Settembre 2017: The Cranberries – NO NEED TO ARGUE (1994)

No need to argue

 

Data di pubblicazione: 27 settembre 1994

Registrato a: The Manor Studios (Oxford), Townhouse Studios (Londra)

Produttore: Stephen Street

Formazione: Dolores O’Riordan (voce, chitarra elettrica, chitarra acustica, tastiere), Noel Hogan (chitarra elettrica, chitarra acustica), Mike Hogan (basso), Fergal Lawler (batteria)

Tracklist

                                  Ode to my family

                                  I can’t be with you

                                  Twenty-one

                                  Zombie

                                  Empty

                                  Everything I said

                                  The icicle melts

                                  Disappointment

                                  Ridicolous thoughts

                                  Dreaming my dreams

                                  Yeat’s grave

                                  Daffodil lament

                                  No need to argue

Il tormento è tutto quello che mi tengo dentro

(Dolores O’Riordan)

Non molti oggi sono clementi con loro, anzi spesso vengono identificati come uno di quei gruppi da “ascolto debole”, nel senso che piacciono a quel tipo di masse dal palato fine a cui piace il rock, ma che non sia “molto impegnativo”. Ma nella verità gli irlandesi Cranberries sono stati una delle voci portanti del rock degli anni ’90, capace di raccogliere tanto la tradizione celtica del loro paese d’origine, quanto l’afflato anthemico dei loro conterranei U2, senza dubbio alcuno uno dei gruppi di riferimento dei primi anni ’90 nell’ambito del rock mainstream e non solo, in un pugno di canzoni capaci tanto di lanciasi in ferocissime invettive, quanto di addolcirsi in morbide melodie, intrise di magica atmosfera e misteriosa fascinazione. Per cui lo snobismo che oggi certa critica, o certi ambienti, gli riservano, non trova di certo casa in questa sede.

Non di certo hanno inventato nulla, ma la straordinaria capacità di saper toccare corde emotive profondissime, grazie anche al magnetico fascino di Dolores O’Riordan, i Cranberries meritano di certo un posto d’onore tra i protagonisti di un decennio che ha saputo trovare linguaggi nuovi e stimolanti.

I Cranberries si formano a Limerick, una cittadina del sud-ovest dell’Irlanda sul finire degli anni ’80: due fratelli, Mike e Noel Hogan mettono su il gruppo, chiamando alla bisogna l’amico batterista Fergal Lawler e il cantante Niall Quinn, prendendo il nome di Cranberry Saw Us. Niall Quinn abbandonerà presto il gruppo, ma segnala al resto della band una sua amica molto dotata e promettente, tale Dolores O’Riordan, che li impressiona positivamente, divenendo la nuova cantante. E con l’ingresso di Dolores il gruppo decide di cambiare definitivamente il nome in Cranberries.

La band cominciò a farsi notare in giro attraverso una serie di concerti molto intensi e stimolanti che attireranno l’attenzione della Island Records, la stessa etichetta che aveva sotto contratto gli U2, che decide subito di ingaggiarli. Questo aprirà subito le porte del successo alla band, che seguirà un percorso sonoro e stilistico echeggiante il brit pop che allora esplodeva nel Regno Unito, soprattutto ad opera dei Suede e dei Blur. Lo stile dei Cranberries è semplice e diretto: una forte propensione alla melodia, strutture pop rock echeggianti la musica celtica, ritmi frenetici e ricami folk. Su tutto spicca la particolare duttilità di Dolores, capace di ammaliare con dolcezza e aggredire con ferocia.

Primo passo è il disco d’esordio Everybody else is doing why can’t we? Del 1992, formidabile, che mette subito in chiaro le qualità della band, soprattutto in brani indimenticabili come Linger o Dreams. Ma è col disco successivo che arriverà la consacrazione definitiva, oltre ad un successo di proporzioni planetarie. L’album, che si avvaleva della collaborazione di Stephen Street (già all’opera con gli Smiths) è pervaso da atmosfere generalmente tetre, e si apre con la morbide effusioni di Ode to my family, dai toni piuttosto sommessi. Un modo decisamente inusuale di aprire un album, che invece che investire l’ascoltatore, preferisce farlo entrare poco per volta all’interno del viaggio sonoro che propone. Si continua con I can’t be with you, echeggiante nei cori le atmosfere celtiche dei Clannad e rivestendosi dal punto di vista stilistico di un certo brit pop di matrice Suede, forte anche di un videoclip che tanto fa pensare a quello di Losing my religion dei R.E.M. soprattutto per via delle sinistre scene mistiche. Twenty one segue ancora quel filone dolceamaro, languido. Dopodiché arriva l’assalto rock di Zombie, un autentico inno impegnato, riflettendo soprattutto sulla delicata situazione dell’Irlanda del Nord, degli attentati dell’Ira in Inghilterra e del sacrificio dei più deboli, soprattutto dei bambini. Una sorta di Sunday bloody sunday dei Cramberries, altrettanto drammatica, altrettanto arrabbiata, e forse più disperata. Il muro di chitarre porta la band sulle sponde del grunge. E il videoclip celeberrimo declama amaramente il dramma di cui Zombie si fa portatore. I toni tornano sommessi con Empty, dove si staccano i jack alle chitarre elettriche e si fa spazio a pianoforte e violino per una ballata struggente e dolcissima da vago sapore celtico folk. Everything I said fluttua invece in atmosfere trasognanti ed eteree. I toni celtici tornano nella denuncia contro la pedofilia di The icicle melts. Ridicolous thoughs si apre con un echo che fa pensare ad Enya per poi aprire una gioiosa melodia pop di grandissimo impatto, e che in un certo senso fa pensare a Sinead O’Connor. Dreaming my dreams ci concede un momento di toccante romanticismo, una specie di acquerello dai toni tenui. C’è anche spazio per l’omaggio commosso a Yeats in Yeat’s grave, e poi si va verso la chiusura prima passando le distorsioni che fanno da tappeto alle trame celtiche di Daffodil lament, e poi approdando ad una title-track che chiude il disco con Dolores che suona l’organo. E come un sogno il disco si chiude, lasciando vivi i ricordi, le sensazioni, le emozioni…

No need to argue non sarà forse una pietra miliare della storia del rock, ma di certo è stato un momento di sublime scrittura e magistrale interpretazione nel rock popolare degli anni ’90. Peccato solo che i Cranberries non siano più riusciti a ripetersi su questi livelli di espressività ed intensità nelle prove successive, che nei momenti migliori parevano una sbiadita riproposizione degli stilemi che incorniciavano quest’album (si pensi al successivo To the faithful departed e al più popolare Bury the hatchet), in quelli peggiori una patetica parodia degli stessi. Dopo il greatest hits celebrativo Stars del 2002, la band decide di sciogliersi per prendersi una pausa di riflessione e permettere alla O’Riordan di dedicarsi ad una non proprio esaltante carriera da solista. Nel 2009 viene annunciata la renunion, e nel 2012 giunge l’impalpabile Roses. Insomma, la scelta di ripiegare verso soluzioni di più facile presa non è stata del tutto felice, ma gli echi di un’Irlanda mitologica e melodrammatica son riusciti a farli sentire abbastanza lontano, non solo nel mondo, ma nel tempo… E tanto basta per tributargli il giusto rispetto!

I Cranberries sono stati un gruppo molto importante negli anni ’90, capace di filtrare influenze smithsiane, testi personali e una vocalità riconoscibile

(Alessandro Liccardo)

Settembre 2017: The Cranberries – NO NEED TO ARGUE (1994)ultima modifica: 2017-09-25T12:53:20+02:00da pierrovox

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