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Post n°675 pubblicato il 25 Maggio 2012 da LivinginFortaleza
regina del maracatu La chiesetta del Rosario, una delle più antiche di Fortaleza, semplice con il suo intonaco mai totalmente bianco, attaccato da muffe e scrostato dal forte sole, sonnolente, affacciata sulla tranquilla praça dos Leões, è stata scenario di tanti episodi, cruenti e non, della storia della città. Le sue finestre verdi sempre spalancate - per far entrare dentro ciò che è fuori e fuori ciò che è dentro- in termini più crudi, per rinfrescare gli ambienti, i suoi pavimenti in ladrilhos idraulicos, i suoi banchi dove gatti sornioni dormono beatamente, le sue vecchie pareti, tutto, ha assistito per secoli allo svolgersi di un particolare rito, che parla di re e regine, africani. Chiesa del Rosario- Fortaleza Per capire la storia bisogna risalire all'intitolazione della chiesa,indagare sull'origine del culto. La devozione alla Madonna del Rosario ebbe nel XV secolo un' immensa popolarità in tutto il regno portoghese. Nominata protrettrice di naviganti ed esploratori, venne diffusa nelle nuove terre conquistate e in tal modo, all'espansione territoriale e commerciale lusitana - in Africa innanzitutto - si accompagnò la diffusione del Rosario. Le prime confraternite devote alla Madonna del Rosario nacquero come strumento di inserimento ed integrazione nella società bianca e cattolica, degli schiavi africani che, a partire dal 1450, venivano annualmente inviati in Portogallo. La scelta cadde sulla Madonna del Rosario perchè quest'ultimo facilmente si associava ad una collana con semi di palma, un particolare minkisi (o nkisi), oggetto magico- religioso africano. Le confraternite, dapprima miste, rappresentavano una possibile coesione fra bianchi e neri, legati da un medesimo credo. Solo successivamente i confratelli neri sentirono l'esigenza di avere congregazioni proprie e nacquero le Irmandades de N.S. do Rosario dos Pretos. In Brasile le prime confraternite del Rosario sorsero, per opera dei gesuiti nel XVI secolo, reclutando fedeli fra gli schiavi delle piantagioni di canna da zucchero. Chiesa di N.S. Rosario dos Pretos - Salvador (Bahia) Concentrate nel nord e nord est del paese (Belem, Recife, Salvador), successivamente sorsero Congregazioni del Rosario dei Neri anche nel sud, nel Minas Gerais, a Rio de Janeiro e San Paolo. Nel XVII secolo rappresentavano una forza ausiliaria, complementare e talvolta sostitutiva alla chiesa stessa, concentrate sul rafforzamento del culto ai santi, un culto che in Brasile assunse forme del tutto nuove, adeguandosi all'ambiente, al clima, al gusto tropicale. Nelle colonie prevaleva una fede esteriore, pomposa e soprattutto misturata. Preoccupazione principale quella di creare forme di distrazione e divertimento, per schiavi e padroni, con l'organizzazione di feste e processioni, danze, musica, fuochi, cibi, in un contesto meno tetro e assai più colorito, ricco, festaiolo, esuberante. Statua di S. Benedetto (Museu d'Arte Sacra - Aquiraz, CE) Nelle chiese delle congregazioni del Rosario dei Neri, anche i santi erano neri : S. Ifigenia, S. Benedetto, S. Elesbao, S. Antonio da Caltagirone, con le loro statue ben allineate negli altari laterali, senza dimenticare nessuno. In comune, oltre al colore della pelle, avevano l'origine africana, santi tirati fuori da un immaginario agiografico costruito ad hoc dai portoghesi, nei secoli precedenti. L'attività missionaria svolta in Congo, l'esperienza vissuta ed i successi ottenuti, saranno riproposti anche in Brasile. E senza nemmeno bisogno di fare grandi sforzi, visto che buona parte degli schiavi proveniva proprio dagli ex- regni del Congo, colonie portoghesi. Numerosi schiavi arrivarono nelle colonie americane portando con sè elementi di un "cattolicesimo africano" ormai assorbito ed incorporato. Ed il ruolo svolto da quest'ultimo, fu senz'altro determinante nella formazione del cattolicesimo afro-brasiliano. Vincente si rivelò la strategia "morbida", con la sovrapposizione di nozioni cristiane all' animismo africano, nonchè il ricorso ad un apparato rituale, un armamentario di oggetti devozionali ed immagini attraenti, che divennero il veicolo principale della conversione. Stesso procedimento anche in Brasile, ma con una differenza : nelle terre africane la conversione fu quasi volontaria e spontanea, partì dalle elites e dai re africani, la popolazione seguì a ruota, grazie ad una fortuita coincidenza. Dando credito ad alcuni miti, i re congolesi videro nei colonizzatori portoghesi la reincarnazione dei loro antenati, perchè erano giunti dal mare (sorta di spartiacque fra i vivi e i morti) e perchè di pelle chiara. In Brasile tutto assunse un carattere più forzato e violento. Quella cattolica era l'unica religione possibile. A Fortaleza documenti attestano la presenza, nel 1730, nel luogo ove attualmente sorge la chiesa di N.S. del Rosario, di una semplice cappella - solo una taipa con tetto in paglia- destinata agli schiavi africani, ove potessero pregare, recitare il rosario e festeggiare le novene, in tutta tranquillità, tutta per loro. I primi festeggiamenti di cui si ha memoria, in onore della patrona della cappella, risalgono al 1747, come risulta da alcuni documenti. La festa del Rosario si festeggiava in ottobre e culminava con l'Incoronazione dei Re Neri (Reis Negros). Nessuna novità, in realtà, perchè era una festa già praticata in Portogallo, un rito di africani sì, ma che adottava forme cattoliche, inserito nell'ambito di confraternite religiose, controllato e seguito da sacerdoti. Ritenuti utili per il mantenimento dell'ordine sociale, i Reis Negros fungevano da catalizzatori per le varie comunità di schiavi, raggruppatesi, in mezzo ad un miscuglio generale di popoli africani, con lingue, tradizioni, abitudini diverse, in "nazioni", etnie ben precise e differenziate le une dalle altre, e rappresentavano anche un tentavivo di integrazione degli schiavi nella società bianca. In modo diverso, erano feste importanti, sia per gli uni che per gli altri. Valvola di sfogo sotto controllo per gli uni, affermazione e riconoscimento della propria identità e cultura per gli altri. Le posizioni, nel contesto della società coloniale, erano però diverse e c'erano distinzioni fra ciò che era permesso e ciò che non lo era. Tutte le attività delle confraternite nere che rientravano sotto il controllo della chiesa, circoscritte al suo ambito- come le incoronozioni dei Re- non erano percepite come una minaccia e pertanto ampiamente tollerate. Al contrario, i riti che come il calundu o il candomblè, che uscivano dall'ambito dei parametri culturali conosciuti, con danze e possessioni spiritiche, uso di oggetti magici, offerte di sangue, cibo e bevande, sacrifici rituali e commistioni sessuali, venivano considerati riprovevoli, avvertiti come pericolose e negativi, e pertanto proibiti. Nel Cearà feste di incoronazione di Re Neri sono registrate già a partire dal XVIII sec. non solo a Fortaleza, ma anche a Santa Quiteria, Qixeramobim, Barbalha, Icò, Crato ed Aracati. Tutti gli anni, i neri, sia schiavi che liberi, nelle chiese del Rosario, assistevano al rituale dell'incoronazione del re e della regina del Congo, con le loro rilucenti corone di carta o di metallo, vistosi mantelli di cotone vellutato rosso, accompagnati dalla corte, dal "principe", dal "segretario", con cappelli a falde larghe, riccamente adornati. Il corteo a Fortaleza, partiva da una spiaggia (probabilmente l'attuale Barra do Ceará); per strada si cantava, si ballava, insieme a giocolieri ed acrobati, simulando scontri e combattimenti, per poi giungere in chiesa. Terminata l'incoronazione, il corteo proseguiva fino a raggiungere un edificio apposito dove i festeggiamenti continuavano. In certe occasioni la festa del Rosario raggiunse fasto e splendore, vi partecipava tutta la cittadinanza, bianca e nera, e diventava una lussuosa ostentazione della propria ricchezza : cordoni d'oro, orecchini e gioielli di valore erano indossati dalle schiave, imprestati dalla ricche padrone per meglio onorare la festa alla Madonna e l'incoronazione dei Re. Nel 1871 la Irmandade do Rosario dos Pretos di Fortaleza, però non contemplava più le figure dei Re Neri. A partire da questo momento, la cerimonia religiosa subì un graduale, inesorabile processo di dislocamento, finì per mescolarsi ad alcuni riti festivi del ciclo natalizio, a feste folcloriche ed atti popolari realizzati il Dia dos Reis (6 gennaio, epifania ma anche giorno dei Re magi). Perdeva così il carattere più profondamente rituale e diventava uno spettacolo da inscenare, con attori e pubblico pagante. Nei decenni 1880-1890 si assistette ad un ulteriore trasformazione e l'incoronazione dei re neri viene inglobata in un contesto ludico, carnevalesco, e più tardi, negli '30, si trasformerà nel Maracatu. Tutte strategie di adattamento, escogitate nel tempo, per far sopravvivere, anche se in forme diverse, questo rito ancestrale. La fine del secolo vide a Fortaleza anche un accentuarsi della repressione contro le manifestazioni culturali nere, contro le danze, la musica, i cortei popolari (folguedos e congadas), rifiutati in blocco dalla elìte bianca perchè sinonimo di arretratezza e barbarie, perchè evocavano l'epoca della schiavitù e ritardavano il tanto auspicato processo di ammodernamento della città. La separazione fra stato e chiesa, la successiva dissociazione fra la Chiesa del Rosario e la confraternita, decretarono infine il scioglimento di quest'ultima e la sua scomparsa. In tale slittamento dal sacro al profano, ciò che è rimasta sempre immutata è la presenza della coppia reale, del re e della regina e della calunga. Figure con un alto potere simbolico di resistenza/affermazione identitaria, fisica e spirituale, che a seconda del momento storico, si sono caricati di riferimenti diversi, hanno incarnato vari personaggi, mostrando così un carattere altamente dinamico : la regina poteva raffigurare la Madonna del Rosario, la regina Ginga - incarnazione della nobiltà e della forza spirituale africana, icona di resistenza nella lotta degli africani contro la schiavitù-, la Principessa Isabella, la Madonna Assunta o la Madre primigenia, fondatrice dei regni congolesi. ll re poteva raffigurare monarchi europei, i re cattolici del Congo, il re Mago Baltazar, il Senhor Congo, padre primigenio dei regni africani. maracatu cearense - sfilate a Fortaleza La calunga è sempre stata un simbolo della cosmogonia bantu, del legame con gli spiriti ancestrali, una bambola nera in cui si concentra la forza mistica e spirituale, un oggetto sacro e rituale. Ancora oggi è lei che apre il corteo di maracatu, proteggendolo da influenze negative. Ogni anno lungo l'Avenida Domingos Olimpio a Fortaleza si compie il rito. Fra ali di pubblico incuriosito sfilano blocchi carnevaleschi di maracatu, chiamati "nazioni" , ciascuno con il suo re e la sua regina, con costumi colorati di foggia settecentesca, di raso lucido assai pomposi, luccicanti di paillettes e ricami, tanta passamaneria e piume, corone e scettri, e con le facce rigorosamente dipinte di nero. Una rielaborazione dei cortei del re del Congo, accompagnati dal ritmo lento e cadenzato da batterie di tamburi, dal tintinnìo dei triangoli, eseguono coreografie e danze, tutti sorridenti. Se il gruppo è affiatato, il corteo ben organizzato, suoni, canti e danze sono in perfetta armonia, il pubblico applaude e si sente energia nell'aria.. emerge e rimbalza una sintonia generale fra chi sfila (maracatuqueiros) e chi assiste. maracatu - foto di Chico Gomes La regina è la vera protagonista, il re è solo figura di contorno.. incede sfavillante sotto un baldacchino, omaggiata da ventagli. Per tradizione è un uomo, alto ed imponente - un tempo lavoratori portuali neri-, di recente è impersonata anche da donne. Il corteo era arricchito da carri allegorici, a raffigurare navi negriere, engenhos, mulini.. tutti luoghi legati alla schiavitù africana. ll volto viene annerito con fuliggine, la si prepara in casa, mescolata con vasellina inodore e si procede con il trucco, si sistema la parrucca, quasi un rituale di iniziazione. Uno dei gruppi più antichi è "As de Ouro" fondato nel 1936, poi sono seguiti il "Leão Coroado", la "Nação Gengibre", il "Rancho Alegre", il "Rancho de Iracema", il "Rei de Paus", la "Nação Africana", l 'Estrela Brilhante", il "Rei dos Palmares", la "Nação Verdes Mares", alcuni hanno sfilato solo per una stagione ed hanno chiuso. sfilata di maracatu - Teia 2010, Fortaleza Il maracatu cearense oggi non è solo divertimento spiccio, è luogo di preservazione della memoria africana, rito collettivo e partecipativo. Una memoria della propria storia, delle proprie radici che è stata azzittita, negata, ignorata, ma che, nonostante tutto è sempre viva. |
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Post n°673 pubblicato il 24 Maggio 2012 da LivinginFortaleza
mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza Immagini del sertão cearense, intagliate su legno, condensate in pochi centimetri, essenziali e minimaliste. Sono matrici di sei importanti xilografi passati per Juazeiro do Norte, nella regione del Cariri a metà del '900. Fanno parte di una collezione privata, quella di Geova Sobreira, collezionista instancabile, appassionato di cordel e xilografia, anche perchè lui, si può ben dire, l'ha vissuta e respirata, nella tipografia di famiglia, la grafica Sobreira, tutt'ora in funzione. Anche lui è nato a Juazeiro, mitico crocevia culturale, economico, religioso di tutto il nord est, un mondo a sè, la summa e il centro per eccellenza dell'arte e della cultura popolare, di questa parte del Brasile. Mestre Noza, João Pereira da Silva, Antônio Batista da Silva, Walderêdo Gonçalves, Damásio Paulo e Manoel Santeiro. Questi i loro nomi. Erano ometti piccolini, rinsecchiti, autodidatti, di famiglie per lo più assai modeste, con pochissime risorse, senza grandi studi alle spalle, ma portatori di valori, storie e di un saper fare, tramandato così, geneticamente. Non avrebbero mai immaginato nella loro umiltà di arrivare nei musei, di essere esposti in gallerie d'arte, di essere conosciuti da appassionati e studiosi internazionali. Matrice di João Pedro do Juazeiro Ogni intagliatore ha la sua storia, ma quasi tutti hanno iniziato da adolescenti, per curiosità, per cimentarsi in qualcosa che gli sembrava facile, con un che di istintivo, spinti però anche da necessità, con la speranza di raggranellare qualche soldo in più. Qualcuno ha imparato a intagliare guardando un maestro, ma altri non ne hanno avuto nemmeno bisogno. Come se il saper disegnare fosse un dono divino, una dote intrinseca, non la impari, ce l'hai già dentro. Molti nella loro vita hanno fatto anche dell'altro, hanno cambiato vari mestieri, talvolta abbandonando, delusi e disgustati, questa loro arte, giurando di non prendere mai più un pezzo di legno in mano. All'inizio, all'arte non si pensava e per loro era solo un lavoro, i loro committenti editori e tipografie, fra cui la mitica Tipografia São Francisco, di Josè Bernardo da Silva, vero punto di riferimento del settore. Lavoravano su richiesta, per realizzare lettere, minuscole etichette pubblicitarie per sigarette e liquori, saponette e caramelle, o cartoncini e biglietti da visita commerciali, ma anche piccole illustrazioni di libretti e copertine di libri. Matrici talvolta nemmeno firmate, rese anonime, per volere del cliente o per semplice ritrosia. Nessuno di loro le ha conservate, ne facevano a decine e non ne tennero per sè nemmeno una, rimaste in dote alla tipografia. xilografie -mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza I caratteri di zinco erano cari e rari, spesso le tipografie, piccole, a carattere familiare, ne acquistavano di usati che costavano poco, malridotti ed aggiustati alla bell'e meglio.E per quelli nuovi bisognava aspettare mesi, ordinarli a Recife o a Fortaleza, vale a dire, per l'epoca, dall'altra parte del mondo. E' da questa carenza di mezzi, di tecnologia e modernità, nonchè di risorse finanziarie che nasce e si sviluppa la xilografia nordestina. Lì per anni a usare sgorbie e punteruoli, a disegnare donnine e animali, santini e loghi commerciali, a sfornare tacos (matrici) per pochi soldi, in mezzo al frastuono delle macchine stampatrici, in uno spazio collettivo, quello tipografico, che diventava quasi casa, un ambiente familiare, con tutti, dai vecchi ai bambini a tagliare carta, sistemare i caratteri nelle cassette, impaginare, comporre. Stesura del colore con il rullo La fortuna della xilografia la si deve però al cordel, come dire due facce della stessa medaglia, inseparabili e intrecciate fittamente. Con la diffusione graduale di una letteratura popolare che da orale, declamata dai repentistas - sorta di cantastorie - a memoria, o improvvisata sul momento, viene poi fissata su carta, stampata e moltiplicata in centinaia di copie, la xilografia ha la sua grande chance : di prendere posto accanto alla letteratura. Piccoli libricini - folhetos - i primi con i fogli cuciti a mano, con l'esigenza di un'immagine di copertina. Un ruolo importante perchè sarà grazie a tale disegno, accattivante, ben fatto, riuscito, che il cordel avrà successo, sarà richiesto e venduto. Illustrazioni che devono riassumere il nocciolo della storia, dare un assaggio di quel che si leggerà, focalizzarsi sul/sulla protagonista. folhetos - mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza Non è un lavoro preso alla leggera. L'artigiano deve leggersi le storie, avere doti riassuntive, inventarsi un disegno che funzioni. Lo butta giù su carta, poi lo capovolge e lo ricalca su legno ed infine pazientemente incide. Sa come creare i mezzi toni, come dare profondità, come ottenere certi risultati, il bianco qui, il nero là, le ombreggiature, alcuni scendono nel dettaglio, altri si fermano a linee essenziali. Se sbagli son dolori, non puoi proprio rimediare. Gli strumenti sono davvero pochi, coltellini, ferri, penne a punta, i più ingegnosi possono anche personalizzarseli e farseli da sè. Poi la limatura della superficie, per renderla liscia ed omogena, uno strato di benzina - sorta di anti-tarma e la matrice è pronta ad assorbire il colore. Infine con un rullo a passare la tinta, nella giusta dose, nè più nè meno, e l'eccesso, caso mai, si assorbe con carta da giornale. La stampa, a mano è una fase delicata. Con una si tiene il foglio, con l'altra una leggera pressione, per poggiarlo e stirarlo per bene, spandendo poi il colore, aiutandosi con un semplice cucchiaio. La xilografia è finita, la si appende, come un panno, su una corda, ad asciugare. matrici -mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza Dalla letteratura all'arte il passo è stato breve. Le xilografie ora non dovevano solo pubblicizzare un prodotto o supportare libretti, ma vendere se stesse. Negli anni '60, con la creazione a Fortaleza del Museo d'Arte dell'Università del Cearà (MAUC), e con un generale risveglio d' attenzione, in tutto il paese, per le tradizioni popolari, l'artigianato ed il folclore, vari curatori ed artisti girarono alla ricerca di manufatti. A Juazeiro, acquistarono, per arricchire il museo con collezioni, le vecchie matrici dei maestri artigiani, conservate nelle tipografie. Stimolarono gli editori a commissionarne di nuove e, per incentivare e tenere viva questo pezzo di memoria, commissionarono essi stessi serie di opere, album di xilografie tematici. La pubblicazione di alcuni studi e libri sull'argomento, la realizzazione di alcune esposizioni, fecero il resto. Matrice di João Pedro do Juazeiro Le xilografie nordestine e relative matrici- avevano fatto il salto di qualità. Uscite dalle fiere di paese conquistavano i musei, timidamente, senza chiedere il permesso, divenute merce preziosa per mercanti d'arte, collezionisti privati, galleristi, direttori di musei, ricercatori. Tutti ad affannarsi a comprare- alcuni ricorrendo anche ad inganni e sotterfugi, altri più limpidi- e far produrre il più possibile. Un'agitazione febbrile che incentivò però la nascita di nuove generazioni di xilografi. Nei decenni successivi, l'avvento della tv, la diffusione di tecnologie di stampa, i cambiamenti del mercato e le richieste di prodotti meno artigianali e più massificati, hanno inflitto un arresto e agli intagliatori non è rimasto altro che rimboccarsi le maniche e trovarsi attività alternative. Chi si è dato al commercio ed ha aperto bottega, chi riparava orologi, chi scolpiva statue di santi, chi fabbricava mobili. xilografia -mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza Questi sapienti intagliatori li ha conosciuti quasi tutti Geova Sobreira, ne ha raccolto amorevolemente le matrici, che sarebbero andate perse, cercando di difenderle dall'attacco delle tarme. Come quella "Via Sacra", una via crucis miniaturizzata intagliata da Mestre Noza (1897 - 1983), uno dei decani del gruppo. Li ha frequentati e li ha fatti conoscere, ben disposto ad aprire i suoi bauli e mostrarne i tesori, di ciascuno di loro conosce bene la storia. Fu lui negli anni' 60 a presentare al ricercatore americano Ralph della Cava - autore dell'opera "Miracolo a Juazeiro" i poeti, gli autori di cordeis e gli xilografi di Juazeiro. Fra loro anche Walderêdo Gonçalves (1920 - 2005), una vera istituzione, nominato maestro di cultura, ci ha lasciato raccolte memorabili, sull'Apocalisse e sul folclore cearense. Sapeva fare di tutto un pò, il carpentiere, come suo padre, l'elettricista, il falegname, sapeva fondere l'oro ed aprire le casseforti, e, non soddisfatto, lavorò anche per una lotteria. Non fu mai solo uno xilografo, ma tutte queste cose insieme. Animato da perfezionismo e passione, girava per le fiere paesane osservando i tipi più interessanti e per trarre così spunto per i suoi disegni. Leggeva attentamente prima di illustrare un testo. Disegnava direttamente sul pezzo di legno, al contrario, con mano sicura. Usava coltellini e solo legno di imburana, resistente al taglio, poco deformabile, poco fibroso e perfetto da lavorare, per ottenere immagini nitide. Ha fatto di tutto, anche matrici in linoleum, fòrmica, gomma, stampi di piombo, targhe di bronzo, pannelli in pietra e pure sculture. Si è spento a 85 anni, infaticabile vecchio, e fino all'ultimo ha usato le mani, come solo lui sapeva fare. Walderêdo Gonçalves E' però curioso notare che il termine xilogravura e sinonimi non siano contemplati nel completo "Dicionario do Folclore Brasileiro" (1952) del famoso antropologo Luiz da Câmara Cascudo e che nel corso degli anni, buona parte del mondo culturale brasiliano -ricercatori e studiosi, letterari e storici- abbia ignorato, mostrato indifferenza, se non fastidio per tale forma di cultura popolare, come se quest'ultima fosse di basso pregio, sia per l'aspetto letterario che per l'aspetto artistico (vale a dire cordeis e xilografie). Non solo mancò per molto tempo una storia della xilografia nordestina, ma non veniva nemmeno citata o mostrata alcuna illustrazione in prestigiosi testi e studi folclorici, come se fosse roba da buttare, da usa e getta. Un silenzio colmo di pregiudizi, ma, come ben afferma Eduardo Diatahy B. de Menezes, professor emerito della UFC, " questa produzione dell'immaginario popolare della nostra regione e le sue diverse forme di illustrazione, hanno costruito un crocevia culturale mediante il quale la popolazione subalterna e isolata ha preservato la memoria collettiva dei suoi valori, credenze e sentimenti ed hanno costruito un modo originale e creativo di creare un collegamento fra la realtà e l'espressione simbolica della sue storie, fantasie e sogni. Una cosa è certa- prosegue il professore - il nostro artista popolare crede religiosamente ciò che recita un hadith del Corano : nel Paradiso c'è un mercato dove si vendono immagini". Tipografia Padre Cicero -mostra "Xilografos do Juazeiro" Museu do Cearà, Fortaleza mostra "Xilografos do Juazeiro" presso Museu do Cearà, Fortaleza, fino al 31 agosto 2012 |
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L'iniziativa certo non le manca, ha uno sguardo vispo, in testa, oltre ad avere una massa di capelli, ha pure tante idee.. Panmela Castro, carioca di 30 anni, dalla periferia nord di Rio de Janeiro è diventata parecchio famosa.Basta digitare il suo nome su internet, sfogliare riviste nelle sale d'aspetto, leggere distrattamente i quotidiani, perchè appaia magicamente lei, sfoderando sorrisi, in posa con le sue inseparabili amiche, le bombolette spray. E' una grafiteira, ma non si è improvvisata..ha studiato disegno e frequentato la locale Scuola di Belle Arti- e si vede- e fin qui tutto normale. La convivenza con la strada, le esperienze personali, i rapporti sociali le hanno però suggerito un modo diverso di impiegare il suo talento. E così da vari anni Panmela, alias Anarkia Bolandona (dove il bolandona- termine tipico carioca- sta per contestatrice), abbina arte urbana e lotta femminista, graffiti e progetti di integrazione sociale, disegni e messaggi di parità fra i sessi. Per la sua lotta è stata inserita dalla rivista Newsweek fra le 150 donne che "hanno scosso il mondo" nel 2011. Accanto a lei, nomi come la presidentessa Dilma Rousseff, Hillary Clinton, Angela Merkel, Oprah Winfrey, Angelina Jolie. Già nel 2010 era stata premiata con il Vital Voices Global Leadership Awards, premio riconosciuto a donne che lottano per la democrazia. Non pensava di arrivare a tanto e rimane sempre una ragazza di poche pretese e molti fatti. Quello che le sta a cuore, più dei riconoscimenti, è avvicinarsi alle persone, promuovere un cambiamento di mentalità, mutare una certa cultura, un certo modo di considerare la donna. I maltrattamenti, l'impunità, , la sessualità e l'uso de corpo, il rispetto per il sesso femminile, la violenza fra le mura domestiche, la legge Maria de Penha... tutto sparpagliato - attraverso bei volti di fanciulla, dolci ma forti- non solo sui muri di Rio de Janeiro, ma in varie parti del mondo. Ha fatto gruppetto, ha catalizzato altre ragazze che amano graffitare ed adesso, ruinite e forti, armate di spray colorati, partono alla ricerca di muri da riempire. Migliaia di giovani hanno finora partecipato ai suoi incontri. In collaborazione con ONG lei parla delle leggi, racconta la sua esperienza personale, nonchè quella di numerose amiche e conoscenti, informa sui diritti e ciò di cui parla, alla fine, rimane stampato sul muro, nei murales realizzati tutte insieme. Di graffiti e graffitari Rio è piena, alcuni bellissimi ed altamente tecnici, ma i suoi hanno puntato sul discorso femminista, mostrando ai colleghi un pò prevenuti - tenacia, volontà, bravura. Quando ha iniziato aveva 23 anni, non c'erano molte donne a graffitare per le strade e le battutine ironiche si sprecavano. La sua famiglia faceva ostruzionismo, il padre disapprovava, la madre era preoccupata. Poi è arrivato il premio Hutús - il più importante nell'ambito della cultura hip hop in America Latina, vinto da lei per ben due volte, nel 2007 e nel 2009, nominata graffitara dell'anno e del decennio. I genitori si sono acquietati. Organizza corsi di graffiti per ragazze e bambine, fornisce i materiali, insegna le tecniche base. E' come una catena di S.Antonio.. lo scopo è quella di di diffondere idee e posizioni, di esprimersi pubblicamente con gli spray, di lasciare una traccia per le città, di far riflettere i passanti, di attirare attenzione da parte dei media. E' tutto successo. E così nel 2010 è nata la Rima, Rete Femminista di Arte Urbana. Le militanti urbane aumentano e si rafforzano. Il prossimo obiettivo è trovare una sede per la sua organizzazione, in qualche quartiere a rischio, dove traffico di droga e violenza sono all'ordine del giorno. Una sfida la sua, interagire e inseririsi in luogo non facile dove la battaglia, e non solo per i diritti delle donne, ma per i diritti di tutti gli abitanti del quartiere, sono continuamente ignorati. E il suo è lavoro di volontariato, si intende, e per questo ha bisogno dell'aiuto di tanti, collettivo. La giovane, si divide così fra impegni sociali e impegni artisitici, continua con la sua arte, fà mostre, a fatica tiene il ritmo per accettare i vari inviti. Di recente è stata anche a Fortaleza, invitata dalla Sebrae, nell'ambito dell'Expo Beleza Nordeste- fiera del settore cosmetico - per fare un mural. Ha deciso per un omaggio alla donna brasiliana, a Gabriela Libélula, personaggio di Jorge Amado, che tanto le è piaciuto. Una donna estremamente sensuale, una sensualità a fior di pelle, che incompresa si isola in un bozzolo, per uscirne poi più forte e decisa. Sarà per questo che uno dei suoi miti è anche Frida Kahlo? |
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Nonostante prediliga paesaggi creati da Madre Natura, spontanei per così dire, senza interventi di mano umana e costrizioni razionali, il Giardino Botanico di Rio de Janeiro merita. E più di una visita, se, come nel mio caso, lo si vede non sotto una buona luce, con un cielo plumbeo e la pioggia incombente. Merita, perchè è molto esteso e girare per tutti i 54 ettari e goderseli appieno ci vuole tempo. Merita perchè è un omaggio alla botanica, un pezzo di flora brasiliana, strappata alle foreste e ricreata in forme artificiose. Un viaggio nella vegetazione locale ed esotica, in un luogo che storicamente ha subito processi e trasformazioni. Un giardino in continuo divenire, nella sua lunga vita di 200 anni. lago Frei Leandro - Victoria regia in fiore Camminare fra i trenta viali, intersecati da vialetti, attraversati da canali, segnalati con targhe ed ombreggiati da maestosi Mangifera indica, Couropita guianensis, Carapa guianensis, e Roystonea oleracea, intitolati ciascuno a botanici, naturalisti, ricercatori, agronomi è come ripercorrere una parte della sua storia. Laddove adesso sorge il Solar da Imperatriz, una elegante residenza di campagna, un tempo c'era la casa dei proprietari di una piantagione di canna da zucchero, l' Engenho de Nossa Senhora da Conceição da Lagoa, impiantata qui, nei presso della Lagoa de Freitas, nel 1575. Era un latifondo vastissimo che includeva una cinquantina di edifici, fra cui il senzala per gli schiavi. Sono stati ritrovati, nel corso di scavi, oggetti d'uso quotidiano, vestiario, frammenti di stoviglie e resti alimentari risalenti all'ultima fazendeira, Dona Felicidade Perpetua da Cunha. Requisito dal principe regnante Dom João VI, sul terreno venne costruita una fabbrica di polvere da sparo ed esplosivi. La Real Fabrica da Polvora, fondata nel 1808 e smantellata nel 1831, faceva parte delle numerose iniziative prese dalla corte portoghese- appena giunta a Rio da Janeiro- per urbanizzare e migliorare il contesto urbano, produttivo, architettonico, culturale della città, che presentava ancora un' arretrata fisionomia coloniale. La creazione di un "giardino d'acclimatazione", poi chiamato "orto reale" e solo successivamente "giardino botanico" rientrava in tale ottica. Era una sorta di nursery per piante native ed esotiche, che giungevano da varie regioni del Brasile o da altre colonie dell'impero. Un luogo adatto, scelto per farle acclimatare, farle abituare al terreno, in vista di una coltivazione su larga scala. E così giunsero noce moscata, pepe, cannella, canfora, chiodi di garofano ed altri speci vegetali dalle isole Mauritius, thè da Macao. Il boom botanico si era propagato in tutta Europa alla fine del '700. Naquero i primi orti - come quello dell'Ajuda a Lisbona- vennero organizzate numerose spedizioni scientifiche, proliferarono pubblicazioni, classificazioni botaniche, raccolte e collezioni di materiale, vennero creati appositi istituti geografici ed accademie, si stesero mappe, disegni e relazioni, tutto al fine di conoscere e gestire al meglio i territori conquistati, e soprattutto allo scopo di individuare possibili fonti di guadagno. Contraddistinta da un carattere prettamente pragmatico, la botanica era quindi usata per fini produttivi, prettamente economici. Si studiavano e ricercavano le piante al fine di poterle usare, vendere, riprodurre..dovevano servire a qualcosa, che avessero un uso alimentare, farmaceutico, cosmetico, medico. Potevano fornire legname per costruzione o ricavare preziose spezie per la cucina, tutti prodotti assai ricercati e costosi. Si spiega così la preoccupazione dei sovrani europei di coltivare e riprodurre le specii utili o pregiate, ossia di impiantare orti botanici ovunque. L'amore per la natura ed il gusto per il paesaggio non c'entravano, e vennero dopo. orchidario Il primo giardino botanico brasiliano, quello di Belem (Amazzonia), quello successivo di Olinda (Pernambuco) e quello di Rio de Janeiro, nacquero tutti così. Tutti e tre ereditarono la "collezione" vegetale (spezie per lo più) provenienti dall'ex colonie francese - conquistate nel 1809 dai portoghesi. Create dai francesi, "La Gabriele" (Guyana) ed il Jardin de Pampelmusse (Mauritius) erano complessi agricoli modello - che furono debitamente copiati in Brasile- e costituivano la principale fonte di reddito delle due colonie. Oltre alla prima partita di specii esotiche, cui si aggiunsero quelle native, gli orti reali ricevevano piante e semi anche da altre parti dell'impero, la china dal Suriname, i gelsomini dal capo di Buona Speranza, alberi da legname, caucciù, alberi da frutto (avocado, banano, goiaba), indaco e canna da zucchero, in un interscambio mondiale, una circolazione globalizzata di vegetali, talmente quotati che- in taluni casi- erano stati persino usati come moneta corrente. Cactario Il successivo passaggio da azienda agricola imperiale a luogo anche di passatempo e socializzazione, avvenne solo a partire dal 1822, dopo la proclamazione dell'Indipendenza e si consolidò nel 1889, mantenendo negli anni sempre un carattere molteplice di ricerca scientifica, produzione e vendita di esemplari, divulgazione pedagogica- attraverso istituti e scuole agrarie, nonchè di intrattenimento domenicale per le famiglie benestanti carioca. Il suo biglietto da visita, impresso anche nel logo del giardino, sono da sempre le altissime palme imperiali (Roystonea oleracea), che accolgono il visitatore all'ingresso, svettanti nei lunghi viali centrali. La Palma mater, prima piantina piantata - in atto simbolico -dal fondatore Dom João nel 1809, sfortunatamente colpita da un fulmine negli anni '70, è ancora religiosamente custodita- quel che ne resta- come una reliqua. Le sue discendenti, la Palma filia e tutte le altre, vegetano finora indisturbate. vivaio di orchidee Fra prati sterminati, macchie arboree, cespugli e viottoli spuntano ogni tanto busti e volti bronzei, irrigiditi dal tempo. Sono gli ex- direttori, antropologi, etnologi, collezionisti, fitopatologi, studiosi di entomologia, professori emeriti, figure di spicco di epoche diverse , ciascuno con la sua storia, il suo personale, fondamentale contributo, ma tutti animati dalla medesima passione... alcuni brasiliani - come João Barbosa Rodrigues, frei Custodio Serrão, Paulo de Campos Porto, Francisco Freire Alemão - tanti stranieri -il tedesco Alexandre Brade, il portoghese Manuel Pio Correa, il francese Auguste de Saint-Hilaire, l'inglese John Wills, lo svedese Albert Logfren, l'austriaco Karl Glasl- che qui giunsero al seguito di missioni scientifiche, o per conto proprio, qui si fermarono affascinati da siffatta vegetazione e qui morirono, altri tornarono da dove erano venuti. Alcuni rigorosamente frati (il carmelitano frate Leandro del Santissimo Sacramento) ed altri rigorosamente scienziati (Aristides Pacheco Leão, Manuel Arruda Camara, Leonidas Damasio). C'è chi sulle piante ci scrisse volumi e volumi, e chi invece ci ha dipinto, come Margaret Mee. Chi ha individuato specii rare, chi ha creato preziosi erbari, chi si è concentrato sulle orchidee e chi sulle spezie. Tutti fito-dipendenti.. speci del cactario E' un vero angolo di paradiso e di paradisi vegetali ne trovi di vari tipi.. da quello giapponese a quello biblico, da quello messicano a quello cactaceo, da quello sensoriale a quello medicinale. Il clima edenico è interrotto dal passare, raro per la verità, di micro-vetture interne, proposte per svogliati e pigri. Ad ogni angolo panchine per godere con tutti i cinque sensi dei boschetti e della frescura, dei rumori di acque e dei versi degli uccelli, del giocare a nascondino di qualche scimmietta sagui. I bambù immobili si stringono fra sè, i rampicanti si contorcono su tettoie scenografiche, licheni tetri ricoprono imponenti alberi e si chinano mollemente fino a terra. scimmietta sagui ,detta anche mico (Callithrix jacchus) Tronchi e rami, scolpiti dalla natura, fanno a gara con statue scolpite dall'uomo. Affacciate in meditazione su laghetti o quasi ingoiate dalla vegetazione esuberante, classicheggianti e mitologiche, ecco apparire ninfe e dee in tema (Cerere e Diana, Eco e Teti), un putto alato, volatili- via di mezzo fra cicogne e trampolieri- ed un cacciatore.. alcuni di marmo, altri di bronzo o ferro fuso, usciti da prestigiose fonderie francesi..come le fontanelle, nel modello detto "wallace", a muro, con cariatidi, copie di quelle sparse per Parigi- o opera dello scultore più famoso del rorocò carioca, il mulatto Mestre Valentim. il sistema di canalizzazione e flusso delle acque venne progettato nel 1851 e completato con la creazione dall'acquedotto da Levada. Nel verde complessivo, tonalità che dilaga e domina per ogni dove, risaltano ancor di più alcune rare costruzioni bianche, piccole serre d'aspetto vittoriano. In una sono ospitate le piante insettivore che, nonostante il nome, appaiono così fragili ed indifese, altro che carnivore.. in un'altra, orchidee in sequenza, accostate, appese, esposte, con accanto il vivaio dove vengono allevate e vendute al pubblico, ma anche anthurium e filodendri. Una varietà di forme, colori, dimensioni, puntinate o melange, bicolori o screziate, frastagliate o allungate..l'orchidario è un piccolo saggio delle tante specie classificate da Alexandre Curt Brade, su è giù per il Brasile. Stranezze e varietà anche nel vicino bromelario, centinaia di esemplari, dalla più comune ananas alle bromelie rinsecchite della caatinga. orchidee e bromelie in fiore Di più recente formazione il cactario con varietà provenienti dall'America centrale, Messico soprattutto.. spinose ed acuminate, tondeggianti o a candelabro, a fiore o a vermicello, è la forma qui a farla da padrona. Le acque, tante, scorrono per ogni dove, fluiscono dall'acquedotto da Levada ed alimentano fontane, cascatelle e laghetti. Quello centrale, con un'acqua limacciosa, è dedicato a Frei Leandro, primo direttore del Giardino Botanico. Sulla superficie galleggiano maestose Victoria regia, piatti verdi rigidi e fibrosi, piccole ninfe in fiore e tutt'intorno magnifici esemplari di Ravenala Madagascariensis, quasi giganteschi ventagli mossi dal vento. lago frei Leandro - Victoria regia Un giardino maestoso, una cartolina postale di Rio de Janeiro, di cui la corte imperiale andava orgogliosamente fiera, uno spazio da esibire all'estero, senza rischiare di sfigurare. Visitato da grandi personalità, reali e politici, militari e scienziati, del calibro di Albert Einstein. Ma anche un grande vivaio da cui uscivano piante per addobbare la città, abbellire piazze e viali, da cui partivano migliaia di esemplari e sementi destinati ad Europa e Stati Uniti. Un patrimonio arboreo da vedere e godere, gratis per anziani e bambini. Raccomandato. cactus |
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Post n°667 pubblicato il 22 Maggio 2012 da LivinginFortaleza
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Camminare per il centro di Rio è come trovarsi dentro un grande puzzle scomposto.. non sai da che parte cominciare per ricomporlo e all'inizio ti sembra tutto fuori posto. E' una città stratificata Rio, ma qui, dove lo spazio non fa difetto, gli strati si sono sviluppati in orizzontale e non in verticale, come di solito accade e si è costruito adattandosi al terreno, seguendo le mode e gli stili del momento, aggiungendo qualcosa lì accanto, girandoci attorno, un pò come si è riuscito e un pò come si è potuto.. Scalinata del Selaron Un mosaico variegato come quello che tappezza la Scalinata del Selaron..è da qui che inizio il mio percorso. Vista da lontano, di sbieco, in fondo ad un vicolo squallido, con i suoi colori vibranti e lucidi, sembra un macro tappeto srotolato dall'alto. In 215 gradini, 4 metri di larghezza, mattonelle quadrate, romboidali, rettagolari, dipinte a mano o industriali, stampigliate o impresse, che dicono qualcosa o non dicono niente, con accostamenti tematici o in totale contrasto. L'arte musiva di Jorge Selaron è del tutto latina.. non per niente lui, con il suo barbone brizzolato e l'immancabile t-shirt rosso fuoco, è cileno, artista autodidatta che dopo aver girato il mondo è qui, lungo la scalinata che porta al convento di S.Teresa, che ha deciso di fermarsi. Murales nel quartiere della Lapa Il quartiere della Lapa, luogo effervescente, prediletto da intellettuali e gente di spettacolo - qui vissero Machado de Assis, Jorge Amado, Carmen Miranda, Heiror Villa-Lobos fra gli altri - si è sviluppato attorno al settecentesco acquedotto (Arcos da Lapa) con due ordini di archi, che taglia la piazza in trasversale. Peccato non vedervi più scorrere sopra il bondinho (tram) giallo - uguale uguale a quelli che circolano per il centro di Lisbona - .. purtroppo è stato - si spera momentaneamente - disattivato. Saliva su a Santa Teresa, collina verdeggiante e zona residenziale, ricolma di villini Art Nouveau, alcuni dei quali trasformati in pousadas e B&B. Scalinata del Selaron Reminiscenze portoghesi si scorgono nella chiesa che ha dato il nome al quartiere N.S. do Carmo da Lapa, dalle forme severe addolcite da bordure di azulejos e nei tanti edifici, meritevoli tutti di un poderoso restauro, dalle facciate decorate, con volute e maschere, con fregi e ghirlande. Centri culturali ed associazioni, ex-cinema trasformati in pub, vie diventate centro della "boemia" carioca, la vita notturna. Bisognerebbe spingersi qui di notte, con le luci accese e la musica nell'aria --dal forrò al rock, dallo choro al samba -in questi "botequins" riammodernati, mentre altri sono rimasti tali e quali, magari un pò scalcinati, perfetti per bere e socializzare. E' qui, fra questi tavolini che negli anni'30-'40 ed oltre, autori talentuosi si sfidavano a colpi di canzoni, al ritmo di samba, improvvisati sul momento, con le rime ineccepibili, le frecciate allusive, duelli sonori in piena regola, che certe volte finivano male. E' proprio qui, fra queste vie, che è nato il "malandro carioca" con tutto il suo bagaglio di significati e simbologie. Scalinata del Selaron / mural Adesso sono i graffitari a confrontarsi, colorando i muri della città di meraviglie a suon di bombolette spray, con grande creatività, grande abilità, tanta tecnica e fantasia.Un tassello un pò stonato è la vicina cattedrale metropolitana di S. Sebastiano .. sembra una navicella spaziale, caduta da chissà dove.. tronco-cono gigantesco che stride con tutto il resto. Una capsula modernista nel cuore di Rio che ospita il museo di arte sacra ed è in grado di accogliere folle di fedeli - fino a 20.000. Giri l'angolo e ti ritrovi invece nel Brasile coloniale, quello degli acquerelli di J.B. Debret per intenderci, con le strade percorse da carrozze, signore in crinoline ed ombrellini e tanti schiavi a vendere mercanzie. Il convento e la chiesa di S. Antonio, fondati dai primi francescani giunti in città sono un esempio di architettura coloniale secentesca. Antiga cattedrale / edifici coloniali in largo do Boticario Qui venivano sepolti i membri della famiglia imperiale, da qui uscirono frati importanti per la storia brasiliana. Un santo potente, cui votarsi in caso di pericolo, di attacchi ed invasioni e così, dato che funzionava meglio di un esercito, fu nominato dapprima capitano di fanteria e poi tenente colonnello, ed il suo stipendio regolarmente pagato al convento. Adesso abbarbicato sulla collinetta omonima, un poco malridotto e in fase di restauro, il convento è costretto a convivere con le bancarelle del mercato sottostante, con il viavai di passanti frettolosi, banchi di libri a metà prezzo e gadget calcistici. Tutt'intorno si spandono a volume altissimo inni di squadre di calcio, neanche fossero arie d'opera e il Teatro Municipale, guarda caso, è a due passi.. Teatro Municipale Con un involucro neoclassico degno della migliore musica, non gli manca niente : le statue allegoriche ci sono, le cupolette scure pure, così come i decori dorati e le colonne doriche. Fu inaugurato nel 1909, suscitando meraviglia e stupore. Era l'imponenza che doveva rappresentare, con quella pomposità tipica da Operà di Parigi, che appunto imitava. Marmi e cristalli, affreschi e vetrate, balaustre e mobilia, specchi e macchinari, tutto importato dall'Europa, affinchè la copia non sfigurasse minimamente rispetto all'originale. Real Gabinete Portugues de Leitura Le grandi avenidas, dove centinaia di macchine in fila indiana si incolonnano come modellini in un plastico, decido di snobbarle e mi addentro fra le vie pedonali, quelle che conservano ancora qualche traccia sporadica del passato, che talvolta sorprende. Il Real Gabinete Portugues de Leitura lo individui subito, è una biblioteca, ma non semplicemente e solo quello. Fuori.una facciata da manuale, in stile neo- manuelino (dal re Dom Manuel I 1491-1521) con le sue guglie esuberanti e l'esaltazione della lusitanità nelle statue di Vasco de Gama e Luis de Camoes. Quasi una fotocopia del XX secolo di celebri edifici lisbonensi, vedi Monastero dos Jeronimos e Torre di Belèm.. Dentro, un ambiente apprezzabile da bibliofili e non, dove il libro è coccolato, curato, custodito e vezzeggiato entro grandi scaffalature che sono tutto un traforo e un intaglio.. osservo rapita e respiro quest'aria buona, libresca, liberatoria..
Confetteria Colombo, dal 1894 Qua e là qualche antico negozio, come la profumeria dal nome poetico "O jardim engarrafado da cidade" (il giardino imbottigliato della città) che dal 1947 vende lozioni profumate ed ogni genere di flaconi e bottigliette - dimenticate l'odiosa plastica, qui è tutto di vetro- e dove il vecchio proprietario si nasconde, mostrando una timidezza e una riservatezza che non pensavo ancora esistessero.O come una vecchia pasticceria art Decò con le vetrate decorate ed i dolci in scatole di latta, o come la rinomata Confeiteria Colombo, sontuosa caffetteria storica, in piedi dal 1894. antica profumeria "O jardim engarrafado da cidade", dal 1947 Qui il tempo sembra si sia fermato, credenze in jacaranda, banconi in marmo italiano, vetrine bombate, pavimenti floreali, sedie impagliate, specchi dorati, soffitti con vetrate.. tutto un luccichìò per il tempio della pasticceria portoghese, dove reali, politici, scrittori ed artisti erano serviti con i guanti bianchi, su vassoi d'argento e porcellane raffinate con rifiniture d'oro. Biscottini, ripieni o da the, cialde, pasticcini, e poi pingo de tocha, pastel de nata e trouxinha de ovos - dolcetti realizzati con la stessa ricetta dei maestri confettieri portoghesi. Confetteria Colombo, dal 1894 Il centro è un'alternanza di vicoli con negozi chic e vie più popolari, dove, tra bandierine multicolorate appese, trovi di tutto, negozi per animali, ricambi per elettrodomesttici, rivendite alimentari, e dove le cabine telefoniche sono tappezzate interamente - stile horror vacui - da annunci di "particolari servizi a domicilio", senza che ci siano dubbi su quale genere di servizio si tratti..nel loro accostare i colori dei cartoncini, mi ricordano tanto una favela di Rio, vista qualche giorno prima.. il gusto cromatico sembra proprio lo stesso.. orelhão (cabina telefonica)/favela Mi spingo verso il mare, laddove si concentra il nucleo più antico della città, la piazza XV è contornata dalla severissima antica cattedrale, da una fontana piramidale, opera di uno dei più famosi scultori rococò brasiliani, il mulatto Mestre Valentim e dall'altra, dal Palazzo Imperiale, fin quasi modesto per un impero così vasto..residenza di governatori, re e poi imperatori, ora è un centro culturale. Qui avvenivano le udienze reali, qui avvennero le incoronazioni e le acclamazioni popolari, qui venne firmata la Lei Aurea, che sancì l'abolizione della schiavitù. Palazzo Imperiale Lo skyline di un tempo puoi solo immaginartelo - ora irrimediabilmente rovinato da un brutto viadotto -la costa in lontananza e l'Ilha Fiscal, abbastanza vicina..un posto di controllo delle merci in entrata e in uscita dal porto di Rio, che più che una dogana mi sembra un castello delle fiabe, tutto verde- azzurro con le guglie neo-gotiche. Fu l'imperatore Dom Pedro II- evidentemente sensibile a questioni estetiche- a deciderne le forme, in uno stile che non deturpasse il bel paesaggio della baia. Si optò per un gotico alla Viollet-le-Duc, un capriccio medievaleggiante e si pensò anche al verde, impiantando palme di cocco. Dal 1913 l'isoletta fu consegnata al Ministero della Marina che la utilizzò come sede di istituti idrografici e metereologici. Adesso è un sogno architettonico che si specchia sull'acqua, da raggiungere a piedi o con un battello. Ilha Fiscal Vicino vicino un'altra perla dell'architettura coloniale di Rio, il Museo Storico Nazionale, ma la sua storia e quello che c'è dentro l'ho già raccontata.. |
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Mirante Dona Marta "Lasciate ogni romanticismo voi che andate".. così potrebbe recitare una targa da affiggere lungo la strada per il Corcovado. Dimenticate pure il silenzio, la solitudine e la tranquillità.. recarsi a visitare il Cristo Redentore è una tappa obbligata, un voto da sciogliere, un dovere da compiere.. e i pellegrini sono tanti - di tutte le età, razze, lingue e religioni-.. inconcepibile pensare di goderselo tutto soli soletti..Qualcuno lassù, in sostanza, ce lo trovi sempre..Sarebbe bello prendere l'elicottero e fare le boccacce a quelli giù in basso, accalcati.. ma è solo un'idea e tale rimane.. Cosme Velho- Stazione treno del Corcovado Come funziona la cosa, lo capisci appena arrivi nella piazzetta di Cosme Velho, davanti alla piccola stazione ottocentesca tutta dipinta..è un movimento continuo di turisti, taxisti, autisti, operatori turistici, oltrechè dei normalissimi abitanti del quartiere per niente stravolti, anzi avvezzi a questo frastuono.La meta è una sola : guadagnare il Corcovado, non importa come, quanto costa e in quanto tempo. C'è chi opta per il trenino, rosso fiammante, che dopo un lungo tragitto, si inerpica per ripidi pendii nella foresta della Tijuca, per poi depositarti a destinazione. Si può sempre andare a piedi o in bicicletta- opzione questa solo per chi ha buone gambe e tanto, tanto fiato. baia di Guanabara e Rio de Janeiro vista dal Mirante Dona Marta L'alternativa, pratica, moderna, economica c'è.. i pulmini. E' un vero business, tutto ben organizzato, studiato, rodato da anni di esperienza turistica, meglio dire da decenni ed anche di più..L'offerta è del tutto professionale, ti attirano suadenti, spiegandoti per filo e per segno, ti caricano, ti applicano un bollino di riconoscimento ed infine ti scaricano come pacchetti postali nei punti prefissati.Se ritardi, ti lasciano lì, ma niente paura.. salirai sul van successivo.. tanto, è un passaggio continuo, un riciclo di gente, una vera industria del divertimento.. Laguna De Freitas, Zona sul e il Corcovado visti dal Mirante Dona Marta Famiglie, gruppi di amici, fidanzati, coppie di una certa età, giovani globetrotter, fotografi della domenica, una varia umanità, quella che aspetta speranzosa di affacciarsi sul terrazzo panoramico più famoso al mondo. La strada, la lastricata Ladeira dos Guararapes, sale su, fra ville ed antichi edifici immersi nel verde, percorsa da un salire e scendere continuo di furgoni con turisti ammutoliti.. per fortuna la radio dell'autista tiene su il morale. Fra una curva e l'altra, lungo la Estrada das Paneiras, spunta ogni tanto un lembo di favela.. Il Mirante Dona Marta offre un assaggio del panorama che si godrà più in sù, vale a dire, un antipasto prima del dessert..Oltrepassata una fitta boscaglia di bambù, la raccolta terrazza offre una vista magnifica sulla città. Bisogna sgomitare per farsi posto, per guadagnarsi uno spazietto ed il diritto - sacrosanto- di farsi una foto-ricordo. Gli altri concorrenti, in questo gioco " a chi si fotografa di più" sono assai agguerriti, per niente disposti a cedere di un passo. Scatti di gruppo, singoli, di coppia, in pose ammiccanti, con tutta la famiglia, con varie spiritosaggini... souvenirs sul Corcovado Mi sembra quasi che siano tutti più attenti e interessati a fotografarsi, piuttosto che ad osservare e cogliere la bellezza del paesaggio, captare con lo sguardo l'immensità della baia, scoprire l'intreccio urbano della città, scorgere Niteroi dall'altra parte, lo Stadio Maracanà, l'aeroporto, seguire il profilo del lungo ponte fra i due versanti. Mi immagino, estraniandomi da tutto, scontri navali, fantastico di attacchi di pirati e mentre un aereo- appena decollato dall'antico aereoporto cittadino Santos Dumont- vira sopra la spiaggia di Botafogo, penso a quando circa due secoli fa, qui, fra queste acque, si cacciavano balene, per estrarne il famoso olio.. Arcipelago Isole Cagarras, visto dal Corcovado Altra sosta d'obbligo è quella per pagare il biglietto d'ingresso al Parco della Tijuca, un grandioso polmone verde, area ecologica preservata, divisa in quattro unità, a due passi dalla città, e in parte dentro la città stessa. Addentrandosi nei numerosi percorsi del parco, ci si può tranquillamente imbattere nel Tangará-dançador (Chiroxiphia caudata), nell'Arapaçu-verde (Sittasomus griseicapillus), nel Saíra-de-sete-cores (Tangara seledon) e nel tropicalissimo Tucano-de-bico-preto (Ramphasto vitellinus). I più fortunati possono anche sperare nell'incontro con speci rare dell'avi-fauna. I turisti frettolosi, di passaggio vedono poco in realtà, ma ben nascosti ci sono cascate e laghi, foreste e picchi a strapiombo, dove praticare l'arrampicata libera e il parapendio. souvenirs sul Corcovado Ancora qualche chilometro per una strada a serpentina e si è arrivati. I turisti si agitano come formiche impazzite.. si abbarbicano sui gradini, li affrontano con determinazione - per i più pigri e per chi ha problemi motori ci sono pur sempre ascensori e scale mobili - Per alcuni sembra una salita al Calvario, e come nella via Crucis ci sono le Stazioni Dolorose, qui ci sono snack-bar e negozi di gadgets.. Così, mentre prendi fiato tra una rampa e l'altra, puoi sempre confortarti con bibite e panini, comprare ricordini e cartoline, sostare sotto un ombrellone. Rampe di gradini per accedere alla terrazza del Corcovado Il Cristo appare a prima vista, di spalle.. sembra fare il gesto di spiccare il volo o più prosaicamente di aprire le braccia- rigide ed erette- per un esercizio di ginnastica..la terrazza è ricolma e imperversa la febbre incontenibile dello scatto/auto-scatto, malattia contagiosa, mentre il Redentore è impassibile e guarda oltre.. forse, se potesse muoversi, incrocerebbe le braccia, chissà..Chi si sdraia sul pavimento, chi si torce di 3/4, chi si inginocchia, l'importante è inquadrarsi insieme al Cristo. Il panorama è mozzafiato, nonostante questa calca e un generale vociare.. Non ci si può proprio raccogliere, lanciare uno sguardo in religioso silenzio, ripercorrere mentalmente sforzi e fatiche fatti da chi ha costruito tutto questo..immaginare vagamente l'emozione dei primi viaggiatori che salivano fin quassù col trenino, per fare un giro fuori porta.. Giardino Botanico, laguna De Freitas, Ipanema e Leblon, isole Cagarras- visti dal Corcovado Alla fine la città non ha più segreti, riconosci le vie, individui gli edifici, localizzi i punti.. è come vederla al computer, sulle mappe satillitari, solo che qui non puoi zoomare.. e allora mi diverto a farlo con la fotocamera.. immortalare la mia faccia, non mi interessa, la conosco fin troppo bene.. Ecco le coordinate che stavo cercando, la percezione dello spazio che mi mancava.. e pensi -una volta vista Rio de Janeiro da quassù, non ti ci puoi più perdere.. souvenirs sul Corcovado Mi soffermo poi, con una nota di masochismo, nei negozi di souvenirs.. spille e magneti, portachiavi, di plastica e metallo, colorati, rosari e tazze, statuine in gesso, legno, alabastro, Cristi dorati, platinati, bruniti, argentati.. su magliette e cappellini, foulard e accendini.. una fiera del cattivo gusto - uguale qui come in altri luoghi- che non finisce mai di stupirmi.. Il giro è finito.. rien va plus.. |
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