Vorrei accettare....
.....ma non ci riesco.Addio a Savona, voce garbata dei Cetra
Era decisamente un’altra Italia quella di Virgilio Savona, raffinato animatore musicale, mente e inventore di un gruppo vocale che ha davvero fatto epoca, “il Quartetto Cetra”.
Così incominciava un articolo pubblicato su “Il Messaggero”, nel leggerlo la mia mente non ha potuto fare a meno di compiere un balzo nel passato, i ricordi hanno riportato i miei pensieri a quando, negli anni 70, questo signore insieme agli altri tre componenti partecipavano alle trasmissioni in voga. Una televisione di grande spessore, animata da personaggi come Aldo Fabrizi, Alberto Lupo, Ugo Pagliai, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Vittorio Gassman, Walter Chiari, Mina, Raffaella Carrà, Loretta Goggi, Gigi Proietti e tanti altri ancora.
Come di consueto non mi inoltro in inutili polemiche sull’enorme caduta di qualità dell’attuale televisione infarcita di personaggi di “grande spessore culturale”, mirata a rendere ottuso e plasmabile il pubblico; la mia era solo una considerazione nata dopo aver letto l’articolo citato all’inizio.
Vorrei accettare……………
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Questa sera voglio prendere spunto da un brano tratto dal romanzo Salammbô di Gustave Flaubert per una sintetica riflessione.
Siamo a Megara, sobborgo di Cartagine, nei giardini di Amilcare
“V’erano, là uomini di tutte le nazioni: liguri, lusitani, baleari, negri e fuoriusciti romani. Accanto al pesante dialetto dorico, s’udivano risuonare le sillabe celtiche, rumorose come carri da battaglia, e le terminazioni ioniche s’urtavano alle consonanti del deserto, aspre come gridi di sciacallo. Il greco si riconosceva dalla taglia sottile, l’egizio dalle spalle rialzate, il cantabro dai larghi polpacci. I carii portavano fieramente le piume sull’elmo; gli arcieri di Cappadocia s’erano dipinti, con succhi d’erbe, larghi fiori sul corpo, e alcuni lidii, vestiti d’abiti femminei, pranzavano in pantofole e orecchini. Altri, che s’erano cosparsi per la solennità di cinabro, somigliavano a statue di corallo “
La riflessione che impone questo brano è ” ma come!!!! Non avevano la Bossi-Fini, tutti questi stranieri che vivevano contemporaneamente nella stessa città!!!!! Boh“
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Victor: François, François, ma da dove stai arrivando così trafelato?
François: Sapessi caro Victor.
Victor: Cosa dovrei sapere? avanti François sai che sono curioso.
François: Tu sai benissimo che mi diletto ad inventare congegni.
Victor: Certo che lo so, come so che a volte sparisci per molti giorni ed allora?
François: Si da il caso, caro Victor, che ultimamente pervenni alla scoperta della macchina del tempo.
Victor: Ma, ma, è meraviglioso, potremo viaggiare nel tempo e magari dare una sbirciatina nel futuro per vedere cosa ci attende.
François: E' proprio questo il punto amico mio dopo aver fatto una capatina nel futuro ne sono rimasto disgustato ed ho distrutto la macchina ed ora correvo ancora per il terrore.
Victor: Ma come!!!! Avremmo potuto fare grandi cose con le conoscenze acquisite.
François: Caro Victor se il futuro è rincoglionirsi dietro ad una scatola che vomita stupidaggini, carri che non sono trainati dai cavalli ma spandono aria malsana, uomini e donne che parlano da soli, un mondo governato ancora dagli idoli per i quali abbiamo fatto la rivoluzione direi che è "meglio evitare".
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Ieri mentre stavo rientrando a casa ho notato disegnato sul muro vicino al portone un simbolo dell'anarchia, d'istinto mi è venuto da sorridere perchè ho immaginato che chi lo avesse scritto forse non sa nulla di cosa sia realmente l'anarchia ed ho trovato questo simbolo come dire anacronistico, ma voglio chiedere a voi cosa ne pensate dell'anarchia proiettata nel nostro tempo, visto che quando si sono formati i primi anarchici si viveva in un periodo completamente diverso dal nostro
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"Dal Leggo edizione romana odierna" I valori degli avi per la nuova Italia. I nostri antenati erano per lo più contadini, cafoni timorati di Dio e nobili d'animo poiché sapevano di non sapere e si collocavano con dignità nei loro ruoli. I nostri padri, invece, inurbandosi di nuovi guadagni di fabbriche e fabbrichette s'illudevano di emanciparsi comprando quattro mura o quattro ruote. Noi, nati nell'era delle autostrade, ci concedemmo il lusso di filosofeggiare prendendo a calci presupposti educativi e produttivi verticali. Abbeverandoci al mito della rivoluzione ci limitammo a movimenti che produssero qualche scossa al sistema con un numero limitato di vittime. Scoprimmo l'animo e le gambe, scegliemmo i1 sesso come chiave di comprensione del mondo, dichiarando inutile sovrastruttura ogni rituale tramandato per dare un senso al vivere comune; smaniosi di arrivare al nocciolo gettammo via la polpa. E sempre noi guardiamo con complicita e disgusto il nuovo che avanza. I nostri figli, irretiti in legami di dipendenze virtuali, calpestano o dribblano la cacca sui marciapiedi e poco gli interessa la bruttura che li circonda, ubriachi di alcol senza trasgressione, di spettacolo e chiacchiere senza fine che il potere gli elargisce a larghe mani. Frignano di precariato, ma s'imbucano appena possibile nei suoi circuiti. Comprano l'istruzione dei nuovi corsi per allodole che le università svuotate di risorse economiche e forza intellettuale propinano loro alla medesima stregua ammiccante di un prodotto di telefonia mobile. Non è tutta colpa loro se i loro padri - quelli che dicono di aver fatto tutto loro - li hanno consegnati ad una pratica di governo ancorata al nepotismo che distribuisce spazi pubblici e ruoli lottizzati a dovere. E come le antiche masse che si placavano nelle carnevalate circersi, così anch'essi insieme, padri e figli, si lasciano sfamare da una politica festivaliera che illumina il cielo e stende un velo pietoso sulle macerie della quotidianità feriale. Ma l'apparenza non combacia più con la vivibilità, che deve invece tornare ad essere sede del sogno e del desiderio. Si avverte il bisogno di una nuova scossa di utopia, oserei dire di una nuova rivoluzione, che ridistribuisca ricchezze e competenze, e che ristabilisca elementari verità. Urge recuperare il file Italia, prima che questo Bel Paese esca dal disco rigido della realtà e si cancelli dalla memoria dell'eccellenza contadina, artigiana, operaia, intellettuale e artistica che ancora lo tiene in vita. Beh cosa aggiungere d'altro semplicemente perfetto quanto scritto.
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