Settembre 2020: Big Star – #1 RECORD (1972)

Big Star - #1 Record

 

Data di pubblicazione: Giugno 1972
Registrato a: Ardent Studios (Memphis)
Produttore: John Fry
Formazione: Alex Chilton (voce, chitarra), Chris Bell (voce, chitarra), Andy Hummel (basso), Jody Stephens (batteria), Terry Manning (piano elettrico)

 

Lato A

 

                        Feel
                        The ballad of El Goodo
                        In the street
                        Thirteen
                        Don’t lie to me
                        The India song
Lato B

 

                        When my baby’s beside me
                        My life is right
                        Give me another chance
                        Try again
                        Watch the sunrise
                        ST 100/6
 

“C’era chi ci riteneva una meteora, degli sfigati perenni.
Noi invece ci impegnavamo per dimostrare il contrario, in ogni nota,
in ogni frammento
(Alex Chilton)

 

C’è chi pensa che il pop sia qualcosa di inferiore al rock, e che per forza di cose abbia un impatto minore sul lato emotivo, dimenticando invece che il rock fa parte proprio di quella rivoluzione del tutto “popolare” che ha portato all’emergere di nuovi suoni, nuovi modi di vivere e pensare la musica, e che tutto questo diventava così terribilmente “devastante”. E in un’epoca dominata prepotentemente dalle chitarre, arriva la profezia di Alex Chilton, ideatore di quel fenomeno che si suol chiamare “power pop”, ossia di un un genere costituito da melodie cristalline, armonie vocali corali, jingle-jangle e una qualche affinità stramba con l’hard rock. In un’epoca in cui era solito mostrare i muscoli, i Big Star invece si facevano portatori di armonie dolceamare, e soprattutto con legami importanti con la tradizione appena conclusa del pop anni ’60, guardando dritto in faccia ai Beatles e ai Beach Boys. Ed è stato questo particolare legame con la tradizione che ha aperto una strada del tutto nuova nel modo di fare rock: si chieda ai R.E.M. o ai Replacements, o anche ai Teenage Funclub o ai Wilco, se la strada battuta da Alex Chilton e compagni non sia stata determinante nella loro formazione.
Alex Chilton fonda la band nel 1971 a Memphis, assieme all’amico Chris Bell. Lui già militava nel gruppo psichedelico Box Tops, e voleva porre le basi per qualcosa di veramente speciale, che non fosse solo il capriccio di un gruppo di presuntuosi, ma nemmeno l’ennesimo buco nell’acqua di una band senza idee. E i Big Star, che di successo, purtroppo, non ne hanno mai visto tanto, sono diventati una delle band più importanti della storia del pop e del rock.
La loro proposta, tradizionale e insieme innovativa, la si può senza dubbio apprezzare pienamente nel loro disco d’esordio #1 Records, pubblicato nel 1972. Volutamente questo disco voleva percorrere strade diverse da quelle che tutti all’epoca calcavano. Siamo nei primi anni ’70, e l’hard rock dilagava con tutta la sua portata devastatrice, dai Deep Purple ai Led Zeppelin, dai Black Sabbath agli Who, e l’impatto muscolare, sensuale, era di una forza trascinatrice notevole. I Big Star invece, pur esprimendosi con una certa veemenza sonora, cercava perlopiù la melodia perfetta della grande canzone pop, cercando di omaggiare nella loro musica i Beatles, gli Small Faces, i Kinks, i Beach Boys. In un certo senso erano così meravigliosamente “fuori contesto”, “fuori moda”.
Il disco si apre mirabilmente con l’insana energia proto-punk di Feel, che mette insieme tanto i Beatles del White Album quanto gli Stones di Sticky fingers. Segue la dolcissima melodia lennoniana di The ballad of El Goodo, indiscutibilmente una delle canzoni più belle mai scritte, densa di malinconia, desiderio di indipendenza e vulnerabilità di fronte alla vita. In the street invece mette insieme un’irresistibile riff come solo Keith Richards saprebbe inventare, e degli umori black soul di incantevole fascino, con tanto di intermezzi chitarristici acidi che tanto ricordano i Byrds. E arriva il momento di un’altra grandissima perla del disco: la bellissima ballata folk-pop di Thirteen, dove si intrecciano nostalgia e ricordi inconfessabili, con un’armonia che negli anni ’90 prenderà a modello un certo Elliott Smith. Dopo questa segue l’urgenza hard di Don’t lie to me, che cerca di mettere insieme tanto i Led Zeppelin quanto i Beatles di Abbey Road. Chiude il primo lato l’acquerello naif medievale di The India song, tenero e scherzoso.
Il secondo lato si apre con l’harrisoniana When my baby’s beside me, ritmata e solare. Dopo questa il disco cala in penombra, ed è qui che calano le atmosfere soffuse, spezzate dalle scalate elettriche, di My life is right, mentre Give me another chance e Try again incedono nuovamente in un dolorose riflessioni sulla condizioni di solitudine dell’animo umano, con un vestito sonoro acustico che ancora ci piace pensare abbia influenzato e tanto Elliott Smith e anche i Mazzy Star. La luce torna a splendere, anche se in forma più scarna, nell’acustica Watch the sunrise, come a dire che al fondo di ogni tunnel c’è sempre luce, e tutto può tornare a vivere. Il disco si chiude con lo schizzo corale e acustico di ST 110/6.
#1 Record voleva essere decisamente fuori dal tempo, ed è stata questa caratteristica a conservarlo in tutta la sua freschezza, e a contagiare positivamente tutta una serie di artisti negli anni e decenni successivi. Purtroppo però i dissidi interni porteranno Chris Bell a lasciare il gruppo nel 1973, lasciando il gruppo nelle mani del solo Chilton, che porterà avanti il nome del gruppo con onore incidendo dischi meravigliosi come Radio City e Third. Quest’ultimo però sarà una sorta di grande omaggio che Chilton aveva reso all’amico Bell, riportando su il gruppo, che nel frattempo si era sciolto dopo Radio City, scomparso in un incidente stradale nel 1978. Il resto della storia vedrà una reunion nel 1993 e un altro disco, In space, pubblicato nel 2005. In tutto questo abbiamo avuto una band che ha saputo scrivere un pezzo importante della storia del pop, trascendendo qualsiasi consuetudine, e creando una musica destinata a restare, per sempre!

 

Per me i Big Star sono stati come una lettera spedita nel 1971 e arrivata nel 1985, come una cosa smarrita nella posta, davvero
(Robin Hitchcock)

Settembre 2020: Big Star – #1 RECORD (1972)ultima modifica: 2020-09-03T16:49:38+02:00da pierrovox

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