La mia community

Appartengo con orgoglio alla risicata schiera di persone che ancora comprano i giornali. In virtù di questa consuetudine, i cui albori sono così lontani nel tempo da crearmi qualche imbarazzo, riconosco un articolo ben scritto fin dalle prime battute e per converso so quando è il caso di voltare pagina senza indugi. Anche chi scrive su Libero scrive articoli, benché i senior tra noi si ostinino a chiamarli post.

A seguito della morìa di blogger, una decina d’anni or sono, la reazione alla diaspora delle menti che avevano goduto di un buon riscontro di pubblico si manifestò con un florilegio di coccodrilli in senso giornalistico. La frase più abusata era: se ne vanno sempre i migliori (non il massimo se si tiene conto che la formula testé espressa attiene ai cari estinti). Ma non è questo il punto. In effetti alcuni utenti che a pieno titolo avrebbero potuto figurare nelle scuderie di prestigiose case editrici, andarono via sbattendo la porta, in aperta polemica contro certi meccanismi di Libero. E questa è storia. Ma tornando ai giorni nostri, va detto che ci sono ancora dei blog ben scritti dei quali, per questioni di opportunità, non farò i nomi. Mi limito solo a dire che oltre al blog che commento con assiduità, e non solo per i meriti autoriali – che l’affetto e la stima possono molto in tal senso – ce ne sono altri tre che meriterebbero la ribalta, che però viene puntualmente negata dal sistema: due sono a firma femminile, uno è redatto da un uomo molto competente in materia politica e sociale. Ed è proprio la ribalta, ovvero il criterio attraverso cui la redazione seleziona gli articoli da mettere in evidenza a suscitare le mie perplessità. Perché si può scrivere di peli sotto le ascelle, culi al vento e maschi con la gonna purché si argomenti in maniera godibile e sensata. E non con lo stesso coinvolgimento emotivo con cui si stila la lista della spesa.