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Creato da corenapulitano il 10/10/2006

CORE NAPULITANO

il blog Napoletano per i Napoletani (tutte le informazioni sono prese dal web)

 

Castel dell'Ovo

Post n°42 pubblicato il 11 Gennaio 2009 da corenapulitano

Il Castello sorge sull'isolotto tufaceo dell'antica Megaride (su cui la leggenda vuole che fosse approdata, sfinita, la sirena Partenope, che avrebbe dato il nome alla città antica), poi collegato alla terraferma, sul quale il patrizio romano Lucullo fece erigere per sé una fastosa ed enorme villa (il Castrum Lucullanum). Intorno alla fine del V secolo, l'area divenne sede di un monastero di monaci basiliani, di cui rimane l'antica chiesa. Poi, in periodo ducale, vi fu costruito un fortilizio, e nel XII secolo vi si stabilirono i Normanni, che fecero ampliare e rinforzare la fortificazione. Un ulteriore rafforzamento fu realizzato dagli Svevi. Nel XIV secolo, si diffuse l'attuale denominazione, per la quale vi sono due teorie: l'una la riferisce alla pianta particolare del castello, l'altra, più accreditata, fa risalire il nome al poeta Virgilio, che vi avrebbe nascosto un uovo, alla sopravvivenza del quale sarebbe stata legata la sopravvivenza del bastione. L'aspetto attuale del Castel dell'Ovo è quello determinato dalla ristrutturazione operata nell'epoca vicereale, dopo i danni subiti nell'assedio del 1503. Alla fine del 1800, al di fuori della cinta muraria, venne realizzato un piccolo borgo di pescatori, l'attuale Borgo Marinari.

Il castello è attualmente visitabile tutti i giorni (nei festivi solo di mattina): la passeggiata all'interno é molto suggestiva, con scorci panoramici sul lungomare inquadrati da elementi architettonici molto interessanti; da visitare è la sala delle colonne, forse refettorio nell'antico monastero, ed il museo di etnopreistoria del Club Alpino Italiano. Ascendendo alla terrazza superiore, si può godere di un panorama mozzafiato, della città e dei dintorni, da una prospettiva molto particolare.

 
 
 

LA CHIESA DI SAN DOMENICO MAGGIORE

Post n°41 pubblicato il 04 Gennaio 2009 da corenapulitano

La chiesa di San Domenico Maggiore è una chiesa basilicale di Napoli, tra le più interessanti dal punto di vista storico ed artistico.

Voluta da Carlo II d'Angiò ed eretta, inizialmente in stile gotico, tra il 1283 e il 1324, divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli.

Fa parte di un complesso conventuale che si trova nel centro antico della città, nella piazza omonima.

La chiesa

Storia

Nel 1231 i Domenicani, con a capo Tommaso Agni da Lentini, giunsero a Napoli, e non disponendo di una sede propria, si stabilirono nell'antico monastero della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, gestita dai padri benedettini, prendendone possesso.

La consacrazione della chiesa a San Domenico avvenne nel 1255 per volere di papa Alessandro IV, come attestato da una lapide posta alla destra dell'ingresso principale.

La costruzione della chiesa fu voluta da Re Carlo, per un voto fatto alla Maddalena durante la prigionia patita nel periodo dei vespri siciliani, e la prima pietra fu posta il 6 gennaio del 1283, con i lavori che si protrassero sino al 1324, seguiti nella fase definitiva dagli architetti francesi Pierre de Chaul e Pierre d'Angicourt.

Carlo V soggiornò in San Domenico Maggiore nel 1536

La chiesa, fu eretta secondo i classici canoni del gotico, con tre navate, cappelle laterali, ampio transetto e abside poligonale, e fu realizzata in senso opposto alla chiesa preesistente, vale a dire con l'abside rivolta verso la piazza, alle cui spalle fu aperto, in periodo aragonese, un ingresso secondario.

Numerosi interventi succedutisi nei secoli ne hanno alterato la struttura e le originarie forme gotiche: nel periodo rinascimentale terremoti e incendi avviarono i primi rifacimenti (malgrado ciò nel 1536 Carlo V fu accolto nel tempio), mentre ancora più incisivi furono i rifacimenti barocchi del Seicento, tra i quali spiccano la sostituzione del pavimento (poi completato nel XVIII secolo) con quello progettato da Domenico Antonio Vaccaro.

Con l'avvento a Napoli di Gioacchino Murat, il complesso fu destinato ad opera pubblica (1806-1815) e ciò provocò danni alla biblioteca e al patrimonio artistico, mentre un tentativo di ripristino fu messo in atto con i restauri ottocenteschi di Federico Travaglini, che tuttavia portarono ad un complessivo snaturamento dell'originale spazialità della chiesa.

Facciata principale nel cortile

Ulteriori danni furono subiti dal complesso durante il periodo della soppressione degli ordini religiosi, quando i padri Domenicani dovettero nuovamente abbandonare il convento (1865-1885), a causa di alcuni adattamenti discutibili che si intese dare alle strutture (palestre, istituti scolastici, ricovero per mendicanti e sede tribunalizia).

I restauri del 1953 eliminarono i segni dei bombardamenti del 1943, ripristinando il soffitto a cassettoni, i tetti, le balaustre delle cappelle, la pavimentazione e l'organo settecentesco e riportando alla luce anche gli affreschi del Cavallini, mentre interventi piu recenti (1991) vi sono stati sulla scala in piperno che conduce all'abside e sulla porta marmorea.

L'ingresso

L'ingresso principale è rivolto a nord e vi si accede, attraverso un ampio cortile, dal vicolo San Domenico, mediante un portale con numerosi elementi gotici; sulla parte alta esterna dell'arcata vi è un affresco raffigurante La Vergine che offre lo scapolare domenicano al beato Reginaldo della scuola di Pompeo Landulfo (pittore vissuto nella seconda metà del XV secolo).

Il lato interno del portale presenta una iscrizione che testimonia la munificenza di Carlo II d'Angiò nei confronti dei frati; lo stesso sovrano è raffigurato in una statuetta di marmo posta in una nicchia.

L'ingresso della basilica è attraverso il pronao settecentesco, mentre tra il portale marmoreo gotico (ad arco acuto) e la porta lignea.continua......

 
 
 

VAI Mò

Post n°40 pubblicato il 16 Luglio 2008 da corenapulitano

Questi 6 figli di Napoli, della Napoli vera, di quella perbene, di quella allegra, di quella che non ci sta con il fatto che siamo diventati, oltre al popolo di cammorristi, anche il popolo della monezza, ebbene questi sei grandi artisti per una sera hanno fatto sognare i 50.000 paganti in piazza (tra cui io), quelli fuori dalla piazza perche sprovisti di biglietto ed i milioni che li hanno seguiti attraverso la tv, per una serra abbiamo sognato che a Npoli si potesse risolvere il problema rifiuti, grazie all'iniziativa Napoli non è una carta sporca, per una sera siamo tornati al 1981, abbiamo rivisto Napoli attraverso i pezzi storici di Pino, la ritmica di Tulio e Tony, la suadende melodia di Joe, e il magico sax di James, per poi passare agli ospiti tra i più graditi un altro figlio di Napoli, Nino D'angelo due realta completamente diverse ma dalle stesse origine per unattimo di lunghissime emozioni insieme,e poi gli Avion Travel, Giorgia, Irene Grandi.
in realtà ce staso un'altro ospite ma la piazza la contestato (ed io per primo) ospite che per anni ha criticato le persone con le quali e salito sul palco, ha criticato il loro passato e non vuole parlare del suo, uno striscione diceva "ho pagato un biglietto  per vedere un cammorrista" lo striscione e stato subito preso dalla security, be forse cammorrista no ( non si hanno le prove), ma almeno Pino e Nino non si sono mai fatti scrivere canzoni da gente tipo Luigi Giuliano, e il popolo questo lo ha marcato non lo ha accettato, quei fischi sembravano dire non ci stiamo ad applaudire chi è amico della rovina della nostra terra.
Poi ce stato il finale, Pino e tutte le sue tre Band, Band che negli anni hanno fatto la storia della musica vissuta da noi quelli nati a cavallo fra gli anni 70 e 80, e giu brividi da paura, Yes I Knov My Way suonavano, ed i 50.000 della piazza cantavano senza saltare una lettera, daltronte come era successo per circa tre ore, poi il classico "Cia Wagliù" e l'urlo dela folla "canta per noi Pino Daniele canta per noi" due bis e poi basta tutto e finito Pino saluta, i brividi vanno a finire ci si asciuga una lacrima che esternava l'emozione,e mentre si torna a casa nelle macchina ancora si sente un Disco di Pino Forse propio Sciò quel concerto del 81 cge ha fatto la storia e nella mente rimane quel grande e lungo abbraccio fra Pino Daniele e Tulio De Piscopo, come due fratelli che si sono ritrvati ed ora hanno la voglia di non perdersi mai più, noi speriamo sià cosi e magari l'anno prossimo saremo ancora lì ad asciugarci una lacrima che testimonia la grande emozione.

Grazie wagliù

 
 
 

NIENTE IMMAGINI SOLO PRIMATI

Post n°39 pubblicato il 09 Giugno 2008 da corenapulitano

I PRIMATI DEL SUD PRIMA DELL'INVASIONE PIEMONTESE

La ricchezza degli antichi Stati italiani nel 1860 era di 668 milioni cosi ripartiti:

REGNO DELLE DUE SICILIE 443,2
Lombardia 8,1
Ducato di Modena 0,4
Parma e Piacenza 1,2
Roma (stato pontificio) 35,3
Romagna - Marche, Umbria 55,3
Sardegna 27,0
Toscana 85,2
Venezia 12,7



da wikipedia i primati del Sud:

I Primati dei regni di Napoli e delle due Sicilie: [modifica]
1735: Prima Cattedra di Astronomia, in Italia, affidata a Napoli a Pietro De Martino
1751: Il più grande palazzo d’Europa a pianta orizzontale, il Real Albergo dei Poveri
1754: Prima Cattedra di Economia, nel mondo, affidata a Napoli ad Antonio Genovesi
1762: Accademia di Architettura, una delle prime e più prestigiose in Europa
1763: Primo Cimitero italiano per poveri (il "Cimitero delle 366 fosse", nei pressi di Poggioreale a Napoli, su disegno di Ferdinando Fuga)
1781: Primo Codice Marittimo nel mondo (opera di Michele Jorio)
1782: Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare
1783: Primo Cimitero in Europa ad uso di tutte le classi sociali (Palermo)
1789: Prima assegnazione di "Case Popolari" in Italia (San Leucio presso Caserta).
Prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792: Primo Atlante Marittimo nel mondo (Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, Atlante Marittimo delle Due Sicilie. (vol. I) elaborato dalla prestigiosa Scuola di Cartografia napoletana)
1801: Primo Museo Mineralogico del mondo
1807: Primo "Orto botanico" in Italia a Napoli di concezione moderna,
Per approfondire, vedi la voce Orto botanico di Napoli.

1812: Prima Scuola di Ballo in Italia, annessa al San Carlo
1813: Primo Ospedale Psichiatrico italiano (Reale Morotrofio di Aversa)

Dopo la restaurazione (Regno delle Due Sicilie) [modifica]
1818: Prima nave a vapore nel mediterraneo "Ferdinando I"
1819: Primo Osservatorio Astronomico in Europa a Capodimonte
1832: Primo Ponte sospeso (il Ponte "Real Ferdinando" sul Garigliano), in ferro, in Europa continentale
1833: Prima Nave da crociera in Europa "Francesco I"
1835: Primo istituto italiano per sordomuti
1836: Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel Mediterraneo
1837: Prima Città d'Italia ad avere l'illuminazione a gas
1839: Prima Ferrovia italiana, tratto Napoli-Portici, poi prolungata sino a Salerno e a Caserta e Capua.
1839: Prima galleria ferroviaria del mondo
Prima Illuminazione a Gas di una città italiana (terza in Europa dopo Londra e Parigi) con 350 lampade
1840: Prima Fabbrica Metalmeccanica d'Italia per numero di operai (1050) a Pietrarsa presso Napoli
1841: Primo Centro Vulcanologico nel mondo presso il Vesuvio.
Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843: Prima Nave da guerra a vapore d'Italia (pirofregata "Ercole"), varata a Castellammare.
Primo Periodico Psichiatrico italiano pubblicato presso il Reale Morotrofio di Aversa da Biagio Miraglia
1845: Prima Locomotiva a Vapore costruita in Italia a Pietrarsa.
Primo Osservatorio Meteorologico italiano (alle falde del Vesuvio)
1848: Primo esperimento di illuminazione a luce elettrica d'Italia a Lecce, per opera di mons. Giuseppe Candido. Illuminazione dell'intera piazza in occasione della festa patronale.
1852: Primo Telegrafo Elettrico in Italia (inaugurato il 31 Luglio).
Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (nel porto di Napoli).
1853: Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l'America (Il "Sicilia" della Società Sicula Transatlantica di Salvatore De Pace: 26 i giorni impiegati).
Prima applicazione dei principi Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi
1856: Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta (Esposizione Internazionale di Parigi
premio per il terzo Paese del mondo come sviluppo industriale).
Primo Premio Internazionale per la Lavorazione di Coralli (Mostra Industriale di Parigi)
Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Calmieri
1859: Primo Stato Italiano in Europa produzione di Guanti (700.000 dozzine di paia ogni anno)
1860: Prima Flotta Mercantile d'Italia (seconda flotta mercantile d'Europa) e prima Flotta Militare (terza flotta militare d'Europa).
Prima nave ad elica (Monarca) in Italia varata a Castellammare.
Più grande Industria Navale d'Italia per operai (Castellammare di Stabia 2000 operai)
Primo tra gli Stati italiani per numero di Orfanotrofi, Ospizi, Collegi, Conservatori e strutture di Assistenza e Formazione.
Istituzione di Collegi Militari (La Scuola Militare Nunziatella il più antico Istituto di Formazione Militare d'Italia, ed uno dei più antichi del mondo
Prime agenzie turistiche italiane
La più bassa percentuale di mortalità infantile d'Italia.
La più alta percentuale di medici per abitanti in Italia.
Prima città d'Italia per numero di Teatri (Napoli), il Teatro San Carlo il più antico
teatro operante in Europa, costruito nel 1737
Prima città d'Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli).
Primo "Piano Regolatore" in Italia, per la Città di Napoli.
Prima città d'Italia per numero di Tipografie (113, in Napoli).
Prima città d'Italia per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste.
Primi Assegni Bancari della storia economica (polizzini sulle Fedi di Credito)
La più alta quotazione di rendita dei titoli di Stato (120% alla Borsa di Parigi).
Il Minore carico Tributario Erariale in Europa.
Maggior quantità di Lire-oro nei Banchi Nazionali (dei 668 milioni di Lire-oro, patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme, 443 milioni erano del regno delle Due Sicilie).
Monopolio mondiale dello zolfo, avendo oltre 400 miniere di zolfo, copriva circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e affini


eravamo lo stato più ricco, con il maggior numero di occupazione, il minor numero di poveri, la maggior densita di popolazione, il maggiore numero di immigrati (quasi del tutto dagli stati del nord, pensate l'ironia) e a tutti occupati, insomma eravamo uno dei tre stati più potenti d'europa che a quei tempi significava del mondo, mentre chi ci occupo era lo stato più povero, talmente indebitato chei savoia dovettero cedere la loro terra d'origine, cioè la savoia alla Francia, dopo il 1860 la siyuazione si capovolse, ed è peggiorata andando avanti fino ad oggi.

 
 
 

IL SAN CARLO

Post n°38 pubblicato il 06 Giugno 2008 da corenapulitano

La storia artistica

Il San Carlo è il più antico teatro operante in Europa. Costruito nel 1737, non ha mai sospeso le sue stagioni eccetto nel periodo compreso tra il maggio 1874 e il dicembre 1876 allorché, a causa della grave crisi economica di quegli anni, vennero meno le abituali sovvenzioni.
Il Teatro fu costruito per volontà del sovrano Carlo di Borbone.

Fu il Re, infatti, nell'ambito del rinnovamento urbanistico volto a dare a Napoli un aspetto più consono al suo recente ruolo di capitale di un regno autonomo, ritenne opportuno che un nuovo teatro svolgesse la funzione di rappresentanza del potere regio, prendendo così il posto del piccolo e vetusto (era stato eretto nel 1621) San Bartolomeo

Il 4 marzo 1737 fu firmato il contratto con l'architetto Giovanni Antonio Medrano, Colonnello del Reale Esercito, e con l'appaltatore Angelo Carasale, già direttore del S. Bartolomeo e quindi uomo di fiducia del sovrano. Medrano progettò una sala lunga mt. 28,60 e larga mt. 22,50; conteneva 184 palchi, compresi quelli di proscenio, disposti in sei ordini, più un ampio palco reale, capace di ospitare dieci persone, per un totale di 1379 posti.
Otto mesi dopo l'inizio dei lavori, il 4 novembre, il teatro era già ultimato.

Il San Carlo fu inaugurato con l'opera Achille in Sciro di Metastasio, con musica di Domenico Sarro che diresse l'orchestra e tre balli creati da Gaetano Grossatesta. Le scene furono di Pietro Righini. La parte di Achille fu sostenuta, come era usanza dell'epoca, da una donna, Vittoria Tesi, detta «la Moretta», con accanto la prima donna soprano Anna Peruzzi, detta «la Parrucchierina», e il tenore Angelo Amorevoli.

fonte www.sancarlo.it

 
 
 

LE PERLE DEL GOLFO DI NAPOLI

Post n°37 pubblicato il 23 Maggio 2008 da corenapulitano

in questi giorni sulla mia amata terra si è detto di tutto di più siamo passati dal ormai solito cammorristi, a popolo di monezza, popolo incivile, fino ad arrivare a intoleranti e razzisti, lo scopo di questo blog e di mostrare la faccia di Napoli che tutti nascondono, cioè quella bella, quella onesta, quella stanca di essere offessa ed insultata solo perche chi gestisce questa città e sporco e corrotto, quindi a mesi di offese e provocazioni i rispondo con questo video trovato nel web.

 
 
 

I Briganti

Post n°35 pubblicato il 21 Settembre 2007 da corenapulitano

loro che difesero per circa dieci anni la loro terra, i che guevara del sud, quelli che si battetero contro gli eserciti regolari piemontesi, loro che quando scarsegiavano le armi lottavano con bastoni e pietre contro le armi degfli italiani, quelli che lo stato sabaudo Piemontese chiamo Briganti erano dei grandi eroi. questo post e dedicato al mio eroe Ninco Nanco.

 
 
 

Napoli Capitale

Post n°34 pubblicato il 29 Agosto 2007 da corenapulitano

girando su youtube in cerca di video carini su Napoli mi sono imbattuto in questo documento stupendo del grande regista e  Mauro Caianoe della giornalista Marina Salvadore (tre le altre cose amici da tempo), e ho pensato visto che ora riparto per ritornare nel profondo Nord, e quindi saro assente per un po di tempo da queste paggine, penso che non ci sia niente di meglio di questo documento per riempiere i giorni di vuoto di questo blog, arrivederci a presto.

pure a 800km di distanza NAPOLI NEL CUORE E ORGOGLIOSO DI ESSERE NAPOLETANO

CIà WAGLIù

 
 
 

SE IO FOSSI SAN GENNARO

Post n°33 pubblicato il 18 Agosto 2007 da corenapulitano

divulgate più che potete questa canzone.

in Italia chi ha le palle di dire cose vere viene tagliato fuori dal Sistema.

 
 
 

Posillipo

Post n°31 pubblicato il 13 Agosto 2007 da corenapulitano

 

Posillipo

La collina di Posillipo è sicuramente una delle zone più incantevoli e prestigiose della città.
Le ville sontuose e nascoste, le discese a mare, i costoni a strapiombo sull'acqua, gli edifici eleganti, il panorama mozzafiato ne fanno al contempo una tappa obbligata per i turisti, e un sogno per gli abitanti della città.
Posillipo è senza dubbio il colle più noto di Napoli e anche il più celebrato per le sue bellezze; già nel nome sono contenute tutte le sue virtù: Pausilypon significa "riposo dagli affanni".
Percorrendo la via Posillipo a partire da Mergellina, cominciano le curve e i  palazzi nobiliari, Palazzo Donn'Anna, più avanti la chiesa di S.Maria del Faro. Risalendo verso la parte più alta del colle, lo sguardo si perde in un panorama mozzafiato, di un quartiere ormai residenziale. Via mare si possono però ammirare ancor meglio le meraviglie di tale zona: da Mergellina fino a Nisida, con due punti di approdo (raggiungibili anche da terra) a Marechiaro e alla Gaiola, che si distinguono per la relativa ricchezza delle sopravvivenze archeologiche. Al largo di Capo Posillipo (di fronte a Villa Rosbery, attuale residenza napoletana del Presidente della Repubblica) giacciono i resti, ormai sommersi, di una villa marittima che si protendeva in mare grazie a costruzioni artificiali; dei suoi porticati si sono recentemente recuperate alcune colonne. A Marechiaro, prospicienti la spiaggia, vi sono i probabili resti di una domus. La grotta di Seiano, da poco riaperta al pubblico, collega Coroglio alla baia di Trentaremi, meravigliosa insenatura nella costa posillipina. Su tale baia si ergono i resti di un grande teatro romano. Sulla punta del Capo Posillipo, il
Parco Virgiliano, ristrutturato e profondamente rinnovato nel 2002, offre terrazze da cui godere di panorami sensazionali su due golfi (quello di Napoli e quello di Pozzuoli) e su Nisida, tranquillità, aria pulita e possibilità di fare sport.
Le strade della parte alta del colle (via Manzoni, via Stazio, via Orazio) sono decisamente più residenziali e metropolitane, ma non per questo meno suggestive e panoramiche.

 
 
 

IL PIZZAIOLO DEL PRESIDENTE

Post n°30 pubblicato il 13 Agosto 2007 da corenapulitano

Carissimi comincio con il chiedere scusa per la lunga assenza nel aggiornare il blog, ma come troppi Napoletani, ahime, anche sono dovuto emigrare. e qesto spiega anche il perche  di questo messaggio, non appena messo piede a Napoli non ho potuto fare a meno di farmi un giro per i posti più significativi della mia città, il giro lo concluso la nel tempio della pizza, a via tribunali.
gia dal pizaiolo del presidente dove ho mangiato la migliore pizza che abbia mai assagiato, e dove la cortesia dei ragazzi che vi lavorano, specie quelli della sala di sotto, tipo Nicola, Salvatore e gli altri che sono ormai amici, è sempre il top.

Menù Pizze

Marinara: pomodoro, aglio, origano, basilico.

Margherita: mozzarella, pomodoro, formaggio, basilico.

Margherita al prosciutto: mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, formaggio basilico.

Margherita alla cocca: mozzarella, pomodoro, uovo, formaggio, basilico.

Margherita alla romana: mozzarella, pomodoro, acciughe, formaggio, basilico.

Margherita con funghi: mozzarella, pomodoro, funghi, formaggio, grana, basilico.

Margherita bianca 1: mozzarella, prosciutto crudo, formaggio, rucola.

Margherita bianca 2: mozzarella, formaggio, rucola.

Margherita con melenzane: mozzarella, pomodoro, melenzane, formaggio, basilico.

Margherita con peperoni: mozzarella, pomodoro, peperoni, olive,salame, formaggio, basilico.

Panna bianca: mozzarella, panna, prosciutto cotto, formaggio, basilico.

Panna bianca con funghi: mozzarella, formaggio, prosciutto, funghi, panna, basilico.

Marinara al tonno: pomodoro, tonno, olive, aglio, origano, basilico.

Margherita al tonno: mozzarella, pomodoro, tonno, formaggio, basilico.

Margherita al filetto: mozzarella, pomodorini freschi, formaggio, basilico.

Margherita con wurstel: mozzarella, pomodoro, wurstel, formaggio, basilico.

Capricciosa: mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, funghi, formaggio, olive, carciofi.

Quattrogusti: mozzarella, prosciutto cotto, funghi, carciofi, melenzane, formaggio, basilico.

Tarantina: pomodoro, olive, acciughe, capperi, aglio, origano, basilico.

Lasagna: mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, ricotta, formaggio, basilico.

Ripieno al forno: mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, ricotta, formaggio, basilico.

Ripieno al forno con funghi: mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, funghi, ricotta, formaggio, basilico.

Carrettiere: mozzarella, friarielli, salsicce, formaggio.

Boscaiola: mozzarella, panna, piselli, carne, funghi, formaggio, basilico.

Biancha ai quattro formaggi: formaggi misti.

Fritta: da riempire a piacere.

 

 
 
 

SpaccaNapoli

Post n°29 pubblicato il 21 Febbraio 2007 da corenapulitano

immagineLe ragioni per cui questa strada simbolo della città di Napoli (il cui vero nome è "San Biagio dei Librai" nel segmento più rappresentativo) è da sempre chiamata Spaccanapoli appaiono ampiamente evidenti osservando questa foto, scattata dal piazzale di San Martino, sommità della collina del Vomero.


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Spaccanapoli taglia infatti in due buona parte della città, partendo dal rione della Pignasecca (ai piedi del Vomero), attraversando tutto il centro storico (tra cui via Roma, piazza del Gesù, piazza San Domenico, San Gregorio Armeno e via Duomo) e giungendo alle spalle di Castel Capuano, nei pressi della Stazione Centrale.

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Lungo il suo percorso, la strada assume -secondo la toponomastica ufficiale- sette nomi diversi, e vede succedersi chiese, palazzi e piazze tra i più interessanti della città: tra questi, i complessi di Santa Chiara e del Gesù Nuovo, i palazzi Filomarino, Carafa e Marigliano, le chiese di S.Angelo a Nilo, S.Domenico Maggiore, S.Nicola a Nilo, la cappella del Monte di Pietà, l'Ospedale delle Bambole, l'Archivio di Stato.immagine


Spaccanapoli rappresenta indubbiamente uno dei luoghi più tipici della città, in cui si coniugano tradizione, arte e cultura napoletana. Negozi di artigianato locale, ricchissime pasticcerie, le celebri botteghe d'arte presepiale (nell'adiacente via S.Gregorio Armeno), i bar e locali notturni la rendono una tappa obbligata per i turisti e uno dei luoghi più vivaci e animati della città.

 
 
 

Zona Flegrea

Post n°28 pubblicato il 12 Febbraio 2007 da corenapulitano

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Nel centro del territorio chiamato "campi flegrei", dal greco phlegraios=ardente, terra affascinante per il paesaggio dolce e vario e per la miriade di crateri spenti, alle cui assopite attività vulcaniche sono connessi i fenomeni di bradisismo e termalismo; terra fertilissima e soleggiata, sottoposta a un clima mite, con facili e naturali approdi, fu sede di primitive e mitiche popolazioni. Emporio della potente Cuma, soltanto con l'arrivo di fuggiaschi di Samo (530 a.C.), che dettero alla località il nome augurale di Dicearchia (giusto governo), fu incrementata la crescita economica e urbanistica della città. Nel 421 a.C., l'intera zona flegrea cadde sotto il dominio delle popolazioni campane e, nel 338, sotto quello di Roma, che capì l'importanza commerciale e militare del golfo flegreo solo dopo il tentativo di conquista di Annibale (215 a.C.). Puteoli (piccoli pozzi) divenne l'approdo più importante del Mediterraneo, tanto da essere appellata Delus minor e litora mundi hospita. Le arti del vetro, della ceramica, dei profumi, dei tessuti, dei colori e del ferro trovarono larga diffusione, per la presenza di maestranze locali educate a tradizioni fenicie, ellenistiche e egiziane. Attraverso il suo porto, Puteoli assimilò anche i segni di altre civiltà e religioni. Infatti è storicamente accertata la sosta di sette giorni di San Paolo che, nel 61, vi trovò già una comunità di cristiani. La città prosperò fino a quando il porto rispose alle esigenze del commercio romano, ma subì un duro colpo con l'apertura di quello di Ostia. Con l'accentuazione del bradisismo discendente, che sommerse le opere portuali, e con la caduta di Roma, Puteoli divenne un piccolo centro di pescatori e, nel Medio Evo, i Campi Flegrei furono solamente meta di brevi soggiorni termali.Soltanto dopo l'eruzione del Monte Nuovo (1558), Pozzuoli iniziò una lenta ripresa socio-economica e urbanistica, per opera del vicerè spagnolo don Pedro Alvarez de Toledo.

Da visitare:
Astroni
- Da sturnis, per l'abbondanza di uccelli, o da strioni, stegoni, è un bellissimo e intatto cratere con rigogliosa vegetazione ricca di lecci, castagni, querce, olmi e pioppi.

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Solfatara- Il vulcano Solfatara, dal cratere ellittico ( m.770, m.580), risale a circa 4000 anni fa ed è l'unico dei Campi Flegrei ancora attivo con impressionanti manifestazioni fumaroliche. L'ultima eruzione, peraltro storicamente non acertata, risalirebbe al 1198.

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Anfiteatro Neroniano-Flavio- Iniziato sotto Nerone, fu completato da Vespasiano; misura m. 149x116 (arena m. 75x42) e poteva contenere circa 20.000 spettatori. Ben conservati i sotterranei, dove è stato possibile studiare il complesso sistema di sollevamento delle gabbie con le belve. Nel 305, sotto la persecuzione di Diocleziano, furono esposti nell'arena sette martiri cristiani: i beneventani Gennaro, Festo e Desiderio, il misenate Sosso, e i puteolani Procolo, Eutiche e Acunzio, poi decapitati nei pressi della Solfatara.

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Macellum- Tempio di Serapide- Durante lo scavo (1750) fu rinvenuta una statua del dio egiziano Serapis e, pertanto, fu ritenuto un "tempio". E' il macellum
(mercato) annesso all'area portuale (I-II secolo d.C.). Le tre colonne in marmo cipollino presentano evidenti tracce di fori praticati dai litodomi che testimoniano l'alterno movimento bradisismico della zona. Le tabernae si sviluppano attorno ad un ampio porticato, al cui centro si eleva una tholos, chiuso da una esedra preceduta da quattro colossali colonne, delle quali si osservano tre ancora in piedi. Le vaste tracce del pavimento marmoreo e il rivestimento dei servizi igienici sono la testimonianza di una incomparabile ricchezza architettonica del monumento.

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Rione Terra- Primo insediamento urbano, acropoli, rocca, castrum e centro religioso, il rione Terra conserva vistose tracce dell'impianto viario del 194 a.C. Per effetto del bradisismo, è stato evacuato il 2 marzo 1970 e, da qualche anno, dopo un lungo periodo di abbandono e di spoliazione, sono stati avviati i lavori di recupero e valorizzazione.

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Lago d'Averno- E' la località flegrea che maggiormente evoca Omero, Virgilio e il culto dell'oltretomba, perché fu ritenuto l'ingresso all' Ade. E' un lago di origine vulcanica, profondo al centro m. 34 circa. Nel 37 a.C., su ideazione di Marco Vipsanio Agrippa, fu collegato al mare mediante il Lago Lucrino, con un ampio canale, per realizzarvi un colossale arsenale (Portus Julius).

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Lago d'Averno- "Tempio di Apollo"- Lungo la sponda orientale del Lago d'Averno, si ammira la grandiosa sala termale, nota come "tempio di Apollo", di età adrianea, coperta da una cupola con un diametro di circa 38 metri, di poco inferiore a quella del Pantheon a Roma.

 

 

 

Tempio di Augusto- Riportato alla luce dopo l'incendio della cattedrale (16-17 maggio 1964), il cosiddetto "Tempio di Augusto" è il Capitolium della città di età repubblicana. Per volere del ricco mercante puteolano Lucio Calpurnio, fu rifatto dall'architetto Lucio Cocceio Aucto in età augustea in belle forme corinzie; fu adattato a chiesa cristiana tra il V e il VI secolo e barocchizzato sotto l'episcopato di Martino de Leòn y Càrdenas (1631-1650).

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Tempio di Nettuno - la costruzione di questo monumento risale all'epoca di Adriano (II sec d.C.). E' un vasto complesso archeologico ed uno dei più imponenti stabilimenti termali dell'antica Puteoli.immaginedisplay:block;text-align:center;margin:2px auto;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monte Nuovo - E' il monte più giovane d'Europa (m.140), formatosi dall'eruzione del 29-30 settembre 1538 che, preceduta da numerosi terremoti, seppellì il villaggio termale di Tripergole e causò lo spopolamento di Pozzuoli.

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Strutture sommerse del Portus Julius - Nel 37 a.C., durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo, lo stratega Marco Vipsanio Agrippa realizzò una grandiosa struttura portuale, PortusJulius, adibita ad arsenale della flotta di Miseno, collegando con un canale navigabile il Lago d'Averno, il Lago Lucrino e il mare. Per effetto del bradisismo discendente, buona parte del Porto Giulio è oggi sommersa; infatti, tra Baia e Pozzuoli si snodano imponenti tracce delle strutture portuali e di alcuni vici suburbani.

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Arco Felice

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- la grandiosa costruzione è un viadotto e un'opera di protezione del taglio della collina del Monte Grillo, per permettere un agevole passaggio della via Domitiana (95 d.C.), con un fornice alto m. 20 e largo m. 6.

 

 

 
 
 

SANT'ELMO

Post n°27 pubblicato il 12 Febbraio 2007 da corenapulitano
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Nel 1329 Roberto d'Angiò ordinò la costruzione di un complesso militare sulla collina di S. Erasmo (attuale S. Martino) con lo scopo, da un lato , di controllare le strade che conducevano in città da parte delle alture che la circondavano e, dall'altro, di tenere sott'occhio l'agglomerato urbano sottostante. Nel suo disegno strategico il re angioino fu certamente preceduto dai Normanni, i quali, nel 1170, fecero erigere sulla stessa collina una torre d'osservazione che, nel tempo dovette assumere dimensioni molto più ampie. Di questa costruzione si sa poco solo che si chiamava Belforte ed era circondato da una rigogliosa vegetazione.
Più cospicue sono le notizie circa il maniero voluto da Roberto ad esempio il nome degli architetti: Francesco di Vito, Tino da Camaino e Atanasio Primario.
Nel 1348 il castello, appena finito, dovette sostenere il suo primo assedio da parte del re d'Ungheria, Ludovico, che aveva organizzato una spedizione contro il regno di Napoli per vendicare il fratello Andrea, la cui uccisione era attribuita vox populi a sua moglie, la regina Giovanna d'Angiò. Ma la permanenza del re Ludovico durò poco perché lo scoppio di una micidiale pestilenza lo indusse a far fagotto al più presto. Una seconda spedizione si ebbe nel 1350 e si concluse con una pace seguita a convulse trattative. Seguì una dura lotta tra i rami d'Angiò e Durazzo e l'altra regina Giovanna di Durazzo vendette il castello ad un suo amante per 2500 ducati.
Il nostro maniero divenne di nuovo il più ambito obiettivo militare quando, successivamente, Francesi e Spagnoli si contesero il possesso del regno di Napoli. Il re di Spagna Carlo V decise di ricostruire ex novo il castello e a promuovere l'iniziativa fu Pedro de Toledo, l'unico viceré spagnolo che, quando decideva di fare qualcosa, lo faceva con la dovuta serietà e con indiscutibile efficienza: egli, infatti lasciò a Napoli un'impronta indelebile, conferendo al centro storico parte delle soluzioni urbanistiche che ancora oggi lo caratterizzano. L'architetto fu spagnolo, Pietro Luigi Scribà, che iniziò ad operare nel 1537 effettuando una generale fortificazione dell'intera altura di S. Martino. Lo Scribà concepì il maniero a pianta stellare con sei punte comprendente le aree destinate alla difesa, alla polveriera, l'alloggio per il castellano e quelli per la guarnigione, ampi cortili e sotterranei, ambienti per la detenzione, vasti magazzini, una chiesa e una colossale piscina in grado di assicurare un abbondante rifornimento idrico. Un'opera "ciclopica" con mura in pietra tanto spesse e robuste da risultare praticamente inattaccabili.
Nel 1587, però, a causa di una terribile tempesta, un fulmine si abbatté sulla polveriera e fece esplodere parte della costruzione che cadendo sulla città recò notevoli danni a molti monumenti e chiese.
Vale la pena di visitare la chiesa di S. Erasmo del 1547 che conserva un pregevole pavimento in maiolica e cotto. Dietro l'altare vi è la tomba di Pietro de Toledo, parente del viceré e primo castellano di S. Elmo. Di fronte all'ingresso della chiesa si trovano le prigioni nelle quali furono rinchiusi, tra gli altri Giovanna di Capua, principessa di Conca, per le sue sfrenatezze erotiche che la portarono fino al delitto; Tommaso Campanella che, si racconta, qui scrisse la sua "Città del sole"; Angelo Carasale, l'architetto che progettò e realizzò il San Carlo che fu accusato di aver lucrato sui fondi dei lavori e per questo morì di crepacuore; Mario Pagano; Domenico Cirillo; Gennaro Serra di Cassano; il conte Ettore Carafa; Francesco Pignatelli; Giovanni Bausan; Luigia Sanfelice; Pietro Colletta; Carlo Poerio; Silvio Spaventa ecc.

 
 
 

IL DUOMO

Post n°26 pubblicato il 12 Febbraio 2007 da corenapulitano
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Sorta nel nucleo di origine romana alla fine del duecento su una precedente basilica paleocristiana, la Cattedrale di Napoli è ubicata tra il Decumano Centrale, il Decumano Superiore e due cardini del tracciato greco-romano. Nella zona vi era stato un tempio dedicato ad Apollo, ed essa era stata poi utilizzata per il culto cristiano con le Basiliche di Santa Restituta del IV secolo, il Battistero di San Giovanni, la Basilica di Santa Stefania del IV secolo e il Battistero Vincenziano.
La costruzione del Duomo fu voluta da Carlo I d'Angiò, proseguì durante il regno di Carlo II (1285-1309) e fu completata nel primo ventennio del trecento da Roberto d'Angiò. La Chiesa, danneggiata da vari eventi sismici, fu spesso restaurata e rimaneggiata e presenta quindi notevoli sovrapposizioni di stili. L'intervento che più di ogni altro trasformò l'impianto originario, fu quello del seicento che sovrappose decorazioni barocche alle forme gotiche.
L'attuale facciata pseudo neogotica, rifatta da Enrico Alvino alla fine dell'ottocento, conserva il portale gotico del 1407 fatto da Tino di Camaino; i due portali laterali sono anch'essi tardo gotico come l'altissima guglia con l'incoronazione della Vergine, interessanti sono solo i portali in "gotico-fiorito" opera dell'abate Antonio Baboccio da Piperno che operò a Napoli negli ultimissimi anni del Trecento e il primo decennio del Quattrocento.
La Cattedrale è a tre navate con transetto ed abside poligonale, con copertura a capriate lignee nella navata centrale e a crociera nelle laterali. Il suo aspetto spaziale cambiò per la costruzione di un soffitto a cassettoni dipinti da Vincenzo Forlì e Fabrizio Santafede. Col passare degli anni si sono operate molte  sovrapposizioni  secondo della moda dell'epoca travisando completamente lo stile originale della chiesa.
Di grosso interesse è il fonte battesimale che presenta su un gambo di porfido una preziosa vasca di basalto egiziano, di provenienza pagana, con tirsi e maschere bacchiche di pura fattura greca. Il fonte tutto è del Seicento.
Lungo le pareti della navata centrale vi sono tele di Luca Giordano; nelle Cappelle laterali, oltre ad opere di Vaccaro, Perugino, Falcone e Solimena, vi sono pregevoli sepolcri tra cui ricordiamo quello al Cardinale Sersale di San Martino. Ai lati della tribuna vi sono la Cappella Minutolo, con pavimenti a mosaico e affreschi duecenteschi, e la Cappella Tocco, con un affresco di Pietro Cavallini.  Un vero gioiello rinascimentale è il cosiddetto Succorpo di San Gennaro o cappella della confessione in purissime forme quattrocentesche voluta dal cardinale Oliviero Carafa.
La Cappella del Tesoro è opera barocca dell'architetto Grimaldi. L'accesso alla Cappella è chiuso da un bellissimo cancello dorato di Cosimo Fanzago, le sbarre a "balaustra", se percosse, emettono un suono musicale gradevolissimo ed in toni diversi.
La Cappella è a pianta centrale ed è coperta da una cupola con affresco del Lanfranco.  L'interno della cappella è un compendio del migliore Seicento napoletano, i marmi preziosi connessi con quella abilità che fece la Scuola di pietre dure barocca napoletana pari a quella, eccelsa, fiorentina. Dietro l'altare troneggia la grande statua di San Gennaro, un bronzo del Finelli; ai lati dell'altare maggiore si trovano due enormi candelabri d'argento del 1744. Altro particolare di grande interesse sono le 51 statue d'argento rappresentanti i compatroni di Napoli e che il primo sabato di maggio vengono da sempre portate in processione per Napoli come "sacra scorta" a quella di S. Gennaro . Il tesoro di S. Gennaro conserva i preziosissimi doni fatti da molti regnanti europei e la famosa mitra d'argento di Matteo Treglia del 1713 tempestata di diamanti, smeraldi e rubini
In questa Cappella si conservano le ampolle con il sangue coagulato di San Gennaro e il suo cranio. Fu eretta nel 1608 su progetto di Francesco Grimaldi per adempiere a un voto dei napoletani fatto al santo patrono per essere scampati alla peste del 1526. Il sangue si scioglie due volte all'anno, in maggio e in settembre, rinnovando un prodigio di cui si sono occupati scienziati di tutto il mondo (un prodigio che si verifica anche nel santuario di San Gennaro alla Solfatara di Pozzuoli, dove si ravvivano le macchie di sangue su una pietra su cui il santo fu decapitato.  Dalla navata sinistra si scende nella basilica paleocristiana di Santa Restituta. Essa fu edificata nel quarto secolo, ma in seguito assai trasformata, in onore dei Santi Apostoli e Martiri. Nell'ottavo secolo fu consacrata a Santa Restituta. La Chiesa, al tempo degli Angioini, divenne Cappella laterale del Duomo. Nel settecento, Arcangelo Guglielmelli progettò un inconsueto boccascena absidale e in corrispondenza dell'ingresso sistemò un organo con forte effetto prospettico. Sul soffitto vi è un dipinto di Luca Giordano sulla vita di Santa Restituta. Annesso alla basilica è il più antico Battistero paleocristiano dell'Occidente perché quello del Laterano è posteriore di circa trent'anni, quello di San Giovanni in Fonte.  La costruzione fu voluta da dal vescovo Severo tra il febbraio del 363 e l'aprile del 409.

statua di San Gennaro sita nel Duomoimmagineimmagine

momento in cui avviene il miracolo di San Gennaro (19 settembre)

per visionare le altre chiese di Napoli vi consiglio questo link:

http://www.dentronapoli.it/Chiese/Chiese.htm

 
 
 

LA CHIESA DEL CARMINE

Post n°25 pubblicato il 12 Febbraio 2007 da corenapulitano
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Domina la zona che fu teatro della rivoluzione di Masaniello (1647).
Nella chiesa è venerata un'immagine della Madonna su una tavoletta di legno detta "La Bruna"  che, si racconta,  un tempo apparteneva a certi eremiti i quali abitavano sul Monte Carmelo, perseguitati dai Saraceni, scesero un giorno a Napoli e, ottenuto il possesso di una chiesetta che sorgeva presso la marina, vi posero dentro l'immagine della Madonna Bruna che la leggenda attribuisce all'apostolo Luca.
Tra il 1283 e il 1300 la chiesa fu rifatta per una generosa donazione di Elisabetta di Baviera, madre dell'infelice Corradino di Svevia, la quale volle in quel modo ricompensare i monaci del Carmelo per aver custodito le spoglie del figlio dopo la sua decapitazione.
'attuale tomba di Corradino fu voluta da un discendente il principe Massimiliano di Baviera, ultimo degli Hohestaufen nel 1847, su disegno del Thorwaldsen, lo scultore romantico danese che tanta fortuna ebbe in Italia nel secolo scorso. In origine il principe fu sepolto dietro l'altare maggiore. Quando nel 1646 il cardinale Filomarino fece abbassare il pavimento dietro l'altare maggiore vennero alla luce due casse di piombo con i resti dello sfortunato principe. Finalmente le spoglie vennero tumulate nella base della statua ed il 14 maggio 1847 furono anche celebrati solenni funerali commemorativi.
Non ebbero purtroppo la stessa sorte i sepolcri di Masaniello e di Aniello Falcone, dei quali non si conosce più l'ubicazione.
Sulla porta piccola si trova un antico organo del 1483 di Lorenzo di Jacopo da Prato, restaurato nel 1549 da Giovanni Tommaso de Majo. Seicentesco è invece l'altro organo di fronte.
Altre testimonianze artistiche sono rappresentate dalla cappella dell' Assunta, unica testimonianza medievale, il cappellone del SS. Crocifisso, la cappellina di S. Ciro, la cappella di S. Anna, quella delle SS. Teresa e Maddalena de'Pazzi, delle Anime del Purgatorio, quella di S. Teresa o S. Orsola, di San Gennaro e di S. Simone Stock.
Nell'ultima guerra è, purtroppo, scomparso il soffitto ligneo a cassettoni, considerato tra i più belli del rinascimento napoletano.
Dentro un tabernacolo è conservato un crocifisso di legno che è veneratissimo dal popolo; si narra che il 17 ottobre 1439, durante la guerra tra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò, un proiettile penetrò nella chiesa diretto verso il crocifisso, e che Gesù abbassò prodigiosamente il capo in modo che solo la corona di spine venne colpita. Il proiettile è visibile nell'ultima cappella a destra.
Si conserva inoltre il pulpito dal quale Masaniello arringò la folla poco prima di venire trucidato.
A destra della facciata un agile campanile con una singolare cuspide a mattonelle maiolicate di Frà Nuvolo, che però disegnò solo la "pera" della lanterna. Danneggiato da uno dei frequenti terremoti napoletani, fu rifatto dal Palamidessa nel 1458 e nel 1459 occorse l'opera di ben cento galeotti per issarvi le campane che vi pose fra Girolamo de Signo. Il campanile, alto 75 m., fu terminato nel 1622 da Giacomo Conforto e solo nel 1745 furono messe in opera la palla e la croce che lo chiudono in alto.
Ogni anno, il 15 luglio, ricorrenza della Madonna del Carmine, si effettua uno spettacolare "incendio" del campanile con fuochi pirotecnici.

 
 
 

PULCINELLAMENTE

Post n°24 pubblicato il 26 Gennaio 2007 da corenapulitano

Pulcinella ha ispirato tante opere, canzoni, filastrocche, commedie, poesie.
Io per chiudere questa parentesi del mio blog, ho scelto la Poesia scritta dal poeta e attore Antimo Ceparano (mio Maestro nell’arte del recitare), anche perché e grazie a lui se io oggi apprezzo e conosco la cultura e l’arte teatrale del mio popolo, questo blog in parte e anche merito suo, quindi e a lui che dedico questa parte del mio blog.

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SALVATORE PETITO CONSEGNA LA MASCHERA DI PULCINELLA AD ANTONIO PETITO 

SE FATTO  VIECCHIO  ST’OMMO  CULURATO

QUASE  UTTANT’ ANNE STU CAMMESO ‘A SUDATE,

NA SOLA SCURA, NA MASCHERA VIVENTE

SULO  PE ISSO  NU CERCAVE NIENTE

OGNI MUMENTO E’  CHILLO CA SE PENZA

DIMANE O AIERE: ARRIVA E  NUN  SE SCANZA!

MA CHELLA SERA O PUBBLICO NU RIRE

E PE PETITO SO MUORZE NUN CAPITE

PULLECENELLE  E’  STANCO, VIECCHIO , STRUTTO

SE MOVE APPENA LE TREMMENO E DENOCCHIE…

DINT’ O SILENZIO  CHIAGNE ‘O SAN CARLINO

DON SALVATORE CHIAMMA ‘ O FIGLIO SUOIE VICINO:

 

PUBLICO AMATO PER VUIE PULLECENELLA

SE CUNSUMATO  COMME ‘ A CARBUNELLA,

MO SE NE PARTE E RESTA SULO L’ OMMO

E LASCIA A VUIE PE MASCHERA : TOTONNO.

 

DA CHELLA SERA PULLECENELLA TENETTE  ‘O STESSO NOMME:

NATU  PETITO FUIE  ‘E L’ALBERO NA FRONNA 

Antimo Ceparano

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LA MASCHERA DI PULCINELLA

Post n°23 pubblicato il 22 Gennaio 2007 da corenapulitano
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MAESTRO CARMINE COPPOLA

erede attuale della maschera di pulcinella

Ebbene Pulcinella è una maschera nata a Napoli, durante la seconda metà del Cinquecento, quando ci fu l’avvento della Commedia dell’Arte, e fu inventata dall’attore Silvio Fiorillo, ma va comunque precisato che essa presenta origini molto lontane; ossia secondo studi approfonditi la maschera risale ai secoli remoti dell’epoca latina. Difatti il nostro Pulcinella ci richiama alla memoria i personaggi delle fabulae atellanae, specie la maschera di Macco (dal latino Maccus che significa Sciocco e indica una persona “stupida”, o meglio un “servo ottuso e deforme”) e Dosseno (dal latino Dossennus che significa Gobbo e indica una persona “astuta”, “furba”, un “vecchio avaro”). I napoletani amano denominare affettuosamente la loro maschera “Pulicinella”, e questo appellativo ci rimanda ancora una volta ad una voce volgare latina “pullicinellus”, che fa pensare ad un “personaggio fisso” latino, proposto da Orazio nella sua opera le Satire; stiamo parlando di Cicirrus, il quale significa “Galletto”. Dai suoi antenati latini, la nostra maschera partenopea, ha ereditato proprio la caratteristica della gobba, il naso appuntito e l’atteggiamento goffo, popolano e grossolano. Quindi si può ben dire che Pulcinella è di origine campana e atellana, e le suddette maschere atellane prendono il nome dalla città campana di Atella, la quale in antichità era situata in una zona territoriale che oggi corrisponde, grosso modo, alle attuali province di Napoli e Caserta, per cui un tempo Atella si trovava in prossimità di Capua. Comunque non bisogna soffermarsi solo sulle origini di Pulcinella, ma anche sul significato del suo nome. Secondo alcuni studiosi di linguistica il nome Pulcinella lo si deve associare a “pulcinello” cioè piccolo pulcino con naso adunco, mentre secondo altri la maschera fu così chiamata dai napoletani perché prese il nome da un teatrante buffone seicentesco di Acerra, “Puccio d’Aniello”, che faceva parte di una Compagnia teatrale di guitti, ovvero di una compagnia di giro.

Ad ogni modo Pulcinella indossa un camicione bianco con larghi pantaloni bianchi, ha un cinturone nero in vita, il ventre sporgente, scarpette nere, un cappuccio bianco in testa e una grossa maschera al viso che lascia scoperta sola la bocca; ha un naso ricurvo, le rughe sulla fronte e un espressione al quanto inquietante. Egli è un servo furbo e pigro, ha una tonalità di voce stridula e acuta, cammina in maniera goffa, gesticola in modo eccessivo, tanto che quando deve mostrare la sua gioia, lo fa in maniera plateale e senza risparmiare le sue energie vitali comincia a saltellare, danzare, cantare, gridare, ecc. Ama vivere alla giornata sfruttando la sua astuzia, difatti è pronto a girovagare tutto il giorno per i vicoli e i quartieri di Napoli e ad adeguarsi a qualsiasi situazione che l’occasione richiede: ora è un abile impostore ora un ladro, ora un ciarlatano oppure un povero affamato o un ricco prepotente, ecc. È spontaneo, semplice, simpatico, divertente, chiacchierone, dispettoso, avventuriero, generoso, malinconico, credulone, combattivo e inaffidabile. Pulcinella ha un significato non solo storico, artistico e culturale, ma soprattutto sociale, o meglio di denuncia sociale. Metaforicamente quindi la maschera simboleggia la plebe napoletana che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalla cinica classe alto–media borghese, si ribella a questi disumani potenti, che hanno fatto di tutto per rendere nel corso dei secoli una vita dura e avversa al popolo partenopeo. Quindi Pulcinella essendo l’anima del popolo minuto rispecchia la voglia di rivincita di quest’ultimo. Con la sua ironia e con la sua forza si burla del potere sottolineando la sua volontà di vivere e superare gli ostacoli. Pulcinella non conosce confini, è una maschera conosciuta anche oltre oceano, visto che durante il corso dei secoli molti teatranti italiani essendo stati costretti ad espatriare per cercare fortuna altrove, hanno diffuso questo “personaggio fisso” in varie nazioni; ecco che in Francia nasce Polichinelle, in Germania Kaspar, in Inghilterra Punch, e così via. Pulcinella è anche un personaggio che prova forti sentimenti, è stregato dalla sua eterna fidanzata Teresina, ma è sempre nei guai e grazie alla sua scaltrezza riesce ad uscire dalle spiacevoli situazioni in cui si è cacciato. Secondo studi approfonditi ci sono circa una sessantina di attori che hanno interpretato dal 1500 al 1954 la maschera napoletana, e tra i più noti attori pulcinelleschi della storia del teatro partenopeo ricordiamo il grande Antonio Petito (1822-1876). Ad ogni modo va precisato che, ai giorni nostri, nella commedia napoletana contemporanea, Pulcinella è stato rinterpretato dal guarattellaro Nunzio Zampella, e in un secondo tempo dal suo allievo, l’attore e burattinaio Bruno Leone, che nel 1979 ereditando dal suo maestro la maschera di Pulcinella ha deciso per l’appunto di riportare alla ribalta la tradizione pulcinellesca e di recuperare il Teatro delle guarattelle.

 
 
 

I PETITO

Post n°22 pubblicato il 12 Gennaio 2007 da corenapulitano
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La maschera di Pulcinella,  con la morte dell'attore  e poeta Filippo Cammarano, passò nel 1823 nelle mani di Salvatore Petito. Don Salvatore divenne  un gran Pulcinella, amato da tutto il pubblico del San Carlino, che per il suo carattere ed il suo garbo, lo soprannominò "Il Pulcinella delle dame".
Il successo gli arrise fino a che la forza e l'età lo sorressero  ma, quando queste vennero a mancare, dovette, per forza di cose passare la mano. Fu l'allora impresario del
San Carlino, S. Maria Luzi il quale, resosi conto  che il momento era arrivato, chiamò Salvatore Petito e gli suggerì di   farsi affiancare dal figlio Antonio,che allora recitava a piazza del Carmine, al teatro di "Donna Peppa". Il nostro caro don Salvatore si convinse ad abdicare perché aveva, purtroppo, capito che era arrivato il momento di affidare ad altri quella maschera che  per lui  stava diventando troppo pesante. Qual cosa migliore era quella di passare la mano a favore del figlio. Detto fatto. Il 12 aprile del 1852  si diede la commedia "Mi si è spento il lume" ed al levare del sipario, don Salvatore presentò suo figlio Antonio al pubblico che assediava il San Carlino, pronunciando dei versi, scritti per lui da Giacomo Marulli. L'applauso del pubblico fu fragorosissimo, ed altrettanto lo fu il debutto di Totonno, che ottenne consensi, al di là del previsto. La maschera passò così nelle mani di Antonio Petito.

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Che cos'è stato il pulcinella di Totonno 'o pazzo, cosa ha rappresentato per il popolo napoletano ? Bastano poche parole, ma che spieghino esplicitamente il messaggio trasmesso, dal Re del San Carlino, al popolo napoletano, e per farlo, prendiamo in prestito una frase di Enzo Grano, il quale afferma che  il primogenito di Salvatore Petito fu: "Un simbolo delle aspirazioni popolari e finì per insegnare al proletariato ad avere un nuovo rispetto per se stesso ed una serena coscienza dei propri doveri" Antonio Petito era considerato il re dei Pulcinella, anzi potremmo dire che Pulcinella era  ed è sinonimo di Petito. Oltre ad essere ricordato come il più grande interprete dell'Aversano, Totonno è stato anche un prolifico commediografo  e tra le sue più belle opere, ricordiamo "Palummella zompa e vola", "Cicuzza", "Sò mastu Rafele e non te ne 'ncarricà Francesca da Rimini". E qui ci fermiamo, perché l'elenco sarebbe lunghissimo. Inoltre il nostro Pulcinella era quasi analfabeta, e ciò lo si riscontra anche  dai numerosi manoscritti conservati al museo Nazionale, e dalle difficoltà incontrate da Di Giacomo, Bragaglia ed altri nel trascrivere le sue opere e la sua autobiografia. Grande fu lo strapotere del nostro Totonno in quel del San Carlino: il suo carisma e la sua genialità lo misero su di un piedistallo dal quale nessuno mai riuscì a detronizzarlo ed a sostituirlo degnamente. Dal carattere un pò particolare e dotato di quell'estro così trascinante, Antonio Petito era un uomo allegro anche nella vita privata, era un burlone a cui piaceva far tiri mancini. Lo sperimentarono molto bene l'Altavilla e Eduardo Scarpetta, tanto per far qualche nome. E pensare che Totonno aveva iniziato la sua carriera artistica interpretando le parti di cattivo, e lo faceva talmente bene che una sera al teatro di "Donna Peppa" uno spettatore, indispettito per il tradimento di Jago (interpretato da Antonio Petito) ne' l'Otello, in un impeto di rabbia, lanciò una scarpa al Petito, con una violenza tale da procurargli una grossa ferita. Alla madre, che voleva far arrestare l'esagitato, Petito disse queste parole: «Pecchè 'o faje arrestà ? In fondo m'ha fatto 'o cchiù bello cumplimento ca me puteva fa !». Il destino, purtroppo, lo attendeva inclemente. La sera del 24 marzo del 1876 mentre  Totonno 'o pazzo  intento a recitare nella "Dama Bianca"  del grande Marulli, un attacco di angina pectoris  lo fulminò dietro le quinte. Fu allora adagiato su di un materasso e portato sul palcoscenico dove esalò il suo ultimo respiro, sotto gli occhi di un pubblico addolorato e frastornato che, piangendo e disperandosi, gli tributò l'ultimo ed il più fragoroso degli applausi. Con la morte di Antonio Petito finiva anche una gloriosa generazione di Pulcinella che mai più vide attori degni di vestire quel bianco camice, anche se non si possono trascurare le ottime interpretazioni di Giuseppe De Martino e Salvatore De Muto che, pur dando ottimi saggi di recitazione, non seppero ridare alla maschera napoletano quel lustro e quella fama che gli aveva dato Antonio Petito.

 
 
 

IL TEATRO SAN CARLINO

Post n°21 pubblicato il 03 Gennaio 2007 da corenapulitano

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Il teatro San Carlino fu costruito, per la prima volta, nel 1740. Il teatro si trovava in largo del Castello, ed era poco più di una baracca ed era affidato ai Tomeo. Il capostipite dei Tomeo era Michele Tomeo, che dal 1734 fu impresario di un teatro detto "La Cantina", sito in piazza del Castello, e che, con una oculata gestione, tenne in vita fino alla sua morte, avvenuta nel 1762. Il Tomeo riuscì a resistere a tutte quelle "baracche" (piccoli palcoscenici in legno) che in quei tempi nascevano dalla sera alla mattina, e con la stessa rapidità morivano, ed anche al primo San Carlino, che fu edificato proprio di fronte alla "Cantina", e che poi, grazie anche ai discendenti del Tomeo, visse negli anni successivi ben altri gloriosi fasti. Ed ecco cosa scriveva Samuel Sharp circa il teatro di piazza Castello:
«Il teatro é poco più grande di una cantina, anzi é proprio conosciuto, e molto, sotto questo nome, poi che per abito così é chiamato: La cantina. Scendete dal livello della strada, dieci scalini e siete in platea. Corre attorno alla platea una galleria divisa in dieci o dodici palchi, ognuno capace di quattro persone, che vi possono star comodi». 
Il primo San Carlino non era da meno, i lavori che si rappresentavano erano per lo più drammi o rappresentazioni di guerra e, talvolta, anche lavori in musica. Uno dei primi impresari del San Carlino fu Giovanni Brancaccio (1740 - 1754); nel 1754, al San Carlino, arriva
Domenicoantonio Di Fiore. Sempre nel 1754, esattamente il 10 luglio, il San Carlino passa all'impresario Giuseppe Pepe che lo tenne fino al 1759 poi, il 27 aprile del 1760, il San Carlino fu demolito per ordine del Re. Più tardi, nel 1770, i coniugi Tommaso Tomeo e Elisabetta d'Orso ricostruirono il San Carlino. Il permesso di costruzione del nuovo San Carlino fu concesso il 17 marzo del 1770. Da quel momento al teatro di Largo Castello si avvicendarono Vincenzo Cammarano (Giancola), Salvatore e Antonio Petito ed infine, Eduardo Scarpetta, ai quali rimandiamo per ulteriori notizie sul teatro, che fatto grande da quest'ultimi e dagli impresari Tomeo, Silvio Maria Luzi e Salvatore Mormone, fu demolito il 6 maggio del 1884.

Oggi al posto del San Carlino vi troviamo la sede della banca d’Italia, non vi è nemmeno una targa a ricordo dei grandi artisti che fecero grande quel teatro, nel San Carlino nasce la parodia, la comicità, lo sfottò. Basti pensare che in quegli anni nessuno poteva osare prendere in giro il Re, a parte gli attori del San Carlino che nelle loro parodie potevano sberleffare anche la famiglia reale, e si racconta addirittura, che lo stesso Ferdinando IV di Borbone preferiva disertare il San Carlo dove i nobili andavano a sentire le opere e a vedere i drammi, per andare al San Carlino travestito da Lazzaro per confondersi con la folla.

 
 
 
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