervello altrimenti non può percepire e capire.
Il cervello usa la memoria come un organo di senso temporale. L'esperienza del passato infatti non è che una esperienza che rimane nella memoria e se non esistesse questa funzione cerebrale l'uomo non si accorgerebbe neppure della manifestazione del tempo. Ci sarebbero solo testimonianze mute di eventi passati che l'uomo non sarebbe in grado di interpretare e passerebbe il suo tempo a filosofeggiare per capire la loro natura.
Senza questa funzione cerebrale non esisterebbe l'esperienza diretta del concetto di passato e l'uomo dovrebbe inventarne l'esistenza per giustificare la presenza nell'universo dei fenomeni connessi alla freccia del tempo, così come la ricerca relativistica ha dovuto spingersi al di là dell'ovvio percettivo dei sensi per capire meglio l'esistenza.
Tant'è che se è vero che il cervello, con il senso della memoria, riesce a far percepire all'uomo l'esistenza e l'esperienza del passato non riesce altrettanto bene nel consentirgli la percezione dell'esistenza del futuro.
Seguendo la direzione della freccia del tempo, in ogni istante ci troviamo proiettati all'interno della dimensione temporale del futuro senza tuttavia intravvedere in anticipo nulla di quanto avverrà.
Infatti, al contrario di quanto avviene per la percezione del passato, il cervello non sembra essere attrezzato fisiologicamente per consentire la percezione della dimensione del futuro se non nel momento in cui lo raggiungiamo e che si trasforma in atto esperienziale del presente. Per l'esperienza umana sembra esistere solamente un continuo presente e un passato immediato e remoto. La percezione del futuro gli è negata, non c'è l'equivalente di una funzione, come quella svolta dalla memoria, che possa mostrarglielo in qualche modo.
L'unica modalità che possiede l'uomo di concepire il futuro risiede solamente nella proiezione concettuale dei propri progetti o delle proprie aspettative. La sua percezione del futuro non è che un pallido riflesso di qualcosa di intuito che non viene mai messo decisamente a fuoco. Oppure, occasionevolmente, può svilupparla attraverso facoltà cosidette extrasensoriali che però sembrano sfuggire ad una razionale riproducibilità e si sottraggono a una analisi statistica che possa quantificarle.
Ma perdendo la percezione della dimensione del futuro, l'uomo perde l'intera percezione del tempo. Il passato si fonde con il senso dei ricordi e il presente, in cui l'uomo si colloca come fosse un momento di eternità senza fine, non può aiutarlo, poiché si confonde troppo nell'immutabilità dello spazio e lo porta all'illusione.
Così l'uomo non può guardare al tempo come guarda allo spazio, non può vedere l'equivalente delle sue tre dimensioni applicate al tempo che cela così la sua reale natura fenomenica. Alla percezione dell'uomo non rimane altro che l'utilizzo di un concetto scandito dal ticchettio di un orologio.
Lo spazio sembra essere la sola cosa certa di cui l'uomo possa fare esperienza diretta e concreta.
Ma non bisogna dimenticare che il tempo e lo spazio sono la stessa cosa. Appartengono allo stesso fenomeno di esistenza globale che è vissuto dall'uomo.
Lo spazio e il tempo non sono altro che una illusione percettiva prodotta dal cervello umano. In realtà così come li vediamo nella loro separazione fenomenica non esistono. Esiste invece una sola e precisa realtà, una globalità fenomenica che opera in una sua omogeneità senza discriminanti effettive e che trova uniti tanto il tempo quanto lo spazio in una sola e stessa identità.
La discriminazione percettiva dell'esistenza, in tempo e in spazio, è dovuta unicamente alle funzioni del cervello umano. Da una parte la concretezza della materia in cui si identifica la dimensione dello spazio e dall'altra l'astrazione del tempo, dominio della speculazione metafisica dei filosofi di ogni tempo.
Eppure possiamo osservare come questi due elementi fenomenici siano interagenti e dipendenti tra di loro. Dopotutto il tempo non è una cosa poi così tanto astratta, ma è anch'esso un fenomeno che obbedisce alle stesse leggi fisiche che dominano i fenomeni dello spazio. Per fare un esempio, una massa di un corpo celeste, non è solo in grado di deviare il percorso di un raggio luminoso che si muove nello spazio, ma è in grado di perturbare anche la velocità della freccia del tempo rallentandola o accelerandola a seconda del caso.
Risulta evidente come la conoscenza dell'universo sia diventata oggi più esplicita, diversa dalla consuetudine percettiva dell'osservatore umano, nel momento stesso in cui è stata abbandonata la scienza aristotelica per avventurarsi sul cammino di quella relativistica. Non sempre l'ovvietà proposta dalla percezione sensoriale paga il tributo alla conoscenza.
Concezioni antiche considerate universali sono state abbandonate per accedere alla percezione e quindi alla possibilità di studio di un universo valutato secondo la sua reale natura, abbandonando l'antropocentismo basato sulla presunzione dell'infallibilità dei cinque sensi percettivi.
Perché quindi non immaginare che da qualche altra parte, sulla Terra, oppure nelle vastità dello spazio interstellare possano esistere altre specie viventi con un cervello dotato di altri parametri percettivi in grado di consentire di vivere uno spazio a più dimensioni, oltre alle quelle consuete dell'uomo?
Magari dotate di un cervello in grado di mostrare con chiarezza la dimensione del tempo tanto da offrire loro la possibilità di muoversi attraverso di esso nella stessa maniera in cui gli uomini si muovono attraverso lo spazio.
Ma possiamo anche ipotizzare ulteriori creature, dotate di un cervello con parametri di percezione tanto più complessi e tanto diversi da quelli dell'uomo da consentire di cogliere ulteriori prospettive percettive dell'esistenza globale in cui viviamo e in grado di determinare ambienti esistenziali che vanno al di là della definizione ordinaria di tempo e di spazio che conosciamo.

 
 
 

PARACELSO

Post n°51 pubblicato il 22 Febbraio 2008 da iogiocondamisteriosa

STO INSERENDO I PROFILI E LA VITA DI ALCUNI PERSONAGGI CHE HANNO MODIFICATO IL PENSIERO DELLE PERSONE CON LE LORO AZIONI E CON I LORO SCRITTI......

VITE AFFASCINANTI E PARTICOLARI, MAGICHE E SPIRITUALI, INTRISE DI MAGIA E CURIOSITA' PER I MISTERI DELLA VITA.......SPERO CHE SIA INTERESSANTE COMPRENDERE IL LORO PENSIERO.......

BUONA LETTURA!!

"Alterius non sit, qui suus esse potest" - Non essere schiavo di un altro se puoi essere tu il tuo padrone - era il motto di questo personaggio odiato e amato, stimato e deriso che ancora oggi è considerato da alcuni un visionario e da altri un semplice ciarlatano.

"Un genio paranoico, testardo e ostinato"

Philippus Aureolus Teophrastus Bombastus von Hohenheim nato in Svizzera nel 1493 preferì chiamarsi "Paracelso", cioè "meglio di Celso", un famoso medico greco-romano del primo secolo dopo Cristo, prova del fatto che non soffriva certo di un complesso di inferiorità. Questo è anche confermato dal fatto che lui, essendo professore del università di Basilea, non aveva nessun problema a mettersi contro tutti gli altri professori, non solo tenendo lezioni, nel 1528, per la prima volta in lingua tedesca, ma anche a parlare pubblicamente nella piazza del mercato di Basilea contro tutti gli altri colleghi dell'università. Deve aver avuto un carattere difficile, più di una volta viene descritto come "un genio paranoico e spesso ubriaco", testardo e ostinato. Ma come medico era molto stimato, almeno dagli spiriti più illuminati della sua epoca, p.e. da Erasmo di Rotterdam.

Alla ricerca di nuove strade


Paracelso fu certo un figlio del suo tempo, cresciuto nella scuola dell'alchimia (vedi il riquadro sotto), molte delle cose che scrisse non si distinguono in molto da quello che dicevano gli alchimisti contemporanei. I suoi limiti sono quelli dell'epoca. Ma quello che lo distingue lo esprime in questa massima: "Il vero scopo della chimica non consiste nella preparazione dell'oro, bensì nella preparazione delle medicine." Infatti è qui che si ritiene universalmente il più grande merito di Paracelso: aver spianato la strada alla "iatrochimia", cioè alla disciplina tesa a fondere la medicina con la chimica. La causa delle malattie dipendeva, secondo lui, da eccessi o carenze di certe sostanze chimiche nel corpo. Ma Paracelso non era ancora in grado di sviluppare i metodi sperimentali che avrebbero potuto dare un vero valore scientifico alle sue teorie.

Le quattro basi dell'arte di curare

Paracelso definì 4 pilastri sui quali doveva appoggiarsi l'arte del medico, in essi si rispecchia tutta la sua grandezza e tutti i suoi limiti:

  • Filosofia, che per l'epoca era tutto il sapere sull'uomo e sulla natura, dalla geografia fino all'anatomia
  • Astronomia, che nel '500 era essenzialmente astrologia
  • Alchimia, per lui la produzione il perfezionamento delle medicine soprattutto da sostanze chimiche
  • Virtù, l'onestà del medico, la sua integralità morale

Una visione a 360 gradi si direbbe e, nonostante le radici nell'astrologia e nel misticismo siano evidenti, una visione quasi moderna: includere tra i pilastri della medicine tutto il sapere sull'uomo e anche l'onesta e l'integralità morale sembra piuttosto attuale come richiesta!

"Che cos'è un medico?" si chiese Paracelso e diede anche la risposta: "Colui che riesce a curare i malati." Sembra una banalità, ma siamo sicuri che lo è davvero?



Il grande chimico e storico della scienza Marcelin Berthelot scrisse in "Le origini dell'alchimia":

La chimica non è una scienza pura, come la geometria e l'astronomia; essa si è costituita sulle rovine di una formazione scientifica anteriore, formazione mezzo chimerica e mezzo primitiva ... Si tratta dell'alchimia, che pretendeva insieme di arricchire i suoi adepti, insegnando come fabbricare l'oro e l'argento, metterli al riparo dalle malattie con la preparazione della panacea e infine di procurar loro la felicità perfetta, identificandoli con lo spirito del mondo e con lo spirito universale. La storia dell'alchimia è molto oscura ... i sapienti e i filosofi si frammischiano e si confondono in essa con gli allucinati, i ciarlatani e qualche volta anche con gli scellerati. Ma quello che caratterizza al più alto grado gli alchimisti è la pazienza: essi non si lasciano mai scoraggiare dagli insuccessi. L'esperimentatore che una morte prematura aveva tolto ai suoi lavori, lasciava spesso un'esperienza iniziata in eredità a suo figlio e non è raro vedere quest'ultimo legare nel suo testamento un'esperienza incompiuta ch'egli aveva a sua volta ereditata dal padre ... E ci si guardi bene dal sorridere: c'è in questa indubbia ostinazione qualcosa che partecipa dell'ispirazione e che sostituisce il genio. Se gli alchimisti fossero partiti, nelle loro esperienze, da principi migliori, sarebbero probabilmente arrivati a dei risultati prodigiosi.

 
 
 

MISTERIOSO CONTE DI ST. GERMAIN....

Post n°50 pubblicato il 09 Febbraio 2008 da iogiocondamisteriosa

di Antonio Bruno
per Edicolaweb

 

Chi era, veramente, il Conte di Saint Germain? Che cosa fece, nella sua vita, che oggi possiamo ritenere come dato certo che ci permetta di farcene un'idea, per quanto imprecisa? Quando nacque? Quando morì? E si chiamava, poi, davvero "Conte di Saint Germain"?

A nessuna di queste domande è possibile dare una risposta sicura. Per questo, possiamo affermare con piena ragione che il fantomatico Conte di Saint Germain è, a pieno titolo, "l'uomo del mistero".
Siamo nella Francia del XVIII secolo, la Francia dell'Illuminismo di Rousseau, di Voltaire, di Kant; ma siamo anche nell'Europa di Cagliostro, di Mesmer, del Principe di San Severo e nel secolo delle Confraternite, degli Incappucciati e di Swedemborg...
Un'epoca di grande fervore intellettuale, posta quasi a cerniera fra un passato ricco di superstizioni ed un futuro tutto da costruire partendo dalla base positivistico-illuminista che avrebbe poi costituito, nel bene e nel male, il terreno su cui la scienza dell'800 e del '900 si sarebbero attestate sui propri schemi epistemologici.
In quest'epoca fervida ed in questa Francia culla d'ingegni, appare all'improvviso il fantomatico Conte di Saint Germain e il suo nome, a partire dal 1750, farà ben presto il giro d'Europa dove, nonostante la mancanza dei mass media, ben pochi ne ignoreranno l'esistenza.
Secondo la tesi più accreditata, il Conte di Saint Germain era nato nel 1698 da una relazione fra la regina di Spagna, Marie Annie di Neuburg (rimasta vedova) e l'Amirante di Castilla. Questa nascita spuria, ma regale, avrebbe permesso al Conte di disporre di ingenti ricchezze, di formarsi una cultura vastissima e di essere ricevuto in tutte le corti d'Europa senza fare anticamera. (fonte: F.I. http://www.esoteria.org)
Si hanno segnalazioni del Conte di Saint Germain in Italia, in Olanda, in Gran Bretagna ma le sue tracce si faranno in breve tempo confuse anche perché Saint Germain si fa chiamare spesso con altri nomi, come "Conte di Bellamye" o "Conte del Monferrato".
Non dimentichiamo, però, che il XVIII secolo è stato anche il secolo degli avventurieri e, per molti versi, la figura del Conte di Saint Germain pare adattarsi benissimo al cliché dell'avventuriero settecentesco.
Quest'uomo, dunque, a pieno titolo uomo del suo tempo, pare sia anche andato in India. Ce ne parla lo scrittore ottocentesco Lascalles Wraxall in "Adventures remarquadles" (1865) lasciando sottintendere una sorta di viaggio iniziatico, volto all'apprendimento di misteriosi poteri e, forse, di oscure iniziazioni. Ma, a proposito dell'origine di questo misterioso personaggio, ci dà una consistente mano Horace Walpole, il quale, in una lettera datata 9 dicembre 1745, accenna ad una possibile origine... italiana del "Conte di Saint Germain". Secondo una testimonianza inglese, era nato vicino ad Asti all'inizio del 1700 e parlava sia l'italiano, sia il francese con un leggero accento piemontese. Una sorta di "contro-cagliostro", insomma. Anzi, una tradizione, peraltro non molto accreditabile, vorrebbe che l'avventuriero siciliano fosse stato allievo del Conte di Saint Germain.
Quanto al suo aspetto fisico, Charles Henri, barone di Gleichen, lo descrive così: "...un uomo di taglia media, assai robusto, vestito con semplicità magnifica e ricercata...".
Se ne avrebbero notizie, a Parigi, a partire dal 1857, quando, secondo il Wraxall, iniziò a stupire il pubblico della città in riva alla Senna.
Nel suo scanzonato e fascinoso eloquio, Saint Germain assicura il suo pubblico, e lo convince, che egli avrebbe parlato con personaggi del passato, da lui ben conosciuti e si ammanta di un alone volutamente imprecisabile di "uomo misterioso" perfettamente padrone delle tecniche di ammaliamento del pubblico, fino ai più alti livelli della società del tempo. La cortigiana Pompadour ne è magnetizzata al pari delle altre dame di corte e nemmeno re Luigi XV ed un numero imprecisabile di suoi cortigiani è esente dall'esserne attratto.
Saint Germain aveva una cultura sbalorditiva, che spaziava in svariati campi del sapere: non esisteva, pare, lingua, antica o moderna, al di fuori della sua conoscenza; la storia sembrava non avesse segreti per lui e, in effetti, uno dei punti di forza del suo personaggio era l'affermazione di sapersi muovere a piacimento nel tempo essendo testimone "interattivo", diremmo oggi, degli eventi e degli uomini che vissero in secoli diversi. Ma un aspetto, in particolare, dei presunti poteri del Conte di Saint Germain colpì i suoi contemporanei: la capacità di non invecchiare. Aveva forse scoperto il segreto dell'eterna giovinezza? Era per quello che si era recato in estremo Oriente?
Fatto sta che Saint Germain pareva non invecchiare mai: si presentava al pubblico a distanza di anni ed aveva sempre lo stesso aspetto di uomo sulla quarantina. Di questa, chiamiamola "virtù", Saint Germain ne approfitterà per distribuire senza lucro unguenti ed impiastri vari alle vecchie dame rattrappite della corte di Luigi XV. Presto si aggiunse al suo nome l'appellativo di "Immortale".
Ma le avventure del cosiddetto "Conte di Saint Germain" non furono sempre costellate di allori. L'avventuriero ebbe alcune grane in Olanda, dove un certo duca di Choiseul sembra che avesse scoperto un'attività insospettata del conte: la spia. Ma, forse, non si trattava di spionaggio. Quello che è certo è che Choiseul scoprì che il conte aveva una missione politica da compiere, in Olanda, per conto di Luigi XV, cosa che lo mandò su tutte le furie al punto da costringere l'avventuriero a scappare a Londra. Dunque, da questi dati sembrerebbe che il cosiddetto Conte di Saint Germain avesse tentato la strada diplomatica, ma, ci domandiamo: quale ragione poteva avere di intraprendere un'attività faticosa e, probabilmente, pericolosa, visto il successo che riusciva ad ottenere per altre vie più gratificanti?
Probabilmente furono ragioni di prestigio, di scalata sociale, a spingere Saint Germain a tentare la carriera diplomatica; sembra proprio che, in questa attività, fosse molto più goffo che non nell'arte di ammaliare il pubblico.
Di Saint Germain, comunque, non è possibile tracciare un ritratto completo ed esaustivo.
Il personaggio è sfuggente e si presta alle interpretazioni più svariate. Indubbiamente, questo problema nasce dalla sua natura complessa, molto probabilmente genialoide e non è affatto improbabile che, in questo miscuglio di mondanità e misticismo, di magia e ciarlatanesimo, si potesse rintracciare un vero potere medianico o qualche tipo di connotazione extrasensoriale. È proprio a queste personalità, diciamo così, "disordinate" che, per uno strano gioco del destino, spesso le qualità più "sottili", più indefinibili, sembrano riservare i propri favori. Con indubbio discapito, purtroppo, di una comprensione scientifica, razionale, degli individui che ne sono dotati.
Saint Germain fu conosciuto da un altro avventuriero famoso del suo secolo, un altro italiano: Giacomo Casanova, il veneziano famoso soprattutto per le sue peripezie sentimentali, fu affascinato dal Conte di Saint Germain e, massone egli stesso, si disse convinto che il conte possedeva vaste conoscenze in campo occultistico.
Facciamo attenzione, a questo punto, ad un particolare importante: si dice che il Conte di Saint Germain fosse affiliato all'ordine segreto dei Rosacroce, un movimento iniziatico nato in Germania nel 1614; ora, se poniamo attenzione al suo pseudonimo, Conte di Saint Germain, appunto, vediamo che il significato occulto di esso sta in questa frase: "Vomes Sanctae Fraternitatis", ovvero "Socio della Santa Fratellanza".
Ci troviamo, dunque, di fronte ad un doppio risultato: in primo luogo la conferma dell'inesistenza di sicuri dati anagrafici del nostro conte, poiché si vede qui bene che si affibbiava uno pseudonimo, quello che, in gergo internettiano, si direbbe un "nickname"; in secondo luogo, abbiamo la conferma di una qualche forma di appartenenza iniziatica del conte e, di conseguenza, ne risulta accresciuto il sospetto di sue effettive, ampie conoscenze esoteriche.
Ma Saint Germain era anche, a quanto pare, un eccellente artista producendo apprezzabili opere in campo musicale e pittorico. Del primo, segnalo le sue sonate, stampate a Londra dall'editore Waish tra il 1748 e il 1760 ed apprezzate sia da Mozart che da Gluck; del secondo non si hanno precise notizie ma si dice che il pennello danzasse nelle sue mani.
Nel 1760, il Conte di Saint Germain concesse un'intervista ad un giornale londinese ma poi, poco a poco, perdiamo le sue tracce. Della sua morte si sa poco o nulla e le congetture, le tradizioni, le leggende, trovano ampio spazio. Di certo, si sa che Saint Germain scompare così come apparve, dileguandosi nelle nebbie di un mistero che sembra fatto apposta per generare leggende e storie da raccontare la sera, quando ci si riuniva davanti al focolare, o nei salotti dei secoli successivi, sicuramente attratti dalle suggestioni occultistiche generate da simili personaggi.
Fra le tante dicerie, più o meno plausibili, che si sono espresse sul Conte di Saint Germain, vi è anche quella della sua abilità di alchimista. Si pensò che egli fosse in grado di fabbricare l'oro e che avesse trovato la Pietra Filosofale (pare avesse la capacità di purificare le perle e si dice che avesse sbalordito la corte di Francia per aver tolto una macchia ad una gemma). A questo proposito, riporto, in conclusione, un sonetto intitolato "La Creazione" e pubblicato da un certo Mercièr in una raccolta poetica. Questo sonetto, si dice provenire dalla mano dell'enigmatico Conte di Saint Germain di cui sembra una specie di autoepitaffio. Le parole che lo compongono, in effetti, si rivolgono a noi nell'inquietante e simbolico linguaggio della Scienza Suprema, quell'Ermetismo iniziatico che attrae da sempre le menti più illuminate:

"Curioso scrutatore della natura intera,
ho conosciuto dell'universo il principio e la fine,
ho visto l'oro in potenza in fondo alla sua miniera,
ho carpito la sua natura e sorpreso il suo fermento.

...Spiegai per quale processo l'anima nel grembo di una madre,
fa la sua casa, la trascina, e come un seme di vite
messo vicino a un chicco di grano, sotto l'umida polvere;
l'uno pianta e l'altro ceppo, sono il pane e il vino.

Niente c'era, Dio volle, niente diviene qualche cosa,
ne dubitavo, cercai su cosa l'universo posasse,
nulla conservò l'equilibrio e servì da sostegno.
Infine, con il peso dell'elogio e del biasimo,
Io pesai l'Eterno, Egli chiamò la mia anima
Io morii, L'adorai, non seppi più nulla."

 
 
 
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