Un resto d’estate

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CLAUDINE

Mi sembrava che qualcosa di incongruo occhieggiasse nel chiarore caliginoso dell’alba; ma era solo un avanzo di sogno pronto a restituirmi con nitore gli scogli a pelo d’acqua e il bar della spiaggia sul limitare della macchia mediterranea. C’era anche Andrea con la stessa aria di sempre, quella di chi, avendo limato le proprie, è pronto a farsi carico delle asperità altrui.

  • Una moneta per i tuoi pensieri.
  • Ma io non sto pensando a niente.
  • E invece sì, sembravi su un altro pianeta.
  • Ok, se lo dici tu…comunque quando me lo chiedi i pensieri svaniscono, lo sai.
  • No che non lo so, io non penso mai o perlomeno non nella misura in cui lo fai tu che ti porti Socrate in spiaggia.

Ed eccola, servita su un piatto d’argento, l’ennesima cavolata di Andrea, Io non penso mai. Ma se non faceva altro che pensare a me! Glissai e continuai:

  • Che c’entra, quello è per capire.
  • Che cosa?
  • Me stessa, gli altri, le cose che cambiano anche se sembrano le stesse.
  • Uhm…e noi siamo cambiati?
  • No, noi siamo sempre gli stessi, come questi ombrelloni che sembrano piantati nel cemento.

Conoscevo Andrea quanto bastava per indovinare a cosa stesse pensando; in realtà più che pensare dubitava di quel “noi” in ragione “del substrato scontroso” che a suo dire mi connotava; ma non l’avrebbe confessato. Evitava gli scontri diretti da quando una sera in cui  avevamo bevuto più del lecito, gli urlai :

  • Ma la smetti di essere sempre compiacente con me?
  • Se pensi che ti stia leccando il culo ti sbagli.
  • No, non mi sbaglio, lo so per certo perché non riesci a guardarmi negli occhi e si vede lontano un miglio che sei in difficoltà, vorresti ma non dici, hai paura…

Mi interruppe, voleva fare il duro ma non gli riusciva bene.

  • E sentiamo di cosa avrei paura, di te? Lasciamo perdere che è meglio, sono stanco.
  • Non sei stanco sei ubriaco…comunque sì, lasciamo perdere e per favore non essere volgare, lo sai che non lo sopporto.
  • Ma certo, la signora non sopporta la volgarità, be’ mi dispiace ma non me ne fotte un cazzo e per dirla tutta non ti leccherei solo il culo ma anche qualcos’altro nei paraggi.
  • Andrea smettila, non ti sopporto più! Ma ti senti come parli? E comunque è inutile alludere a  geografie improbabili, stasera non te la do, non provare neppure ad avvicinarti a me.

La guerra era dichiarata. A modo mio amavo Andrea ma non mi capacitavo del fatto che si lasciasse sopraffare dalle illusioni e io ero una tra quelle: covavo da sempre una febbre che mi precedeva, un vizio di forma che intimoriva chiunque ma non lui, che lo trattava come un male necessario sperando di conferirgli innocenza.

Era già un resto d’estate quando propose:

  • Stasera vino bianco e frutti di mare, ti va?
  • Perché no, ma a una condizione: io, te e la finestra aperta sulla notte.
  • Affare fatto. Nel frattempo togliti quell’espressione sfingica dal volto, se puoi.

Tra i misteri della natura c’è quello di appartenersi per un po’. Alla finestra aperta sulla notte, seguirono sere di corpi svogliatamente amorosi con qualche lampo di regressiva bestialità, ma i giochi erano fatti e lasciai le mie chiavi sul tavolo in cucina. Prima di andare avrei voluto chiedere: sei stato davvero felice con me, Andrea? Ma non lo feci perché in fondo conoscevo già la risposta.

ANDREA

Se me l’avesse chiesto, le avrei risposto: “No, non come pensi. Perché so di non essere, o non riuscire ad essere, quello capace di realizzare la tua “felicità”. Quando ci si ama, la felicità è plurale. Come potrei essere completamente felice sapendo di non riuscire ad essere quello che è la tua completa felicità?… forse la domanda giusta è ‘pensi di aver avuto culo con me, Andrea?’… sì, amarti e averti è aver avuto un gran culo. Essere felice è sapere di essere la felicità di chi ami.”
Prima che chiudesse la porta alle spalle, la tenni per il braccio. La baciai. A bocca aperta. Labbra e lingua. La riportai dentro. Lei, senza staccarsi, chiuse la porta e non fece nulla per impedirmi nulla. Non ci negammo l’orgasmo del cielo appena iniziato. La tenni poggiata alla parete, senza smettere di baciarla. Claudine sbottonò un bottone della camicetta sospendendo per un attimo il fiato e solo allora lasciai le sue labbra scendendo con le mie sul suo seno. Glielo baciai sbottonandole altri due bottoni. Con la lingua le accarezzai forte i capezzoli entrandole la mano fra le cosce accarezzandogliela. Così senza scoprirgliela. Col filtro del tessuto. Averla negli occhi, averla in bocca, averla fra le dita. Fino all’umido di lei, quando gliele sfilai con la sua complicità. Attaccata al muro. Amandola come l’amavo io ma, stavolta, con dentro la paura di perderla. Una paura che lei non aveva mai sentito così vera. Stavolta Claudine, nelle labbra e in quelle dita avrebbe potuto sentire qualcosa di nuovo. Qualcosa che non le avevo mai fatto sentire. Non l’anonima necessità di sesso, ma la necessità di lei. Quella necessità che, occhi negli occhi, centimetro dopo centimetro le entrai nella carne tenendola inchiodata a me. Amata come non l’avevo mai amata. Con la paura nelle vene. Le mani aperte sulle sue guance, le dita nei capelli. La tenevo e, stavolta, le chiavavo anche l’anima. Dolce, intenso e un po’ perduto. Fino a sollevarla in braccio. Poggiata con le spalle al muro. Claudine si abbracciò a me e si lasciò chiavare così. Di sicuro, neanche stavolta mi amò, forse mi volle solo bene fino a quel “vienimi dentro e restaci” che mi disse in bocca. Nell’affanno del respiro. Stringendomi i capelli. Almeno credo o, forse, m’illudo.

CLAUDINE

“Ogni storia ha almeno due finali possibili”, pensò mentre già dava le spalle al portone di Andrea. Escludendo quello accompagnato dalle campane della chiesa, restava l’altro, quello a cui era adusa. Cercando di ridare dignità alla camicetta, notò che aveva un bottone in meno. Provò a indovinare se l’aveva perso mentre Andrea la teneva inchiodata al muro. Ma da quanto in qua pensava di poter protocollare la passione?

ANDREA

Poi andò via. Lasciando le sue chiavi, ma portandosi dietro, invece, l’alibi delle sue paure. Quello col quale mascherava il privilegio della sua solitudine. Quel privilegio di cui aveva fatto il suo castello inviolabile. Quel chiudersi il ponte levatoio alle spalle lasciando a me d’inventarmi il modo di farla tornare. Quel suo lasciare gli altri con un amore a metà. Quella metà che era pure truccata perché la sua era bella piena di certezze, la mia invece era quella piena di dubbi. Quella dove non decidevo un cazzo ed al mio cuore ed al mio cazzo non potevo dargli risposte. E quando mi chiedevano “domani?”, dovevo dirgli “forse”, e quando mi chiedevano “Claudine tornerà?”, dovevo dirgli “non so”.

CLAUDINE

No, tornare indietro non era nelle mie corde e così gli feci recapitare un cd che conteneva un unico brano di Carmen Consoli; ebbi cura di allegare il testo scritto di mio pugno in cui avevo evidenziato questi versi:

Ricordo come fosse ieri il nostro primo incontro
Tu eri un po’ ubriaco e intento a fare colpo
Parlavi di finanziamenti a tasso agevolato
Cessioni, transazioni e ahimè ricerche di mercato
Ah voglio vivere così,
Col sole in fronte
L’amore ai tempi dei miei nonni era sognante
Tra di noi regnava un’ostinata consuetudine
Una sintonia imperfetta.
Tra di noi regnava una profonda solitudine
La forza di inerzia
Una sintonia sommersa…

L’ostinazione di vivere come se tutto fosse a posto era pateticamente intollerabile.

ANDREA

Le rose e le chiavi non avevano funzionato. Che non avrebbero potuto funzionare, lo avevo capito grazie a quel CD che non avevo nemmeno provato ad ascoltare. Mi era bastato leggerne il testo. Lo lessi due volte e non perché fosse necessario, ma solo perché nella prima lettura mi ero lasciato distrarre dalla sua calligrafia. Era proprio come la sua voce. Com’era lei nel suo insieme. Personalità, carattere, elegante. E Chiara.
In effetti avevo detto una stronzata quando dissi che Penelope era il suo secondo nome, perché il suo secondo nome era Chiara. Le calzava come una placenta.
Smisi di distrarmi e rilessi. Mi soffermai su quelle parole che erano i titoli di coda di un amore che non era mai riuscito ad esser tale ma era solo un’ostinata consuetudineuna sintonia imperfettauna profonda solitudine che si trascinava per inerzia. L’ostinazione di vivere fingendo di non vederne le macerie. Aprii la mano, la poggiai sul testo. Strinsi ed accartocciai.

CLAUDINE

È così che si va incontro al fato, con un bottone in meno e un foglietto accartocciato?

¥

(Questa non è una storia di buoni sentimenti; tuttavia la vena di cinismo che  la percorre non è da intendersi quale strumento di vilipendio dell’amore. Accade che l’amore viva e si esaurisca nello spazio di un pomeriggio, cionondimeno nel ricordo sopravvive come assoluto affidato all’eternità).

Crepuscolare

lilian_harris   20 giugno 2019   4 commenti su Crepuscolare
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Ma non sei stanca di potare le rose?”, esordì sfrontato malgrado sapesse che quella era la mia vita e non me ne sarei dissociata per sentirmi meno inadeguata ai suoi occhi.

E come potrei? Guardale nella loro compiutezza e poi dimmi se le tue avventure mirabolanti non fanno di te un B-movie al cospetto dell’epicità di una rosa”.

Gli parlavo così, aulicamente e per dispetto, con malcelata ironia. Non era tipo da accettare il proprio nome in calce a una pagina ma io  sì, e coltivare rose non era un pensarsi insufficienti come credeva. Tuttavia lo amavo di un amore che necessità dell’alterità per sentirsi vivo, e si inventa la felicità.

Stasera potrei apparecchiare con un bel mazzo di rose…”.

L’esteta sei tu ma non usare quelle gialle, mi ricordano il giardino di mia madre“.

Andrea non aveva ancora preso il diploma di funambolo degli affetti  per cui, sgraziato come un adolescente alle prime grandi manovre del cuore, scegliendo me aveva escluso la madre per vecchie ruggini che uno strizzacervelli avrebbe liquidato come acidi mal secreti dal cervello e ora, con animo votato all’assolutezza, misurava il mondo separandolo in categorie che poggiavano sulla logica degli opposti, bianco o nero, sole oppure neve come se l’armonia dell’eterogeneità gli fosse stata preclusa per decreto.

Ora, che i ricordi si colorino di rimpianto o malinconia e perché no, anche di amarezza, a me importa poco; ciò che conta è la pluralità delle emozioni e se parti infinitesimali del mio cuore si sono sedimentate negli interstizi del tempo  deflagrando nell’insensatezza delle scelte, io so che la grammatica del cuore è un atto di fede contro l’illecita ingerenza della memoria.

La dinamica perversa della gelosia

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“Chi è Michael?, chiede Gabriel alla moglie. “Un ragazzo morto quando aveva solo diciassette anni. Non è terribile morire così giovani?”, risponde Gretta. “E come è morto?” chiede ancora Gabriel. “Credo che sia morto a causa mia. Mi aveva attesa per ore sotto la pioggia”.

James Joyce

Ora che il tempo mi ha resa più saggia e letargicamente accomodante, sorrido delle contorsioni mentali che destinavo alle relazioni d’amore; ero votata all’assolutezza perché mi sembrava che quello fosse l’unico modo per dare un senso alla mia esistenza. Tuttavia per indole, e per la persistenza di un senso di irrisolto, continuo a indugiare nel dubbio perfezionando il metodo, ché l’esasperazione grottesca delle insicurezze non produce nulla di buono.

Il punto è che nelle coppie viene a mancare, senza ragione apparente, una morale condivisa con la conseguenza che ciò che per l’altro è un diritto, per me è inautenticità, spesso accompagnata da un brusio che mi stringe il cuore.

Metamorfico, l’amore

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Come a voler ribadire che la chiarità non era la mia cifra, disegnavo un broncio intorno alle labbra dopo che la legge dell’amore, quella che increspa anima e pelle, aveva fatto il suo corso. Mi davo a lui per sottrazione affinché diventassi la sua droga, letale nel momento in cui avesse cercato nuovi umori a marcare il territorio come fanno i cani. Non era un vezzo, o lo era solo per metà, editare frasi in lode della fuga che pronunciavo con accenti faustiani per essere credibile e non ridicola. Funzionava.