Luglio 2018: Kate Bush – THE KICK INSIDE (1978)

The kick inside

Data di pubblicazione: 18 febbraio 1978
Registrato a: Londra
Produttore: David Gilmour
Formazione: Kate Bush (voce, pianoforte, tastiere), Ian Bairnson (chitarra, cori), Paul Keogh (chitarra), Alan Parker (chitarra), Paddy Bush (armonica, mandolino), Duncan Mackay (organo, sintetizzatore, tastiere, piano elettrico, clavinet), Andrew Powell (sintetizzatore, tastiere, piano elettrico), Alan Skidmore (sassofono), David Paton (basso, cori), Bruce Lynch (contrabbasso), Berry Desouza (batteria), Morris Pert (percussioni), David Katz (violino)

 

Lato A

 

                        Moving
                        The saxophone song
                        Strange phenomena
                        Kite
                        The man with the child in his eyes
                        Wuthering eyes

 

Lato B

 

                        James and the cold gun
                        Feel it
                        Oh to be in love
                        L’amour looks something like you
                        Them heavy people
                        Room for the life
                        The kick inside

 

Please don’t let me go
You crush the lily in my soul

 

Questi sono alcuni dei versi di Moving, il pezzo che apre The kick inside, e che Kate Bush aveva dedicato al suo maestro di vita, il coreografo, attore e ballerino Lindsay Kemp. In questi versi vi è l’espressione di un rapporto di innata fiducia, di amorevole rapporto, ma anche di una fragilità umana commovente. Sono i versi che in qualche modo poi rappresentano in toto il folletto inglese nella sua dimensione artistica e umana.
Kate Bush si forma giovanissima alla danza, al mimo, e nello studio del pianoforte, e venne quasi presto scoperta dal celebre chitarrista dei Pink Floyd, David Gilmour, che si farà subito premura di produrre il suo disco d’esordio, finanziando di tasca sua le prime incisioni e garantendola alla Emi, avendone riconosciuto l’indiscusso talento.
L’importanza di Kate Bush si inserisce in un periodo storico in cui la musica pop e rock in Inghilterra veniva invasa dalla furia punk e dalle istanze funeree della new wave, per cui lei si addossò praticamente la responsabilità di rinnovare in un certo qual modo la figura della cantante, riagganciando il pop femminile più alla tradizione che all’avanguardia. Ciò non le impedì comunque di riscuotere consensi milionari, attenzione dei media, nonostante lei all’apice del successo abbia poi optato per una visibilità più discreta, apparizioni dilazionate nel tempo e cura decisa della sua arte, invece che sdoganamento dozzinale. Mettiamoci poi un’intelligenza creativa interessante, un timbro vocale particolare, una dote scenica eccentrica e una visione in linea con le figure fiabesche tanto care al progressive di inizio decennio. In un certo qual modo Kate Bush anticiperà quel filone artistico che poi sarà ereditato da Tori Amos, Sinead O’Connor e Bjork.
The kick inside fu spinto dal successo del celeberrimo singolo Wuthering heights, ispirato dal romanzo di Emile Bronte. Il testo si riferisce chiaramente alle riflessioni amorose del personaggio femminile del romanzo, dei suoi travagli interiori e dei suoi risvolti esistenziali, su un tessuto sonoro tipico della ballata pop. Le aperture alari del ritornello fanno planare il brano verso vette eccelse, anche se la versione rivisitata nel 1986 per l’antologia The whole story può vantare una definizione vocale decisamente più matura. Il brano comunque trascinerà il disco verso la leggenda. Ma merito della sua bellezza vanno riscontrata nella già citata Moving, e il collegamento con gli echi delle balene che introducono la delicatissima The saxophone song, dove l’intermezzo di sassofono delinea l’anima del pezzo in maniera incisiva. Strange phenomena si compone di una decisa apertura vocale di impressionante bellezza con tanto di mantra tibetano. I synth che aprono Kite invece incrociano un stile che non si dispiace di sposarsi con il reggae, pur mantenendo una visionarietà di fanciullesca memoria. Il tema dell’infanzia viene nuovamente trattato nella bellissima e psicoanalitica The man with the child in his eyes. Un piccolo capolavoro di dolcezza disarmante che pare le abbia letteralmente aperto le porte della Emi, poiché ai piani alti ne furono praticamente conquistati.
Il lato B si apre con l’incursione power pop di James and the cold gun, e i miti televisivi che facevano breccia anche in quelli sonori. Vi è spazio ancora per la dolcezza disarmante della struggente Feel it, il romanticismo di Oh to be in love e L’amour looks something like you, delicate e nello stesso tempo sospese tra favola e realtà. L’atmosfera non cambia nemmeno in Them heavy people, per quanto qui si torni ad amoreggiare col reggae bianco. Si va verso la chiusura con l’ammiccamento al folk britannico di Room for the life e una title-track che vede Kate Bush seduta dietro al pianoforte ad incantare col suo candore.
Il disco inaugurerà quindi una carriera fatta di dischi eccellenti, e che nei momenti mano ispirati comunque non hanno mai toccato la soglia della medicrità. Di questi vanno perlomeno citati il celeberrimo Never for ever, che conteneva l’inno Babooshka, gli sperimentali The dreaming e Hounds of love, e non ultimo l’estatico 50 words for snow, bellissimo nel suo intimismo fragile. Di Kate Bush si ricorda anche la famosa apparizione in Don’t give up di Peter Gabriel, un altro dei suoi maestri di vita e convinti sostenitori. Fragilità e candore che sono le sue doti più belle, oltre che espressione di una donna di cui non si smette mai di innamorarcisi.

Luglio 2018: Kate Bush – THE KICK INSIDE (1978)ultima modifica: 2018-07-30T09:17:15+02:00da pierrovox

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