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Creato da sciffo il 27/09/2005
Quelli che sognano di giorno sono consapevoli di tante cose che sfuggono a quelli che sognano solo di notte. (Edgar A. Poe)
 

 

SCONTRO DI TITANI

Post n°659 pubblicato il 05 Febbraio 2012 da sciffo

Stanotte i Patriots guidati da Tom Brady si giocheranno il Superbowl con i Giants di Eli Manning.

Quasi tutti guarderanno la partita per vedere le ricezioni di Victor Cruz, Wes Welker e Rob Gronkowski (se giocherà).
Ma la partita vera, come sempre, si giocherà in trincea.

Da una parte la front four difensiva dei Giants, dall'altra la linea d'attacco dei Pats.
Lo scontro decisivo sarà questo: tra gli iperatletici rapper di NY ed i forzuti poliziotti normanni della vecchia Boston.

Il che sembra un pò una metafora, la nuova America contro la vecchia, democratici contro repubblicani (o Tea Party), Obama contro Reagan.  

Quanto tempo avrà Brady per leggere le coperture e scegliere il ricevitore libero?
Sono quasi sicuro di aver scritto più o meno la stessa cosa prima della finale tra le stesse squadre di 4 anni fa. 

Per parte mia, non vedo l'ora di godermi la battaglia tra le fanterie, di studiarmi gli assegnamenti dei blocchi, gli allineamenti difensivi e gli stunts.
E anche le coperture sugli slot receivers. 

Sinceramente, non saprei per chi sbilanciarmi in un pronostico.
Il giovane Manning mi piace molto, anche se ritengo Brady (che peraltro mi sta sui maroni perchè lo invidio come una bestia!) uno dei più forti qb che abbiano mai calcato un campo da football.
I ricevitori di NY sono però complessivamente migliori, e possono compensare un eventuale piccolo gap nel gioco aereo.  
Il running game dei Giants sulla carta è più incisivo, ma nella semifinale contro Baltimore i Pats sono capaci di prendere un sacco di primi down su corsa contro la difesa più forte della Nfl. 
La difesa di NY ha un roster superiore, ma anche qui c'è un fattore compensativo non da poco, che si chiama Bill Belichick.  
Insomma, siamo lì, dovrebbe essere una partita giocata e vinta sul filo, magari con un field goal finale, ma in un superbowl non si può mai dire.

Certo però che quel Jason Pierre Paul potrebbe diventare un nuovo Reggie White... 

 

 
 
 

PICCOLA PARABOLA DELL'EQUITA'

Post n°658 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da sciffo

C'era una volta una coppia sposata, dove lui appena possibile faceva le corna alla moglie, ma anche lei, sotto una facciata rispettabile, era una grandissima troia, che non solo la dava via con grande copia e leggerezza, ma a volte pure sputando sulla foto del marito.

Ora, un bel giorno, questa puttana iniziò a pensare che la sua apparente rispettabilità, nonchè e soprattutto il suo futuro mantenimento economico, avrebbero potuto risultare compromessi dall'atteggiamento libertino del marito.

Allora cosa fece?
Iniziò a farlo pedinare, a raccogliere foto e mutande sotto il letto, a fargli cazziate, a prendergli i soldi che lui si spendeva in tradimenti dal portafoglio.
Pagò persino un ex guerrigliero serbo per mandargli lettere minatorie e per ricattarlo.

Va beh, fino qui ci poteva anche stare.
Le donne quando si mettono in testa una cosa non ci sono cazzi.

Il marito, che non era poi coglionissimo, o forse si, pensò che lei gli avrebbe proposto: ok, fermiamo tutto, andiamo fuori a cena, sediamoci intorno a un tavolo e mettiamoci d'accordo, da oggi in poi faremo la famiglia seria.

Senonchè la troia non è che smise di farsi trombare a destra a manca, a spendere in gigolò e cotillons i soldi del marito, nemmeno a ridere davanti alla foto del povero coniuge mentre qualche mandingo siculocalabrese se la lavora da dietro.
E il guerrigliero serbo fu incentivato a passare anche alle mani.

Il giochino così non girava mica più tanto bene.

Se vuoi che io smetta di tradirti, almeno mettiti in riga anche tu, no? - pensò il marito attonito.

Provò a spiegarle: almeno chiedimi solo i soldi per mantenere la casa e la famiglia, non anche quelli per pagare le rate della Porsche del tuo amante.
Smetti di farti scopare da tutti, in primo luogo da quei pezzi grossi che non parlano neanche la nostra lingua.
E poi, ti ricordi che ti avevo prestato quella bella sommetta tanto tempo fa? Allora prima di chiedermi di pagare di nuovo e di più, magari restituiscimi quello che mi devi, e poi ne vediamo assieme da dove ripartire.

Se no continuiamo pure a giocare all'incularella, però prima o poi finisce a schiaffoni.

Ma la moglie, grandissima troia, continuava a fare orecchie da mercante.

 
 
 

THE IRONMAN SPIRIT

Post n°657 pubblicato il 25 Gennaio 2012 da sciffo

La finish line a volte può avere la forma di un bidet.

Sabato mattina sono solo con Barney, e dobbiamo uscire per fare qualche acquisto e portare Wally a passeggiare sulla Mura.

Stavo già covando una leggera alterazione intestinale, ma ancora non lo sapevo.

Carico figlio e cane in macchina e partiamo verso la metropoli.
Proprio mentre transitiamo accanto al cartello FERRARA, avverto un leggero spostamento ventrale e, pregustandone il tanfo e in lighthearted mood, rilascio una placida loffa.

Peraltro è solo l'ennesima scurza di quella fottuta mattina, iniziata come sempre con un copioso doppio deposito seguito però da un paio d'ore di pèti quasi continui.

Ecco, questa enorme frequenza emissiva, nonchè il relativo e progressivo declino da una tipologia "mitragliatrice Gatling" verso la ben più inquietante "bomba chimica con silenziatore", data anche la mia ben nota esperienza in materia, avrebbe dovuto far accendere qualche segnale di allarme.
Ma era sabato mattina, ed ero totalmente rincoglionito dopo aver subìto ore di esercizi sulle frazioni di Barney.

Ma torniamo alla loffa.
I primi decilitri sono costituiti dal collaudato gas nervino ad aggressione istantanea, ma poi, subdolamente, l'allegro rilascio si conclude con una leggera, ancorchè fortemente acidula, coda liquida.
Mentre il mio sogghigno si trasforma in una maschera tragica, i sistemi automatici di valutazione stimano all'istante:
1 - un danno volumetricamente non grave, tipo 1/4 di bicchierino di grappa Nardini, insufficiente a superare la barriera composita di folta pelliccia, mutanda opportunamente spessorata e jeans;
2 - un ben più temibile "effetto napalm" dovuto alla violentissima acidità del composto, capace di trasformare la zona colpita in una piccola Hiroshima, con ovvio epicentro nei contorni del cratere, che iniziano quasi subito a bruciare come tizzoni infernali.

C'è un brevissimo istante in cui si impone una scelta non meditabile.
Tornare a casa a sirene spiegate per le necessarie operazioni di decontaminazione, ovvero proseguire come se nulla fosse, stringendo i denti e ben sapendo di avere davanti un centinaio di terribili minuti?

Ma io sono stato un triplice ironman, capace di portare a casa la pelle in circostanze ben più degradanti e dolorose, e questo retaggio ha il suo peso.
E' deciso, dunque: si va avanti, e sia quel che sia.

Finchè restiamo in auto, limitando il più possibile i movimenti della parte inferiore del corpo, e fatta eccezione per la trasitoria ondata di gas nauseabondo (povero Wally, con il suo olfatto canino, ma è ben abituato), non si verificano criticità decisive.

Ma quando iniziamo la passeggiata sulla mura, e ad ogni passo sembra che mi si accenda un nuovo fiammifero antivento in zona presfintèrica, mi tornano in mente - non scherzo - le crisi semimortali della maratona di Nizza o della frazione ciclistica di Roth.
E, come ho imparato in quelle circostanze, so che non c'è altro modo di sopravvivere che mettere pazientemente un passo davanti all'altro, cercando di pensare ad altro che alla pena infame, mentre una fottuta smerigliatrice mi lavora sadicamente l'interno chiappe.  

L'ultimo tratto di passeggiata è orribile: per distrarmi racconto a Barney una storia di mostri, curiosamente somiglianti ai demoni danteschi che nel contempo mi lavorano il culo con ferri roventi.

Ma sono alla macchina.
Ho un flashback visivo del teschio da prigioniero di guerra di MV, quando abbiamo finito assieme il mostruso tratto di bici dell'Idroman 2010.
Proprio come allora, c'è solo un breve istante di tempo per ristorarsi prima di gettarsi nell'inferno, in questo caso la fottutissima spesa all'Interspar.

Con una botta di culo (meglio di no...) riesco a parcheggiare a tre metri dagli ascensori - Barney è ignaro di tutto, ma mi osserva di sottecchi come se fossi un curioso animale.
Quando sono dentro il supermercato, e come in un miraggio al contrario mi sembra di veder scorrere i cartelli kilometrici prima del traguardo, mi trascino ormai come uno zombie di Romero.

Il momento della verità di un ironman arriva a una quindicina di km dalla fine.
Qui invece quando, ormai lanciato verso le casse, Barney mi ricorda che non abbiamo comprato il ketchup come promesso, e naturalmente devo ripercorrere quasi tutte le corsie prima di trovarlo, il maledetto.

Ma ce la faccio.

Guido con calma verso casa stile Fittipaldi a Kyalami nel 1975.
Sono un reduce di Khe Sahn che sente, ovattato per le ferite, il rumore dei rotori degli elicotteri Huey che lo porteranno finalmente via dalla piana in fiamme, e sogno solo di immergere il didietro in un enorme bidet di acqua ghiacciata.

E anche questa l'ho portata a casa.
Un'altra finish line.

 
 
 

AUGURI CHAMP

Post n°656 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da sciffo


Come sono sicuro di aver già raccontato anche in questa sede, il mio "rapporto" con Muhammad Ali nasce molti anni fa, quand'ero un bimbo, e mio padre quasi sempre mi permetteva di restare alzato fino a tardi per vedere i match dell'Epoca d'Oro del pugilato.

C'erano tanti grandi campioni, e nell'immaginario di un bambino ciascuno aveva un ruolo netto e definito, quasi salgariano.
Monzon, con la sua faccia da comanchero, era il cattivo per antonomasia, un killer spietato venuto dalla misteriosa e remota terra dei gauchos.
Duran forse un selvaggio trovato dagli esploratori nelle impenetrabili jungle centroamericane (?), il cui soprannome di Manos de Pedra ispirava al contempo paura e rispetto.
Frazier era la forza bruta, una specie di carroarmato, un uomo delle caverne dalla furia senza limiti, inarrestabile.
Ken Norton, il mandingo dal fisico scolpito nel bronzo.
Ron Lyle, il galeotto, che mi immaginavo combattere con palla di ferro e catena alla caviglia, ed Earnie Shavers, il bombardiere sosia del mandrakiano Lotar.
Solo Foreman non mi faceva, allora ed erroneamente, grande impressione: l'avevo visto perdere ignominiosamente sia nel Rumble in the Jungle che in un ben più modesto incontro contro Jimmy Young. Mio padre, durante quest'ultimo incontro, aveva riso della sua incapacità a battere un avversario mediocre, e quindi per me era bollato come una sorta di gigante d'argilla.

Ma Ali, beh, lui era una storia a parte.
Potrei dire che era un incrocio tra Sandokan, Zagor e Luke Skywalker, ma non renderebbe affatto l'idea.
Ali era Ali.
Se la boxe per me era una sorta di Olimpo, popolato da divinità ed eroi da fumetto, lui si ergeva sopra tutti come uno Zeus, inarrivabile.

E' facile, oggi, bollare quest'immagine come l'ideale di un bambino. 
Ma sarebbe un errore storico. 
A quei tempi, Ali era l'uomo più famoso della Terra, conosciuto ed amato non solo nel modo occidentale, ma un idolo assoluto per gli africani, gli asiatici, i sudamericani, probabilmente anche per gli eschimesi o i tuareg.
Non mi viene in mente nessun altro che sia stato capace di tanto.

Ogni suo match era un evento capace di fermare gli uomini di tutti i continenti, e forse anche il tempo.
Se ne sarebbe parlato per mesi, sia prima che dopo, e nel breve istante in cui il combattimento aveva luogo, tutto il mondo stava attaccato alla tv o alla radio col fiato sospeso.
Internet non c'era nemmeno sui libri di fantascenza e persino la diffusione di immagini televisive aveva limiti fortissimi.
Ma ogni suo gesto, anche al di fuori del ring, aveva un eco enorme.
Oggi e' impossibile anche immaginare un fenomeno del genere, perchè non si è mai più verificato, ma allora Ali travalicava qualsiasi confine geografico, religioso o politico, e la boxe, con lui, divenne uno sport universale.

Ricordo una volta che stavo guardando su una delle prime tv private un film di kung fu, dove c'era il solito pestaggio infinito tra l'eroe e almeno dieci assalitori.
Mio padre passa per di lì, guarda un attimo lo schermo e mi fa"si, eggià.... mi piacerebbe vederli tutti contro Cassius Clay (l'ha sempre continuato a chiamare così), anche con un braccio legato dietro la schiena".
Mi sembra sia successo ieri. 

Qualche anno dopo, appena prima dei suoi ultimi match, in quel mondo così avaro di informazioni ebbi la fortuna (destino?) di trovare, in una rivendita di libri e fumetti usati, una copia de Il più Grande, la sua unica biografia allora disponibile in Italia.
Quel libro, negli ultimi 30 anni, l'ho letto e riletto centinaia di volte, ed anche se è praticamente consunto, è ancora nella mia libreria - assieme a tanti altri testi usciti successivamente.
Ogni tanto ne rileggo ancora qualche pagina.

Un altro oggetto che mi torna subito in mente pensando ad Ali è il mio sacco VIS, omologo del "punching-bag pesante" che veniva ben descritto in quel libro.
Mio padre me lo regalò all'inizio del 1980, quasi contemporanamente al tragico atto finale di The Last Hurrah contro Holmes, cedendo dopo un serrato assedio durato molti mesi.
E io passavo dei pomeriggi a prenderlo a cazzotti in giardino, sotto la tettoia e con qualsiasi condizione meteo.

Ma non mi limitavo a colpirlo, cercavo di copiare il più possibile lo stile del mio idolo: vola come una farfalla/pungi come un'ape, danzandogli intorno in una passabile imitazione dell'Ali Shuffle, tempestandolo di jab a ripetizione e facendo partire ogni tanto dei cross destri o delle combinazioni veloci.
Lo so, sembrano tipiche demenze adolescenziali, anzi lo erano, ma mentre tiravo cazzotti ricreavo a mio uso e consumo tutto un magico mondo di avventure lontane, mitologiche, immaginando di distruggere Frazier a Manila o di danzare attorno a "la Piovra"Ernie Terrell (che pure non avevo mai visto nemmeno in tv). 

Poi iniziai a frequentare la palestra, i miei genitori erano contrari e mi avevano posto il veto, ma mio zio aveva fatto un pò di pugilato amatoriale e li aveva convinti spiegandogli che fare i guanti era una cosa ben diversa dai combattimenti in tv.
Ed anche tra quelle vetuste corde, in barba agli insegnamenti del povero maestro, cercavo di danzare in punta di piedi e colpire all'improvviso, piuttosto che scambiare colpi ben piantato sul tappeto. 

Nel frattempo, Ali sul ring aveva chiuso, e adesso c'era una nuova, anche questa memorabile, generazione di campioni, ma tutti loro erano stati influenzati profondamente dall'eredità che The Greatest gli aveva lasciato.
Basti pensare a Larry Holmes o Sugar Ray Leonard.

Io poco dopo scoprii la kickboxing e mi si aprì davanti un cammino diverso, ma non ho mai smesso, e non smetterò mai, di essere innamorato della boxe. 

E non smetterò mai di amare ed ammirare Muhammad Ali.
Forse mi è ancora più simpatico adesso, afflitto dal Parkinson ma capace di trasmettere un lucente messaggio di fede, soprattutto nel prossimo.
Mi sono commosso, e mi commuovo ancora, come un bambino quando rivedo la cerimonia di accensione della fiamma olimpica ad Atlanta.
O quando, quasi incapace di parlare, andò ad incontrare il dream team di basket: in mezzo a quei giganti poteva sembrare meno imponente del solito, ma era proprio grazie a lui se loro potevano guadagnare milioni senza chinare la schiena davanti a nessuno, e lo sapevano tutti molto bene.
 
La mia casa è piena di libri, dvd, vhs, oggetti che parlano di lui.
Certo, non dico che Ali sia stato perfetto, nessuno lo è, ma di sicuro è stato un uomo di valore assoluto, semplicemente inimitabile.
I miei figli lo conoscono e lo rispettano, a volte guardiamo qualche suo match insieme, e una volta ho sentito Barney raccontare ad altri bimbi, rapiti, brani della sua leggenda.

Nel mio garage è appeso il vecchio sacco, e ogni tanto, ancora oggi, con un sogghigno gli tiro qualche cazzotto affettuoso.
Purtroppo però, nel farlo, non riesco più ad evocare quegli incontri fantastici.
Un pò è perchè sono diventato un vecchio stronzo, ma è anche che oggi su dvd o YouTube posso vedermeli tutte le volte che voglio, e come la scienza cancella fede e magia, la tecnologia si porta via la capacità di immaginare e sognare.

Questo mondo è diverso, forse troppo, ma comunque possa cambiare, nell'immaginario collettivo resterà sempre un unico e solo People's Champ.

Buon Compleanno, dunque, vecchia farfalla.

 
 
 

LE GUANCE DI HEIDI

Post n°655 pubblicato il 10 Gennaio 2012 da sciffo


Della mia infanzia sciistica il ricordo più bello sono dei lunghissimi pomeriggi di fine febbraio con mio cuggino, a Marilleva.
Un numero infinito di discese per la Nera, la Rossa o la Panciana, praticamente deserte, con qualsiasi condizione meteorologica.

Ci lasciavano sciare da soli per ore, ed eravamo piccoli, sui dieci-undici anni.
Era un mondo diverso, quello.
La sensazione di libertà totale, alimentata dal freddo che ci tingeva le guance come quelle di Heidi e dalla velocità delle discese senza controllo.

Sinceramente non avrei mai pensato di poter provare ancora qualcosa di simile.
Mi sbagliavo, per fortuna. 

Domenica, a Sesto, dopo le due di pomeriggio sembrava che sugli impianti del monte Elmo avessero fatto esplodere una bomba al neutrone.
Non c'era più nessuno.

Il meteo era nuvoloso, con qualche leggero fiocco di neve che cadeva nell'aria placida, profumata d'inverno e non troppo fredda.
La neve, perfetta.

Alle quattro, stremata, mia moglie ci ha mandato a cacare ed ha ripiegato verso il parcheggio.
Io, Balboa e Barney abbiamo convenuto per un ultima discesa.

Quando la cabinovia ci ha depositato in cima, c'eravamo solo noi e i tipi di servizio agli impianti.
Anche i due vermi sentivano l'elettricità del momento, carichi come delle mine.

Dopo aver messo ridendo istericamente gli sci, abbiamo fatto quasi d'un fiato la lunga discesa a valle, urlando e cantando, saltando sulle cunette a bordo pista, sfidandoci in velocità.
Liberi, almeno per qualche minuto.

Quando siamo arrivati giù gli ho guardato le gote: sotto gli sguardi spiritati erano rosse, proprio come quelle che avevamo io e mio cuggino, a Marilleva, tanto tempo fa.

 
 
 
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