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Quelli che sognano di giorno sono consapevoli di tante cose che sfuggono a quelli che sognano solo di notte. (Edgar A. Poe)

 

 

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CHE BOTTE SE ARRIVANO GLI ORSI

Post n°711 pubblicato il 02 Febbraio 2016 da sciffo


1. Film del 1976 sul baseball delle Little League col grande Walter Matthau.
2. Assoluta certezza per tutte le squadre che dovevano scendere in campo con i Grizzlies Roma negli anni 80


1982

Le Aquile Ferrara disputano il secondo campionato italiano di football americano, inserite nel girone Centro, nel quale debutta la squadra della Capitale, i Grizzlies appunto. Il nostro sport vive la vigilia di un inaspettato boom nel nostro paese, che esploderà del tutto un anno più tardi, ma  già si intravedono le prime avvisaglie di questo successo.
I capitolini infatti hanno come presidente nientemeno che Nicola Pietrangeli, grandissimo tennista degli anni 50-60 e figura indubbiamente molto importante, sia mediaticamente che per le tante conoscenze nei salotti romani. Ma se questo dovesse farvi pensare ad una squadra di gentiluomini pronti per Wimbledon, con giacca di cachemire e fazzoletto di seta nel taschino, beh, sareste fuori strada. E di parecchio.

Il football di quei tempi pionieristici è stato efficacemente descritto come “venti persone che si menano, uno che corre con la palla e un altro che cerca di prenderlo e staccargli la testa”. E’ difficile, per chi pratica o segue solo da poco questa disciplina, comprendere appieno il salto evolutivo compiuto dal gioco in questi trent’anni. Le squadre della nostra preistoria erano composte da tribù di giovani energumeni, reclutati tra i più “vivaci” delle rispettive città, selezionati secondo criteri rigorosamente darwiniani e, per forza di cose, quasi totalmente privi di esperienza e di basi tecniche.

In una realtà come quella romana, appena uscita dagli anni bui del terrorismo e con un sottobosco un pelino più frizzante di quello ferrarese (avete visto “Romanzo Criminale”? Ecco…), non è difficile immaginare come nei Grizzlies militassero anche personaggi dall’indole non proprio francescana…
Diciamo la verità, per molti di loro, e qualcuno di noi, il football non era altro che una scusa per potersele dare di santa ragione e in allegria, per una volta senza timore di finire nei guai.

Si aggiunga poi che nessun team disponeva di un coaching staff ma di un solo allenatore, quasi sempre un sottoufficiale americano di stanza in una base NATO e reduce del Vietnam, e quindi con nessuna possibilità – o conoscenza – per poter insegnare veramente i fondamentali dei singoli ruoli. Ogni allenamento ed ogni singolo esercizio erano full pads e soprattutto full contact, e più le condizioni meteorologiche erano difficili, più qualche pazzo trovava modo di esaltarsi. In sostanza si veniva addestrati come battaglioni di marines, con continue prove di forza e resistenza, e le partite di conseguenza erano vissute con lo spirito da carnaio di uno sbarco nel Sud Pacifico nel 1944.

Oltre all’indottrinamento dei nostri coach, non avevamo alcun altro modo di reperire informazioni sul football. Altro che Youtube o Nfl.com, non c’era nemmeno uno straccio di libro o rivista, nessun filmato (ancora non c’erano nemmeno i videoregistratori VHS!) e tantomeno partite per televisione, insomma il buio più assoluto.
La nostra unica fonte esogena d’ispirazione era un pugno di film dal doppiaggio demenziale, nei quali il nostro sport veniva chiamato “rugby” e le traduzioni delle chiamate negli huddle qualcosa tipo “allora ragazzi, al mio via tutti a destra, poi tutti a sinistra e mi raccomando spaccate più teste possibile”.
Ma c’era solo questo, e ciascuno di noi vecchiacci ha visto questi film centinaia di volte, cercando di estrapolare qualche minimo dettaglio che potesse far luce sui nostri tanti dubbi… “Il paradiso può attendere” con Warren Beatty, che piaceva tanto anche alle mamme e alle fidanzate, “Quella sporca ultima meta” con Burt Reynolds ed il testosterone alle stelle, ed il raro ma molto apprezzato “I mastini del Dallas”, con un giovanissimo Nick Nolte.
Ma più di tutti, forse, ci piaceva quello che parlava di una realtà simile alla nostra, un'autentico spaghetti-football, “Lo chiamavano Bulldozer” interpretato dal nostro idolo incontrastato Bud Spencer. Era la storia improbabile di un monumentale ex giocatore professionista che, trasferitosi non si sa bene perché in Toscana a pilotare uno scassato rimorchiatore, finiva per guidare una squadra di ragazzotti italiani alle prime armi in una partita contro i marines americani di Camp Darby. Il film naturalmente era costellato di scazzottate, rutti e gare di braccio di ferro e si può facilmente immaginare che anche la partita finale finiva a completo schifìo, e cioè a pugni e sberloni nella nuca.

Era questo il nostro background nella palla lunga un piede, forse ingenuo ma anche molto esaltante quando, una domenica di primavera, un pullman targato Roma e carico di una centuria di autentici legionari si presentò per la prima volta al vecchio Motovelodromo.

I ragazzi di Pietrangeli erano al campionato d’esordio, ma avevano già vinto molte delle loro prime partite. Si presentavano con la fama di squadra rissaiola, dal gioco durissimo e al limite del regolamento, che pure ai tempi era piuttosto permissivo.

Il primo a scendere nel parcheggio fu un nero gigantesco, con braccia come tronchi d’albero che spuntavano da una canottiera bianca undersize e una barba da mangiafuoco.  Unico particolare fuori posto era un paio d’occhiali da vista da professore di Harvard, dotati di lenti spesse quanto fondi di bottiglia. Sulla spalla destra reggeva un’enorme “portoricana”, alias un mangiacassette stereo, da cui usciva a tutto volume il riff di “Dance on the Groove and do the Funk”, e il gigante avanzava con passo elastico e leggermente danzato verso il campo, senza degnare del minimo sguardo nessuno dei molti ferraresi presenti.

Dopo di lui, con abbondante profusione di caciara, fecero capolino dal pullman una serie di facce che definire “da galera” sarebbe un eccesso di educazione. I giocatori delle Aquile, salvo alcune eccezioni, a confronto dei romani parevano tutti dei cantori dello Zecchino d’Oro. Una ciurma di pirati, ecco cosa ricordavano i famigerati Grizzlies. Grossi, agitati e minacciosi, ma soprattutto con delle ghigne che John Wayne al pol andèr a spazèr la Muntagnola, per dirla con le parole del poeta Andrea Mingardi from Bologna.
Tutto il pre-partita fu costellato da una serie di intimidazioni più o meno esplicite, dagli sputi sulle scarpe a inequivocabili gesti di minaccia di gola tagliata, il tutto condito con cori da stadio che promettevano una prossima iniziazione ai piaceri della sodomìa.

Al fischio d’inizio, l’Inferno. Mediamente dotati di stazza fisica superiore, i romani mettevano in pratica un gioco forse elementare ma di potenza terrificante, con in evidenza l’enorme  funky-man (il mitico Carl Mobley), impiegato sia in attacco che in difesa a bastonare tutti senza pietà.
Ma come se non bastasse, ogni mischia – e ce n’erano davvero tante - veniva trasformata dai Grizzlies in una rissa senza esclusione di colpi, tra i quali i preferiti erano dita negli occhi, calci nelle palle e ovviamente sputazzi di ogni forma e colore. Intendiamoci, roba del genere capitava con tutte le squadre, solo che i romani avevano portato le consuete gentilezze della domenica davvero a un altro livello. Se solo si potesse avere una registrazione audio degli insulti che volavano in campo… una creatività del genere, accentuata dagli accenti laziali, potrebbe valere oggi una certa somma.

In qualche modo comunque la partita finì senza essere sospesa dagli arbitri, per i quali pure non fu certo una passeggiata di salute, e si arrivò al momento del saluto tra le squadre al centro del campo.
Reduci da una battaglia di due ore senza esclusione di colpi, una certa tensione elettrica scorreva tra i giocatori ferraresi, i più esperti dei quali pensarono bene di tenersi in testa il casco, e non certo per evitare un colpo di sole. Al momento del “cinque” tra il  nostro defensive end italo-canadese Victor Visentin, soprannominato con buona ragione “Uomo di Ferro”, e il tackle romano con cui si era scambiato botte e minacce di orrenda morte per tutto il pomeriggio, scoppiò finalmente la scintilla che tutti aspettavano. Qualche parola poco gentile, l’ennesimo sputo in mezzo agli occhi e in pochi attimi ecco scatenarsi un “Free-for-all” da saloon di Abilene.
Bud Spencer sarebbe stato molto orgoglioso di questi ragazzi, evidentemente avevano studiato a fondo i suoi film.

La scenografia era divertente e terrificante al tempo stesso, un centinaio di energumeni che se le davano di santa ragione in uno spazio totalmente sgombro, con arbitri, allenatori e dirigenti che, dopo aver provato di sedare i combattimenti, preferivano saggiamente ritirarsi al coperto prima di venire pestati come tamburi indiani. 
Il dubbio del momento era: tenere il casco in testa a protezione della stessa (soluzione preponderante tra i ferraresi) o sfilarlo per utilizzarlo come una mazza ferrata (soluzione preferita dai romani)?
In quella partita tra l’altro erano stati invitati – piuttosto improvvidamente - a roster delle Aquile alcuni ancora imberbi ragazzi della giovanile.
Tra di essi il grande Nox, che qualche anno dopo si tramuterà in un carro armato umano, ma qui battezzato da un casco lanciatogli nel teschio a mach 3, che finiva ko tecnico nel suo match d'esordio.

Ma quel che tutti ricordano è una scena classica, che si ritrova in ogni film del nostro amato Bud: mentre il gargantuesco Mobley cercava di separare due che si menavano senza pietà, uno dei nostri OL, che qui chiameremo Mayo, si avvicinò alle sue spalle per tirargli un’inutile botta nella schiena. Mobley si girò lentamente, fece uscire un getto di vapore dalle narici taurine, e iniziò a inseguire il povero Maini per tutto il prato. Era uno spettacolo vedere con quale insospettabile agilità slalomava tra i tafferugli…
Altri due rookie, Paltro e John, non essendo entrati in campo, avevano pensato bene di andare a farsi una doccia anticipata, evitando il saluto finale. Per cui erano del tutto ignari della battaglia in corso, quando videro irrompere Mayo nello spogliatoio urlando: “Aiuto! Qui ci ammazzano tutti!”. Resisi parzialmente conto della situazione, anche per le urla di guerra vichinghe che provenivano dall’esterno, i tre si rifugiarono in uno sgabuzzino imbracciando delle scope e attendendo la fine.
Nel frattempo la rissa non accennava a placarsi, con parecchi ferraresi ridotti a mal partito e altri che si difendevano come il generale Custer a Little Big Horn. Era evidente che i romani si divertivano un mondo, e che non si sarebbero fermati fino a che tutti i giocatori delle Aquile non fossero stati sufficientemente caricati di legnate. Per fortuna, dopo almeno venti minuti di pestaggio generale, con i numerosi spettatori ormai fuggiti dall’impianto, arrivarono con stridore di freni alcune volanti della Polizia, chiamate da un ignoto quanto provvidenziale samaritano.
Ci volle comunque parecchio per calmare tutti i duellanti, e soprattutto per convincere John, Paltro e il traumatizzato Mayo a uscire da quello sgabuzzino.
Probabilmente quest'ultimo, quando a cena ha mangiato pesante, ancora oggi sogna Mobley che lo insegue incazzato coe un toro da corrida per tutto il vecchio Motovelodromo.
Con in sottofondo “Dance on the Groove and do the Funk”, s’intende.

p.s.: quello nella foto è proprio Lui, l'unico e inimitabile Carl Mobley ...con lui erano cazzi!

 
 
 
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