L'esercito di Ankara prepara un'offensiva nel nord del paese vicino. Ufficialmente, per combattere il Pkk. Ma molte altre sono le poste in gioco
Orsola Casagrande
Alla fine il via libera è arrivato. Ieri al termine di una lunga riunione e di frenetiche consultazioni, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato di aver dato mandato alle forze istituzionali, e per primo alle forze armate, di «continuare la lotta al terrorismo adottando tutte le misure economiche, politiche, legali, comprese le operazioni militari oltre confine, che si riterranno opportune». Naturalmente qualunque operazione militare su vasta scala in nord Iraq dovrebbe essere autorizzata da un voto del parlamento. Ma è evidente che la dichiarazione di ieri rivela un premier non soltanto sotto pressione ma quasi costretto a concedere alle forze armate quello che ormai vanno chiedendo da un anno. E cioè di poter entrare in nord Iraq. Ufficialmente per poter dare il colpo di grazia ai guerriglieri del Pkk che si sono ritirati oltre confine.
Ma in realtà in nord Iraq si sta giocando una partita delicatissima dalla quale la Turchia non vuole rimanere esclusa. Ed è anche così che si spiega l'agitazione degli Stati uniti che continuano ad ammonire Ankara a non intervenire militarmente in nord Iraq. Questo è l'unico posto dell'Iraq in cui gli Usa possono millantare (perché in realtà la situazione non è per nulla pacificata) una qualche sorta di successo. La zona kurda irachena, dicono, è quella più «tranquilla». Se questo è parzialmente vero per Erbil e Sulemanye, non lo è certamente per Mosul o Kirkuk, per esempio. Anzi Kirkuk è l'altro oggetto del contendere tra Turchia, kurdi iracheni e arabi. Non è un caso che Ankara continui a chiedere di posticipare il referendum sul futuro della città del petrolio che dovrebbe svolgersi entro la fine di quest'anno. I turchi rivendicano Kirkuk come «cosa loro» per via della forte presenza turcomanna in città. Da mesi si susseguono voci insistenti di una presenza turca piuttosto torbida (servizi segreti, militari): in città sono in molti a pensare che i recenti, violentissimi, attentati siano manovrati da una regia esterna.
La lotta al Pkk, dunque ma anche Kirkuk e poi chiaramente il terrore turco per l'idea di un Kurdistan iracheno autonomo al confine. Questi sono i tre elementi che concorrono a rendere una operazione militare turca in nord Iraq quasi inevitabile. Gli ultimi scontri con il Pkk nella regione di Sirnak sono stati pesanti, dal punto di vista delle perdite per l'esercito turco. Quindici militari morti in due attacchi. Per la prima volta però nella storia di questo conflitto le forze armate non hanno esitato a dichiarare i loro morti. In questo caso faceva buon gioco all'esercito 'pubblicizzare' le perdite di vite umane. Per poter avere una carta in più da giocare contro il governo Erdogan, per nulla convinto di un intervento militare in nord Iraq. Ma le immagini delle bare dei militari uccisi, le foto dei giovani volti, le lacrime dei familiari, aiutano a alimentare i sentimenti nazionalisti più radicali. E infatti da giorni ormai ci sono piccole manifestazioni e i giornali pro militari incitano all'azione contro i 'terroristi'.
Un attacco su vasta scala rimane comunque lo scenario meno probabile, anche se raid meno vistosi possono essere comunque devastanti, specie se si utilizzano armi chimiche. La denuncia che l'esercito stia già utilizzando armi proibite nelle sue operazioni è stata raccolta anche dalla commissione esteri del parlamento europeo. Gli Stati uniti hanno nuovamente 'sconsigliato' alla Turchia di entrare in nord Iraq. Lo stesso ha fatto il governo iracheno che ieri ha ripetuto che il modo migliore per gestire la situazione e contrastare il Pkk è 'procedere con le misure di sicurezza concordate con Ankara'. Perfino la Nato ieri ha condannato gli attacchi in cui sono rimasti uccisi i quindici militari turchi. Soltanto una settimana fa un pulmino era stato fatto esplodere in un villaggio della provincia di Sirnak. Dodici le vittime, tra cui sette guardie di villaggio (la milizia kurda civile al soldo di Ankara). L'attentato è stato subito attribuito al Pkk che però ha nettamente negato ogni responsabilità. E ieri la commissione parlamentare inviata sul posto per cercare di individuare i responsabili è tornata nella capitale. Il suo verdetto: non siamo stati in grado di stabilire chi possano essere stati gli autori.
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il 23/04/2009 alle 16:36
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