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Il Trecentonovelle (di Franco Sacchetti)

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Poesie varie (di Cesare Pascarella, Nino Ilari, Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio)

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Il Dittamondo, Libro Quinto
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È lo scirocco che scopre er gioco

Post n°4171 pubblicato il 19 Settembre 2017 da valerio.sampieri
 

È lo scirocco che scopre er gioco

Ma pe dimme che more, 'sta buciarda
de l'estate,
nun c'è bisogno che cambi faccia.

Ammalappena lo scirocco azzarda
le prime soffiate
più brusche, è lui che scopre er gioco,
pure se stenta a smòve la callaccia.

E io me n'accorgo da come se straccia
una nuvola, o pija foco
un tramonto; lo vedo ner gricciore
che sveja parate de fronne
stufe de sole, impietrate
nell' aria stagna,
sotto un celo senza colore.

E lo sento nell' eco che risponne
da distante, pe' la campagna
spopolata, a le schioppettate
d'un cacciatore.

C.A. Zanazzo
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 200

 
 
 

Ritratto

Post n°4170 pubblicato il 19 Settembre 2017 da valerio.sampieri
 

Ritratto

Mi guardò, mi squadrò, mi voltò,
mi fece girare a destra, a sinistra;
pose il suo bianco faro in alto, ai miei piedi,
cercò le luci riflesse; per accecarmi stette.
Comunque e quantunque, volendo ritrarmi
truce, insolente, cattivo, aggressivo,
- o non so cosa altro gli avessero detto di me -
non gli riuscl che a ritrarmi buon uomo qual sono;
con l'espressione angelica (già nota ai miei amici)
che spesso appare nel rilievo romano del mio volto.

Luigi Bartolini
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 192

 
 
 

Nicola Marchese

Sonetto

Quattro il sonno mio grande alabardieri
La prima notte veglieran silenti.
Oh, le alabarde dalle lancie ardenti!
Oh, la guardia spettral de' quattro ceri!

Per essi anche una volta, i sogni alteri
Fiammeggeranno agli occhi, agli occhi spenti,
Cui tutti ardean di soli i firmamenti
Come di ancor non conquistati imperi.

Ma la pallida fronte, inonorata
Di ramo dalle sempre verdi fronde,
Rimpiangerà l'inutile giornata.

E invan poi, perché tardo e perché muto,
Nascerà dalle ceneri infeconde
Il rimorso del mio giorno perduto».


La Barcaccia

Là, dove l'onda d'Agrippa ristagna
nella bonaccia di Piazza di Spagna,
immota sta nell'immota bonaccia,
vecchio Bernini, la vostra Barcaccia.

Poi che, sguernita di remi e d'antenne,
la tien la tiene un letargo perenne,
dorme al gran sole e non sogna burrasca,
dorme alle stelle nel sen della vasca.

Non forse, un maggio, alla Spagna dei Mori
essa approdava per caricar fiori?
Non di là venne di fiori sì carca,
che ancor ne sbarca ne sbarca ne sbarca?

Non essa, dunque, al ritorno del maggio,
muove il talento d'un altro viaggio?
Invano: irrompe da più di una falla
l'acqua, ed a pena sorreggesi a galla.

Né calafato al burchiel che periglia
di stoppa e pece rimpalma la chiglia;
né Propaganda, il cantier della fede,
guarda; o la barca dei fiori non vede.

Nel plenilunio, essa Cadice sogna
e l' ardor bianco de la Catalogna:
salgono, allora, per l'alta marea,
onde di fiori l'argentea scalea.


Piazza Navona

Chiuse il libro d'Orlando. E l'architetto,
Che scolpia da pittore e da poeta,
Balzò; diede di pugno al cavalletto,
Di calcagno alla creta,

Ed escì di bottega. Aria la piazza
Grande alitò, la notte, alla gran fronte;
Che, gli occhi accesi, madida di guazza,
Sognò grande una fonte.

Essa che veglia, quando par che dorma;
Essa che, quando par morta, procrea;
Essa, la Notte, gli ispirò la forma
Della fonte ariostea.

Date, date scalpelli alla sua mano
E marmi e travertini agli scalpelli;
E l'apra dell' artefice titano
L'obelisco suggelli.

E quattro fiumi, i massimi, versando
Il tributo re gal del!' onda opima,
Come da Garfagnana aspra, cantando
Vengan l'ottava rima.

Vide Innocenzo (aveva allor posato,
Rosso vestito, innanzi a Diego nero);
E, poi che alla colomba ebbe guardato
Con l'occhio di sparviero,

Sorrise, benedisse; e, regalia,
Ben dell'altro e di lui degna, il domani
Cinque il Pamphily al Cavalier largia
Mila scudi romani.


Fontana delle Naiadi

Ben detto: schiaffo al pudibondo esteta
che le bollò del marchio di baccanti,
faccia un tuo gesto la vendetta lieta,
o gente senza buffa e senza guanti.

Ben fatto: schiaffo allo scortese edile,
compì un tuo gesto !'attica vendetta.
Diruta gloria, o gloria del Pecìle,
ben tu risorgi per il nuovo eretta

portico dell' Esedra; e l'ora è greca
se propizia essa volge allo scultore;
se la gente non danna, ignara o bieca,
l'arte che denudò, casta, il pudore.

Eccole. O figlie di leggiadre fole,
onde il giovine e antico estro si piacque;
o forme che dall'isola del sole
l'onda sospinse alla città dell' acque;

o donne belle dalle fronti oneste;
belle a cui !'onda pettina la chioma,
e cui le nudità l'iride veste:
belle, se mai peccaste, assolve Roma.

Ben Paolo terzo, per virtù dell' arte
che di vénia al peccato anca è cortese,
l'eterna benedizione imparte
alla beltà di Giulia Farnese.

Nicola Marchese
15 febbraio 1901
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 172-175

 
 
 

Santa Marinella

Santa Marinella

E gli presentavano bambini, che li toccasse;
ma i discepoli sgridavano i presentanti.
Or Gesù, vedendo, si sdegnò e disse loro:
- Lasciate i bambini venire a me.
Marco, X, 13-14.

La voce rotta in gola
dar collare de gesso
o la gambetta presa a la tajota
ne la morsa der gesso
o chiuso in gabbia, senza uno sportello
in un busto de gesso:
un pupo, e appresso un pupo, e un pupo appresso.

La paletta, er secchiello, la carriola
fermi, e nessun castello
su la rena. Nun sarta
una palla, nun vola
una stella de carta.

Ar primo passo ancora incerto, un botto
per terra: chi è rimasto a boccasotto,
chi a la supina, e addosso
una caria che rosica nell' osso.

Come fa a restà carmo
er celo? e senza un urlo er vento? e er mare
così fermo che pare
una lastra de marmo?

E perché nun se smorza
er sole che riesce
a stampà li colori su li fiori?
E la terra che cresce
la spiga, e je dà forza
e peso fin che frutta
grano: perché la terra nun s'asciutta?

Pupi, e già stanno in croce.
Inutile, Gesù,
che li chiami a la voce.
Senza fa un fiato guardeno lassù
e ar perché raggrumato
in quell'occhi, Gesù,
forse nun pòi risponne manco tu.

Mario Dell'Arco
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 168

 
 
 

Senza scrupoli

Senza scrupoli

Scrocca ... carcola tutto, e soprattutto
lui cerca sempre er tornaconto suo,
anzi poi di' che ar fatto ... o poco o assai
nun se contenta mai,
piagne sempre miseria, e forse è questo
che lo fa comparì pe' un'omo onesto.
Si venne ... allora è bello quer ch' è brutto ...
e quanno compra è brutto quer ch'è bello,
e tutto quello che nun cià valore
è capitale tuo,
ma diventa un tesoro da sovrano
ammalappena lo pò strigne in mano.
Ah! ... 'sto Scrocca è teribbile,
vedi ... nun è giudìo,
anzi te posso di' che lui va in chiesa,
è devoto de santi e de Madonne ...
e aggisce sempre cor timor de Dio,
ma in quanto a l'interesse
è un ber cane da presa,
tanto che potrebb'esse
che manco ciabbia scrupoli in der core,
da come batte e come t' arisponne.
Ecco come se spiega
che Scrocca è grasso e tonno,
che campa da signore e se ne frega ...
e sta pe' forza in cavacecio ar monno!

Goffredo Ciaralli
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 122

 
 
 

Il poeta di Trastevere: Romolo Lombardi

Foto di valerio.sampieri

Il poeta di Trastevere: Romolo Lombardi

Con Romolo Lombardi si è spenta anche l'ultima voce di quella stagione poetica cui diede impulso Giggi Zanazzo; voce della vecchia Roma fra le più sincere e immediate, che toccava il cuore dei romani, e in particolar modo dei trasteverini, con le espressioni ancor vive della tradizione e dei sentimenti e degli ideali genuinamente popolari. Di questa voce Ettore Veo notava gli accenti rudi, ma caratteristici e personali; Ceccarius la forte schiettezza di autentico figlio del popolo; Luigi Volpicelli, infine, per rilevarne la vivacità rappresentativa ed espressiva, narra d'aver visto popolani trasteverini trasfigurarsi, nell'ammirazione, mentre ascoltavano il poeta recitare le sue poesie.
Nato nel 1885 nel vecchio e glorioso Rione, Romolo Lombardi vi si radicò nella tradizione, abbeverandosi alla genuina e perenne polla dell'arte e dell'espressione popolari, ricercando e riscoprendo la poesia de «li cantoncelli », raccogliendo la voce delle leggende; facendo sua, in una parola, l'anima, la vita, la storia e la cronaca del Rione che poi diverrà per lui un mondo ideale, ma poeticamente e realisticamente vero.
Gli piacque di essere chiamato « er poeta de Trestevere »; ma non per ambizione; gli piaceva di essere così riconosciuto «tresteverino», poeta di sentimenti e di espressione trasteverini, perché aveva sicura e viva coscienza della sua arte, del suo mezzo espressivo e soprattutto della sua ispirazione. Cominciò a comporre versi ancora adolescente, in quegli anni in cui si andava spegnendo la musa del Pompieretto, altra autentica voce trasteverina, e a questo precoce inizio forse non è del tutto estranea l'ammirazione del giovinetto per l'infelice poeta che nel Rione era conosciuto e amato. Maestro in quei primi passi e per molto tempo ancora gli sarà Giggi Zanazzo, quello dei Fiori d'acanto, più che l'altro, cantore e dipintore della vita e degli usi popolari. Il lirismo e il sentimento pienamente effusi nei versi di questo libro erano tali da far presa nell'animo giovanile e istintivo del nostro poeta, che così lo vanta :

Ho letto, bene mio, "Fiori d'acanto",
che libbro, Teta mia, che sentimento ...
Che se potrebbe mai metteje accanto
a 'sto libbro che, crédime, è un portento?
Dove li fiori sò' sospiri ar vento,
e le fronne che sfronni, ognuna è un canto?

Ma il grande e vero maestro di Lombardi sarà poi il Belli, dal quale apprenderà tutto, la concretezza del linguaggio e dei fatti, la validità e l'efficacia di alcune parole ed espressioni, la struttura della strofe e la robustezza del verso; e sul Belli, inoltre, scoprirà la propria vocazione e si farà una personalità poetica, originale e spiccata.
Al concorso per una poesia romanesca, bandito dal giornale Il Messaggero, nel 1911 in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario della proclamazione di Roma capitale d'Italia, Romolo Lombardi s'impone in modo assoluto: vince il primo premio con la poesia Er carettiere a vino, nella quale già le migliori qualità del poeta si rivelano complete e artisticamente mature. Un nuovo e vero poeta è stato laureato. La poesia era allora nel pieno suo splendore: Trilussa e Pascarella hanno fama nazionale; Armando Luciani, Luigi Ghilardi, Orazio Giustiniani, Augusto Jandolo e molti altri, v'introducono motivi e accenti insueti, ne fanno una espressione di sincera liricità. Lombardi entra nel novero con pieno riconoscimento: il poeta collabora ai fogli dialettali e in giornali quotidiani, è presente nelle feste delle canzoni per le quali scrive versi che, a dirla con Veo, sono espressione anch'essi d'un vivo lirismo (basta ricordare: Er serciarolo romano del 1924): una vasta produzione che poi sarà in gran parte raccolta nei seguenti volumi: L' orìggine de Roma, Sotto ar celo de Roma, Un caffè ... quasi storico, Pinelli, Trestevere mio, Amore amaro- Colloqui spirituali.
Che cosa ci dice, che cosa canta dunque la voce di Romolo Lombardi?
Ci dice e canta del mondo caro d'una volta; un mondo d'immagini e visioni vive e belle, dove sorgono figure e personaggi e riaccadono fatti di attraente e immediata realtà; un mondo che continuamente rinasce e vive nella concretezza esistenziale, contemporanea e presente; un mondo infine di verità e di sentimento che prende un nome - Trestevere - e che si configura nello spazio e nei limiti di una topografia ideale. Dentro questo mondo il poeta vive, si muove, cerca: cerca dietro il richiamo della bellezza e del passato. Il vecchio e caro- rione per il poeta è sempre una presenza reale e un ricordo, contemporaneamente; quella e questo si sovrappongono, o si sostituiscono a vicenda, dando vita a vere ed efficaci situazioni poetiche, liricamente valide. È un gioco a volte meraviglioso, nel quale realtà e fantasia, epoca storica e tempo lirico si accavallano, come è dato avvertire nelle poesie La Fionna, Rot,nani der Seicento, Er poeta a braccio, Giustizia a Ponte, o in quella che fu davvero la prima lirica di Lombardi: Er carettiere a vino. Un « cantoncello )), un vicoletto, una finestrella, un mignano visti in un'ora o nell'altra della giornata o della notte; un rintocco di campana, una voce o una canzone di donna; un viso che ricordi « l'accimatura de la razza nostra»; il cigolio, in lontananza, d'un carretto; il sussurrare notturno e lo scorrere limaccioso del fiume, o altre cose, bastano al poeta, perché dalla sua fantasia nascano, o ritornino a popolare il mondo reale che ne circonda, figure come il fromboliere, come il poeta, come il carrettiere; o per dipingere infine scene e paesaggi ideali, del rione e della campagna e a rievocare avvenimenti, a commentare e a narrare.
Luigi Volpicelli, nell'episodio già ricordato, riferisce che uno degli ascoltatori, nel suo entusiasmo, si rivolse al poeta dicendogli: - Sei un mago! - Il popolano colpiva nel segno, rilevando sinteticamente e istintivamente la vivezza rappresentativa con la quale il nostro Romolo evoca e ci ripresenta persone, fatti e cose, di realtà storica o di pura invenzione.
Come tutti i veri poeti Lombardi s'era creato un suo mito: il mito «de Trestevere »; e più che mito vorrei dire che s'era creata la ricordanza «de Trestevere », il lievito fecondo della sua poesia. La trasfigurazione della realtà oggettiva, attraverso il sentimento e il ricordo, è viva e operante in questo poeta di popolo ed è veramente notevole come egli sappia attentamente controllarsi, così che non lo vediamo mai cadere nel facile sentimentalismo, o nella vacua verbosità, come invece suole spesso succedere ad altri.
In questa posizione poetica di Lombardi si può ritrovare capovolta quella òel Pompieretto. Al contrario di questi che sente il richiamo d'un ideale, ma impreciso e inafferrabile e perciò non riferibile a una realtà propria, di fatto o d'invenzione, e quindi motivo di disperata e cupa malinconia, Lombardi dal proprio canto idealizza la realtà, quella d'una volta, « er Trestevere lontano», dove tutto si ricolloca e prende significato, e la contempla in piena espansione e felicità lirica.
L'ultimo volume, Amore amaro- Colloqui spirituali, apparve nel 1958: vi sono raccolti versi della gioventù, dedicati all'amore, e versi di questi ultimi anni, dedicati al ricordo di amici poeti scomparsi. Mettendolo insieme il poeta ha voluto riaccostarsi coi primi alla fresca polla della giovanile ispirazione e con gli altri guardare avanti, ancora più lontano, verso la sorgente della vita e della poesia: l'Eternità. Il libro si chiude con una visione, ora non più del Trestevere lontano, ma di una luminosa Regione, dove ormai desidera approdare:

... là su le rive de la «Città Nova»
a beve l'acqua limpida, serena,
che, in eterno, zampilla e se rinnova
inzino a che la tromba dell' Arcangiolo
- resurrezione! - nun sarà de scena!

Caro Lombardi! Sentiva arrivarla la sua ora e attendeva serenamente. Inviando, poco tempo prima, al nostro Ceccarius la sua poesia per la Strenna, gli scriveva che questa sarebbe stata proprio l'ultima volta che lo faceva e lo pregava di salutare tutti gli amici romanisti. Si congedava così, in piena coscienza, e con immutata fedeltà, dal suo caro mondo e dalla sua poesia.

Vittorio Clemente da Strenna dei Romanisti, 1962, pagg. 13-16.

Bibliografia di Romolo Lombardi (1885-1962), tratta da "Un libbro va, uno vié - Bibliografia della letteratura romanesca dal 1870 al Duemila" di Giulio Vaccaro, Aracne Editrice S.r.l., giugno 2007:
Amore amaro: colloqui spirituali. Poesie romanesche - Roma, Tip. B. Fogar, 1958, pagg. 118
L'origgine de Roma. Nel Natale de Roma dell'Anno 1927 - Roma, Off. Scuola Tipografica dell'Istituto di S. Michele, 1927, pagg. 16
Pinelli: poemetto in versi romaneschi - Roma, C.S.C., 1948, pagg. 43
Sott'ar Celo de Roma - Roma, Unione storia ed arte, 1928, pagg. 155
Trestevere mio! - Roma, Tip. U. Pinto, 1953, pag. 172, ill. Edizione stampata in 100 esemplari in carta Fabriano numerati e firmati dall'Autore, con Prefazione di Ceccarius.

 
 
 

Colloquio co' Augusto Sindici

Colloquio co' Augusto Sindici I

Vecchio poeta de la Zinfonia (1)
pur'io so cacciatore e, forse, nato
pe' scrive quarche verzo appassionato
ne li momenti de malinconia.

Ma scusa se te faccio 'na domanna:
quanno sortivi cor fucile in collo
sortivi p' annà in cerca d' ucelletti
o p' infrascatte sott' a 'na capanna
pe' fa' quattro sonetti?

Perché, vedi, s'io sorto quarche vorta
me pare sempre da vedette all' erta
tirà 'na schioppettata e falla storta.

Emozione? Chissà ... Forse tremore? ...
... noi potressimo solo empì er carniere
si se potesse lassà a casa er core!

(1) Collana di Sonetti che precede le XIV Leggende della Campagna Romana.


Colloquio co' Augusto Sindici II

Ciò azzeccato? Ma sì, che sto ner giusto.
A chi è poeta nun po annà a faciolo
quello de coje a fermo o coje a volo
un ucello qualunque p' ave' er gusto
da incarnierà un trofeo ner cirignolo.

Chi sa addoprà 'na penna intint' ar core
nun è e nun sarà mai bôn cacciatore!


Colloquio co' Augusto Sindici III

Sindici, te sei offeso?
Er mio è 'no scherzo. So com'ài tirato
drent'a le macchie, dove ài bazzicato:
a 'gni stoccata un animale steso.

Ma nu' sta qui la gloria tua, poeta,
cioè se ner caccià tiravi dritto ,
la vera gloria tua sta in quer ch'ài scritto
a ricordo de chi, senza 'na meta,
dava er sangue e la vita a la malaria
sempre in agguato, come 'na sicaria.


Colloquio co' Augusto Sindici IV

Core pieno d'affetti e de speranze
chi nun ha pianto inziem' a te 'gni vorta
ch'indicavi er fraggello
de la campagna sconzolata e smorta?
Chi nun à pianto inziem'a te, fratello?
Ah, quante vorte, a vespero, pur'io
rincantucciato sott' a un capannello
ò scongiurato Dio
co' la speranza da vedé risorto
su, da l'acqua inquinata,
l'agro de «Campomorto»
e der «Pantano de l'Intossicata»!


Colloquio co' Augusto Sindici V

Oggi, però, nun è accosì, poeta,
er vento s'è cambiato e la spianata
che da Conca se stenne a la pineta
de Maccarese, è tutta sistemata.

Oggi, dar mare inzin' a li Castelli
nun so' che file d' arberi e trattori ...
... gnente malinconie d' aritornelli
co' accompagno de lagrime e dolori.

Gnente inzidie malariche ner sonno,
ma prati in fiore, case e fattorie
che, vedi, tu, si ritornassi ar monno
riscriveressi cento «Zinfonie»!

Romolo Lombardi
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 97

 
 
 

Cartolina dal Piemonte

Cartolina dal Piemonte
a Ceccarius

Addio, Roma rotonda:
eloquio saporito
cupole e donne vaste.
Addio belle serate:
caldo dell' osteria
fresco di gradinate.
Addio alta sapienza:
ozi pasciuti e lieti,
giorni di indifferenza.
Da questa nebbia trista,
dai monti da cui scende
un vigoroso vento calvinista,
al ricordo, al rimpianto
facilmente il mio sguardo
a Ceccarius
si velerebbe, o mi darei ai distesi
ai salutari pianti
se non fosse il riguardo
per questi contegnosi piemontesi.

Libero Bigiaretti
Ivrea, 1955
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 75

 
 
 

Notte romana

Post n°4163 pubblicato il 16 Settembre 2017 da valerio.sampieri
 

Notte romana

Dàtemi pace, ore
notturne, e voi pensieri
tumultuanti. In questa primavera
tra immagini e visioni smisurate
io mi disperdo. Roma mi trascina
e mi soverchia, a ondate
di piante e marmi.

Così l'uomo terragno
nuotando stenta a trattenersi a riva
quando improvviso il vento
eleva le crollanti architetture
dell'acqua. S'impaurisce
e il risucchio lo porta alla deriva.

Soltanto le fontane,
respiro di giganti addormentati
tra le navate d'un aperto duomo,
a me ridanno animo. M'afferro
con amicizia ai gesti delle statue
ferme, sicure, intente
ad ascoltare il mormorìo dei secoli
dalla profonda vena
terrestre riaffiorante
come a conchiglie nelle immense piazze.

Spandono l' ombre, a fiore
della diffusa luce,
gesti di profezia.
Si pietrifica, attorno, quest'oceano
di gloria viva. Forte, come l'acqua
sgorga nelle fontane,
m'invade alfine, brivido solenne,
l'eternità specchiata in forme umane.

Adriano Grande
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 44

 
 
 

Er pastorello de Cerveteri

Er pastorello de Cerveteri I

Ammàppela, che pecora testarda! ...
S'è intrufolata drento 'na sfessura
de quer poggiolo, fresco de verdura
che s'arampica lì, fitta e gajarda.

È riuscita a imbucià ne l'opertura ...
Er pastorello ch'à da fa'? ... 'Mbe', azzarda.
Lui puro imbocca ... E sgama, indove guarda,
grotte che so' tesori de scurtura.

Scavati drent' ar tufo ce so' letti
co' freggi da rimane' a bocca operta
collane, ciavattelle, vasi, elmetti ...

Lui, sottotera, là, tra er lusco e er brusco,
resta tonto ... E nun sa d'avé scoperta
'na Civirtà scomparsa: er Monno Etrusco!

Er pastorello de Cerveteri II

Co' la pecora in braccio, ecco, riaffiora
tra cardi e ortiche ... Torna a la capanna,
va dar vecchio massaro e je domanna:
- Ma Cerveteri fu 'na gran signora? ... -

- Perché? ... - risponne quello ... - Perché ancora
cià grotte a fa' da casa e da locanna.
E che letti! ... Mentr'io ciò qui 'na branna
dove le zampe m'escheno de fôra! ... -

Ma er vecchio pó sapé che poi 'ste grotte
so' Tambe Etrusche e che, su 'sta Necropoli,
lui ce produce er cacio e le ricotte? ...

Je fa: - Piàntela! ... - E quello lo saluta.
Pô capì ch'à svejato ombre de popoli,
p'annà a cercà 'na pecora sperduta? ...

Giulio Cesare Santini
Da: Strenna dei Romanisti, 1955, pag. 19-20

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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