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Post n°219 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da gabriellatiganisava
Fiesole - 02 febbraio 2012 Stamani la neve è arrivata anche su Firenze. Non molta in verità, ma comunque i fiocchi sono caduti per tutta la mattinata. La superorganizzazione di Renzi ha retto molto bene: le strade erano già pulite alle sei di mattina, molti gli uomini della Protezione Civile. Insomma uno stato di allerta forse esagerato ma almeno non si è rischiata la brutta figura del dicembre 2010. Le colline intorno Firenze sono imbiancate, a Fiesole (foto) la neve è stata più abbondante. La situazione è di gran lunga più difficile nel Mugello dove alcuni paesini sono rimasti isolati: molti gli anziani rimasti al freddo e senza luce elettrica: l'Enel si giustifica dicendo che i manicotti elettrici sono ghiacciati. Mah! E pensare che siamo nel 2012 e basta un po' di neve a ripiombarci nel Medioevo! |
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Post n°216 pubblicato il 06 Gennaio 2012 da gabriellatiganisava
NOI CREDEVAMO Recensione film di Mario Martone In cosa credevano i tre giovani meridionali protagonisti del film di Mario Martone, coprodotto dalla Rai e andato in onda sugli schermi televisivi da pochi giorni? A quale idea di nazione essi erano fedeli? Quale teoria politica seguivano? Cosa era veramente che spingeva loro a patìre le sofferenze delle carceri borboniche, ad adottare la fuga e la clandestinità come stile di vita, ad offrire il sacrificio della propria vita? Il processo risorgimentale italiano è un fenomeno assai complesso e che si presta a diverse interpretazioni, come quelle filosabaudiste, filomazziniane e filodemocratiche e ancora "meridionaliste" e "antimeridionaliste". Il regista Martone ha cercato di ricostruire, ma solo in parte a nostro avviso, attraverso le esperienze dei fratelli Domenico e Angelo e dell'amico Salvatore, le lotte portate avanti dai patrioti liberali italiani durante il XIX sec., per la liberazione dall’egemonia straniera e per l’ unificazione dell’Italia. Se la storiografia di impronta gramsciana (Gramsci, ricordiamo, definì il Risorgimento come una “rivoluzione mancata”) tende a ridimensionare il coinvolgimento delle masse nel disegno politico ideato e tenacemente perseguito dalle classi borghesi e da quelle aristocratico-illuminate, quella più recente è invece focalizzata sulla simbologia delle lotta risorgimentale e sulla rivalutazione del contributo fornito dai ceti meno abbienti. Così scrivono Paul Ginsborg e A. Mario Banti nel saggio Risorgimento (Storia d’Italia Einaudi, Annale 22, 2007): “Contrariamente a una tesi che trova tutt’ora i suoi sostenitori, e che considera il Risorgimento una questione che ha riguardato poche e ristrette élites, se non addirittura, un uomo solo al comando (il Cavour, per esempio) crediamo corretto, da un punto di vista rigorosamente analitico- sostenere che il Risorgimento è stato un movimento “di massa”…sostenere che il Risorgimento è un movimento politico “di massa” significa osservarlo dalla prospettiva da cui George Mosse ha studiato il movimento nazional-patriottico tedesco: entrambi sono declinazioni di una “nuova politica”, che nasce con la Rivoluzione Francese, e che… pone al centro dell’arena pubblica il popolo/nazione depositario principale della sovranità…”. Quali furono allora i valori risorgimentali? Quale la cultura dominante del periodo? I due autori proseguono osservando che la nuova cultura e il nuovo stile politico furono quelli dell’emozione e non della ragione, della razionalità. La cultura diffusa del periodo risorgimentale è basata su una serie di miti (es. la patria, ossia la nuova religione che affratellò il popolo italiano), di simboli, di allegorie che ebbe presa sull’opinione pubblica, che riuscì a smuovere le masse e spingerle alla partecipazione, alla lotta comune. Così il Banti: “Il messaggio fu così potente da convincere molti ad agire pericolosamente in suo nome, rischiando l’esilio, la prigione, la vita”.
Ritornando al film di Martone, tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti, anche i giovani ribelli furono trascinati da questa nuova cultura ottocentesca, affascinati dagli scritti soprattutto di Giuseppe Mazzini (ma anche di Ferrari e Cattaneo, di orientamento federalista, di D’Azeglio, di cui si ricorda la sua azzeccatissima frase, “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”) che, dal suo esilio a Londra, teneva le fila dei movimenti liberali in Italia e all’estero; i giovani patrioti italiani furono quasi ipnotizzati dal carisma di Giuseppe Garibaldi, il quale, com’è noto, entrò subito in contrasto con le forze moderate che non condividevano l’idea di un’Italia repubblicana, com'egli, forse troppo precocemente, avrebbe voluto. Nel film di Martone poco delineata è la figura, invece centralissima, di Camillo Benso di Cavour, il vero stratega del Risorgimento italiano, colui che, in virtù delle sue straordinarie doti diplomatiche, riuscì a contenere l’”irruenza” dei garibaldini (utilizzandone però la forza dirompente) e a portare le maggiori potenze europee (allora Francia e Gran Bretagna) ad un riconoscimento della causa italiana. Senza l’intervento delle potenze straniere il processo di unificazione non sarebbe mai giunto in porto. Martone dedica molto (forse troppo) del suo lavoro cinematografico a Felice Orsini, autore dell’attentato (fallito) a Napoleone III, il re francese paladino del potere papale che ostacolò la realizzazione del sogno cavouriano (Libera Chiesa in libero Stato) reso successivamente possibile solo con la vittoria prussiana a Sèdan (1870) e quindi la neutralizzazione di Napoleone III. Ben tratteggiata risulta la figura di Cristina Trivulsio Belgiojoso, nobildonna sostenitrice e referente parigina dei ribelli italiani, protagonista della primavera romana del ’48-’49, assieme ad altre coraggiose eroine quali per esempio Margaret Fuller, giornalista americana, intima amica di Mazzini, femminista ante litteram, la quale auspicava un coinvolgimento degli Stati Uniti nella causa dei patrioti italiani (mai avvenuto, poiché gli Stati Uniti in quel periodo erano impegnati nei loro affari di domestic politic e comunque un loro intervento sarebbe stato vietato dalla dottrina Monroe) e, assieme alla Belgiojoso, si prodigò nella cura dei patrioti rimasti feriti, vittime degli scontri con le truppe regie e francesi guidate dallo spietato generale Oudinot. Chi scrive (meridionale doc) ha notato come i dialetti parlati dai protagonisti siano poco credibili, difficilmente riconoscibili, uno strano miscuglio calabro-siculo-campano-pugliese a volte anche un po’ ridicolo. Si è apprezzato il tentativo del regista di raffigurare lo stato di confusione a livello politico , di disorientamento dei patrioti (spesso mal coordinati, equipaggiati ed anche male informati), di desolazione e arretratezza del Mezzogiorno. Le scene si avvalgono di un indovinato e suggestivo sottofondo musicale (repertorio di Bellini), di un cast di bravi attori (tra cui Toni Servillo nella parte di Giuseppe Mazzini, Luigi Lo Cascio, Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto), di un’ ambientazione abbastanza convincente per quanto riguarda i costumi, le carceri borboniche, la mobilia e le abitazioni private. Alla fine della visione del film sembra naturale chiedersi se il sacrificio di tante giovani vite, sia servito veramente a creare una nazione e un popolo italiani, soprattutto se la memoria storica di queste lotte servirà in futuro a tenere unito il Bel Paese o se risulteranno vincenti le forze disgregatrici e separatiste molto attive nel Nord. Quale forza avrà il nuovo bottom wind (vento che parte dal basso) e quale impatto avranno le nuove formazioni politiche (queste ultime dispongono di una necessaria consapevolezza storica per operare oppure sono la diretta espressione di ceti industriali interessati alla difesa dei propri mercati e del proprio benessere?) Il Mezzogiorno, da secoli vessato da classi politiche corrotte e clan mafiosi invincibili finora, riuscirà mai a riscattarsi dal suo difficile passato di crudeli dominazioni straniere e devastanti catastrofi naturali? Ci sarà bisogno di una nuova impresa dei Mille per riunificare il paese? A chi gioverebbe adesso una possibile divisione dell’Italia? Gabriella Tigani Sava |
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Post n°214 pubblicato il 25 Ottobre 2011 da gabriellatiganisava
FIRENZE IN ... FERRARI!
CASCINE domenica 30 ottobre (microcircuito di 2,5 km a partire dal piazzale del Re) Le Cascine si sono rifatte il trucco per l’occasione: domenica 30 ottobre infatti, il grande parco cittadino, il cui asfalto è stato risistemato in tempi record, ospiterà alcuni modelli, mai usciti fuori dalla scuderia di Maranello, come la versione 2010, probabilmente guidata da Giancarlo Fisichella, due Ferrari 458 e due Ferrari 599xx, che sono state definite vetture-laboratorio, ad altissima tecnologia. Inoltre, per una settimana, le principali piazze metteranno in vetrina quattro monoposto, luccicanti e splendide nella loro ineguagliabile linea. Già da adesso molte Ferrari circolano in città: anche chi scrive (che tra l’altro, purtroppo, distingue con difficoltà una Panda da una Maserati!) è riuscito a riconoscere il rombo di una magnifica Ferrari nera, scivolata sui Lungarni. E allora, tempo permettendo, si coglierà al volo l’occasione per apprendere qualcosa del magico mondo Ferrari e della mitica Rossa!
FERRARI d'epoca a Santa Croce (aprile 2011)
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Post n°213 pubblicato il 19 Ottobre 2011 da gabriellatiganisava
continua / vai a post 18 ottobre 2011 (premessa e cap. I) Nel saggio Lo stalinismo come opera d’arte totale , Boris Groys ha storicizzato il realismo socialista, collocandolo tra i movimenti artistici di poco precedenti l’adozione del realismo socialista come metodo ufficiale per le arti, vale a dire le avanguardie russe, e i movimenti artistici successivi alla morte di Stalin. Quindi gli Anni Venti del XIX secolo, che corrispondono al futurismo russo e l’arte post-utopica, o post-staliniana (anche conosciuta come Soz-Art, una fusione tra realismo socialista e Pop-art), rappresentano la delimitazione cronologica anteriore e posteriore alla cultura staliniana, che il Groys coglie nella sua evoluzione. La ricerca del Groys perviene ad esiti diversi da quelli formulati dalla Clark, poiché l’arte “totalitaria” degli anni Trenta-Quaranta è soprattutto concepita come una radicalizzazione del messaggio artistico delle avanguardie russe. Lo stalinismo è identificato come “un’opera d’arte totale”, definizione che può essere intesa in due sensi: in un primo significato esso è visto come opera d’arte unica e collettiva, tra l’altro la sola ammessa dal regime, e in un secondo significato come opera d’arte che ha interessato la società sovietica a tutti i livelli. Più recentemente Jeffrey Brooks, dopo lunghi anni di studio dei principali quotidiani quali la Pravda (il quotidiano del Partito), il Giornale del Contadino, Red Star (il quotidiano dell’esercito), Lavoro, in Thank You Comrade Stalin , ha rivalutato il ruolo dei media nella costruzione del culto della personalità di Stalin e nel processo di edificazione del socialismo sovietico. Brooks presenta il realismo socialista come un progetto unitario, guidato dalle élites politiche, paragonabile ad un grande spettacolo rivolto alle masse, in cui tutti gli attori recitano la parte loro affidata, vale a dire l’apoteosi del regime bolscevico e del suo leader Stalin. Accogliendo il monito della Clark e di Groys, i quali non condividendo l’idea di un’arte totalmente “pura” e indipendente dal potere politico, si sono rifiutati di rispondere alla domanda “Fu vera arte o una non-arte?”, con questa breve dissertazione ci proponiamo di cogliere, a grandi linee, l’evoluzione della cultura staliniana, tenendo conto delle influenze della tradizione culturale russa, della politica e dell’ideologia, e, come suggerito e documentato dal Brooks, anche del ruolo, affatto trascurabile, svolto dai media del tempo, nella pianificazione culturale del paese. Tra ideologia e tradizione nazionale: la letteratura sovietica come fabbrica e deposito di miti ufficiali. La Clark prende le distanze da valutazioni estetiche (riassumibili nella definizione di bad literature ) o morali. Il suo approccio elude la critica occidentale, poiché, a suo avviso, essa non riesce a comprendere le funzioni principali svolte dalla letteratura sovietica. Partendo dalla considerazione che la letteratura di ogni paese e di ogni epoca sia il risultato dell’interazione tra fattori letterari (tradizione culturale nazionale) e fattori extraletterari (politica, ideologia, retorica intesa come media, discorsi ufficiali, cerimonie pubbliche), la studiosa americana attribuisce alla novella sovietica una funzione peculiare, che consiste nel fungere da generatore e deposito dei miti ufficiali dello stato. La letteratura sovietica è concepita come un archivio continuamente aggiornato dei miti della nazione, ma nello stesso tempo è essa stessa fabbrica di alcuni di quei miti, che contribuisce a formare e diffondere nella società. La seconda funzione consiste invece nella mediazione (accezione sociologica) dei conflitti sociali irrisolti, risoluzione metaforica e virtuale di alcuni importanti contraddizioni persistenti all’interno della realtà sovietica, quali il gap tra masse contadine analfabete o semianalfabete, tra città e campagna, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e tra ceti borghesi e ceti proletari. Il realismo socialista, ammonisce l’autrice, non è configurabile come un fenomeno culturale monolitico, ed infatti è colto nella sua evoluzione dinamica: dagli anni Venti agli anni Quaranta ed oltre (fino alla morte di Stalin) sono evidenziati i cambiamenti avvenuti nella produzione letteraria che utilizza un “pacchetto” preconfezionato di miti, leggende, simboli, figure, parole e immagini uguali solamente in superficie, ma che assumono e svolgono, di volta in volta, a seconda della necessità storica contingente, diversi significati e diverse funzioni. La letteratura sovietica è definita come una “dottrina canonica” considerato il fatto che, a partire dagli anni Trenta, in ogni Congresso degli scrittori, veniva presentato un breve elenco di racconti o romanzi esemplari (obrazcy), indicati come dei modelli da imitare nel master plot, ossia nella trama generale, nell’intreccio fondamentale, includente l’inizio, il climax e il finale di una storia narrata. Nell’ambito dei Congressi dell’Unione degli scrittori, venivano impartite dalla dirigenza bolscevica, le direttive agli intellettuali agli intellettuali su come e cosa scrivere. Le liste erano continuamente aggiornate e modificate, anche se un nucleo di titoli rimase sempre presente, così da essere identificato dalla Clark come il canone del realismo socialista, composto dalle seguenti opere: 1) La Madre (1907) di Maksim Gor’kij 2) Chapaev (1925) di Dimitri Furmanov 3) Cemento(’22-’24) di Fëdor Gladkov 4) Il Placido Don (1928-’40) di Michail Sholokov 5) Via per il calvario (1922-1940) e Pietro il Grande (1933) di Aleksej Tolstoj 6) Quando fu temprato l’acciaio (1934) di Nikolaevič Ostrovsky 7) La strada (1927) e La giovane guardia (1946) di Aleksander Fadeev Sarebbe errato però pensare che l’imitazione di tali modelli letterari fosse pedissequa e impersonale. Ogni racconto presenta delle sottotrame, delle digressioni, delle particolarità derivanti anche dalla creatività e dall’originalità dello scrittore. Il master plot controlla solo alcune fasi (l’inizio, il climax e la fine della storia), obbedendo alle guide generali stabilite dal canone letterario. Il potere politico bolscevico al fine di cementare la coesione sociale, diffondere consenso e legittimare la propria leadership, si serve della letteratura come mezzo per produrre dei miti, delle favole ad uso e consumo della popolazione. I romanzi sovietici sono ritualizzati[1], scrive la Clark, nel senso che essi ripetono, con alcune varianti, una trama fatta di elementi, miti, simboli e icone ereditati dalla cultura nazionale codificata in alcune categorie culturali. La trama principale assolve alla stessa funzione del rituale nella sua accezione antropologica, dando forma ad una sorta di parabola che ha sempre come protagonista l’eroe positivo, in genere una persona comune, operaio o soldato. Le parabole servono a trasfigurare la realtà, ad abbellirla e, in alcuni casi, a mistificarla. Come avviene nei riti in cui il soggetto è impegnato nel passaggio, che riflette un simbolo culturale, da uno stadio ad un altro, anche il master plot della novella sovietica ripropone un passaggio del soggetto protagonista, da uno stato di incoscienza ad uno di maggiore consapevolezza e maturità politica. Il modello più frequentemente utilizzato nelle novelle sovietiche è quello dialettico spontaneità/consapevolezza laddove i due termini nel corso degli anni acquisiscono significati diversi. In generale tuttavia, il lemma spontaneità fa riferimento ad azioni o attività politiche irrazionali, non realiste e anarchiche; mentre il lemma consapevolezza indica azioni controllate, razionali, pianificate e consapevoli. Tale modello rappresenta in modo simbolico l’idea marxista del progresso storico. Così scrive la Clark: According to the Leninist novel for historical progress, society from its earliest days has been locked in a dialectical struggle between the forces of “spontaneity” (which predominate in the earliest, most primitive social forms) and the forces of “consciousness” (which are present from the very beginning, although largely only as a potential). This dialectic provides the driving force of progress and leads to history’s end in communism[2]. Il protagonista, l’eroe positivo nei panni del discepolo, da una fase iniziale di inconsapevolezza e ingenuità, compie, a fianco di un mentore che lo “illumina”, un percorso verso la strada della consapevolezza[3], ossia della maturazione politico-individuale che coincide con una presa di coscienza politica, di classe. Essa è una metafora del corso della storia la cui tappa finale, secondo il progetto teorico marxista, è il trionfo del comunismo bolscevico. Emblematico è il racconto La Madre di Maksimovic Gork’ij, che esamineremo nel prossimo paragrafo. [1] Sul significato di rituale la Clark fa riferimento in particolare ai lavori di V.Propp, C. Lévi-Strauss e .V. Turner. “The primary function of the master plot is very similar to that of a ritual understood in these terms. It shapes the novel as a sort of parable for the working-out of Marxism-Leninism in history (…)” (K. Clark, The Soviet Novel, cit., p.9). [2] Clark, The Soviet Novel, cit., p. 16. [3] Nel 1902 Lenin pubblica il trattato-pamphlet Che fare che divise, com’è noto, la socialdemocrazia russa in bolscevichi e menscevichi ed introdusse la tesi dell’”avanguardia proletaria”, ossia “un ristretto gruppo di rivoluzionari “educated” e dotato di “highly conscious” che avrebbe guidato le meno “consapevoli” ed istruite masse contadine, prima verso un più alto grado di maturazione politica e subito dopo alla rivoluzione vera e propria(Clark, The Soviet Novel, cit., p. 18). |
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Post n°212 pubblicato il 17 Ottobre 2011 da gabriellatiganisava
In concomitanza delle due mostre "I realismi socialisti " (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 11 ottobre-8 gennaio 2011 ), che purtroppo non ho ancora avuto modo di visitare ma che mi riprometto di farlo appena possibile, mi è sembrato interessante pubblicare un estratto della relazione presentata nel corso del seminario di "Storia dell'Europa Orientale", tenuto dalla professoressa Anna Di Biagio, da marzo a maggio 2011. Il seminario, molto impegnativo e articolato, dal titolo "Lo stalinismo prima e dopo la rivoluzione degli archivi", si è tenuto presso l'Università di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia (Scienze Storiche). La relazione è centrata sulla produzione artistico-letteraria tra gli anni Venti e Quaranta (un arco temporale più ampio non è ancora scientificamente apprezzabile, poiché la documentazione più recente e aggiornata è ancora "ferma", dopo l'apertura degli archivi dell'ex-URSS, ad un peiodo non posteriore alla morte di Stalin, avvenuta nel 1953). Per comprensibili ragioni tecniche e autoriali, la relazione non è presentata nella sua versione integrale, ma è comunque tutelata da un diritto di copyright*. Il realismo socialista tra ideologia e tradizione nazionale: la pianificazione culturale nell’ ex-Unione Sovietica (1920-1940) * Relatore: M. Gabriella Tigani Sava PREMESSA Una reazione molto comune tra coloro i quali sentono parlare di studi sul “realismo socialista” e sulla “cultura staliniana”, scrive Katerina Clark nella prefazione al saggio The Soviet Novel [1], è di stupore misto a commiserazione. L’argomento infatti non sembra apparire tra i più avvincenti poiché è opinione altrettanto diffusa che l’arte sovietica non sia stata nel complesso particolarmente interessante e fantasiosa, al contrario è in genere considerata uniforme e incolore. “Arte di regime” oppure “arte fortemente ideologizzata” sono le definizioni più note del binomio realismo socialista, in riferimento alla produzione artistica, intesa in senso lato, che copre un arco cronologico abbastanza lungo e coincide con il regime staliniano. Arte “brutta” o, secondo la valutazione data dalle avanguardie russe, una vera “caduta nella barbarie”, quasi all’unanimità ritenuta dalla critica occidentale monotona e ripetitiva, con un unico motivo dominante, la figura di Stalin replicata all’infinito su muri, libri, quotidiani, posters e ritratti. Un’arte oggetto di giudizi non solo estetici ma anche etici, considerata come moralmente inaccettabile a causa del suo inscindibile legame con un periodo storico scomodo e da rinnegare poiché segnato da terrore, pulizie etniche e operazioni di massa e, quindi da consegnare all’oblio, alla damnatio memoriae. Se nell’ex-Urss per molto tempo lo studio dell’arte staliniana ha rappresentato una sorta di taboo, in Occidente invece si è riacceso l’interesse degli studiosi soprattutto dopo la cosiddetta “rivoluzione degli archivi” seguita al crollo del comunismo, che, pur non avendo prodotto una rivoluzione storiografica[2]ha permesso di svelare un enigma, di ampliare in modo consistente anche la conoscenza della cultura staliniana, grazie alla maggiore disponibilità di documenti e all’utilizzo di nuove fonti, che nella fase pre-archivistica, non erano mai state considerate[3]. Negli anni Ottanta, alcuni studiosi, come la Clark e il Groys, si sono entrambi sottratti alla tentazione di etichettare il realismo socialista, cercando di rintracciare in esso una linea di continuità con i movimenti artistico-letterari che rientrano nel patrimonio culturale dell’ex- Urss. Katerina Clark nel saggio The Soviet Novel. History as Ritual[4], adotta un approccio interdisciplinare (funzionale, storico, antropologico, sociologico) alla materia sottoposta alla sua analisi, ossia la letteratura sovietica. L’autrice ricollega il realismo socialista a tutta la ricca e composita tradizione culturale nazionale, quindi alla letteratura del periodo zarista, alla letteratura religiosa, epica e popolare, espressione di un variegato e multinazionale Impero russo. Continua/ vai al post 19 ottobre NOTE [1]“My interlecutor’s response is either to back out of the conversation or to mutter words of sympathy and amazement: “How do you ever manage to get through them!”(Katerina Clark, The Soviet Novel.History as Ritual,, Indiana University Press, Bloomington (IN), 1981, p. ix). [2]Nicolas Werth, Storia della Russia nel Novecento. Dall’Impero russo alla Comunità degli Stati Indipendenti 1900-1999 (1° ed. 1993), Il Mulino, Bologna, 2000. Secondo il Werth, dopo la rivoluzione degli archivi, la storia dell’Unione Sovietica non appare più come un enigma, grazie alla liberazione della parola e della memoria. [3] Si pensi per esempio alla scuola culturale che si avvale dello studio di nuove fonti, quali lettere, diari e memorie private, e anche degli svodki, vale a dire i resoconti forniti dalla polizia politica o dalle sedi locali al partito centrale. [4].“What I have attempted here is an interpretative cultural history that uses the novel (and novella) as its focus because the novel is the privileged genre of Soviet Socialist Realism…I have done this by using a composite approach, involving methods from history, anthropology, and, to a lesser extent, literary theory”(Katerina Clark, The Soviet Novel, cit., p. xiii). |
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Post n°211 pubblicato il 11 Ottobre 2011 da gabriellatiganisava
IL DENARO E LA BELLEZZA. I BANCHIERI, BOTTICELLI E IL ROGO DELLE VANITA' Firenze, Palazzo Strozzi, 17 settembre 2011 – 22 gennaio 2012
Sandro Botticelli - Madonna con il bambino e due angeli (1468-1469) Tempera su tavola, cm. 100 x 71 - Napoli, Galleria di Capodimonte
Interessante connubio che di primo acchito potrebbe suonare quasi come un sacrilegio, un imperdonabile errore. Come coniugare infatti Denaro e Bellezza, l’Arte con il Potere e la Moneta? Ebbene, il denaro, se ben utilizzato, non è sempre sinonimo di loschi intrighi, di lotte di potere, illegalità e crimini, quindi di tutto quello che sicuramente con la Bellezza ha poco a che fare. E’ il caso del mecenatismo rinascimentale, quando le grandi famiglie aristocratiche (Bardi, Peruzzi, Medici, Acciaiuoli, Corsini solo per citare le più note) investivano grandi capitali nel commissionare ai più importanti artisti italiani, tutte quelle opere che costituiscono un unicum nel panorama culturale mondiale. La mostra vuole evidenziare il legame indissolubile tra il moderno sistema bancario (nato a Firenze) ed il fiorire del Rinascimento italiano, la cui culla fu appunto la città dei Gigli. Il finanziamento del Rinascimento è da attribuire alle dinastie dei banchieri fiorentini del XIV-XV sec., le quali riuscirono a costruire delle potentissime reti economiche internazionali che dominarono la storia commerciale e politica europea pre-moderna. L’Arte del Cambio (suddivisa tra i magistri, i discepoli e i sensali) era una delle sette Arti maggiori delle Corporazioni di Arti e mestieri di Firenze, con sede in Piazza della Signoria a partire dal 1352. Le compagnie bancarie fiorentine sovvenzionavano non solo guerre, lotte intestine tra famiglie rivali, sovrani europei tra i quali Edoardo III d’Inghilterra, controllavano il traffico del denaro (l’usura, severamente condannata da Dante nell’Inferno della Commedia) in gran parte del mondo, ma si dedicarono anche all’arte della magnificenza, impiegando enormi quantità di fiorini d’oro e d’argento per “adottare” gli artisti più promettenti del tempo e quindi impegnandosi nella valorizzazione delle città e delle corti, consegnando alle generazioni future un patrimonio ineguagliabile e incalcolabile, che richiederebbe una maggiore tutela e migliori politiche di fruizione e custodia. Tutta l’élite del Rinascimento (Botticelli, Lippi, Pollaiolo, Beato Angelico, Paolo Uccello, Donatello, Lorenzo di Credi e il Veneziano) sarà presente a questo importante evento curato da Tim Parks (scrittore e traduttore) e dallo storico dell’arte Ludovica Segrebondi. A quella principale sono correlate la mostra sulla figura del banchiere con opere di importanti artisti fiamminghi (si ricordi il “gemellaggio” esistente tra Firenze e le Fiandre nei secoli XV e XVI), la raffigurazione, mediante l’utilizzo di sofisticate strumentazioni multimediali, del percorso del denaro e dei commerci; per ultimo, la rappresentazione, anch’essa multimediale, dei “bruciamenti”, ossia del celebre rogo delle vanità che, com’è noto, fa riferimento al falò delle vanità del febbraio del 1497, ad opera dei frati domenicani guidati da Girolamo Savonarola, i quali, infervorati dalle prediche contro il lusso e il peccato, diedero fuoco a molti oggetti (libri, dipinti, specchi, etc.) ritenuti simbolo della lussuria e dell’inutilità, della corruzione dei costumi. Il rogo delle vanità simboleggia la chiusura di un ciclo storico straordinario, probabilmente irripetibile, che vide Firenze capitale mondiale dell’Arte e della Bellezza. Gabriella Tigani Sava |
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Post n°210 pubblicato il 22 Agosto 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°209 pubblicato il 15 Agosto 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°208 pubblicato il 08 Agosto 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°207 pubblicato il 26 Luglio 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°206 pubblicato il 26 Luglio 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°205 pubblicato il 26 Luglio 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°204 pubblicato il 26 Luglio 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°203 pubblicato il 18 Luglio 2011 da gabriellatiganisava
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Post n°202 pubblicato il 22 Giugno 2011 da gabriellatiganisava
Un viaggio nel Medioevo, tra alambicchi e antichissimi chiostri di Gabriella Tigani Sava e E.T. Un tuffo nel Medioevo: questo il resoconto della visita domenicale al complesso monumentale di Santa Maria Novella, tra i chiostri e l’antica erboristeria, aperti eccezionalmente in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e i 135 anni della Fratellanza Militare. La storia della Associazione di pubblica Assistenza Fratellanza Militare di Firenze è figlia del Risorgimento, quando, assieme ad altre si costituì come associazione di ex-combattenti dell’età risorgimentale. Nata nel 1876, ebbe fin dalle origini, la finalità di mutuo soccorso morale e materiale degli iscritti, ma anche di pubblica assistenza. Quando Firenze fu capitale d’Italia, dal 1865 al 1870, l’Associazione fu dedicata a Vittorio Emanuele II che aveva adibito a residenza reale Palazzo Pitti. Giuseppe Garibaldi fu il primo socio onorario e benemerito. Sempre in onore dell’”eroe dei due mondi”, nello stemma dell’Associazione è raffigurata una stretta di mano tra un militare sabaudo e una camicia rossa garibaldina. Dopo una breve sosta presso gli stands dell’Associazione Nazionale Bersaglieri (Sezione “Aldo Marzi” di Firenze con Fanfara), dell’Associazione Nazionale Veterani e reduci Garibaldini (A.N.V.R.G.) “Giuseppe Garibaldi” (sezione di Firenze) la quale ci ha cortesemente omaggiato del periodico dell’Associazione “Camicia rossa” e di due altre interessanti pubblicazioni (una su Firenze e i percorsi risorgimentali, l’altra su Piero Gobetti), proseguiamo la nostra visita guidata della magnifica Basilica di Santa Maria Novella, costruita intorno alla minuscola e duecentesca Chiesa delle Vigne, a sua volta edificata nel 1219 da dodici frati domenicani arrivati a Firenze da Bologna. La Basilica di Santa Maria Novella La Chiesa fu ampliata a partire dal 1278, con la costruzione contemporanea di una nuova cinta muraria della città. La Chiesa, consacrata nel 1420 da papa Martino V, con pianta a croce latina divisa in tre navate, era stata completata già a partire dalla fine del Trecento. Il portale centrale, la trabeazione e la parte superiore della facciata (in marmo bianco e verde), sono opera di Leon Battista Alberti, che ricevette la commissione dal ricchissimo commerciante di stoffe, Giovanni di Paolo Rucellai. Nel 1500 la chiesa fu rimaneggiata dal Vasari e successivamente, fu ancora “ritoccata” dall’architetto Romoli, tra il 1858 e il 1860. All’interno della Basilica, tra le tante meraviglie, un crocifisso di Giotto (1290), la Cappella Strozzi (di Filippino Lippi), una Natività di Sandro Botticelli il pulpito, opera di Filippo Brunelleschi e commissionato dalla Famiglia Rucellai, il coro con un ciclo di affreschi di Domenico Ghirlandaio (aiutato da un giovanissimo allievo, Michelangelo Buonarroti; nelle cappelle del transetto, opere di Giambologna, Vasari, Ghiberti, Bronzino, Orcagna, Poliziano e Brunelleschi; la Cappella Bardi e la Cappella Rucellai, la Cappella Gondi e la Cappella Gaddi. Nella sagrestia (1380), un lavabo in marmo e terracotta invetriata di Giovanni della Robbia (1498-1499), le cui decorazioni raffigurano i melograni, simbolo della vita. Il campanile trecentesco in stile romanico, visibile dalla stazione omonima, è opera del Talenti. I CHIOSTRI Il Chiostro della Sindicheria (o della cantina, della cànova) fu costruito nel 1500. In fondo a questo chiostro, si trova l’antico refettorio dei frati. Il Chiostro Verde (poiché affrescato con pittura verde), è ancora più antico, del 1300. opera di Fra’ Jacopo Talenti. In esso è custodito un ciclo di affreschi, alcuni dei quali realizzati da Paolo Uccello, nel 1425. Il Cappellone degli Spagnoli (antica sala capitolare della Basilica di Santa Maria Novella, cosiddetta perché usata dalla corte spagnola al seguito di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I dei Medici); il Chiostrino dei Morti (ex cimitero, 1270), il Chiostrino del Dati (Leonardo Dati, umanista e predicatore domenicano, è sepolto nella Basilica: la tomba in bronza è opera di Lorenzo Ghiberti). L’OFFICINA PROFUMO-FARMACEUTICA (1221) Entusiasmante la visita iniziale ai locali degli ex-laboratori: un invitante e piacevolissimo odore di spezie e di erbe, ci guida e, come due piccoli alchimisti, guardiamo con stupore e curiosità i termometri, i mortai, gli stampi per i saponi, le bottiglie e gli alambicchi; i contenitori in ceramica da farmacia del 1500 e 1600; i macchinari e gli attrezzi usati dai frati per produrre i medicamenti e le acque “magiche”, come per esempio l’acqua antisteria, a base di alcool.
Proseguiamo ed entriamo nell’Antica Spezieria, con un grande bancone, decorazioni settecentesche, aquile reali, draghi, e due angeli porta-candelabro anche questi del XVIII secolo. Il locale si apre su un enorme chiostro, il più grande di Firenze, non aperto al pubblico. Da un’apertura attigua alla spezieria, entriamo nella antica Sala Vendita e poi nella Sala Verde.
L’Officina di Santa Maria Novella è una delle più antiche farmacie del mondo e fu costruita dai frati domenicani che edificarono anche la Basilica. I frati producevano nei loro orti le erbe mediche che venivano usate nell’infermeria del convento. A partire dal 1612 la farmacia fu aperta al pubblico. E’ tutt’oggi aperta. Il nostro viaggio nel Medioevo termina qui, dove per tanti secoli, esperti e laboriosissimi frati, hanno prodotto medicamenti, profumati balsami e pomate miracolose, la cui fama ha raggiunto ogni angolo del mondo. Firenze, 19 giugno 2011 |
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Post n°200 pubblicato il 27 Maggio 2011 da gabriellatiganisava
“Vittima” :stereotipi sessisti e questioni di genere In questi ultimi giorni una canzone è incessantemente passata nei programmi musicali della radio o in Tv, si tratta di “Vittima” dei Modà. Ascoltandola non si può non rimanere un tantino perplessi sul contenuto e quindi sul testo. Sinteticamente: un lui si dichiara soddisfatto e gaudente nel far soffrire una lei, nel sottoporla ad una serie di “strazianti strapazzate”sentimentali e nel farla vittima della propria rabbia. Un concentrato di luoghi comuni: sempre secondo il testo le donne amerebbero i lui “bastardi” (testualmente “ a pensarci bene è questo mio essere bastardo a piacerti di me” etc…, sic) e distanti, insensibili ed ego-centrati, al limite della violenza fisica e così via; la lei è a sua volta psicologicamente fragile, attratta da tipi ambigui, sofferente ma nello stesso tempo compiacente della cattiva condotta (diciamo così!) del suo amato (?). La canzone è made in Italy e si vede poiché riflette in pieno una mentalità ancora prevalentemente maschilista e arretrata. “Vittima” è illuminante sui tanti stereotipi sessisti che ancora accompagnano i rapporti di coppia e nello specifico quello uomo/donna. Innanzitutto la figura maschile è pienamente rispondente alla tipologia del maschio dominante, sentimentalmente freddo e distaccato ma sessualmente disponibile, inidoneo a vivere un rapporto di coppia responsabile e reciproco, con una lei, la quale è coscientemente vittima e incapace ad ambìre ad una relazione migliore, più appagante e matura, non “malata” come quella raffigurata dai Modà. Questa breve analisi potrebbe sembrare un’esagerazione ma non lo è. Sono infatti numerose le storie di cronaca in Italia che, aprendo uno squarcio sulla condizione femminile non certo esaltante, presentano le donne come uniche vittime, di violenza fisica e psicologica, di aggressioni che puntualmente rimangono impunite e dimostrano come la storia delle relazioni di genere non debba essere considerata superata o chiusa, anzi, al contrario, come essa rimanga ancora aperta in tutta la sua drammatica attualità. Gabriella Tigani Sava |
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Post n°198 pubblicato il 21 Maggio 2011 da gabriellatiganisava
TERRAFUTURA COME MANGEREMO, CI VESTIREMO e VIAGGEREMO NELL’ANNO CHE VERRA’ Mostra-convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale FIRENZE- FORTEZZA DA BASSO 20-22 MAGGIO 2011 Ingresso libero “Vivi semplicemente (…) Questa terra ha risorse per tutti ma non per l’avidità di tutti” (Gandhi) E’ partita venerdì 20 maggio la quinta edizione della Kermesse sull’ambiente, TerraFutura, ancora più ricca e interessante rispetto agli anni passati. La manifestazione terminerà domenica 22 maggio ed è ospitata, come sempre, a Firenze, Fortezza da Basso. La grande mostra-convegno internazionale mette al centro le tematiche ambientali e suggerisce le vie per uno sviluppo sostenibile economicamente e socialmente, all’insegna del rispetto e della tutela del nostro unico, almeno per ora, pianeta. Un articolato calendario di iniziative culturali, tra convegni, seminari e workshop, laboratori per i più piccoli, finalizzato alla comunicazione e diffusione di nuovi metodi di consumo, di produzione, di gestione della cosa pubblica, di riciclaggio, di raccolta differenziata dei rifiuti, di economia green e commercio equosolidale. La globalizzazione di nuovi stili di vita e culture alimentari, più sensibili al rispetto della natura e dei diritti dei popoli e dei singoli individui, potrebbe essere un potente strumento di miglioramento delle condizioni di salute dell’ambiente e delle persone.
Foulards Oxfam (artigianato vietnamita) La reporter! Centinaia di espositori, italiani ed esteri, di prodotti bio come abiti in tessuti al 100% naturali (es. in canapa, in lino e seta), bellissimi foulards in seta e cotone (ditta Oxfam a sostegno dell’artigianato vietnamita)) realizzati ai telai manuali da donne Thai : chi scrive, dopo lunghi momenti di riflessione vista l’abbondanza di colori e di forme, ne ha comperato uno giallo –ocra dai riflessi cangianti molto belli! Abiti realizzati con materiali come il nero di seppia, frutti di bosco, ananas e kiwi (tintura al 100% naturale); Occhiali in legno della ditta MIJO (belli ma un po’ costosi), Scarpe in materiali non inquinanti, cibi alternativi vegani della svizzera VEGUSTO (buonissime le polpette di soia, discreto il formaggio vegetale senza colesterolo No-MUH), birre artigianali, caffè biologico, the verde (veramente!), saponi e detersivi assolutamente naturali (NOUR, Linea Sapone di Aleppo, saponi fatti a mano), mandorle e dolci siciliani di Avola (squisiti i biscotti al grano antico siciliano); numerosi gli stands dedicati al turismo responsabile per un’equa distribuzione del reddito tra tour operator e Paese ospitante, quindi a favore delle popolazioni locali con la scelta di alberghi a gestione familiare e progetti di finanziamento di sviluppo. L’obiettivo principale è quello di ridurre al minimo i danni dell’impatto socioculturale ed ambientale prodotto da flussi turistici sempre più intensi; e ancora, banche etiche, dentisti sociali, gruppi di acquisto popolare (GAP- acquisto collettivo di alcuni beni alimentari, a prezzi popolari, tra lavoratori, precari, studenti e pensionati); bioedilizia (case ecologiche e in legno a basso consumo energetico di Haus Idea, ditta di Bolzano); luci galleggianti a base di acqua e olio di lino; lampade romantiche dalle forme particolari e realizzate con plastica riciclata; YESLIFE store, il primo negozio online di abiti green, ecologici e chic. Pizze, pane e gelato artigianali, prodotti a kilometro zero. FirenzeInBici
1. FirenzeInBici 2. Contro il Nucleare 3. Orso in rappresentanza Orsi bruni maricani dell'Abruzzo Irrinunciabile la sosta presso le associazioni e gli Enti (tra i quali la Regione Toscana) per la promozione dell’acqua di rubinetto e del latte crudo alla spina, per evitare sprechi e convertirsi al consumo responsabile; per la promozione della raccolta differenziata e del compostaggio domestico e delle fonti energetiche rinnovabili. Chi vuole può anche sperimentare la guida di veicoli elettrici (macchine e ciclomotori) prenotando il test drive presso gli sportelli Svolta elettrica. Per chi ama andare in bici è d’obbligo la sosta allo stand della FIAB, FirenzeInBici ONLUS, associazione di cittadini-ciclisti che tutela e promuove la bici come mezzo di trasporto, poco costoso, facile, flessibile, veloce e assolutamente non inquinante. Molte le azioni portate avanti dalla FIAB costituita nel 2005 (vanta già 400 soci iscritti), che ne fanno la prima associazione ambientalista cittadina e la settima associazione di ciclisti in Italia. Tra le richieste proposte in sede comunale: aumento delle piste ciclabili, più rastrelliere, meno traffico, intermodalità (bici+mezzo pubblico – di recente con il “patto per la bicicletta”, sottoscritto da 130 candidati consiglieri e firmato da Matteo Renzi, la FIAB ha ottenuto la riduzione di 1,10 euro per il biglietto treno+bici), bike sharing e lancio di un programma per la conoscenza del territorio mediante ciclo-escursioni il cui calendario è consultabile su: www.firenzeinbici.net. Un’altra interessante novità è rappresentata da ECCO!, l’Ecological courier, il primo e unico corriere-trasporto merci cittadino che assicura consegne veloci, sicure e completamente ecologiche (sito www.ilcorrireecologico.it). Per finire, è possibile farsi una scorta di tanti sacchetti in Mater-Bi prodotti dalla Novamont!
Gabriella Tigani Sava
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Post n°197 pubblicato il 16 Maggio 2011 da gabriellatiganisava
Mostra-Fiera "ARTE DEL CAVALLO" 27-28 MAGGIO 2011 - PARCO LA VERSILIANA - MARINA DI PIETRASANTA (LU) PER ULTERIORI INFO SCRIVERE A : artedelcavallo@gmail.com. Vi aspettiamo numerosi! Nei giorni 27-28 maggio il Parco La Versiliana ospiterà la XII edizione della Mostra "Arte del Cavallo": spettacoli equestri, gare, pet therapy, tutto quello che può soddisfare chi ama l'atmosfera country, i cavalli e la natura. Musica e aperitivo in pineta! Per vivere un ritorno al gusto e alla natura in un incredibile week end di mare, cavalli e vino... l’Arte del Cavallo si impreziosisce con Cantine Aperte Le Cantine socie del Movimento Turismo del Vino aprono le proprie porte al pubblico. A Pietrasanta si potranno visitare le Cantine Basile Parco Agricolo - via Provinciale Vallecchia 260 www.cantinebasile.it cantinebasile@tiscali.it - tel: 0584 752118 Per l’occasione sarà organizzato un servizio navetta che collegherà dalle ore 10.30 alle ore19.00 il territorio di Pietrasanta: il mare, il centro storico e i vigneti. L’Arte del Cavallo| dodici edizioni tra arte e spettacolo - Marina di Pietrasanta_ “L’Arte del Cavallo” si appresta ad festeggiare la sua XII edizione nel parco della Versiliana il 28 e 29 maggio p.v. Si tratta di una manifestazione dedicata al mondo equestre, tra gare nazionali ed internazionali, esibizioni e spettacolo. Una manifestazione promossa dal Comune di Pietrasanta – Assessorati allo Sport e al Turismo, con il patrocinio della Regione Toscana e della Provincia di Lucca, in collaborazione con FISE, ANICA, FILIERA IPPICA TOSCANA, APT Versilia e le associazioni Albergatori e Balneari. La rassegna si svolge nel parco della Versiliana che diventa per due giorni un grande villaggio equestre. I numeri della manifestazione Due giorni la durata consueta della rassegna, due competizioni nazionali ed una, quella di morfologia, internazionale; cavalli arabi provenienti non solo dall'Italia, ma anche, da Israele, Egitto, Emirati Arabi e Qatar. Moltissimi i cavalli americani ed oltre 5000 spettatori Le gare Tre le discipline intorno alle quali ruotano le competizioni in programma: il concorso morfologico internazionale purosangue arabo; il barrel racing, i pony games. Appuntamenti Tante occasioni d’intrattenimento oltre le competizioni. Esibizione dei maestri maniscalchi, parate di carrozze d’epoca; esibizioni di cavalli andalusi, sfilate di moda, momenti d’informazione su temi legati alla sanità pubblica veterinaria, intrattenimento per i più piccoli, mostre d'arte. La fiera collaterale La manifestazione viene accompagnata da una ricca e variegata mostra mercato di prodotti tipici e artigianali, eno-gastronomici, abbigliamento ed attrezzature per l’equitazione:
Ci saranno inoltre aree specifiche dedicata al TURISMO , quindi agli ENTI, AGRITURISMI, impianti di Golf, Ville per Turisti, Hotels, Stabilimenti Balneari, Centri Ippici e sportivi, fattorie, TERME. - Una speciale area dedicata a tutti i prodotti della "Maremma e Senese" culinari, vini e abiti tipici maremmani - Un angolo sul tema "L'ARTE DEL DOLCE". - l'Arte del VERDE: con la partecipazione di molti vivai. - 150 anni di d'ITALIA il vero "MADE IN ITALY"
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Post n°196 pubblicato il 30 Aprile 2011 da gabriellatiganisava
Un angolo di TIBET alla 75ma EDIZIONE DELLA MOSTRA DELL’ARTIGIANATO
(FIRENZE- FORTEZZA DA BASSO 30 APRILE – 8 MAGGIO)
Questa è una piattaforma delle aziende per la promozione della cultura dell’artigianato nel mondo – con queste parole Carlo Bossi, presidente di Firenze Fiera, presenta la 75ma edizione della mostra dell’Artigianato Internazionale, che si terrà a Firenze, Fortezza da Basso, dal 30 Aprile all’8 Maggio. Tra i main sponsor, la Regione Toscana, Il Comune di Firenze, la Camera di Commercio e la Provincia di Firenze. Sono trascorsi tanti anni da quando la città dei gigli ha ospitato la prima (in assoluto in Italia) edizione, ed ogni anno la mostra ha avuto un paese ospite d’onore: quest’anno è la Spagna la nazione –regina della manifestazione che mette in campo quasi mille espositori, da tutto il mondo, e una serie di eventi collaterali, tra cui una rassegna fotografica sulla storia della mostra dell’artigianato ed anche degli angoli riservati alle lavorazioni manuali realizzate dal vivo. Tapas e flamenco per la Spagna; narghilé e la ricostruzione delle mura di Cartagine per la Tunisia, la danza del ventre per gli altri paesi dell’area del Maghreb; prodotti tipici e fotografie artistiche della città –gemella di Firenze, Nanchino; i visitatori potranno respirare l’atmosfera rilassante e contemplativa delle montagne tibetane, nell’area dedicata alla spiritualità tibetana dove si potranno incontrare cinque monaci provenienti dl Monastero di Varanasi e seguire dimostrazioni di scrittura tibetana; maestri caucasici esporrano le loro opere in rappresentanza dell’ex superpotenza, l’URSS; anche la Toscana sarà presente con tanti stands adibiti alla degustazioni dei prodotti d’eccellenza della regione.
Gabriella Tigani Sava |




Nella foto Camillo Benso di Cavour - Ritratto di Francesco Hayez - 1864






Antica ricetta acqua antisterica
Angelo portacandelabro
Antico mortaio utilizzato dai frati-farmacisti




Inviato da: levd
il 31/10/2010 alle 00:52
Inviato da: Francesca
il 26/02/2010 alle 11:20
Inviato da: discoverysergio
il 05/11/2009 alle 14:04
Inviato da: NienteFluorescente74
il 04/08/2009 alle 01:03
Inviato da: Snobbissima
il 04/08/2009 alle 00:04