Tyki's Fantasy

La Leggenda del Dragone

 

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CAPITOLO XXII

Post n°25 pubblicato il 10 Maggio 2008 da Tyki_Mikk
 

"Che posto strano!" esclamò Diana.
Nel pomeriggio del giorno successivo i quattro viaggiatori erano ormai entrati pienamente nella vasta regione di Yuwa. Davanti a loro si estendeva un’interminabile prateria, ogni tanto sostituita da terreno semidesertico. Sparsi nella pianura, enormi massi comparivano alla loro vista, innalzandosi improvvisamente dal suolo dritto, come elementi estranei al contesto. Caratterizzati dal colore rossiccio, era la sola cosa che avessero in comune con la terra ferrosa di quella zona.
"Mai visto nulla del genere!" dichiarò Sarah con ammirazione: "Chi ha fatto tutto ciò?"
Le rocce avevano assunto forme particolari, a volte persino bizzarre e rendevano quella piatta e noiosa pianura un luogo quasi irreale. Sembrava una mostra di sculture colossali fatte da artisti poco professionali. Ben presto le due ragazze iniziarono a divertirsi cercando di riconoscervi qualche forma familiare.
"Quello somiglia a un cane" affermò la ragazza di Greenville.
"No, dai… non vedi che ha le corna?" la corresse l’amica.
"Ma sono le orecchie!" insistette lei.
"È una capra! Guarda, ha anche la barba…" le indicò Diana.
Alla fine si unì al gioco anche Ander, mentre Vash rifiutò malgrado l’insistenza delle ragazze. Spiegò che non voleva perdere di vista il loro obbiettivo e che doveva mantenere invariato il loro ritmo di marcia. Simili distrazioni rischiavano di compromettere il tempo di arrivo a Kawadi.
"Sono banali scuse…" lo punzecchiò il cavaliere: "La verità è che sei un asociale, ammettilo!"
Diana prese il cacciatore per un braccio, pregandolo di mettere da parte per un po’ i suoi pensieri e di rilassarsi e divertirsi con loro.
"E va bene! Se queste scuse non vi vanno, dirò la verità: semplicemente è un gioco stupido!" si spazientì Vash.

<<Quella femmina…>>
Non lo sai che è sbagliato uccidere?!
<<Sarà davvero così?>>
Effettivamente si era sempre chiesto se fosse una cosa giusta da fare.
Aveva capito che in fondo non era del tutto insensibile a ciò che gli accadeva attorno. Per esempio, mangiare alcuni cibi gli dava quello che la gente chiamava "piacere". Però uccidere non gli aveva mai fatto sentire una sensazione simile. A ogni morte che causava, il vuoto che percepiva in fondo a sé, "al suo cuore", o forse "alla sua anima", si estendeva. C’era una voragine nera dentro di lui, qualcosa di oscuro e ignoto. Qualcosa che gli faceva provare un’altra debolezza umana, la paura. A volte affiorava il terrore, ma per cosa?
Questi tormenti non osava confessarli a suo padre. Non era uno stupido, quelli venivano considerati difetti, errori di fabbricazione. Dichiararli voleva dire sottoporsi a riparazioni, o peggio ancora alla rottamazione.
Chi ti da il diritto di togliere la vita?!
<<Diritto? È un ordine di mio padre. È ciò che DEVO fare. È lo scopo della mia vita e dopotutto… è anche ciò che mi tiene in vita.>>
Il padre era stato chiaro: finché avrebbe obbedito agli ordini, cioè avrebbe ucciso chi doveva, lui gli avrebbe permesso di esistere. Non era solo il suo creatore. Suo padre aveva anche pieno potere su di lui. In ogni momento, in qualsiasi circostanza, anche solo per capriccio, Faust poteva disattivarlo, distruggerlo, cancellarlo, o come si dice in termini umani, "dargli la morte".
<<No… dopotutto non lo voglio.>>
Non sapeva spiegarne il motivo, ma ora non aveva più intenzione di morire. In base ai calcoli del padre, vita e morte avrebbero dovuto essergli indifferenti, anche riguardanti il suo stesso caso. Ma lui preferiva decisamente la prima alla seconda opportunità. Perché?
La vita è il nostro bene più prezioso e tutti abbiamo lo stesso diritto di viverla!!
<<E se il motivo fosse questo?>>
Ma lui poteva davvero considerarsi vivo? Era un essere umano o solo qualcosa di vagamente somigliante? Nel laboratorio aveva visto moltissimi di quei mostri meccanici, dotati d’intelligenza artificiale. Esseri che erano in grado di muoversi anche da soli, che sembravano riflettere altrettanto bene a lui, ma che non erano affatto umani. Era forse anche lui un robot?
Quindi aveva lui il diritto di vivere? Si accorse che una risposta negativa gli avrebbe dato una profonda disapprovazione, quell’altro sentimento umano detto "tristezza".
Se le parole di quella ragazza erano veritiere, allora ogni volta che lui uccideva qualcuno, gli sottraeva il suo bene più prezioso. Ma a quale scopo? Otteneva qualche beneficio da ciò?
<<Finiscila!>> si rimproverò: <<Il beneficio va al padre! È lui che vuole vederli morti!>>
Doveva semplicemente obbedire, limitarsi a questo.
Ma a chi? Chi diceva il vero, suo padre o la ragazza?
<<Che razza di domanda! Keith, usa la ragione! Non crederai piuttosto a una femmina sconosciuta che a colui che ti ha creato?>>

Uno degli affluenti dell’Ywein scorreva proprio sotto di loro, però diversi metri più in basso. L’acqua si era scavata il passaggio nella roccia per migliaia di anni, lasciando al suo passaggio un fenomeno straordinario.
"A guardare giù mi vengono le vertigini…" esclamò Sarah: "C’è un torrente in fondo al burrone!"
"Questo è il canyon." spiegò Vash.
Era una stretta gola che seguiva il corso delle acque. La stessa cosa che fecero anche loro durante tutta la giornata successiva. Però a un certo punto la via che seguirono non era più praticabile dall’alto. Scendere sino al fondo del canyon era fuori discussione, quindi l’unica via che proseguiva nella direzione da loro perseguita, era uno stretto passaggio che si arrampicava sul fianco della parete rocciosa della gola. Era un corridoio largo meno di un metro, sotto al quale c’era lo strapiombo.
Le ragazze si mostrarono subito contrariate, ma era indispensabile percorrere quella via, per quanto fosse rischiosa. Da quel punto Diana vedeva il torrente come una sottile linea azzurra. Sulle pareti crescevano sterpaglie secche e addirittura qualche arbusto. Tutto il resto era roccia rossa.
"Questa via è sicura?" domandò esitante: "Non è che franerà al nostro passaggio?"
"Se sei preoccupata, puoi aggrapparti a me e stringermi forte." le propose Ander: "Ti proteggerei io…"
"Non esiste!" rispose la ragazza stizzita.
"Cerca di tenerti verso l’interno e non ci saranno problemi." le consigliò il cacciatore: "Adesso capite perché non ci sono molte vie praticabili qui, a Yuwa? L’unica strada che ha l’esercito feoriano per raggiungere Kawadi sta a fianco dell’Ywein. È un canyon molto più ampio di questo, ma occorrerà loro molto tempo per procedere."
Per ore avanzarono in quelle condizioni, senza avere la possibilità di allentare la tensione accumulata nel corpo. Il rischio di cadere era costante e specialmente le ragazze erano messe a dura prova, anche di nervi. Poi gradualmente la parete sotto di loro iniziò a sembrare meno ripida, anche se stavano ancora piuttosto in alto. La via davanti a loro iniziava ad allargarsi.
Probabilmente rassicurata da ciò, Sarah si sporse a vedere il corso del fiume. In precedenza non aveva più avuto il coraggio per farlo.
"Stai attenta, non esagerare." l’avvertì Ander: "Non è sicuro come credi."
In basso lo scenario era sempre lo stesso. Il torrente era diventato più ampio e calmo e c’era un po’ di vegetazione in più. Ma la ragazza di Greenville notò qualcosa muoversi. Per un breve momento ebbe questa impressione, incerta se fosse stato un banale effetto ottico. Per controllare meglio fece un altro passo in avanti.
Tutto accadde in un istante. I suoi compagni non ebbero nemmeno il tempo di accorgersene. Diana, che le stava dietro, la vide sparire davanti ai suoi occhi. Quello che aveva temuto, si era realizzato. Il bordo del sentiero aveva ceduto sotto ai piedi di Sarah, trascinandola giù con sé.
Le grida della ragazza fecero voltare gli altri due, che si precipitarono a guardare in basso. Sarah aveva rotolato per alcuni metri lungo il pendio della scarpata, finendo per impigliarsi sui rami secchi di un cespuglio. Era spaventata a morte e implorava aiuto, cercando di aggrapparsi su di una qualche sporgenza.
"Tieni duro!!" la incoraggiò Vash: "Adesso ti tiriamo su!!"
Ander tirò fuori la corda che aveva con sé e cercò di assicurarla legandola a un solido appiglio. I due ragazzi agirono in fretta, ma prima che potessero lanciare l’altra estremità della corda, udirono nuovamente le strilla della ragazza. Diana la vide precipitare nel baratro, per poi svanire aldilà del suo campo visivo, oltre il pendio roccioso. Assistette immobile, senza poter fare nulla per salvare l’amica. Anche Vash era rimasto paralizzato da un senso d’impotenza, con gli occhi spalancati e fissi sul punto dov’era Sarah fino a un attimo prima.
"SARAH!" gridò Ander ripetutamente e con tutte le sue forze.
Non ci fu alcuna risposta.

Il ramo del cespuglio si era spezzato e tutto a un tratto era precipitata in basso. Strillò istintivamente, prima di finire su un cumulo di rocce e sterpi. Subì una botta dolorosa, ma continuò a scivolare e cadere senza riuscire a fermarsi. Il suo corpo andava a sbattere da una parte all’altra, rallentando gradualmente.
Quando si accorse di essersi finalmente fermata, aprì gli occhi. Si trovava su un mucchio di arbusti, cresciuti in un angolo nascosto tra le rocce. Sentiva dolori ovunque e non riusciva a muovere un muscolo. Però era sana e salva, o almeno così credeva. Doveva cercare di alzarsi da lì e raggiungere i suoi compagni. Sicuramente erano preoccupati per lei e probabilmente si erano messi a cercarla.
Ma non riuscì a muoversi e la testa iniziò a girarle. Le faceva male, doveva averla battuta da qualche parte. La vista iniziò ad annebbiarsi, quando ebbe l’impressione che qualcosa si stesse movendo verso di lei. Poi svenne.

"Non devi prendertela così, non è stata colpa tua!"
Ander cercava inutilmente di consolare l’amico. Era abbattuto come raramente lo aveva visto. Ma anche Diana era rimasta sconvolta e se ne stava da sola, in disparte e in silenzio. Era un brutto momento, ma il cavaliere si rendeva conto di dover mantenere i compagni uniti e motivati. Doveva infondere fiducia.
Sedevano attorno al fuoco nel buio della sera. Proseguendo per la loro via, avevano infine trovato un modo per scendere sino al fondo del canyon. Quando iniziò a scurirsi, si fermarono da qualche parte vicino al torrente. Avrebbero risalito il suo corso sino al punto dove avevano perduto Sarah. Si erano ripromessi di ritrovarla a ogni costo. Ma quella situazione psicologica rendeva tutto più difficile.
"Devi riprenderti, Vash! Vedrai, troveremo Sarah. Sono sicuro che sta bene." lo rincuorò Ander: "Ci tieni davvero molto a lei, vero?"
"Non puoi capire… Io dovevo proteggerla! Lei confidava in questo…" sospirò sconsolato l’altro: "Ho fatto una promessa!"
"A chi l’avresti fatta? Alla sua famiglia o a te stesso?" gli chiese il cavaliere con tono gentile e comprensivo: "Ricorda che il passato è passato… Per quanto le possa somigliare, Sarah non è Heatys."
Vash gli diede un’occhiata sorpresa, ma non riuscì a dire altro. Tensione e sensi di colpa non gli davano tregua. Ander aveva faticato a convincerlo di fermarsi lì e il cacciatore aveva difficoltà a restarsene seduto.
"Questo posto è pericoloso! L’istinto mi dice che c’è qualcosa che non va da queste parti…" esclamò infine Vash: "Dobbiamo ritrovarla al più presto!"
"Sì, ma adesso è impossibile, è troppo buio." Insistette il cavaliere, alzandosi: "Riposa, domani continueremo a cercarla."

 
 
 
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Un blog di: Tyki_Mikk
Data di creazione: 15/04/2008
 

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