Dal sito del quotidiano L'Unita'
Pubblicato il: 01.12.07
alle ore 18.53
Era nell’aria. Venerdì il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva autorizzato l’esercito a lanciare un’offensiva contro le basi curde nell’Iraq settentrionale. Sabato, l’esercito turco l’ha preso in parola e ha superato il suo confine per entrare nel nord dell’Iraq dove ha attaccato un gruppo di ribelli curdi del Pkk. La notizia è stata annunciata sul sito internet dell’esercito turco, che ha reso noto di avere inflitto «pesanti perdite» a un gruppo di circa cinquanta ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Ma a smentire l’incursione sono gli stessi curdi: Jabbar Yawar, portavoce delle forze di sicurezza dei peshmerga curdi ha affermato: «Ho chiamato personalmente tutti i comandanti e i funzionari al confine e confermo che non c'è alcuna incursione militare da parte dell'esercito turco nella regione».
L’attacco sarebbe avvenuto nella provincia di Hakkari, al confine con la Turchia: «Se necessario – annunciano fonti dell’esercito – altre forze armate interverranno nella regione». Non solo dal cielo, come nel caso di sabato, ma anche da terra. La Turchia minacciava da settimane un intervento militare e centomila soldati erano dispiegati alle frontiere da giorni. L’invasione del nord iracheno ha l’obiettivo di stroncare l’attività dei campi di montagna da cui muoverebbero i ribelli curdi turchi del Pkk per compiere attacchi armati in Turchia.
Il Parlamento di Ankara, ancora prima dell’autorizzazione formale di Erdogan, aveva dato il suo nulla osta allo sconfinamento. Gli unici voti contrari erano stati quelli dei deputati del movimento filocurdo del Dtp (Partito per una società democratica). C’erano allora state reazioni negative anche da parte irachena. «In base alla Costituzione irachena - aveva detto il presidente iracheno Jalal Talabani -, alle truppe straniere non è permesso di stare sul suolo iracheno. Comunque, la presenza del Pkk è illegale». Turchia e Iraq avevano firmato a settembre un accordo di cooperazione antiterrorismo sul quale esisteva già un’intesa di principio e che è rivolto in particolare proprio contro le basi in territorio iracheno delle milizie indipendentiste curde del Pkk.
L’ultima incursione turca in territorio iracheno risale a un decennio fa: anche allora l’obiettivo furono le basi della guerriglia. Le ripercussioni politiche dell’iniziativa militare di sabato potrebbero essere molto gravi e metterebbero Ankara, paese membro della Nato, in contrasto sia con Washington che con l’Unione Europea, senza contare la destabilizzazione che un’eventuale offensiva provocherebbe in Iraq. Sullo sfondo rimane però l’eterno timore di Ankara che il Kurdistan iracheno possa - approfittando delle ricchezze petrolifere della regione di Kirkuk, che non a caso Saddam Hussein tentò di arabizzare a forza - ergersi a Stato indipendente scatenando di nuovo la guerriglia del Pkk, che negli ultimi tempi è notevolmente aumentata di intensità facendo decine di morti tra civili e militari.
Di fatto, proprio l’opposizione di Ankara rende per ora vano il piano statunitense di un Iraq completamente federale, che ha come pre-condizione la legge per la condivisione di tutte le risorse naturali del Paese (di cui le province centrali, a maggioranza sunnita, sono povere), in discussione in Parlamento; un intervento turco rischia però di portare il caos nell’unica regione essenzialmente stabile del Paese, appunto il Kurdistan iracheno, e di alienare l’appoggio dei curdi iracheni a Washington ma anche allo stesso governo di Baghdad.
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