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Creato da braulink il 28/11/2005

Avasinis -UD- 2.5.45

Ragionando sul come e sui perché di una strage nazista

 

Avasinis, le commemorazioni per il 67° anniversario

Post n°117 pubblicato il 02 Maggio 2012 da braulink
 
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Il Comune di Trasaghis ha ricordato il 67º anniversario dell’eccidio di Avasinis, costato la vita a 51 tra donne, bambini e anziani  per mano di un reparto delle SS il 2 maggio 1945.
Quest’anno le manifestazione proposte hanno avuto una significativa anteprima alla vigilia dell’anniversario,  nella chiesa parrocchiale,  con la  recita del monologo storico-civile “Un bel posto tranquillo”, scritto e proposto da Elena Vesnaver. Si è trattato di una rappresentazione che rievoca la terribile vicenda dell’eccidio di Avasinis immaginando che essa venga filtrata attraverso gli occhi di una bambina, Tina, una superstite dell'eccidio che si trova a vivere la sopravvivenza come sorta di colpa senza soluzione, nell'eterno chiedersi "perchè" e interrogarsi sul senso delle responsabilità e della reazione alle offese. Lo spettacolo, che è stato finalista al premio “Per Voce Sola 2009” e ha ricevuto la menzione speciale dell’Istituto di Storia della Resistenza di Cuneo come migliore testo a contenuto politico e sociale, è stato seguito con commozione e intensità.
Al termine dello spettacolo, l’amministrazione comunale ha proposto lo  scoprimento di una targa commemorativo-descrittiva dei dolorosi fatti che, posta all’ingresso del monumento-memoriale,  destinata  quindi in primo luogo a informare quanti conoscono poco o nulle quelle lontane vicende.  Dopo l'introduzione del Sindaco Augusto Picco, è intervenuto lo studioso di storia locale Pieri Stefanutti che ha ricordato i passi sostenuti (attraverso ricerche, pubblicazioni, audiovisivi) per informare ed inquadrare correttamente nel suo contesto quelle vicende.
Mercoledì 2 maggio, alle 10.30, è stata  celebrata da don Giulio Ziraldo una santa messa in suffragio alle vittime. Terminata la celebrazione eucaristica, alle 11.30 la cerimonia si è spostata i nell'attiguo cimitero monumentale dedicato ai “Martiri del 2 Maggio 1945” dove si è svolta la Cerimonia ufficiale con l’intervento del sindaco Augusto Picco, della signora Adriana Geretto, presidente dell'associazione vittime civili  e del consigliere regionale Alessandro Tesini al quale è stata affidata l’orazione ufficiale. Tesini, nel suo intervento, riallacciandosi alla significativa presenza alla commemorazione delle associazioni di partigiani e d'arma e delle scolaresche, ha invitato a trovare nella contemporaneità motivi di attuazione pratica del messaggio che può venire dalla rilettura di queste vicende, attraverso un serio e quotidiano impegno in favore della libertà e del superamento della violenza e  delle diseguaglianze sociali.

 
 
 

Addio a un altro testimone dei fatti di Avasinis: Catin di Barbin

Post n°116 pubblicato il 02 Maggio 2012 da braulink
 
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Il primo maggio ci  ha lasciati Caterina Di Gianantonio, "Catin di Barbìn", che dei fatti del 2 maggio di Avasinis aveva lasciato una lucida testimonianza nel video "Luogo della Memoria". Catìn,  pur abitando lontano, ogni anno ritornava nel paese natale per la commemorazione delle vittime e, anche per questo, è stata ricordata con commozione nell'intervento del Sindaco durante la commemorazione ufficiale.

 

Riproponiamo pertanto la sua testimonianza rilasciata ai curatori del video:

Non dimenticherò mai quella giornata...Il 2 maggio eravamo sul ponte vicino alla latteria, c'erano uomini che discutevano... alcuni dicevano che non sarebbe successo niente, altri avevano timore per la ritirata. Mio zio, il "Sara" non ha voluto andarsene; mio padre, mio fratello Giovanni e mia sorella Romana sono invece salite in montagna, Ta Pala, con le mucche. Io e mia sorella Orestina abbiamo deciso di restare in casa con la nonna. Mia sorella diceva di partire anche noi, eravamo giovani, c'erano dei pericoli, durante la ritirata...- Possibile? - dicevo io. I tedeschi avevano già fatto almeno tre rastrellamenti, ma i civili non li avevano mai toccati. Siamo ritornate sulla piazzetta, dove abbiamo incontrato don Zossi che ci ha invitate a recitare una litania, lì di Ana di Gèa. Poi ci ha mandati ognuno a casa propria, raccomandandoci di non uscire; si era già sentito un colpo di mortaio. Siamo tornate verso casa con la Mariuta di Edoardo e le sue figliolette. Le bambine erano contente...Appena arrivate in casa, abbiamo sentito degli spari. Nel frattempo, i partigiani Pizzato e Valentino Morcja si sono avviati per fronteggiare i tedeschi. Hanno detto:- Andiamo almeno noi a fare in modo che non entrino in paese! Solo in due, cosa potevano fare? I tedeschi avevano già l'intenzione di entrare....Mia suocera stava lavando le vasche del latte alla fontana; da una finestra le abbiamo parlato. Lei ci ha detto:- Andate, voi, che siete giovani, andate in montagna, scappate: non si sa cosa può succedere se entrano i tedeschi! A un certo punto vedo Giuseppe Braulinese entrare ferito in casa. Dico a Mia:- Guarda, mi pare che il Nese sia pieno di sangue...- Impossibile! - dice lei. In quel momento compare il soldato, il viso coperto di frasche, il mitra puntato. Mia gli chiede:- Dove volere andare? In montagna? - e indica il sentiero. Senza dire nulla, quello le ha sparato in testa. Mia nonna, a vedere questo, voleva scendere a rimproverare il soldato ma l'abbiamo bloccata. Il soldato ha sparato una raffica in una casa, poi è andato in quella successiva ed ha ucciso due vecchi, i Venturini. Poi è tornato indietro, è entrato in un'altra casa. Nella stalla erano riunite una ventina di persone: li ha uccisi tutti! Si vede a scappare la Pele [Pellegrina Schiratti], col bambino in braccio: le hanno sparato ed è finita distesa a terra, morta. Il bambino sgambettava, era ancora vivo. Non si poteva uscire per aiutarlo.. Poi il soldato è andato verso la canonica dove ha ucciso ancora. E' stato uno solo, "il boia", a fare tutti quei morti. Avanzava deciso, con l'elmetto e il volto coperto da frasche, la tuta mimetica; l'ho seguito con gli occhi sin nella piazzetta. Evidentemente, però, non era solo: su nel Cjanal ci deve essere stato uno che ammazzava solo uomini. La nonna del Sara, per esempio, non l'ha toccata, mentre ha fatto uscire lui e lo ha ucciso; Nan dal Titin [Giovanni Orlando]è stato ucciso ugualmente... Dopo hanno invece iniziato a radunare gli uomini e a rinchiuderli in una stanza. Le due Anna le abbiamo sentite a urlare, ma non le abbiamo viste.

Qualche tempo dopo sono arrivati dei cavalli; io ho detto:- Almeno fossero quelli della Todt con cui ho lavorato! Quelli non ci farebbero del male! Mia sorella era assai preoccupata, mi si attaccava addosso, disperata. Andando a chiuderci in una stanzetta, io cercavo di consolarla dicendo che almeno avevamo vissuto mezz'ora più degli altri... Sentivamo i lamenti del Nese e della Caterina...I cavalli saltavano i due corpi distesi per terra ed io pensavo che le bestie avevano avuto più rispetto degli uomini; poi è arrivato un militare, ha raccolto il bambino e lo ha portato in una casa, dove c'erano anche due bambini della Mariuta. Hanno anche tirato da parte il corpo della nonna, la Pele. Non si sentiva più a sparare...Sul far della sera ho visto arrivare una ragazza accompagnata da un militare: diceva che, se non avesse trovato nessuno, avrebbe chiesto di essere riaccompagnata dai parenti. Ho detto a mia sorella che doveva trattarsi di un soldato buono, a comportarsi così. Io sono uscita fuori a vedere sul terrazzo, mentre mia sorella era ancora piena di paura. Il soldato (parlava abbastanza bene l'italiano, doveva essere croato) ha detto:- Coraggio signorine, che è tutto finito! Io trovare lo stesso a casa mia, solo disastri. Uno solo, scellerato, ha combinato tutto questo! Era un atroce criminale! Ora rimanete qui, fin quando ritorno...Poi, avendo visto il corpo di "Mia" per terra e credendo che fosse mia madre, si è fatto consegnare una coperta, ha spostato il corpo e vi ha messo la coperta sopra. E' stato l'unico cadavere lasciato per strada, gli altri li hanno tutti portati via, nelle rogge, anche quelli delle due ragazze. Poverette, le abbiamo viste entrare. Alla prima un tedesco ha detto "Komm", lei tutta spaventata si è rivolta alla sua amica. Anna, la più grande, le ha risposto: - Non avere paura, vengo io ad aiutarti, ci chiameranno solo per far loro da mangiare...Le abbiamo solo sentite urlare... debbono averle trucidate. Sono andata poi ad abitare in quella casa e, per anni, nonostante passassi il pavimento con la varechina, le macchie di sangue ricomparivano! Dopo una mezz'ora il tedesco è ritornato e ci ha detto:- Tutto finito! Chi ha fatto tutto questo è già stato punito! Non preoccupatevi più e rimanete qui, fino al mio ritorno! Gli abbiamo chiesto del bambino, il nipote della Pele e lui ha risposto di averlo portato al sicuro, assieme a due altri bambini sopravvissuti, e di aver anche portato loro del formaggio. Ci ha anzi chiesto del pane, per portarlo ai bambini (anche al giorno d'oggi quel bambino ricorda di questo pane che gli ho mandato) e poi del formaggio e dell'acqua. Ha aggiunto anche di avere portato un secchio d'acqua ai due coniugi, i Braulinese, feriti gravemente. Ci ha ribadito di non muoverci:- Guai se il mio comandante lo viene a sapere! Io faccio tutto questo senza che nessuno lo sappia. Intanto portavano tutti i cadaveri nella roggia di Bearç, solo mia suocera è rimasta. L'indomani è tornato il soldato a dirci che potevamo uscire e allora siamo andate subito dal Parroco, che ci ha dato una cassetta da pronto soccorso per andare a soccorrere i feriti, dato che avevamo imparato a fare le iniezioni e a medicare. Siamo andate subito dai Braulinese: lui aveva il cranio con la pelle sollevata, l'inguine tutto insanguinato... chiedeva di essere soccorso, chiedeva della Pele, l'infermiera, chiedeva di essere portato all'ospedale... Lei aveva una ferita al petto, sotto al letto c'era una enorme macchia di sangue, chiedeva di non essere lasciata sola... è morta poche ore dopo. Lui è stato portato in canonica, dove erano stati raccolti tutti i feriti. Il Nese, ferito, ci diceva:- Ragazze, vi ringrazio del bene che avete fatto, non lo scorderò mai, pregherò per voi, ve lo assicuro...

Così è trascorsa la giornata cruciale...In questo piazzale ci sono state 23 vittime: noi siamo state come miracolate. Quando mio padre è venuto giù dalla montagna, a trovarci vive, è rimasto assai meravigliato. Quelli che salivano in montagna incrociavano quelli che scendevano e nessuno aveva il coraggio di raccontare con precisione quello che era successo. La mamma della Minuta, con la gerla, era arrivata su ancora di notte, a dire :- Laggiù non c'è più un solo camino che fuma, hanno ammazzato tutti! Poi è cominciata la ricerca dei corpi, nei cortili e nei fossati: c'era caldo e con le assi è stata fatta un'unica fossa, dove sono stati messi tutti i corpi allineati. Tutta la nostra gioventù è passata in mezzo alla guerra...Gli altri soldati erano di nazionalità diverse: tedeschi, italiani, friulani. Alcuni poi sono stati presi e uccisi, davanti all'osteria. Erano italiani, repubblichini. Ormai la guerra stava finendo e si mettevano assieme ...Qualcuno mi ha detto: "Signora, eran peccati vecchi". Ma quali? Ognuno è solo con la sua coscienza.Abbiamo visto sicuramente cose che non andavano fatte: ma è la guerra a portare a questo, è la rovina di tutte le coscienze.


Intervista del 2005 a cura di Renata Piazza e Walter Rodaro - ampi stralci dell'intervista sono riprodotti nel video "Avasinis, luogo della memoria" di Dino Ariis (Comune di Trasaghis, 2006)

 
 
 

Avasinis, 1-2 maggio: il programma delle commemorazioni

Post n°115 pubblicato il 26 Aprile 2012 da braulink
 
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Strage di Avasinis: ricordo delle vittime Mercoledì 2 maggio cadrà il 67° anniversario della strage di Avasinis: in quella mattinata del 1945, una squadra di SS penetrò in paese e compì una strage indiscriminata che provocò 51 vittime innocenti tra la popolazione civile. Ininterrottamente, dal 1946 ad oggi, la gente di Avasinis e del Comune di Trasaghis ha mantenuta viva la memoria di quel doloroso episodio, partecipando in maniera sentita all’annuale cerimonia commemorativa a ricordo delle vittime. L’attenzione al significato del “senso della memoria” si è vista confermata anche dalla costruzione, negli anni '90, di un monumento-memoriale sul vecchio cimitero ove sono state sepolte le vittime dell’eccidio e dalla pubblicazione del diario di don Francesco Zossi, parroco dell’epoca e protagonista diretto di quelle vicende, nonché dalla realizzazione di documentari video, iniziative tutte promosse dal Comune.Quest’anno le cerimonie prevedono due momenti significativi distinti. Nella serata del primo maggio, alle 20.30, si avrà nella chiesa parrocchiale la presentazione del monologo "Un bel posto tranquillo", scritto e recitato da Elena Vesnaver: una "rilettura" scenica del senso dell'eccidio attraverso le parole e le impressioni attribuite a uno dei superstiti, "costretta a vivere la sopravvivenza come una sorta di colpa senza soluzione". Seguirà, davanti all'ingresso del monumento-memoriale, lo scoprimento di una targa commemorativa tesa a sintetizzare il contesto storico di quelle lontane vicende.Mercoledì 2 maggio si avrà la celebrazione di una Santa Messa, alle 10.30, nella chiesa parrocchiale, seguita, alle 11.30, dalla deposizione di una corona d’alloro al monumento sacrario. La commemorazione ufficiale prevede gli interventi del sindaco di Trasaghis Augusto Picco e del dott. Alessandro Tesini, già presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.

 
 
 

La testimonianza di Modesto Di Gianantonio sui fatti di Avasinis

Post n°114 pubblicato il 13 Febbraio 2012 da braulink
 
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Sul Notiziario Comunale di Trasaghis n. 3 del 2011 è  stato pubblicato un corposo inserto con la testimonianza di Modesto Di Gianantonio relativa a tutto il periodo della guerra: è intitolato infatti "Avasinis dall'8 settembre 1943 all'eccidio del 2 maggio 1945". 

L'autore, testimone diretto dei fatti, precisa sin dalle prime righe la finalità dello scritto, "Va pertanto resa testimonianza di tutte le sofferenze, i sacrifici, le privazioni, i dolori, gli odi e le vendette subiti sulla propria pelle da tutti, senza esclusione di nessuna delle parti in conflitto, perché questo è il prodotto che le guerre generano, con l'auspicio che queste guerre non abbiano più a oscurare la pace conquistata ad un prezzo cosi duro." Sottolineando anche la legittimità e la doverosità dell'intervento: " Ora sono passati più di sessant'anni e penso sia caduto ogni pregiudizio e che l'argomento non urti la suscettibilità di qualcuna delle parti in causa, come non vorrei che qualcuno mettesse in dubbio la mia verità a causa della mia età o per il troppo tempo trascorso che potrebbe avere oscurato la mia memoria. Niente di tutto questo perché né il tempo né la memoria hanno offuscato la mia lucidità.". 

La ricostruzione storica parte dalla incerta situazione seguita all'armistizio dell'8 settembre per poi  descrivere le fasi dell'avvio della Resistenza in zona,  in primo luogo con i garibaldini del Battaglione Matteotti e con gli osovani provenienti dalla Val d'Arzino. L'autore elenca diversi fatti  che hanno visto protagonisti i partigiani, sia  dimostranti il coinvolgimento corale (l'assalto  alla polveriera di Osoppo, il rifornimento di generi alimentari per la popolazione)  sia  quelli ritenuti  maggiormente invisi  alla gente (prelievo di generi nelle famiglie per il sostentamento dei reparti in montagna, uccisione di persone ritenute spie al soldo del nemico).

La testimonianza segue poi, cronologicamente, le fasi dell'attacco alla zona libera di inizio ottobre 1944, l'avvio dell'occupazione cosacca  e il funzionamento delle organizzazioni paramilitari tedesche, come la Todt e la Enzian, con interessanti notizie frutto della esperienza diretta).

La parte più corposa della ricostruzione riguarda, come comprensibile, le concitate ore dell'eccidio del 2 maggio. Più volte l'autore, che pur tende a evidenziare il ruolo avuto dalla Gap,   sottolinea come  non sia sufficiente la tesi di un improvvido attacco partigiano a una colonna in ritirata a giustificare lo svolgersi dei fatti: "un'altra colonna, proveniente non si sa da dove, ma dì sicuro passante lungo la strada Statale N° 13, si diresse verso Trasaghis. Secondo alcuni, la colonna aveva deviato la sua marcia a seguito di un attacco dei nostri partigiani; questo è quanto si dice, ma non corrisponde alla realtà dei fatti. Attraversato il Tagliamento, superato il paese di Braulins e giunta indenne a Trasaghis, senza incontrare nessuna resistenza di nessun genere, si installò, nel pomeriggio, in località  Montisel. altura strategica per il controllo dell'intera piana di Avasinis. unico paese abitato, per passarvi la notte. Questo fatto non poteva non mettere in allarme la gente di Avasinis, che ritenne anacronistico che un reparto in ritirata, con il nemico alle spalle, si permettesse di bivaccare una notte senza proseguire a marce forzate verso il confine, passando per Tolmezzo.

Con il sospetto che dietro a questa decisione del nemico si nascondesse dell'altro, memore di quanto era successo il 2, 3 e 4 ottobre 1944. senza alcuna indicazione da parte partigiana, lavorò per tutta la notte a trasferire generi e suppellettili in montagna", " Alcuni sostengono, anche se non trovano riscontri, che il reparto responsabile dell'eccidio di Avasinis avrebbe sostenuto un attacco partigiano sulla strada nazionale N° 13 all'altezza, un po' prima o un po' dopo, dell'innesto con la strada che porta a Trasaghis prima e a Tolmezzo poi. Evidentemente quella strada era talmente intasata da un consistente movimento di truppe tedesche ormai in ritirata verso il confine, tanto da capire perché quel reparto, anche a causa dell'ipotetico attacco subito, abbia preferito deviare il percorso verso Tolmezzo. Ma non è cosi, perché quel reparto non ha subito ostacoli da parte partigiana ed è arrivato, partito non si sa da dove, né si conoscono le sue generalità di appartenenza, ben determinato e ben deciso su Trasaghis.

Diversamente quel reparto non avrebbe pernottato in quel luogo, ma avrebbe proseguito per Tolmezzo e quindi per il confine, come aveva fatto la colonna che aveva attraversato il territorio del comune il giorno precedente, tenendo anche conto che aveva già gli alleati alle spalle. La sua meta era Avasinis, dove pare avesse dei conti da saldare, tant'è che la mattina dopo, 2 maggio 1945, si mosse verso quel paese con risolutezza e uomini e mezzi adeguati per affrontare eventuali resistenze, che però non c'erano. ",  " II famigerato reparto delle S.S. tedesche, anche se non sì poteva definire reparto un gruppo composto da sbandati raccogliticci, di varie etnie e nazionalità e provenienti da reparti diversi tedeschi, italiani, spagnoli, friulani, veneti e altoatesini, superò l'inesistente difesa. Un vero branco di criminali, invasi da follia omicida, spinti più dalla vendetta che da un atteggiamento di difesa che qualsiasi reparto militare in fuga, tallonato dal nemico inseguitore, avrebbe assunto, senza guardarsi attorno. No, a questi energumeni non interessava altro che punire mortalmente una popolazione pacifica, per vicende di guerra ad essa non imputabili. Per questo entrarono nel paese, assetati di sangue, si accanirono con le armi da fuoco contro chi capitava a tiro: bambini, anche in tenera età, vecchi e donne, senza provare un minimo di pietà o rimorso. Finirono sotto gli spari delle loro armi quanti trovarono per strada, nelle case o nascosti in qualsiasi luogo. ". 

In conclusione, Modesto Di Gianantonio sottolinea con amarezza il dolore vissuto dalla sua generazione, auspicando, nelle nuove generazioni, l'adozione di atteggiamenti di rispetto e conoscenza nei confronti di  quei fatti, ormai lontani: "La generazione che ha vissuto e testimoniato questi dolorosi avvenimenti della storia del nostro paese sta per concludersi, nella speranza che le generazioni a venire portino avanti con orgoglio la memoria ed il ricordo imperituri dì questi nostri sventurati fratelli che dalla vita non hanno avuto che emigrazione, miseria e povertà. Le loro aspettative di libertà e di giustizia erano a portata di mano, ma il destino crudele non ha voluto gratificarli dal riscatto delle loro misere condizioni di vita".

 
 
 

Addio a un altro testimone dei fatti di Avasinis: Nena di Fracas

Post n°113 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da braulink
 
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Se ne è andata anche  "Nena di Fracas", Elena Rodaro di Avasinis, una dei pochi testimoni di quel tragico eccidio del 2 maggio 1945.  

La sua testimonianza è stata raccolta in una videointervista del 2005, effettuata  a cura di Renata Piazza,   Walter Rodaro e Pieri Stefanutti:  ampi stralci di quell'intervista sono stati riprodotti nel video "Avasinis, luogo della memoria" di Dino Ariis (pubblicato dal Comune di Trasaghis nel  2006)

In una lucida rievocazione, Nena ricordava innanzitutto l'arrivo delle SS in paese: "Quando sono entrate le SS, i partigiani hanno sparato qualche colpo dall'alto. Entrati in paese, non hanno fatto interrogatori: hanno iniziato a sparare contro chiunque avessero incontrato" e poi citava alcuni dei tanti casi di violenza:  "In una stanza erano rinchiusi una quindicina di persone, tra uomini e donne: le SS hanno fatto fuoco a bruciapelo contro tutti.

C'era una donna che aveva appena fatto il formaggio: l'hanno uccisa subito, senza fare nessun interrogatorio. Più avanti hanno fatto fuoco in una stalla dove erano andati a rifugiarsi diversi: se ne sono salvati solo due. Dopo sono entrati in canonica dove hanno ucciso a bruciapelo le famiglie che erano lì e hanno ferito il parroco che si è finto morto imbrattandosi col suo sangue. Poi hanno proseguito, uccidendo chiunque incontrassero. Hanno quindi portato una trentina di corpi in una roggia con dei carretti, altri ne hanno buttati sotto il ponte del Cjanal..." 

Raccontava poi della straziante ricerca dei corpi degli uccisi, sinistramente nascosti dagli assassini: "Non si trovavano i cadaveri...... Mia madre cercava mia sorella come una disperata, ma non la trovava. Era stata mia suocera, che era rimasta nascosta nel solaio, a dirle che aveva visto i tedeschi caricare i corpi sui carretti e portarli lontano. Si vedevano solo i piedi e le braccia spuntare, li avevano coperti. Pensavamo li avessero portati al cimitero e infatti mia madre, mio fratello e la moglie di Vittorio sono andati a cercarli prima in cimitero, ma non c'era nessuno. Allora sono tornati indietro e mia madre ha preso il viottolo di campagna, dopo aver visto le tracce dei carretti sul fango bagnato di pioggia. Quando è arrivata alla  roggia e ha visto il mucchio di cadaveri. Avevano scaricato i carretti: ce n'era di qua e di là del ponte e alcuni fin nel Cjaneglàt. Mio fratello ha preso mia sorella in braccio, altri sono andati a prendere il carretto. I morti, infatti, avevano quasi ostruito il corso della roggia e l'acqua ormai vi scorreva sopra. Sono cose che non si possono nemmeno raccontare, c'è solo da pregare che non si ripetano!" 

Dopo aver raccontato delle uccisioni di sbandati dell'esercito tedesco, ritenuti responsabili dell'eccidio, e della vendetta operata contro dei cosacchi, individuati come collaboratori, il ricordo di Nena andava allo strazio dei funerali delle vittime: "Americani o inglesi non si sono mai visti ad Avasinis, non si è visto nessuno... Abbiamo solo avuto la preoccupazione di seppellire i morti. 

A Osoppo e a Gemona le campane suonavano a festa; ad Avasinis la campana    a morto avrà suonato per mezza giornata.... Poi c'è stato di nuovo il silenzio."

 

 

 

 

 
 
 
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