Dicembre 2020: St. Vincent – ST. VINCENT (2014)

St. Vincent

 

Data di pubblicazione: 25 febbraio 2014
Registrato a: Elmwood Studios (Dallas)
Produttore: John Congleton
Formazione: St. Vincent (voce, chitarra), Homer Steinweiss (batteria), Bobby Sparks (minimoog), Daniel Mintseris (sintetizzatori, pianoforte, clavicembalo), Ralph Carney (fiati), McKenzie Smith (batteria), Adam Pickrell (tastiere, minimoog)

 

Tracklist

 

                        Rattlesnake
                        Birth in reverse
                        Prince Johnny
                        Huey Newton
                        Digital witness
                        I prefer your love
                        Regret
                        Bring me your loves
                        Psychopath
                        Every tear disappear
                        Severed crossed fingers

 

 

Avevamo bellezza e idee bestiali,
ma con i ruoli invertiti: io ero la
bellezza di plastica, e Annie la bestia selvaggia
(David Byrne)

 

Da questo stralcio di intervista rilasciata per il Guardian in occasione della pubblicazione di Love this giant, l’album che vide la collaborazione di David Byrne e di questa splendida fanciulla, che da poco aveva assaporato il grande successo, dopo anni di gavetta, l’ex leader dei Talking Heads delinea quelle che erano in un certo senso le peculiarità del disco, ma anche i tratti della personalità di entrambi, ma soprattutto di Annie Clark, meglio conosciuta col suo nome d’arte St. Vincent: una bellezza autentica, ma con un animo selvaggio.
St. Vincent è una delle rivelazioni più originali e interessanti del nuovo millennio, soprattutto del suo secondo decennio. Una ragazza appassionata della musica sin da tenera età, che col tempo ha saputo maturare uno stile personale e originale, suonando dapprima nella Polyphonic Spree, e poi nella band di Sufjan Stevens. Nel 2006 decide di cominciare a scrivere seriamente musica per conto suo, e lo fa scegliendo lo pseudonimo di St. Vincent, in riferimento alla Saint Vincent’s Catholic Medical Center, dove nel 1953 morì il poeta gallese Dylan Thomas. A suo modo di dire “un luogo dove la poesia muore”. In seguito però sosterrà di aver scelto quello pseudonimo, ispirata da un verso di There she goes my beautiful world di Nick Cave, dove peraltro si fa sempre riferimento a Dylan Thomas. Insomma, in un modo o nell’altro la poesia sempre ritorna!
Nel 2007 pubblica il suo disco d’esordio, Marry me, che ottenne riscontri molto positivi in fase di critica, e che vedeva la giovane musicista affinare uno stile sonoro vicino all’art pop di Kate Bush, con un leggero velo avanguardistico del David Bowie berlinese. A detta dell’artista l’album riflette ancora uno stile pressoché adolescenziale, in virtù del fatto che gran parte delle canzoni sono state composte durante quel periodo, e quindi pecca di eccessivo idealismo riguardo le esperienze della vita e l’amore stesso. Ad ogni modo è un meraviglioso biglietto da visita per ciò che sta per arrivare.
Due anni più tardi pubblica Actor, che dal punto di vista stilistico seguiva la falsariga del precedente, ma che indugiava su tematiche allusive e oscure come il sesso, la violenza e il caos in generale. Dopo l’idealismo la disillusione? Il cercare sé stessi al di fuori di semplici verità a portata di mano? Resta il fatto che ad ogni modo lo stile sonoro comincia a caratterizzarsi sempre di più su una varietà strumentale impressionante, e una polisemia scritturistica vivace.
La consacrazione arriverà nel 2011, con la pubblicazione del suo terzo album, Strange mercy, dove si intravedono segnali di maturità impressionante, e il primo importante riscontro commerciale che in qualche modo la tira fuori dalle sole attenzioni dell’underground. E sarà questo che attirerà le attenzioni di David Byrne, un musicista sempre interessato a nuove soluzioni, curioso e creativo come pochi. Love this giant, che si arricchiva del suono degli ottoni, fu un esperimento di un certo rilievo, e confermava una verità importante: che St. Vincent non era solamente una promessa, ma una delle realtà musicali tra le più importanti e impressionanti degli ultimi anni. E si sa che nel nuovo millennio portare nel rock materiale nuovo e originale, destinato e rimanere, è un’impresa tanto ardua quasi ai margini dell’impossibile, dato che il rock ha saputo svilupparsi in moltissime direzioni, per cui trovarne delle nuove è un’impresa più assottigliata e complessa. Ma chi ha talento lo dimostra…
Ed è così che dopo tre album promettenti e in crescente talento, giunge per St. Vincent quello che può considerarsi il suo disco migliore: l’omonimo album pubblicato agli inizi del 2014. In questo disco Annie raggiunge un perfetto equilibro tra follia creativa e armonia delle parti, esprimendosi attraverso delle canzoni originali, dalla partitura complessa, eppure così avvolgenti e capaci di entrare nella mente dell’ascoltatore. Consideriamo anche una posa scenica decisamente superba, esuberante e carica di fascino sensuale.
Si parta proprio dal singolo di lancio, Birth in reverse, col suo fascino funkettone alla Prince, dei riff filtrati e robotici, e una tendenza sonora verso una certa new wave ricordando alcune cose di Lydia Lunch. Soluzioni che troveranno ampia evoluzione dei beat sintetici dell’apripista Rattlesnake, dove tra riff acidi e cadenze pop si evoca Madonna del periodo Ray of light o anche Bjork dei primi anni. Ma il disco sa proporre momenti di distensione dolcissima come nell’incantevole r&b di Prince Johnny, resa ancora più eterea da un tappeto sonoro estatico e dal trasporto corale. Dello stesso tenore la romantica I prefer your love, dove è possibile intravedere più di una familiarità con Nothing compares 2 U di Sinead O’Connor. Il pezzo, dall’andamento sinuoso e molto sensuale, evoca la passione amorosa, preferibile addirittura all’amore divino. Huey Newton è una solitaria riflessione personale su inverni desolati, con una trama sonora trip-hop, e una melodia soul. Digital witness si riveste di ricchissimi ottoni per una critica piuttosto veemente contro i social network. In questo pezzo si avverte maggiormente la lezione funk impartita da Byrne per Love this giant, portato ad una maturità più definita e arguta.
Accordi secchi e spezzati alla Tom Verlaine aprono Regret, che procede col suo suono sporco e incisivo, andando via via verso tonalità più distese. Bring me your loves invece guarda nella stessa direzione di PJ Harvey, e non solo per il titolo decisamente richiamente uno dei suoi più grandi capolavori, ma anche per il suo electro-blues malandato. Il pulsante beat sintetico di Psychopath invece guarda indietro al suo passato più recente, tra Strange mercy e altre cosette. Tensione elettronica invece per la bellissima Every tear disappeares, e si chiude col ponte sintetico e il delicato suono del clavicembalo di Severed crossed fingers, e un’interpretazione vocale superba e ieratica.
Come detto in precedenza, se questo sarà definito una pietra miliare della storia del rock, sarà solo il tempo e stabilirlo nella giusta misura. Certo è che si è di fronte ad un disco straordinariamente bello, e ad una stella dell’art pop di geniale talento. Una di quelle grazie artistiche che potranno riservare ancora graditissime sorprese, e che non vediamo l’ora di poter apprezzare!

 

Il quarto album di St. Vincent è il suono di un’artista non più in lotta con sé stessa; dove una volta ha usato le sue idiosincrasie come armi, ora le depone e si mette e nudo. In St. Vincent la magia è a portata di mano
(Hazel Sheffield)

 

Dicembre 2020: St. Vincent – ST. VINCENT (2014)ultima modifica: 2020-12-03T06:59:20+01:00da pierrovox

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