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Turchia, la guerra interna che prende alla gola

Post n°92 pubblicato il 10 Gennaio 2008 da gaibo

Propaganda In televisione vengono letti in continuazione i comunicati delle forze armate Kurdistan Villaggi bombardati, scuole chiuse, così Ankara fa ordine nella regione est
Orsola Casagrande
Diyarbakir

«Senti questo odore? È l'odore della guerra, ti prende la gola, è dappertutto». Il giovane avvocato M. annusa l'aria e invita a fare lo stesso. La guerra ha un odore. Acre, intenso. È l'odore che lasciano nell'aria gli F16 che passano in continuazione. È l'odore delle auto veloci, è l'odore della polvere che si alza dalle strade di questa città così tormentata. È un odore che ti prende la gola.
La guerra ha anche suoni. Non solo il rumore degli F16 che sfrecciano, e nemmeno quello degli elicotteri che volano bassi sopra le case. Non è neanche soltanto il rumore inconfondibile del motore dei carroarmati. La guerra ha suoni che sono le parole strozzate di chi ne racconta gli orrori. Sono i singhiozzi di chi non ha più nulla.
Nervosa, intreccia le dita delle mani in continuazione la giovane S. È appena arrivata a Diyarbakir da Dersim, «Turchia». Le operazioni militari iniziate prima di natale non riguardano soltanto il nord Iraq. In tutta la regione kurda del sud est turco si combatte. Si bombarda. S. ha visto il suo villaggio accerchiato dai militari turchi. Come all'inizio degli anni '90. Gli uomini del villaggio, racconta, sono stati prelevati dalle case e riuniti nella piccola piazza. Qui i soldati li hanno sbeffeggiati, umiliati, percossi. «Cercavano i guerriglieri del Pkk - dice S. - avevano saputo che alcune unità erano scese nei villaggi dalle montagne innevate. In cerca di cibo, in cerca di riparo». Perché da giorni ormai gli aerei militari turchi bombardano quelle montagne.
Le operazioni sono raccontate nei minimi dettagli, corredate di foto, dalle stesse forze armate che hanno scelto la propaganda mediatica come ulteriore arma contro i kurdi. Tutti i kurdi, non solo i guerriglieri. A forza di additare i kurdi come «terroristi», «assassini», «nemici della patria», ormai solo a pronunciare la parola 'kurdo' a Istanbul o Ankara si incontrano nasi arricciati e musi duri. Un giornalista di sinistra di una tv satellitare di Istanbul, lui stesso per metà kurdo, dice che «questa operazione militare ha il mio sostegno, perché i kurdi sono ormai diventati dei terroristi, alla stregua di al Qaeda». Ed è questa percezione che si sta pericolasamente insinuando anche nelle menti più «indipendenti» della Turchia. L'Europa sembra averla già sposata. La propaganda è incessante. Le trasmissioni televisive vengono interrotte in continuazione per mostrare le ultime foto dei bombardamenti, per leggere l'ultimo comunicato delle forze armate. I giornali sono pieni di ricostruzioni degli attacchi alle montagne del nord Iraq e del sud est. Si inneggia agli «eroi», i soldati che combattono a venti gradi sotto zero. Per la patria. Per una incredibile ironia della sorte quegli stessi soldati, ragazzini, che fino a un mese fa erano portati ad esempio del valor militare e dell'attaccamento alla patria dopo essere stati presi in ostaggio dai guerriglieri del Pkk, oggi sono in galera, condannati a pene incredibili per alto tradimento. Uno di loro rischia addirittura l'ergastolo per aver risposto, mentre era prigioniero, alle domande della televisione satellitare kurda RojTv. La guerra ha anche questo volto. L'eroe che diventa traditore.
Nel villaggio di S. non è rimasto praticamente nessuno. «Soltanto qualche vecchio - dice - che non ha voluto lasciare la sua casa». La scuola è chiusa, i bambini non ci vanno più da oltre un mese. L'avvocata P. ci porta a conoscere alcune famiglie appena arrivate dai villaggi di confine con il nord Iraq. I bambini hanno volti bianchissimi. Non parlano, fissano il muro e i loro interlocutori con gli occhi sbarrati. P. racconta che questi bambini non dormono da giorni. «Hanno paura di morire sotto le bombe», dice e non c'è bisogno di aggiungere altro.
Bambini come questi, solo di qualche anno più grandi, sono morti il 3 gennaio nell'attentato che ha scosso il centro di Diyarbakir. Dove la guerra, fino a quel momento, aveva il rumore degli F16 e dei carroarmati in partenza. E l'invisibile ma opprimente aria di repressione che si respira ancora ovunque, che fa istintivamente abbassare la voce, che costringe a guardarsi alle spalle mille volte al minuto. Il 3 gennaio però la guerra è entrata violenta in questa città così pesantemente colpita dalla povertà, sovraffollata da profughi di questo conflitto che dura da quasi un quarto di secolo. Quei quattro ragazzini usciti dai loro corsi non si aspettavano la morte. Lunedì il consiglio generale del Hpg (le unità guerrigliere del Pkk) ha reso noto con un comunicato che «l'attentato dello scorso 3 gennaio a Diyarbakir potrebbe essere stato compiuto da una nostra unità che ha agito di sua iniziativa». L'Hpg ha sottolineato che «le indagini interne sono ancora in corso per accertare le reali responsabilità». I morti sono sei (l'ultimo, un ragazzo di 17 anni, ieri), i feriti ottanta. Obiettivo dell'attacco (un'autobomba fatta esplodere a distanza) era un pulmino militare che conduceva in caserma i piloti dell'esercito turco da settimane impegnati nei bombardamenti delle postazioni (e dei villaggi, con conseguenti vittime civili, innominate) del Pkk in nord Iraq. La guerra è questo: morti, civili e militari. Disperazione.

 
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