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Elio Pandolfi a Vivaro Romano. Pensieri sparsi. "Lemmonio Boreo" di Soffici

Post n°958 pubblicato il 31 Luglio 2017 da giuliosforza

Post 878

Domenica 23 luglio abbiamo salutato al borgo il vigilissimo novantunenne Elio Pandolfi (nonna materna vivarese). Come al solito col suo multiforme ingegno tragicomico ci ha divertito, e ci ha anche commosso, evocando, con la sua mimica e la sua voce inimitabili, vicende della sua infanzia e dell’adolescenza a me note, perché in parte convissute, ma non alla maggior parte del pubblico, che ha avuto la felice ventura di nascere negli anni del riposo di Marte. Invitato cortesemente a rivolgergli parole di saluto, ho esordito forse per la prima volta in vita evocando in una circostanza non accademica Dante adattandolo, senza troppo sforzo, datasi la stazza del personaggio, e con un poco di ironia, all’uopo. Ho esordito con Onorate l’altissimo Poeta / l’ombra sua torna ch’era dipartita…Fannomi onore e di ciò fanno bene… Biondo era e bello, e di gentile aspetto. M’è bastato sostituire  ‘poeta’ con ‘maestro’,  ‘biondo’ con ‘bruno’ e il gioca era fatto. Porlo …  sesto tra cotanto senno, con Omero Virgilio Orazio Ovidio Lucano Dante nel Limbo, e assimilarlo al Manfredi del Purgatorio ha divertito l’Elio sornione, e ha divertito anche me per un attimo, autoproclamatomi (operazione per la verità alla mia gigioneria non nuova né difficile) tra cotanto senno settimo, e mi ha permesso di proseguire l’intervento  su una nota lirica giocosa che  l’umor nero, la melàine chole, l’atrabile che in dose eccessiva la mia milza in questi giorni va secernendo, non m’avrebbe consentito, non fosse stato costretto nella sua sede e impedito per una volta di traboccare.

*

Alfonso Antoniozzi è quel grande baritono e regista d’Opera viterbese che tutti conosciamo. Seguirne il diario su fb,  nei suoi esilaranti, ironici ed autoironici, siano essi iconici o verbali, approfondimenti critici è uno dei migliori modi di dar senso alle nostre per lo più mediocri e tediose giornate. Nel recente incontro con Elio  a Vivaro, nel mio breve intervento ho dimenticato di citare un simpatico aneddoto da Antoniozzi riferito:

“Aneddoti di vita teatrale : una signora romana ricorda quante volte ha visto Daniela Mazzucato insieme a Elio Pandolfi. La sua amica dice: ah, ma non era morto Elio Pandolfi? Elio Pandolfi, seduto nella fila dietro e lucidissimo novantenne, fa: "Sì signora, so' morto ma c'ho le chiavi della tomba, esco quando me pare". Lo amo”.

Io li amo ambedue.

*

Se fra tutte le religioni (quelle istituzioni che via via lungo i secoli si arrogano il diritto di ipotecare la cosmica religiosità, leggi il respiro cosmico del Sacro, co-stringendola  -soffocandola, boa constrictores- entro l’angustia delle loro gretole dogmatiche, entro la forza delle loro spire) il cattolicesimo sia la migliore, non so. Ma di certo mi sento di poter affermare la migliore in assoluto, per i miei gusti, essere le sua liturgia, che tutte le altre liturgie nella sua grandiosità assomma e magnifica. Questo mi vien da pensare rivedendo, mentre finalmente  Giove Pluvio riapre le cateratte del cielo e i verdi dei noci, degli ibiscus, delle ortensie, delle rose, delle lavande dei rosmarini del mio giardino già reviviscono , la registrazione di una delle Messe-Concerto che si celebrano nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, alle quali spesso mi invita il mio ex allievo don Elio Lops, animate dalla storica Cappella Musicale Liberiana, fondata nel 1545  per volontà del cardinale Ascanio Sforza,  diretta ai suoi inizi da Pierluigi da  Palestrina e da Nanino, i due colossi della nascente scuola polifonica romana, ed oggi non indegnamente dallo spagnolo Monsignor Miserachs, preside dell’Istituto di Musica Sacra de Urbe.

Non perdetevi una liturgia in Santa Maria Maggiore. Da essa, se credenti, scuramente uscirete rafforzati nella fede, se non credenti tentati di credere, se non più credenti tentati di tornare a credere. Ma una cosa è certa: tutti ne uscirete con cuore e sensi dilatati.

Gelobt seist du jederzeit, Frau Musika!

*

In questi giorni di particolare sofferenza della natura vegetale, mi vengono in mente dei famosi versi di Ronsard per i quali composi una delle più tristi melodie tra quelle da me composte a fini didattici. Son quelli che dicono: "E'coute bûcheron...ascolta boscaiolo, ferma il tuo braccio, non è legno quello che stai tagliando: non vedi il sangue che sgorga a fiotti dalle vene delle ninfe che vivevano sotto la dura scorza?". 
Panismo puro, puro panvitalismo.

 

 

*

 

 

 

Fine moduloSognata una luminosa figura di giovane suora che intende conciliare voti e libertà, il meglio della vita monacale col meglio della vita laicale. Sogno impossibile? Forse il mio inconscio sta ancora elaborando immagini, pensieri, emozioni tratti dalla lettura de 'il silenzio dei chiostri', il bel giallo della Jimenez-Bartlett

 

*

 

 

Ho appena terminata la lettura di quello che ho detto essere forse il primo thriller poliziesco della mia vita (non mi sono mancate naturalmente le riduzioni cinematografiche dei Simenon e delle Christie, che mi dicono per altro tutt’altra cosa dagli originali), Il silenzio dei chiostri della spagnola Alicia Gimenez Bartlett. Mi sono divertito. La Jimenez-Bartlett è garbata e misurata a tal punto e a tal punto finemente ironica che le 527 paginette dell’elegante e curata edizione Sellerio (nemmeno un refuso, nemmeno una virgola fuori posto) si leggono d’un fiato e, come suol dirsi, non vorresti finissero mai. Per la mia confessata ignoranza nel campo non posso naturalmente far paragoni e nessuna presunzione critica possono avere le mie osservazioni. La Spagna che esce dalle pagine della Bartlett somiglia talmente all’Italia per tanti secoli dalla Spagna dominata che par di non uscire dall’uscio di casa: ignoranza, oscurantismo, superstizioni, che l’autrice denuncia esclusiva prerogativa del suo Paese, sono pari pari quelli che noni lamentiamo patrimonio della nostra penisola, in special modo di quelle regioni, le meridionali, che più a lungo furono dalla Spagna dominate e abbrutite, e nelle quali ogni traccia, e fin il ricordo, della Magna Grecia, dello splendore del califfato islamico e dell’illuminato impero federiciano furono  ignobilmente e barbaramente cancellate. La vicenda del romanzo, che ruota tutta attorno ad un macabro delitto avvenuto entro le mura di un convento femminile (uccisione di un monaco e sottrazione del corpo mummificato di un santo sul cui stato di conservazione il monaco è chiamato a indagare) si dipana sotto l’abile penna (l’abile…tasto, ormai bisognerebbe dire!) di Alicia con una garbatezza e una levità che invano cercheresti nella romanzeria moderna del genere, e non solo, pur là dove si fa riferimento ai momenti più intimi della vita privata della protagonista narrante.

*

Tra gli scrittori toscani del primo Novecento ho sempre prediletto, con Papini e Prezzolini, Ardengo Soffici, dei tre probabilmente il più dotato ed eclettico. Tra i libri che ho smarrito e che inutlmente sto ricercando nell’edizione originale Vallecchi 1912, v’è il Lemmonio Boreo (non v’è chi non riconosca nel titolo l’ironica italianizzazione del moine bourru, il fantasma della favolistica francese, lo spauracchio dei bambini). Dei cento episodi esilaranti di cui il romanzo si compone, io ho spesso citato quello dei quattro turisti che chiedono a Lemmonio se parli inglese o francese, e che si sentono rispondere: fuori di qui sì, a casa mia parlo solo italiano. Uno dei modi per dichiarare l’amore per le propria terra.

Trovo in rete un interessante riassunto del Lemmonio Boreo nel sito di Bartolomeo Di Monaco, e lo trscrivo per il piacere dei lettori.

“Lemmonio Boreo ovvero l’allegro giustiziere” (1912)

«Animatore culturale, attento osservatore, forte polemista: la prima parte del Novecento, non solo italiano, ha in questo artista, pittore e scrittore, un autentico protagonista dei dibattiti intorno ai nuovi movimenti che si andavano affacciando in quegli anni. Clamorosa fu l’aggressione che subì a Firenze, alle “Giubbe rosse”, per aver scritto un articolo aspramente critico nei confronti dei Futuristi, da parte di Marinetti, Carrà e  Boccioni.
Collaboratore delle riviste più importanti del tempo, tra cui “La voce” di Prezzolini, egli portò in Italia le novità e l’aria nuova che si andavano respirando a Parigi. Fu amico di Apollinaire, Max Jacob, Picasso, Braque e tanti altri. Quando il cubismo faceva le prime mosse, Soffici fu uno dei primi a prendere le difese di Picasso e Braque e ad esaltare il loro lavoro. Numerosi sono i suoi saggi su movimenti ed artisti del suo tempo.
Si avvicinò alla narrativa con opere quali: “Ignoto toscano“, Firenze 1909; “Lemmonio Boreo“, Libreria de “La Voce”, Firenze 1912; “Arlecchino“, Firenze 1914; “La giostra dei sensi“, Firenze 1918; “Taccuino di Arno Borghi“, Firenze 1933; “Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo” (in quattro volumi usciti con i seguenti titoli: “L’uva e la croce”, Firenze 1951, “Passi tra le rovine”, Firenze 1952, “Il salto vitale”, Firenze 1954, “Fine di un mondo”, Firenze 1955); “D’ogni erba un fascio. Racconti e fantasie“, Firenze 1958; “Diari 1939-1945″ (in collaborazione con G. Prezzoloni), Milano 1962.
Riguardo a “Lemmonio Boreo”, dopo avermene consigliato la lettura, Giorgio Bárberi Squarotti mi scrive, il 23 dicembre 2007: “Quanto al Lemmonio Boreo, per una vera interpretazione è necessario mettere a confronto l’edizione del 1912 con quella del 1923 (quasi uguale a quella del 1943)
Messomi in cerca delle due edizioni suggerite, non sono riuscito a trovarle presso gli antiquari se non a costi troppo elevati per le mie tasche, cosicché ho dovuto ripiegare sull’edizione del maggio 1943, assai più accessibile. Mi scuso quindi con il lettore e con lo stesso amico Giorgio se la mia lettura mancherà degli indispensabili raffronti con le importanti edizioni surrichiamate.

Intanto, sin dalle prime pagine, ci viene subito in mente il fortunato romanzo che Aldo Palazzeschi scrisse nel 1934: “Le sorelle Materassi”. Non vi è dubbio, anche per i rapporti che esistevano tra i due, animatori dei dibattiti letterari del primo Novecento, che Palazzeschi conosceva il romanzo di Soffici, pubblicato nel 1912 e deve averlo tenuto a mente nel redigere il suo vent’anni dopo.
Le sore Borghi e il figlio d’una di loro, Ermanno, sono i protagonisti dell’opera di Soffici, come le sorelle Materassi e il nipote Remo lo sono di quella di Palazzeschi. Con la differenza che mentre Remo è un gaudente e dissipatore, Lemmonio è un trentenne inquieto in cerca della sua strada. Le somiglianze, tuttavia, si fermano qui.
Anche Oblomov, il personaggio di Gonciarov, può essere richiamato. Infatti, come egli ozia tutto il giorno, stando sdraiato nel suo letto, così Lemmonio, “sdraiato nella sua poltrona”, trascorre le sue giornate immerso nella lettura dei libri d’ogni genere, trovando in essi un segno nettissimo di decadenza dell’uomo e della società.
Ciò dà l’occasione a Soffici di lanciare le sue frecciatine contro il mondo della letteratura, così come si veniva esprimendo in quegli anni: “Sembrava che tutta la logorrea del trovatorismo, del petrarchismo, dell’arcadismo, del barocchismo, e del romanticismo meneghino fosse ringorgata da tutta l’Europa su l’Italia, allagandola dall’Alpi alla Sicilia.”
Vi è dunque sintonia con la battaglie di rinnovamento in cui l’autore si trovava coinvolto attraverso la collaborazione a riviste combattive come, soprattutto, “La Voce” (nata nel 1908), e, più tardi, “Lacerba”, da lui fondata, insieme con l’amico Giovanni Papini, nel 1913, a causa di alcuni dissensi con la linea editoriale seguita per “La Voce” da Prezzolini.
Anche il fiorentinismo, che la faceva da padrona, trova in Soffici un ardente propugnatore, non mancando questo romanzo, e i suoi scritti in generale, di nutrirsene: “Per questa volta, messo mi sia, come disse quello; ma un giorno o l’altro gli fo il buccio. Gli è troppo che la bolle.”
Non v’è dubbio, d’altronde, che si respira nell’opera l’atmosfera di una specie di nuovo umanesimo che il personaggio Lemmonio va cercando, umanesimo che torna ad avere come nel Rinascimento il suo punto focale in Firenze e nella toscanità.
Lemmonio è anche un nuovo Prometeo che vagheggia e s’illude di liberare l’uomo (“gli era cresciuto nel cuore un amore sviscerato per il suo popolo e per la sua terra”) dalla nebbia delle falsità e delle ipocrisie che lo hanno imprigionato: “Governanti, uomini politici, impiegati, giornalisti, preti, signori, soldati, artisti, scrittori, mercanti, facevano a chi ne commetteva delle più belle.”; “Tutto si presentava, agli occhi di Lemmonio, avvolto di fariseismo e di meschineria.”
Smette di leggere libri e riviste e decide di partire, ma i primi incontri in cui cerca di riparare alle ingiustizie lo fanno apparire come un novello Don Chisciotte, sconfitto e deriso. In lui vi sono tuttavia i segni di un impeto e di una determinazione ben lontani dal candore seducente che anima l’eroe cervantesco, e mai una qualche illusione ingannevole attenua in lui la consapevolezza delle difficoltà dell’impresa. In ciò resta più Prometeo che Don Chisciotte. In ogni caso, come Don Chisciotte s’accompagnò al saggio Sancho Panza, così Lemmonio scelse per compagno “il bastone” che gli serviva, ossia un certo Zaccagna, un giovane vigoroso e collerico in grado di menar botte ad un ordine di lui, “per raddrizzare, come si dice, le gambe ai cani.” Lemmonio, quando lo prende al suo servizio, gli dice: “Non basta avere un’idea esatta della giustizia, capisci? Per farla valere ci vuol la forza.”
Il fascino del racconto sta molto nell’ambiente rurale in cui si svolge, tra strade impolverate, osterie frequentate da contadini affaticati dal lavoro e dagli stenti; la natura gonfia di una salute primitiva, sotto un cielo ancora capace di riflettere le stagioni.

Anche il Pickwick di Dickens vi si respira, in quella prudente giocosità che suscita il contatto con le situazioni ad opera di due personaggi che restano alfine un po’ astratti e strampalati come i due eroi cervanteschi e dickensiani. L’autore ad un certo punto fa menzione d’un personaggio boccaccesco, sciocco e credulone, Calandrino, protagonista della terza novella dell’ottava giornata nel “Decamerone”, al quale Lemmonio teme di rassomigliare. Della novella toscana, in vero, spesso si condisce questo romanzo che, partito con lo scopo di moralizzare i popoli sconfiggendo il male (una “specie di assurdo apostolato”), si arricchisce via via dei sapori dell’ilarità e dell’arguzia popolari. Si veda, come esempio tra i molti, la storia dell’avaro Morrucci. E tra i personaggi, quel Memmo, che è una sorgente inesauribile di racconti e pettegolezzi.
Alla compagnia si aggiunge ad un certo punto Spillo, un furbo matricolato, che Zaccagna suggerisce a Lemmonio di arruolare per condire di un po’ di astuzia il loro lavoro e non finire sempre per essere scornati dalla gente.
Se, alla fine, si dovesse scegliere tra i richiami letterari più vicini a questo romanzo, senz’altro esso va sempre di più completandosi degli echi dickensiani, per saporosità e leggerezza di scrittura. Lemmonio, se non nell’aspetto, nello spirito almeno, rassomiglia sempre di più al celebre Pickwick.
Che Dickens sia oltremodo presente lo dimostra anche la storia che Spillo racconta sul conto dell’avvocato Ghiozzi, imbroglione e uso ad allungare le cause per taglieggiare i propri clienti e ridurli al lastrico. Ricordate “Casa desolata“?
Ghiozzi è un socialista e Soffici lo tratteggia impietosamente, come fa coi suoi seguaci, tutti dipinti come autentici ceffi e manigoldi. Lemmonio non si perde una parola del comizio, per il quale ha organizzato certi disordini, e infatti qualcosa trascende ed ecco che scoppiano dei petardi causando un fuggi fuggi generale, lasciando il Ghiozzi senza il suo pubblico.
È il momento in cui la brigata dei tre consegue successi uno dopo l’altro, suscitando quadretti di gustosa comicità, in certi casi ricordando perfino il nostro Manzoni, il suo don Abbondio e la Perpetua, con un pizzicore in più. La scena della folla di viaggiatori che per protesta ribalta, su istigazione di Lemmonio, lo scalcagnato tranvai che ogni giorno li lasciava a piedi, dà la misura di una scrittura fresca ancora oggi, intrisa di quella sana popolarità con la quale si riesce ad affrontare senza troppa ambascia le ostilità della vita: “Un urlo generale mescolato a risa e battimani accompagnò il fragore della vettura, che rotolando giù per la scarpata andò a rovesciarsi col tetto in una siepe e le ruote per aria.”
Ecco ora un altro esempio di toscanismo presente nella scrittura di Soffici e che la rende godibile e vigorosa ad un tempo. Si sta combuttando per svelare ciò che Spillo (il furbacchione, il “manfano”) ha scoperto, ossia la tresca di una “vezzosa donzella” che vuol attirare nella trappola della sua finta onestà un ricco babbeo: “Ma allora – saltò su qui Zaccagna che da un pezzo ascoltava senza batter ciglio – O che rob’ella? La figliola che in un posto fa la mammamia e in un altro si fa mantrugiare e mette un povero cristo nel bertaello; i genitori e i parenti che tengono il lume e l’aiutano ad imbrogliar la gente. Per la madonna, qui mi par che sia tutt’un troiaio, altro che storie! E questo manfano che aspetta a ora a dirci come stanno le cose!…”

Il romanzo continua a riserbarci sorprese, e finalmente, nella storia di questa tresca, noi sentiamo tutti i profumi de “La mandragola” del Machiavelli, così che possiamo convenire che Soffici ha condito la sua opera delle migliori tradizioni della letteratura, non solo italiana, facendoci percorrere, in un rinvigorimento e aggiornamento ai nostri tempi, tutti gli snodi inventivi che l’hanno caratterizzata e resa grande.
Non poteva fare omaggio migliore alla sua toscanità, e alla sua Toscana, allorché, attraverso il pensiero di Lemmonio, dedica questi accenti alla sua terra: “Dolce e grande terra! – pensava – beato colui che sa strapparti il tuo segreto, godere della tua magnificenza per più vigorosamente amarti e servirti. Il tuo suolo ferace e adorno, come è prodigo di mèssi, di frutti e di fiori, così è il più propizio ispiratore delle forme della bellezza; l’aria sottile che ti avviluppa stimola il pensiero e l’immaginativa di chi è nato a vivere e operare umanamente nel tuo grembo; tu sei ricca di salute e di forza come sempre fosti, come sempre sarai, perché nessuna virilità, nessuna giovinezza, nessuna infanzia è meglio di questa tua, creata per una fiera esistenza nel mondo; per la lotta vitale dell’ingegno, del lavoro, o delle armi.”
Lo scherzo che Lemmonio ed i suoi compagni combinano a danno dei quattro stranieri che vogliono salire al castello della Pietraia, si colloca a corredo di questo esuberante amore per la propria terra. Ad essi che gli domandano se parli l’inglese o il francese, Lemmonio risponde: “Fuori di qui sì, ma a casa mia parlo italiano.”
Tutto ciò, tuttavia, è destinato ad un fiammata che subito si attenua. L’entusiasmo, infatti, di Lemmonio viene reso dubbioso da uno scrittore, un tempo famoso, che l’esperienza della vita ha indotto a rassegnarsi e a non opporsi al corso naturale degli eventi. Insomma, qualunque buona intenzione di migliorare le cose del mondo, e di sconfiggere l’ingiustizia, gli rivela, è vana; solo gli ingenui possono pensare di riuscirci. Ma dalle parole di un tale artista deluso, Lemmonio trae, infine, il convincimento che la vita e l’arte possono avere un significato solo se sono conquistate a prezzo di sacrificio e di sofferenza. E qui, l’esperienza parigina di Soffici, così legato agli artisti della rive gauche, ha senza dubbio il suo peso e il suo riflesso.
La soluzione che troveranno per scuotere l’ex scrittore famoso, rimasto deluso della vita, sarà tale che lo costringerà a ricominciare tutto da capo.
Quando i tre moralizzatori decideranno di continuare la loro opera in città, e precisamente entrando in Firenze, sanno già che un lavoro più impegnativo li attende, che darà loro, insieme allo stimolo per le difficoltà da superare, quella pace interiore e quella gran soddisfazione che sempre premiano una vita spesa per il bene del prossimo».

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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