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La Turchia secondo Eren Keskin 

Post n°37 pubblicato il 08 Maggio 2007 da gaibo


E

Eren Keskin  è uno degli avvocati più noti
in Turchia. I suoi clienti sono uomini e donne perseguitati, minoranze
oppresse, kurdi, armeni, gay, transessuali. La signora Keskin è impegnata
con le associazioni per la difesa dei diritti umani.
Che vuol dire svolgere un lavoro come il suo in Turchia?
Vuol
dire che passo la maggioranza del tempo a difendere me stessa. Dopo
ogni intervento, in aula o all'università, finisco sotto processo,
ultimamente per aver parlato del genocidio armeno.
Eppure, il lento processo di avvicinamento all'Europa ha prodotto qualche cambiamento...
Nel
sistema dominante nulla è cambiato e comunque, a ogni passaggio
importante continua a intervenire l'esercito. Qualcosa è migliorato per
le donne: finalmente lo stupro è diventato reato ed è stato abolito lo
sconto di pena per il crimine d'onore. Sulla tortura invece si discute,
i cambiamenti sono di forma. Si discute di libertà d'espressione. Si
discute ma la tortura c'è, i diritti umani no. I giudici civili hanno
preso il posto dei militari, ma la mentalità dei giudici civili è
militare. I prigionieri di sinistra continuano a morire - sono 122 le
vittime - nelle celle d'isolamento dei carceri di tipo F.
L'Europa rappresenta una via d'uscita?
Chi
comanda è lo stato maggiore delle forze armate che ha in una mano le
armi e nell'altra il capitale. L'esercito è proprietario di 38
fabbriche. I militari non vogliono perdere potere, non hanno una
passione europea e pretendono dall'Ue uno statuto speciale per la
Turchia. L'Ue sembra disponibile. Se andasse così, i cambiamenti
sarebbero solo di facciata. È da noi, dalle dinamiche della società che
deve partire un processo di cambiamento. Ma una parte del popolo ha
introiettato lo stato autoritario.
Una settimana fa, più di
un milione di persone ha manifestato a Istanbul contro il rischio che
gli islamici occupino tutte le più alte cariche dello stato. Non
c'erano solo i militaristi ma anche una parte di società civile. Come
valuta la protesta?

Una manifestazione ispirata
dall'associazione che si rifà al pensiero di Ataturk, presieduta da un
generale che ha partecipato al golpe dell'80. L'obiettivo è il
rafforzamento del militarismo, diffondendo la paura per l'islamismo.
Naturalmente io non ho aderito. È vero, c'era anche qualche pezzo di
società civile, ma il segno prevalente era il turchismo, patria e
bandiera.
E alla manifestazione del 1° Maggio ha partecipato?
C'eravamo come osservatori, e abbiamo visto e denunciato la terribile violenza della polizia.
Dunque vede solo una minaccia, quella militarista?
Noi
viviamo schiacciati tra due minacce, l'autoritarismo laicista e quello
islamico. La democrazia è compressa da pressioni enormi che ci tolgono
anche la parola.
C'è una diffusione e una radicalizzazione dell'islamismo in Turchia?
Il
pericolo c'è, come in tutto il Medioriente, ma non credo che la Turchia
stia andando verso uno stato di tipo iraniano. Mi fa più paura la
diffusione della paura per l'islamizzazione che è un'arma dei militari
per rafforzare l'oppressione della società. Dopo il golpe dell'80
l'islamismo è cresciuto, i corsi di religione a scuola sono diventati
obbligatori, si sono aperte molte scuole coraniche. La reazione a
questo processo è strumentalizzata a fini repressivi.
È vero che chi rifiuta di farsi chiudere in caserma o in moschea non ha rappresentanza politica?
Ovvio
che sia così, con una legge elettorale che impone una soglia di
sbarramento del 10% per avere una presenza parlamentare. Avremmo
bisogno di una Costituzione civile, liberandoci finalmente di quella
scritta con il colpo di stato dell'80. Dobbiamo far crescere questa
domanda nella società, ma per ora non vedo progressi.

(il manifesto 6-5-07)


 
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