Solo mele marce?

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Farebbero bene tutte quelle istituzioni di un Paese veramente democratico ad evitare, come nel caso della caserma dei carabinieri di Piacenza, di parlare di “mele marce”. Si sa che quando in un cesto ce ne è una si toglie affinché non contamini il resto. Qui, evidentemente, è proprio il sistema che non funziona. Infatti cosa fanno lor signori allorquando succede il fattaccio? Nascondono, depistano, manipolano e sconfessano l’evidenza. Ma se un sistema deve essere affidabile e credibile agli occhi del cittadino è proprio quello il metodo da seguire: espellere, per sempre, chi si è macchiato della colpa infangando l’istituzione che rappresenta. Non ci sono se e non ci sono ma che tengano.

Sequestro di persona

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Come altro vogliamo chiamare il trattamento riservato dall’Amministrazione Civile dell’Interno ai suoi dipendenti?

Infatti, una volta entrati in questa Amministrazione non ti fanno più uscire (a meno che non ti dimetti, non vai in pensione se sei così fortunato da arrivarci, non vinci un concorso pubblico e cambi ente o, Dio non voglia, tiri le cuoia prima del tempo).
La cosiddetta mobilità non esiste, in pratica. Infatti per quella interna fai domanda e ti mettono in graduatoria ad aspettare per l’eternità; se malauguratamente ti viene l’insano pensiero di chiedere il nulla osta per trasferirti in un altro ente te lo negano, semplicemente perché qui si fanno e si applicano regole che non esistono nella normativa ufficiale (vedasi parere dell’Aran che si è espressa in merito affermando che esiste una legge, il D.Lgs. n. 165/2001, che si applica a tutta la P.A.).

Per non parlare delle discriminazioni fra dipendenti per il servizio svolto in altre amministrazioni, seppure nella stessa P.A., quando si tratta di valutazioni per le progressioni economiche all’interno della stessa area (un quarto di punto rispetto agli altri) o le riqualificazioni tra aree diverse (qui addirittura zero punti).

Se non sono queste gravi violazioni di diritti costituzionali non so cosa siano.

Il poliziotto da remoto

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Una nuova figura si e’ aggiunta alle tante gia’ esistenti nella categoria: il poliziotto da remoto, ai tempi del coronavirus.

Data l’emergenza, si e’ pensato bene di approfittare di un istituto previsto per gli impiegati pubblici, lo smart working, per estenderlo anche alle forze dell’ordine, al solo scopo di svuotare gli uffici, dove gia’ lavorano gli impiegati civili, anziche’ utilizzarli nei servizi istituzionali per la pubblica sicurezza.

Usufruendo gia’ di tanti giorni di ferie, di permessi, congedi straordinari, della settimana corta, dell’orario flessibile, una domanda sorge spontanea: cosa differenzia una tipologia simile di poliziotto (sia ben chiaro che stimiamo e ammiriamo tutti gli agenti quotidianamente impegnati sulle strade ma non certamente quelli che occupano abusivamente una scrivania per svolgere un lavoro essenzialmente d’ufficio e assolvibile per legge dai civili)da un qualsiasi comune pubblico dipendente?

“Controllo”, questa parola sconosciuta.

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Cos’è una democrazia senza controllo? Anarchia. E a cosa porta questo fenomeno? Allo sfascio, in ogni settore. Qualche esempio? Vedi i truffati dalle banche. Dove erano gli organi preposti alla vigilanza? A partire da Bankitalia giù giù fino all’ultimo funzionario addetto alla sottoscrizione di titoli a rischio, ma raccomandati dai  vertici per il loro unico profitto?

E le istituzioni pubbliche? Peggio che andar di notte.

Chi è più responsabile dell’assenteismo se non il dirigente che non controlla i suoi dipendenti? Forse perché il primo a non rispettare le regole è proprio lui.

E poi la Polizia, i Carabinieri e le altre forze dell’ordine che godono di un ampio credito presso i cittadini. Rivolgersi per maggiori ragguagli alla madre del giovane Federico Aldrovandi, ucciso da poliziotti a Ferrara. O a Ilaria Cucchi, sorella di quello Stefano massacrato di botte in una caserma dei carabinieri a Roma. E cosa dire poi della “macelleria messicana” della scuola Diaz di Genova?

Chi aveva il controllo e la responsabilità non ha fatto altro che mentire, depistare, nascondere o manomettere prove, col risultato di fare pure carriera.

Solo l’ostinazione e la ferma e dignitosa determinazione dei familiari è riuscita, ma solo dopo troppi anni e troppa sofferenza, a scardinare il muro eretto dai vertici di quelle istituzioni che, peraltro, continuano a tenere in servizio e ad indossare la divisa chi si è macchiato di un simile delitto.

In una società civile il rispetto delle regole è tutto, quando si devia da questa strada cominciano i problemi che, si badi bene, non riguardano solo alcuni ma prima o poi avranno ripercussioni su tutti.

L’occasione fa l’uomo ladro?

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Sembra proprio di sì, leggendo le ultime notizie riguardanti il Presidente dell’Assemblea capitolina ed esponente di spicco del Movimento Cinque Stelle, De Vito. Infatti, da intercettazioni col suo avvocato questi gli spiegava che una congiunzione astrale simile (si presume si riferisse all’alto numero di voti presi ed alla prestigiosa carica ricoperta) era un’occasione unica che mai più si sarebbe ripresentata (e quindi l’implicito invito a trarne il massimo vantaggio personale). E, a quanto pare, il suggerimento sarebbe stato accolto. Ma cosa distingue un grillino dagli altri esponenti politici? La forte determinazione di espellere subito le mele marce senza manfrine da finti garantisti che si nascondono dietro il famigerato ultimo grado di giudizio.  Come afferma giustamente il Presidente del Consiglio Prof. Conte il M5S ha gli anticorpi necessari per restare estraneo all’illegalità diffusa e, solamente a parole, combattuta dalle altre forze politiche.