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Ieri, 1 maggio, a Istanbul: una giornata di violenza

Post n°35 pubblicato il 02 Maggio 2007 da gaibo






 
















immagine




Scontri a Istanbul per il primo maggio (foto F. Salomoni)

Cariche della polizia e lacrimogeni contro i
manifestanti per il primo maggio, centinaia di arresti. Il tentativo di
celebrare la festa dei lavoratori nella storica piazza di Taksim si
trasforma in caos e paura. La cronaca del nostro corrispondente



Una metropoli nel caos, una città “trasformata in una prigione a cielo aperto” per usare le parole di Suleyman Çelebi, presidente del Sindacato dei lavoratori rivoluzionari (DISK).




La mattina del primo maggio Istanbul si è risvegliata tagliata a metà.
Da una parte il centro è avvolto da un silenzio surreale, per la strada
solo poliziotti ed autoblindo. Dall’altra il resto della città è
soffocato dal traffico impazzito e da colonne di pedoni.



La prefettura ha sospeso gran parte delle linee di vaporetti in
sevizio sul Bosforo, chiusi tratti della metropolitana e le funicolari,
dirottati gli autobus, vacanze forzate per gli studenti delle scuole
del centro. L’obbiettivo è rendere irrangiungibile piazza Taksim. E’
così che le autorità hanno risposto, schierando anche 17.000
poliziotti, alla determinazione del comitato “Primo maggio a Taksim” a
celebrare la festa dei lavoratori nella centralissima piazza,
nonostante anche alla vigilia il prefetto avesse ribadito che “La
piazza non è un luogo per manifestazioni di massa”.



Quest’anno però DISK, KESK (il sindacato dei lavoratori pubblici),
TMMOB (l’Ordine degli architetti e degli ingegneri) e TTB (l’Unione dei
Medici) avevano un motivo in più per volersi riprendere Taksim. Ricorre
infatti il trentesimo anniversario dell’ultima festa dei lavoratori
tenutasi nella piazza. Nel 1977 la manifestazione di 500.000 lavoratori
era finita in tragedia con un bilancio di 36 morti.




L’appuntamento è alle 10.00 nello spazio compreso tra il palazzo
ottomano di Dolmabahçe e lo stadio di Beşiktaş. Da lì a Taksim le
strade sono deserte, si vedono solo drappelli di robocop in tenuta
antisommossa e panzer che sonnecchiano nelle aiuole.







immagine




Istanbul - cordone di polizia (foto F. Salomoni)

Alle 7.30 la delegazione del comitato
organizzatore che si presenta sul luogo dell’appuntamento viene fermata
dalla polizia e caricata sui cellulari. Nelle ore successive i fermi si
susseguono. Chiunque sosti ai bordi della strada per qualche minuto,
magari in gruppo, viene avvertito dai poliziotti: “Sostare è vietato,
qui non si manifesta”. Chi resiste viene caricato a forza sui
cellulari. Un barbuto signore prima di essere trascinato via riesce a
gridare “Stupratori del primo maggio!”

Un gruppo di manifestanti che cerca di raggiungere Dolmabahçe
dietro lo striscione del sindacato del cinema viene caricato e disperso
a colpi di idrante.



Poco dopo le dieci arriva il presidente del DISK Çelebi. La
situazione è tesa. Difficile anche avere informazioni. Più tardi uno
dei più prestigiosi inviati del canale NTV, Mete Çubukçu, racconterà
che la prefettura fino alle 11.00 ha di fatto vietato le trasmissioni
televisive in diretta da Taksim.



Çelebi racconta di centinaia di fermi in tutta la città fin dalle
prime ore del mattino. Pulmann di manifestanti provenienti da tutto il
paese, Hatay, Ankara, Izmit, vengono fermati all’ingresso della città,
rimandati indietro o dirottati in una scuola di polizia. Chiunque si
diriga verso il luogo del concentramento viene fermato, perquisito o
respinto “Una situazione che ricorda lo stato di emergenza dei colpi di
stato del 1971 e 1980” racconta Çelebi che continua “Noi volevamo
solamente commemorare i nostri amici e condanniamo questo governo che
ci ostacola. Istanbul è in stato d’assedio”. Per un altro sindacalista
del DISK “La Turchia, la classe operaia non meritano queste scene”.



Il dirigente di polizia incaricato della trattative sembra inamovibile.
Solo 50 persone possono salire a Taksim e deporre un fascio di fiori.
Lo scoglio viene superato dall’intervento di un vicequestore che
permette ad una parte dei presenti di arrivare fino alla piazza. Si
parte. 200/300 manifestanti, un drappello di giornalisti e fotografi e
tutt’intorno lungo il percorso un muro di divise blu e caschi
luccicanti al sole. Una situazione irreale ma lentamente il corteo
prende coraggio: “Ecco il primo maggio, ecco Taksim!” “Fianco a fianco
contro il fascismo!”. Dalle finestre delle banche e degli uffici la
gente sorride, applaude. In cima alla salita la piazza. Dopo trentanni
il DISK torna a Taksim. Il comitato d’accoglienza è di tutto rispetto:
centinaia di poliziotti in tenuta da guerra attendono il corteo per
stringerlo all’angolo del Marmara Hotel dove lo attende un altro gruppo
di manifestanti. E’ proprio in questo lato della piazza che nel 1977 ci
fu il maggior numero di morti. La tensione torna ad alzarsi. Tutti si
guardano intorno preoccupati, sui tetti tiratori scelti. Slogan: “E’
Taksim la piazza del primo maggio!”. Si depongono garofani rossi. Poche
parole “Siamo qui per ricordare 36 nostri compagni!”.




Poi lentamente il corteo si scioglie filtrando attraverso il muro della polizia.

Altri gruppi che da diverse direzioni cercano di raggiungere la
piazza vengono invece caricati duramente. Il gruppo più numeroso, circa
2.000 ragazzi, si riversa giù per Istiklal Caddesi, il salotto buono
della città. Cariche e lacrimogeni inseguono i dimostranti anche nelle
strade laterali.



La situazione torna alla normalità nel tardo pomeriggio. La polizia
torna a presidiare la piazza battendo i manganelli sugli scudi.



Notizie di scontri arrivano da altre parti della città, da entrambe
le rive del Bosforo. Imprecisato il numero di feriti e discordanti le
cifre relative ai fermati. Per la prefettura sarebbero 580, per il DISK
circa un migliaio. La stessa cifra fornita da una rappresentante
dell’Associazione per i Diritti Umani (IHD) mentre nel suo ufficio a
pochi passi da Taksim telefona freneticamente per cercare di
raccogliere notizie attendibili.



In serata arrivano i bilanci e le valutazioni. Gli organizzatori in
una conferenza stampa hanno ribadito che “Istanbul è stata trasformata
in un campo di concentramento... il prefetto deve dimettersi. La
responsabilità è del governo, della prefettura e di tutti coloro che
hanno voluto presentare il primo maggio come un giorno all’insegna
della paura”. Inoltre hanno chiesto di “rilasciare immediatamente tutti
i fermati. Non è reato fare delle richieste. La causa di questo caos ha
un indirizzo preciso”.



Per il prefetto la responsabilità di quanto accaduto “è di coloro che hanno voluto fare una manifestazione non autorizzata”.




Ma perché la Turchia ha così tanta paura del primo maggio?

(fabio salomoni )

 
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