Alda Merini

Immagine Pin Storia

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

In fondo sono cose che abbiamo provato un po’ tutti, ma non sappiamo dirle con la stessa efficacia, e Semplicità, di una poetessa carnale, sui generis, immensa.

Ci sono donne… E poi ci sono le Donne Donne… E quelle non devi provare a capirle, perché sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo, il tempo di pensare. Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo averle raccontate si tormentano – in una agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possono trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse. Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.

Fabrizio Lombardo

Quando la poesia sa farsi capire, è un bene. Vero che le suggestioni valgono più di mille parole, ma non sempre. Talvolta sarebbe preferibile correre il rischio di risultare popolari, piuttosto che proporre versi poggianti su risonanze evocative che risuonano vuote di significato. E per le quali, presto o tardi, il lettore chiederà il giusto risarcimento.

Scrivo il falso – spesso – e svendo le parole
mischiando vergogna e vita vera con la sintassi
della menzogna. Non chiamarlo progetto di poetica
geometria binaria, o gioco d’ombre. Serve più coraggio
a vivere i pochi gesti possibili/ quelli rimasti.
Qualche respiro preso in prestito. La notte, nelle case.

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Facce incontrate per caso, per strada, di cui rimane
solo qualche voce lontana/ qualche errore di persona
un vestito non adatto all’occasione. Nessun indirizzo.
Lo spettacolo buio della memoria. Nessun punto fermo
o coordinata da ricordare. Tutto cancellato
nel passaggio intermittente di zigomi aguzzi, occhi
sfuggenti/ nasi irregolari. Avranno compleanni,
case, morti, e il loro Mestiere di vivere su qualche scaffale.
Siamo noi che passiamo accanto senza essere riconosciuti.

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ci mancherà il tempo per leggere tutti questi libri, ascoltare
tutta la musica che colora le pareti di casa
e non avremo occasioni di parlare dei migliori
film dell’anno. naufraghi nei giorni che verranno.
se guardi bene, anche le costellazioni puoi trovarle
nella camera degli ospiti, ancora chiuse
nello scatolone avana per i traslochi. preferisco conservarle.

la bellezza accade

Juul Kraijer, Untitled, 2005

Molti sostengono di non riuscire a capire la poesia: be’, spesso hanno ragione, e l’ignoranza non c’entra. Ma ci sono poeti e poetesse col dono di dire in versi come se dicessero in prosa. La poesia che segue ne è un esempio. Nessun sottotesto. Significato e significante sono di estrema chiarità.

Le mani hanno creduto, hanno obbedito al tempo.

Quante volte hai sbagliato e lo sapevi dopo

la curva dei pensieri, il muro dei sensi, i desideri

ostinati a tenerti nel tuo cervello altrove.

Troppa realtà, troppa solitudine,

tu che volevi vantare il senso di quelle parole

che stavano bene insieme in un’altra vita vera.

Ogni volta il disordine è stato un giorno nuovo

ma non hai potuto disfarti, troppo tardi

ricominciare, e in quelle parole non ti volevi più.

Solo chi se ne andava per sempre ti teneva con sé.

Si portava via i gesti che non potevi più dire.

E poi di nuovo, a tradimento, nelle cose da fare,

nei pensieri arrivati a dirti di nuovo vivo, un peso

parte di te stesso, senza lasciare nessun peso indietro.

Gian Mario Villalta

Il buio e il petalo

Il buio e il petalo

Se è vero che chi muore non muore del tutto
ma soggiorna nei posti dove ha vissuto
e va in giro a parlare con gli alberi
tu non sei morta perché ti vedo ogni tanto
nella dimora bianca del convolvolo
sotto il ciliegio che non hai visto fiorire.
Ora hai tutto il tempo e ti sorprendo
davanti questi fiori bianchi a domandare
qual è la verità, perché si vive; e qui seduta
ricordi il libro che ti avevo portato
la carta geografica dei viaggi non fatti.
Ora vai dove vuoi, ora che hai cambiato
il nome e il dove e il quando.
Se è vero che chi vive non vive del tutto
ci ritroviamo a metà strada, nell’antiscalo
tra la morte e la vita, il buio e il petalo.

Alberto Nessi