News dello Psicologo
Blog del sito www.iltuopsicologo.it inerente tutte le ultime notizie in campo psicologicoHanno più amici, sono più tolleranti e aperti alle diversità, continuano a preferire i rapporti faccia a faccia con familiari e persone care ma scrivono pochissime lettere. Ecco il quadro della generazione che utilizza telefoni cellulari e social network.
Pensavate che dietro allo schermo del computer si nascondessero persone asociali e timorate dal mondo? Vi stavate sbagliando. A dirlo è una ricerca americana condotta dalla Pew Internet & American Life Project, una società non profit e apartitica che fornisce informazioni sulle attitudini e i trend negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Questa volta ad essere analizzato è il rapporto tra isolamento e tecnologia, con particolare interesse a quei mezzi che negli ultimi venti anni hanno sostituito le vecchie modalità di interazione. E il risultato è sorprendente. Tra gli oltre 3mila cittadini americani adulti intervistati telefonicamente, chi frequenta social network, blog o usa il cellulare ha più opportunità di stringere relazioni. Il volume dei rapporti sociali è in media più alto del 12 % tra chi usa il cellulare e del 9 tra chi frequenta siti di condivisione o invia email. Rispetto all'ultimo rapporto sull'argomento, risalente al 1985, il numero di persone alle quali confidare i propri segreti però è sceso da tre a due. Ma l'uso della tecnologia non è legato a questa decrescita.
Anzi, per chi usa le nuove reti sociali i contatti risultano più numerosi e diversificati rispetto agli altri: solo il 45% degli intervistati afferma di parlare di questioni importanti con persone fuori dalla propria famiglia mentre lo fa il 55% degli utenti internet. Quelli che scambiano foto online hanno il 61% di chance in più rispetto alla media d'avere discussioni con interlocutori con interessi politici differenti. I blogger hanno il 95 % di opportunità d'avere relazioni con gente di etnia diversa dalla propria. In altre parole, le tecnologie di comunicazione sono un fattore d'integrazione sociale.
Secondo la ricerca Pew i nuovi network aiutano ad ampliare i propri orizzonti e ad abbattere barriere geografiche e razziali. Si scopre per esempio che chi usa il telefono cellulare ha un bacino di contatti più vasto del 25%, chi è un internauta base del 15% e la percentuale sale ancora di più per chi è un navigatore abituale o un utilizzatore di servizi di chat o di condivisione di immagini. Inoltre le persone con le quali discutere di argomenti importanti sono per chi usa il cellulare numericamente maggiori del 12%, per chi condivide immagini o usa chat del 9%. Gli internauti sono più inclini del 45% a frequentare bar, del 69% a mangiare in un ristorante e del 42% a fare una passeggiata in un parco pubblico. Chi usa le nuove tecnologie è anche chi pratica maggiormente il volontariato su base locale, così come i gruppi giovanili e le organizzazioni benefiche.
Un dato che consolerà i tanti detrattori della nuove forme di socialità è sicuramente quello relativo all'isolamento. Oggi, come nel 1985, la percentuale di cittadini americani che possono considerarsi socialmente isolati continua ad essere pari al 6%. Non aumentano dunque le persone sole, ovvero che non hanno conoscenti con i quali discutere o che considerano persone significative nella loro vita, ma si diversifica, a favore di chi utilizza tecnologie digitali, la qualità delle relazioni. Un dato rimane inalterato: quello relativo al rapporto con le persone care. Gli intervistati continuano a preferire la comunicazione faccia a faccia per quanto riguarda familiari e amici, persone che amano frequentare con una media di 210 giorni all'anno, contattare con telefoni cellulari circa 195 giorni all'anno, con telefoni fissi 125 giorni, tramite e-mail quasi 72 giorni, in chat 55 giorni e via social network 39 giorni. E la lettera? Se vogliamo la vera sconfitta dalle nuove tecnologie è proprio lei che gli intervistati dichiarano di utilizzare con una media di solo 8 giorni all'anno.
Altro dato inatteso è quello relativo ai rapporti con le realtà locali: secondo la ricerca Pew infatti chi si serve di internet lo fa indifferentemente sia per incoraggiare relazioni con persone che vivono a grande distanza che per mantenere i contatti locali. Fanno eccezione però gli iscritti a Facebook: sono loro quelli ad essere meno interessati a conoscere i propri vicini. Quando hanno bisogno di supporto, compagnia o aiuto per vicende familiari preferiscono parlarne con i loro contatti Facebook piuttosto che con le persone vicine, ma quando sono i vicini ad avere bisogno d'aiuto non esitano ad intervenire.
ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/social-network/social-network-isolamento/social-network-isolamento.html
PER APPROFONDIMENTI : www.maldamore.it
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ROMA (9 novembre) - Una manciata di numeri per capire la dimensione di un problema che non è certamente peculiare solo della psicologia e che non può comunque spiegare il suicidio di un giovane. Ma può aiutare a cogliere il senso di un problema generazionale, perché i giovani non corrono solo per le strade guidando ubriachi, non spaccano solo vetrine o teste di extracomunitari per noia. Per una volta non parliamo di gioventù per parlare di droga, di sballo e di noia.
Parliamo di quella generazione che studia, che si presenta puntuale agli esami, che si iscrive a scuole di specializzazione, che ancora ci crede in somma. Crede che sia possibile costruirsi un futuro senza passare per l’occhio indiscreto del Grande Fratello, con o senza mutande. E si impegna, studiando. Fino a qualificarsi, fino all’abilitazione di Stato, fino all’iscrizione all’ Ordine dei Professionisti di turno.
Quello degli psicologi del Lazio, per esempio: più di 15.000 iscritti, tra cui più del 95% è un libero professionista. Il Lazio è anche la Regione che ospita il maggior numero – 74 - di Scuole di Specializzazione post-laurea in Psicoterapia, che hanno una durata minima di 4 anni e un costo medio annuo di circa 3000-3500 €. In Italia sono 70.000 gli psicologi, considerando che solo il 50% degli iscritti all’Ordine Nazionale risulta iscritto all’Ente Nazionale di Previdenza se ne deduce che gli altri fanno un altro mestiere o non lavorano.
In Europa si stima un totale di 210.000 psicologi, ovvero un terzo degli psicologi europei è italiano ed è un numero destinato ad aumentare visto che più o meno altri 50.000 studenti si stanno preparando per ottenere il titolo accademico nelle Facoltà di Psicologia sparse per il paese.
Il Presidente dell’Ordine Nazionale degli psicologi, Giuseppe Luigi Palma, ha scritto a tal proposito al Ministro Gelmini alla fine di settembre di quest’anno sottolineando l’urgenza di un intervento: chiudere le lauree triennali in Psicologia perché rappresentano un’esperienza fallita. «Uno spreco di risorse e una fabbrica di disoccupati», visto che «il tasso di disoccupazione dei giovani formati sfiora il 100%».
ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=79642&sez=HOME_INITALIA
PER APPROFONDIMENTI : http://www.iltuopsicologo.it/
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PADOVA (8 novembre) - È disoccupato, si uccide. In poche righe l’addio al mondo: «Non trovo lavoro e sono disperato». Uno psicologo di origini toscane, D.P., 31 anni, si è tolto la vita impiccandosi, nel suo appartamento del popoloso quartiere San Bellino di Padova. Laureato in psicologia, aveva scelto da oltre dieci anni di abbandonare il mare di Portoferraio dell’Isola d’Elba e trasferirsi a Padova. In Toscana vivono ancora i suoi genitori e la sorella maggiore.
Il presentimento che qualcosa di grave potesse essere accaduto, l’ha avuto venerdì pomeriggio proprio la sorella. Da un paio di giorni provava a chiamarlo al telefono. Nessuna risposta. Temendo il peggio, ha telefonato ad un amico del fratello, chiedendogli di correre subito nell’appartamento di Padova. Inutile suonare del campanello. L’amico allora ha sfondato la porta. In bagno, con una corda stretta al collo, il giovane psicologo, ormai senza vita. A nulla sono valsi i tentativi di soccorrerlo da parte del personale medico del 118. E’ intervenuta anche una volante della questura.
A pochi metri dal ragazzo, che secondo i medici era morto da almeno 24 ore, il suo telefonino, che continuava a squillare. Moltissime le telefonate dei genitori, della sorella e degli amici. E poi quelle poche righe, scritte in un foglio, per dire addio a tutti. Non sarà facile capire quale sia stato il perchè della sua tragica fine.
Su internet è apparso un messaggio risalente ad inizio ottobre, nel quale il trentunenne metteva in vendita il suo appartamento padovano. Voleva venderlo per tornare a casa, o dietro a quel gesto c’era già il pensiero di togliersi la vita? Non era solito tornare a casa, dai suoi genitori, in Toscana.
L’ultimo viaggio a Portoferraio è stato l’estate scorsa. Poi la depressione e la solitudine hanno divorato la sua esistenza fino a portarlo via per sempre.
articolo completo al seguente indirizzo:
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=79560&sez=HOME_INITALIA
per approfondimenti : http://www.iltuopsicologo.it/suicidio.asp
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MILANO - Che le ragazze siano più sensibili rispetto ai maschi nei confronti dei giudizi dei coetanei, soprattutto nel periodo della pubertà, è risaputo. Ora arriva una ricerca che supporta questa ipotesi, attribuendo per la prima volta dignità scientifica a una semplice opinione comune.
LO STUDIO - I ricercatori del National Institute of Mental Health hanno effettuato un esperimento su 34 ragazzi e ragazze tra i 9 e i 17 anni, monitorandone l'attività cerebrale con una tecnica di risonanza magnetica. Dai risultati è emerso che nelle ragazze le aree del cervello deputate alle emozioni e alle relazioni interpersonali tendono a essere sempre più pronunciate rispetto ai coetanei maschi, soprattutto con l'avanzare dell'adolescenza. Il che, secondo gli scienziati, sarebbe direttamente correlato a una maggiore ansia da giudizio altrui.
VITA DA FEMMINE – Faticoso insomma essere giovani e femmine, alla perenne ricerca dell’approvazione altrui, accompagnate dall’apprensione di non piacere o di non essere all’altezza nei rapporti sociali. I ragazzi se la cavano un po’ meglio a giudicare da come si muovono le aree del loro cervello e se è vero che l’adolescenza è per definizione l’età delle insicurezze, è vero anche che le priorità dei maschi sono altre e i giovani uomini riescono a distrarsi meglio dall’ossessione del parere degli altri. Dormendo sonni più tranquilli e vivendo con meno tensione l’affettività.
DIVERSE REAZIONI CEREBRALI – Nell’esperimento i ricercatori, guidati da Amanda E. Guyer, hanno osservato in particolare l’attività di alcune zone del cervello deputate alle emozioni (come l’amigdala, l’ipotalamo e l’ippocampo) durante una chat, monitorando le reazioni dei giovani nel corso dell’attività di comunicazione. Successivamente sono state mostrate ai ragazzi quaranta foto di teenager, chiedendo di attribuire a ciascuna un punteggio da 0 a 100 e specificando che anche i loro volti sarebbero stati sottoposti a una votazione. Il dato emerso è stata una crescita sensibile dell’attività delle zone osservate per le rappresentanti del gentil sesso, con un ulteriore incremento del lavoro cerebrale nel caso delle ragazze più grandi.
UOMINI E DONNE - Le differenze di genere esistono dunque e secondo gli studiosi spiegherebbero anche una maggior propensione alla depressione tra le ragazze, che vivono con inquietudine e angoscia i rapporti interpersonali. Il riconoscimento e l’appartenenza sociale sono al centro dei pensieri femminili e a una maggior aspettativa in questa direzione corrisponde inevitabilmente anche una maggior delusione quando la tanto desiderata approvazione non si verifica. Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere: è il titolo di un bestseller che parla proprio delle differenze di genere nel vivere le emozioni e non solo. Talvolta i vecchi luoghi comuni, pur con il rischio di banalizzare, colgono nel segno.
Emanuela Di Pasqua
16 luglio 2009(ultima modifica: 23 luglio 2009)
approfondimenti: http://www.iltuopsicologo.it/il_dramma_del_gambero_il_passaggio_dell_adolescenza.htm
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Si stima che nelle prime due settimane dopo il parto otto neomamme su dieci vivano alcuni disturbi fisici e psichici legati anche al brusco calo dei livelli di estrogeni e progesterone.
■ I sintomi: tendenza al pianto, tristezza immotivata, irritabilità. ■ La via d’uscita. I disturbi durano qualche giorno e poi spariscono da soli, senza bisogno di supporto psicologico o di farmaci.
DEPRESSIONE POST-PARTUM - Se i problemi si protraggono nel tempo o ricompaiono dopo alcune settimane (fi no a un anno dal parto), si parla di depressione post partum. Colpisce circa il 20% di coloro che hanno avuto manifestazioni di maternity blues.
■ I segnali: pensieri negativi sulla capacità di essere madre, tendenza all’isolamento, mancanza di energia, alterazione dell’appetito, disturbi del sonno, ansia, tachicardia, debolezza muscolare.
■ Le cause: sono molteplici. Si ritiene che vi sia una base biologica determinata da squilibri ormonali e scompensi di alcuni neurotrasmettitori. Altri fattori possono favorirne l’insorgenza: una relazione di coppia confl ittuale, una storia personale di depressione, episodi di ansia durante la gravidanza, eventi traumatici, una personalità caratterizzata da bassa autostima o tendente al perfezionismo.
■ La terapia. Se i sintomi non retrocedono nel giro di due settimane, è importante che i familiari coinvolgano il medico di base o il ginecologo. Se si sospetta una depressione post partum è opportuno l’intervento di uno psichiatra, che potrà suggerire una terapia con antidepressivi (anche durante l’allattamento), unita a un ciclo di psicoterapia cognitivocomportamentale e a tecniche di rilassamento muscolare e di recupero del sonno.
Roberta.Anniverno
22 luglio 2009(ultima modifica: 28 luglio 2009)
articolo completo al seguente indirizzo: http://www.corriere.it/salute/09_luglio_28/dopo_parto_crisi_donne_9a24ba82-7b4e-11de-9006-00144f02aabc.shtml
approfondimenti: http://www.iltuopsicologo.it/depressione_post_partum.htm
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Psicologi ed esperti di sviluppo infantile affiliati alla American Psychological Association hanno presentato i loro risultati nel convegno annuale dell'associazione in corso in Canada, a Toronto. La decisione è stata presa dopo un'attenta disamina di cinque anni di letteratura scientifica sull'argomento, ha spiegato la coordinatrice del gruppo, Sandra Graham-Bermann dell'università del Michigan-Ann Arbor. Uno studio a 360 gradi sugli effetti di sculacciata e ceffone mancava e il risultato è che le punizioni corporali sono legate ad ansia, depressione, problemi comportamentali come l'aggressività, deficit dello sviluppo cognitivo. Non è stata però una decisione unanime perchè una minoranza di psicologi ha votato contro la messa al bando dello sculaccione osservando che spesso mettere in castigo non basta e può mettere in pericolo l'autorevolezza dei genitori.
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Alla ricerca del sonno perduto? Alla ricerca del sonno perduto? Chi soffre d`insonnia leggera e vorrebbe riuscire a dormire, potrebbe provare a seguire i consigli di alcune delle più recenti ricerche internazionali sull`argomento. Da un matrimonio solido e rassicurante, passando per un`alimentazione equilibrata, fino ad arrivare a un diario del sonno online e personalizzato, l`obiettivo è portare l`organismo a ritrovare il corretto ritmo sonno-veglia.
Le vie sono diverse, a partire dall`alimentazione: alcuni cibi svolgono infatti una funzione rilassante e si rivelano ideali per favorire il sonno. Dalla dieta anti-insonnia stilata da Coldiretti risulta che verdura, frutta, carboidrati, uova e latticini favorirebbero il riposo, mentre gli alimenti ricchi di sodio e di sostanze eccitanti come spezie, caffè, cacao e superalcolici andrebbero evitati, soprattutto in tarda serata. Gli esperti consigliano di consumare pasta, riso, orzo e pane perché contengono il triptofano, un aminoacido che stimola la sintesi della serotonina, il neurotrasmettitore cerebrale che favorisce il rilassamento. Sono ottimi rimedi anti-insonnia soprattutto la lattuga, la zucca, le rape, i cavoli, il radicchio rosso e l`aglio, noti per le loro proprietà sedative.
Dalla tavola alla psicologia. Un rimedio contro l`insonnia sembra essere un matrimonio solido: secondo i ricercatori dell`University of Pittsburgh School of Medicine (Usa) le donne sposate da tempo riposano meglio delle single. “Un matrimonio felice serve a prevenire e combattere i disturbi del sonno - spiega Wendy Troxel, che ha coordinato la ricerca - mentre i problemi di coppia sono alleati dell`insonnia. Questi test, che convalidano i risultati dei nostri studi precedenti, suggeriscono che la qualità della vita relazionale è un importante fattore di controllo della qualità del sonno”.
Dalla psicologia alla rete. Un altro metodo contro l`insonnia potrebbe presto essere disponibile online: si tratta dello Sleep Healthy Using the Internet, un programma personalizzato di "educazione al sonno" messo a punto dai ricercatori dell`University of Virginia Health System di Charlottesville (Usa). Il software sarebbe in grado di fornire informazioni e consigli specifici per ogni utente sulla base di un "diario del sonno" personalizzato volto a correggere le abitudini scorrette attraverso racconti, quiz e giochi.
Data: 17-07-2009
Autore: n.c.
articolo completo al seguente indirizzo: http://salute24.ilsole24ore.com/salute/mentecorpo/2420
approfondimenti: http://www.iltuopsicologo.it/narcolessia.htm
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Dopo aver subito un infarto è facile che si sviluppino problemi caratteristici dello stress post-traumatico, suggerisce un nuovo studio dell'Università del Sussex (Uk).
Il team di ricercatori guidati dalla dr.ssa Dr. Susan Ayers, ricordano come sia molto comune che dopo un infarto si verifichino situazioni come queste, dove il 16-18% dei pazienti mostra spesso agitazione, incubi, flashback e cambiamenti d'umore. Sono in molti poi a sviluppare altri sintomi come ansia, depressione fino ad arrivare a isolarsi dagli altri.
I sintomi collegati allo stress post-traumatico, poi, possono scatenare ulteriori e più gravi attacchi di cuore, risvegliare precedenti traumi e causare problemi di salute mentale.
Tutto ciò, sottolineano i ricercatori, può influire di molto sulla qualità della vita degli infartuati e pregiudicare il recupero dopo aver subito l'attacco di cuore. Allo stesso modo, può compromettere la salute nel futuro.
Per la loro ricerca, gli esperti hanno esaminato 74 persone che avevano avuto un attacco di cuore negli ultimi tre mesi. Dai dati ricavati è emerso che una buona percentuale aveva sviluppato i sintomi da DPTS. È quindi molto importante che queste persone possano godere anche di un sufficiente supporto psicologico durante questo periodo e che siano monitorati costantemente per scongiurare seri problemi dopo l'infarto e nella fase di recupero.
Lo studio è stato pubblicato sul "British Journal of Health Psychology".
(lm&sdp)
articolo completo al seguente indirizzo: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1062&ID_sezione=33&sezione=Salute
approfondimento: http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php
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Del fatto che lo stress potesse in qualche modo incidere sulle abitudini alimentari delle persone se n'è già parlato molte volte. Oggi, un ricercatore dell'Università di Hertfordshire in Inghilterra suggerisce che lo stress potrebbe avere un ruolo determinante nello sviluppo di anoressia e obesità.
Il dr. Nick Troop è coordinatore di una squadra di ricerca creata per studiare come le abitudini, le emozioni e lo stress influiscano su una possibile difficoltà nel controllare il proprio peso. Lo studio avrà una durata di quattro anni e si avvarrà della collaborazione della Facoltà di Psicologia dell'Università di Hertfordshire e della sezione dedicata ai disordini alimentari dell'Istituto di Psichiatria del Kings College di Londra.
I ricercatori fanno notare come questo studio possa offrire un'opportunità per integrare la ricerca in psicologia e psichiatria analizzando i sistemi che le persone adottano per gestire le proprie emozioni e come queste possano interagire con le abitudini di vita causando problemi nella gestione del proprio peso.
Riferendosi a questa nuova ricerca, il dr. Troop sottolinea che già un precedente studio aveva messo l'accento sul fatto che questo tipo di problematiche influisce su entrambi gli aspetti che, di per sé, possono avere manifestazioni diametralmente opposte come lo sono l'anoressia e l'obesità. La possibilità di analizzare i due tipi di disturbi e problematiche in contemporanea offrirà maggiori chance per comprendere come le emozioni, le abitudini e lo stress possono influenzare due condizioni apparentemente incompatibili.
(lm&sdp)
articolo completo al seguente indirizzo: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1005&ID_sezione=33&sezione=Salute
per approfondimenti http://www.iltuopsicologo.it/Anoressia.htm
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E' IN VENDITA ONLINE ED IN TUTTE LE LIBRERIE
'LE VOCI DEL MAL D'AMORE'
SCHEDA COMPLETA AL SEGUENTE INDIRIZZO:
http://www.maldamore.it/le_voci_del_maldamore.pdf
Le testimonianze di donne e uomini che soffrono per amore sono al centro di
questo libro, che le affronta proprio a partire dal racconto che ognuno fa
di una personale esperienza dolorosa.
Selezionate tra le migliaia pervenute al sito www.maldamore.it., si tratta
di storie di vita vera che risentono della particolare condizione di
anonimato protettivo offerta da internet, in cui anche persone che sarebbero
poco disposte a un confronto possono lasciarsi andare alla condivisione del
proprio disagio affettivo.
Questa eterogeneità di esperienze apre una possibilità di analisi di fattori
che normalmente non sarebbero presi in considerazione ed esprime una
ricchezza di situazioni e sentimenti che stimola alla riflessione su di sé,
per imparare a riconoscere i propri errori, superare il dolore e concepire
nuovi modi di amare e di vivere.
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Prima la tragedia del volo Air France precipitato nelle acque dell'Atlantico. Poi, a meno di un mese di distanza, il dramma al largo delle isole Comore. Sono sicuri i nostri aerei? I freddi numeri della statistica dicono di sì. «Parlando di aviazione civile, la probabilità di essere coinvolti in un incidente aereo, anche non mortale, è di circa una su un milione» spiega Luca Chittaro, docente di interazione uomo-macchina all'università di Udine. «In un anno ci sono circa 35 incidenti per 35 milioni di voli complessivi», continua Chittaro.
A guardare in numeri sembra che ci sia poco di cui preoccuparsi. Eppure la paura di volare è molto diffusa. Perchè?
Ci sono diversi motivi. Il primo è la familiarità. L'aereo non è assolutamente familiare, a differenza, per esempio, dell'automobile, che prendiamo migliaia di volte all'anno. Ci sono una serie di eventi normali e legati al mezzo che spaventano i passeggeri meno esperti. Il campanello che chiama le hostess, per esempio, spesso genera disagio e paura. Vale lo stesso per le turbolenze. Eppure quando siamo su un autobus, in una strada piena di buche, siamo soggetti a sollecitazioni a volte maggiori. Chi vola di frequente, queste cose le sa. Acquisisce confidenza con il mezzo e ridimensiona la paura. Poi c'è la questione del controllo.
Cioè?
Una volta saliti su un aereo si deve rinunciare alla possibilità di avere il controllo del mezzo su cui ci si trova. L'automobile dà invece una sensazione di maggiore controllo. Parlo di sensazione perchè spesso è illusoria: se un tir invade la corsia contromano c'è poco da fare per chi guida. Sull'aereo ci si deve affidare ai piloti professionisti, ai controlli, alle migliaia di ingegneri che ci hanno lavorato. Il problema è che la percezione del rischio entra nella sfera dell'emozione piu' che della razionalità.
I numeri fanno poco presa su chi ha paura di volare...
Esattamente. Le emozioni hanno un ruolo fortissimo. Soprattutto quando i media parlano approfonditamente di un incidente aereo, come nel caso del volo Air France precipitato nell'Atlantico all'inizio di giugno. Più le descrizioni sono drammatiche più sale la paura. Gioca un ruolo anche l'immaginazione. Le persone pensano a situazioni terribili, magari impossibili nella realtà.
Oltre alla familiarità, di cui abbiamo parlato, va detto che il volo non è nella natura dell'uomo. Questo influenza la paura?
Se non fossimo mai saliti su un'automobile e un amico ci proponesse un giro a 140 chilometri orari saremmo terrorizzati. L'abitudine gioca un ruolo notevole. Certo, il volo introduce l'elemento dell'altezza, che fa riferimento alle radici primordiali della paura dell'uomo. Il che complica le cose.
Cosa si può fare per contrastare la paura di volare?
Esistono tecniche di rilassamento che sfruttano la respirazione e la visualizzazione di immagini tranquillizzanti. Nei casi più seri, però, da soli è difficile farcela. Le compagnie aeree più note organizzano dei corsi. Nella prima parte, i partecipanti familiarizzano con il mezzo, parlando con piloti e visitando gli hangar, apprendono le motivazioni tecniche per cui l'aereo è sicuro, discutono le proprie paure con uno psicologo, per poi concludere l'esperienza con un volo vero e proprio con tutte le spiegazioni e l'assistenza da parte del pilota e del personale di bordo.
1 luglio 2009 |
ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/07/paura-volare-luca-chittaro.shtml?uuid=22c10992-6649-11de-ba89-a7e6967b40ec&DocRulesView=Libero
L'AEREO RIMANE IL MEZZO PIU' SICURO AL MONDO
Un incidente con almeno una vittima ogni due milioni di voli. Quattro vittime per milione di ore di volo, mentre il 24% dei passeggeri sopravvive in media agli incidenti aerei.
Le drammatiche notizie dell'ultimo incidente di Yemenia Airlines, che segue praticamente di un mese lo schianto nella tempesta del volo 447 di Air France, fanno pensare a un'impennata anomala degli incidenti aerei e al rischio sempre più concreto per chi deve volare. Non è vero. Invece, la media rimane quella degli ultimi cinque anni, cioè la più bassa di sempre, e comunque non superiore agli ultimi decenni. L'aeroplano resta infatti il mezzo di gran lunga più sicuro con il quale spostarsi. O addirittura stare fermi: è più probabile avere un incidente domestico grave o mortale in casa che non perdere la vita in volo su un aereo di linea.
Eppure, l'aeroplano è da sempre il mezzo di trasporto che evoca le peggiori ansie e paure. Alitalia ha da due decenni avviato ad esempio corsi per vincere la paura del volo, mentre a bordo di un qualsiasi velivolo i volti tesi di molti passeggeri magari alla loro prima esperienza di volo raccontano durante ogni decollo, atterraggio o turbolenza quanto sia ancora diffusa l'ansia nei confronti dello strumento che permette all'uomo di librarsi in aria. Gli psicoterapeuti reputano la paura del volo come uno degli elementi ansiogeni più forti nella vita di un soggetto.
Eppure, non solo il volo aereo di linea è l'attività forse più regolamentata e protetta fra quelle in cui può capitare di essere coinvolti, ma è anche la più sicura. Nonostante i rischi di eventi naturali imprevedibili (praticamente inesistenti), di cedimenti meccanici, di errori umani o anche di terrorismo, il volo infatti rimane sostanzialmente sicuro.
Nella statistica della pericolosità dei viaggi, in cui viene utilizzato il parametro delle "morti per miliardo di chilometri percorsi", secondo Detr Research a detenere la corona del mezzo di trasporto più pericoloso è la motocicletta con 108,9 decessi, seguita dai pedoni (cioè chi si sposta a piedi) con 54,2 morti, poi la bicicletta (44,6), l'auto (3,1), il trasporto su acqua (2,6), su camion (1,2), su treno (0,6), su autobus urbano (0,4) e infine con l'aereo (0,05).
Nel 2008 il numero complessivo di morti per incidenti aerei è stato di 876 vittime in 147 differenti incidenti. Il peggior anno per l'aviazione civile è stato il 1972 con 3.214 vittime e il più sicuro è stato il 2007, con 766 vittime. La metà degli incidenti aerei è stata causata da un errore determinante dei piloti, sia esso basato su un errore meccanico che su un giudizio erroneo per esempio in una situazione critica.
Soprattutto, come sosteneva anche Alexander Graham Bell, ci sono due punti relativamente critici di un volo: il suo inizio e il suo termine. La maggior parte degli incidenti avviene infatti durante la fase di decollo e di salita, (30%) oppure di discesa e atterraggio (61%). Il restante 9% è durante il volo in quota e i cambi di rotta (Fonte: Statistical Summary of Commercial Jet Airplane Accidents, Boeing). Ma è da notare che queste ultime fasi ricoprono circa il 60% del volo di un aereo, quindi la relativa sicurezza è ulteriormente rafforzata dal fatto che è protratta più a lungo rispetto al rapporto tra livello di rischio e tempo complessivo di volo.
Infine, la statistica analizza quante sono le possibilità per un passeggero di un volo di linea, a prescindere dalla sua durata, di incappare in un incidente aereo con almeno un morto (che non sia il passeggero stesso): 1 ogni 8,47 milioni di voli, cioè quanti ne bastano per novemila vite da pilota. Invece, il rischio di essere la vittima dell'incidente è di 1 su 13,57 milioni di voli.
Volare è ancora, nonostante tutto, il mezzo di trasporto più sicuro che l'uomo possa utilizzare.
1 luglio 2009 |
ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/07/incidente-aereo-probabilita.shtml?uuid=e31e4faa-6654-11de-ba89-a7e6967b40ec&DocRulesView=Libero
PER APPROFONDIMENTI http://www.iltuopsicologo.it/Aerofobia.htm
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La IX sezione penale del Tribunale di Milano ha condannato un counselor per esercizio abusivo della professione di psicologo. Ha altresì condannato per concorso lo psicologo con il quale il counselor aveva svolto una psicoterapia nei confronti di un minore. Lo psicologo aveva trattato i genitori e il counselor il figlio. Entrambi avevano condotto incontri congiunti con i genitori. Nella sentenza, tra l'altro, si legge: (http://www.opl.it/Allegati//OPL%20Informa/motivazione%20da%20allegare.pdf)
omissis...”L’istruttoria dibattimentale, però, ha dimostrato con evidenza che il lavoro di equipe svolto nei confronti di “figlio” e dei suoi genitori non è stato un intervento di counseling.”…omissis…. La ricostruzione della vicenda operata dal “padre” è, però, ben diversa. Il teste, difatti, ha dichiarato che sin dal primo incontro aveva chiesto al “counselor” una presa in carico terapeutica del “figlio” prospettandogli non solo i suoi numerosi e gravi disturbi comportamentali ma anche la necessità che aveva, in quanto genitore, di capire come affrontare il problema della transessualità del figlio volendo fornirgli il suo appoggio nel caso che avesse deciso di cambiare sesso ma temendo, nel contempo, di condurlo ad una scelta per la quale non era, probabilmente, ancora pronto. A fronte di tale richiesta gli era stato prospettato un lavoro di equipe nel quale il “counselor” avrebbe preso in carico “figlio” e il “collega” psicologo i genitori. Si erano, poi, concordati incontri congiunti tra il “counselor” , lo psicologo ed i genitori, incontri che, per il numero, la frequenza ed il contenuto come descritto dal denunciante, non possono ritenersi di mera restituzione ai genitori del lavoro di counseling asseritamente svolto con il minore.
Sul punto lo psicologo ha dichiarato che normalmente il lavoro di equipe prevede un colloquio dello psicologo con i genitori ed il minore, tre o quattro incontri del minore con il counselor ed un primo incontro di restituzione ai genitori cui, in casi particolari, seguono altri incontri. Nel corso di tali ultimi colloqui poi - come si è visto - si discuteva proprio dell’andamento della terapia seguita da “figlio” e dei problemi in quella sede emersi.
Il numero, la frequenza delle sedute di “figlio” con counselor sono già indicativi del fatto che l’intervento dell’imputato non era un counseling. Ancora va ricordato, sempre a sostegno dell’ipotesi accusatoria, quanto si è detto in precedenza in ordine alla natura e contenuto dei colloqui avuti dagli imputati con i “genitori”, colloqui che da quanto emerso appaiono con evidenza di restituzione del contenuto delle sedute di “figlio” con il “counselor” ma anche di elaborazione di tale contenuto e progettazione del lavoro di presa in carico terapeutica. Si tratta, in sostanza, di colloqui tipici del lavoro di equipe psicoterapeutico.
La legge 18/2/1989 nr. 56 recante l’Ordinamento della professione di psicologo riserva agli iscritti al relativo albo “l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione – riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”.
Non vi è dubbio che, nella specie, il counselor abbia certamente svolto valutazioni, che non è azzardato definire vere e proprie diagnosi cliniche, utilizzando strumenti che, da quanto emerge dalla relazione in ordine al contenuto delle sedute, sono almeno assimilabili ai colloqui clinici.
Di ciò lo psicologo era a conoscenza, come emerge da quanto dichiarato dal denunciante in ordine agli incontri che aveva avuto con i due terapeuti, e dalle stesse ammissioni dell’imputato sul contenuto dei colloqui avuti con il counselor. L’imputato, però, aveva consentito che il counselor esercitasse di fatto attività riservata agli iscritti all’Ordine nello studio di cui era titolare partecipando, anzi, direttamente alla commissione del reato con la presa in carica congiunta, tramite il lavoro di equipe, di “figlio” che, lungi dal poter essere definito un cliente del counselor, era invece a tutti gli effetti un paziente.”
Crediamo che tutti i colleghi apprezzino e comprendano l’importanza di questa sentenza che, oltre a tutelare la nostra professione, si pone nella prospettiva di garantire ai cittadini, che necessitano di interventi psicologici, prestazioni di qualità e “certificate” dalla appartenenza alla comunità professionale prevista dalla Legge n.56 del 1989 istitutiva dell’Ordine degli Psicologi.
L’Ufficio Stampa dell’OPL ha preparato un Comunicato e prevediamo una Conferenza stampa per far conoscere ai cittadini questa importante sentenza.
Il Presidente | Il Vicepresidente | Il Segretario | Il Tesoriere |
E. Molinari | G. Gambardella | C. Martello | F. Merlini |
TRATTO DAL SITO DELL'ORDINE DEI PSICOLOGI DELLA LOMBARDIA
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MILANO - «La vita è una malattia sessualmente trasmessa ad esito fatale». L’adagio scherzoso che circola fra alcuni medici potrebbe essere tacciato di cinismo. E in effetti, prendendolo alla lettera lo sarebbe. Ma va detto che anche «l’accanimento diagnostico» se non è mortale può produrre discreti effetti collaterali. A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società.
SIAMO TUTTI MALATI - Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.
DISTINGUERE CASO PER CASO - Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo(per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarl. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami.
IL MECCANISMO - Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali.
FRA DUE POLI - Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè....si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.
articolo completo al seguente indirizzo:
per approfondimenti:
http://www.iltuopsicologo.it/disturbo_di_somatizzazione.htm
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Da piccoli si sono vissuti traumi come incidenti gravi o la morte della mamma? È assai probabile che una volta cresciuti ci si trovi a dover fare i conti con il dolore cronico diffuso. Lo rivela una ricerca inglese in uscita sulla rivista Pain, secondo cui le esperienze dell’infanzia sono un importante fattore predittivo dei problemi in età adulta.
STUDIO LUNGO – Si tratta di una ricerca che utilizza dati del 1958 British Cohort Study, che ha seguito per quasi 50 anni poco meno di diecimila persone: ovvero, tutti i sudditi della Regina nati in una specifica settimana del 1958. Quando i partecipanti avevano 7 anni sono stati registrati, attraverso interviste ai genitori, dati su tutte le esperienze negative con cui i bimbi avevano dovuto fare i conti: ricoveri dopo incidenti o per un intervento chirurgico, morte o alcolismo della madre o del padre, divorzio dei genitori, difficoltà economiche familiari o periodi trascorsi in strutture istituzionali (dai riformatori a cliniche di vario tipo). A 45 anni gli stessi partecipanti hanno risposto a questionari per capire se soffrissero di dolore cronico generalizzato (non legato cioè a uno specifico problema o intervento). Si è così verificato che aver subito un incidente che ha comportato un ricovero, ad esempio, aumenta di una volta e mezzo il rischio di ritrovarsi con dolore cronico da adulti; simile la probabilità in caso di «ex-bimbi» che hanno sperimentato difficoltà economiche familiari o hanno vissuto più o meno a lungo in strutture istituzionali. L’evento che più predice problemi in età adulta è la morte della madre, che fa raddoppiare il pericolo di soffrire di dolore cronico in seguito.
CONFERME – I risultati non possono essere spiegati dallo stress dei soggetti da adulti, né dalla loro classe sociale di appartenenza: la radice del problema, insomma, è proprio un’infanzia travagliata. Tutti da capire i meccanismi biologici alla base di questa pericolosa correlazione, che però non è del tutto una novità: già molti studi hanno dimostrato che esiste un’associazione fra il vissuto infantile e il dolore cronico diffuso. Qualche tempo fa, ad esempio, uno studio rivelò che fra i pazienti con fibromialgia la prevalenza di violenze e abusi verbali, fisici o sessuali subiti nell’infanzia è quasi del 50 per cento superiore rispetto a quella registrata in persone sane; un’altra ricerca ha dimostrato che essere stati testimoni di violenze da piccoli aumenta il rischio di soffrire di dolore cronico una volta cresciuti. «In generale come e ciò che si vive durante l’infanzia ha più ripercussioni sulla salute da adulti di quanto si sarebbe disposti a credere – scrivono gli autori dello studio inglese –. Tutto ciò che può aiutare i bimbi a vivere in pieno benessere mentale e fisico, perciò, è molto importante per evitare problemi in età adulta». Non solo: secondo gli autori c’è un’altra implicazione pratica da non sottovalutare. Quando un adulto arriva dal medico perché soffre di dolori cronici, vale la pena indagare un po’ nel suo passato: è probabile che lì «covino» traumi non ancora digeriti. Se è così, intervenire con un supporto psicologico per cercare di superarli può servire a risolvere prima e meglio anche il disturbo presente.
articolo completo al seguente indirizzo:
per approfondimenti
http://www.iltuopsicologo.it/Psicologia_scolastica_e_dell_et%C3%A0_evolutiva.asp
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Si chiama hikikomori, ed è un fenomeno giapponese. In Italia non esiste ma in compenso aumentano i casi di fobia sociale, una patologia che gli somiglia molto. Ne parliamo con lo psicologo Roberto Cavaliere
Ci sono ragazzi che a un certo punto della loro vita decidono che non vogliono più avere contatti col mondo. Che tutti e tutto ciò che sta fuori dalla loro cameretta non li interessa, e si barricano tra le quattro mura. È un fenomeno che si chiama hikikomori e viene dal Giappone. Riguarda più di un milione di giovani, adolescenti e post-adolescenti. Hikikomori significa letteralmente stare in disparte. Vuol dire abbandonare la scuola, gli amici, tagliare i ponti con tutto e tutti. «Non è una patologia riconosciuta dalle associazioni nazionali degli psichiatri, come un po' tutte le nuove patologie - ci spiega il dottor Roberto Cavaliere, psicologo - La patologia più simile potrebbe essere la fobia sociale, una sorta di timidezza eccessiva. È un fenomeno culturalmente e socialmente giapponese. Nel mondo Occidentale c’è però qualcosa che gli assomiglia molto. Parliamo di quei ragazzi che si chiudono in camera e trascorrono la stragrande maggioranza del tempo lì, incollati a un computer, una chat, un videogioco. Nel Sol Levante il fenomeno è portato all’estremo, fino a diventare una sorte di prigione. È una delle tante forme di disagio adolescenziale». «Qualcuno l’ha definita anche una sorta di anoressia mentale nei maschi - prosegue - mi spiego: nell'anoressia manca il contatto con il proprio corpo. Chi soffre di hikikomori è come se attraverso relazioni solo virtuali si rifiutino di interagire fisicamente con gli altri».
Com'è che a un certo punto questi soggetti si barricano in camera?
Dei germi nel ragazzo già ci sono. Parliamo di soggetti già di per sé introversi e molto timidi. In Giappone poi solitamente questi ragazzi hanno dei genitori che privilegiano molto l'aspetto competitivo, i risultati. Poi primi insuccessi scolastici, insieme a episodi più o meno velati di bullismo, accentuano quelli che sono i tratti caratteriali esistenti e si arriva alla vera e propria forma del ritiro sociale. In sostanza possiamo dire ci sono sì episodi scatenanti, ma che trovano un terreno fertile anche in caratteristiche personali.
Sono ragazzi in qualche modo incapaci di affrontare la realtà?
Parlerei più che altro di incapacità nell'affrontare le frustrazioni, non la realtà in generale. Davanti a una realtà di tipo competitivo, questi ragazzi non avendo le caratteristiche personali per affrontare un tale tipo di competizione preferiscono ritirarsi. Non vanno però stigmatizzati come persone incapaci di affrontare la realtà: sono persone che non hanno gli strumenti adatti per confrontarsi con un certo tipo di realtà.
articolo completo al seguente indirizzo:
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Roma, 6 apr. - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Dopo aver visto la propria casa crollare e avere rischiato la vita, la popolazione de L'Aquila e dei paesi vicini sopravvissuta al terremoto dovra' fare i conti con pesanti ripercussioni psicologiche. "Sulla base di quanto accaduto in precedenti sismi, possiamo stimare che il 7-14% della popolazione interessata rischia di essere colpita dal disturbo post-traumatico da stress". Lo assicura all'ADNKRONOS SALUTE Girolamo Baldassarre, responsabile del Gruppo di lavoro in psicologia dell'emergenza del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi, che in questi anni si e' occupato di numerosi altri eventi simili nel Centro-Sud del Paese, e segue da vicino la situazione in Abruzzo. "L'esposizione diretta a un evento che ha minacciato la propria vita - spiega Baldassarre - rischia di lasciare il segno. Si va da un generale disorientamento ad attacchi d'asia, fino al disturbo post-traumatico da stress". Un problema caratterizzato da tre tipi di sintomi: Difficolta' a dormire, incubi, immagini e pensieri drammatici di tipo 'intrusivo' "che si insinuano nella mente quando meno ce lo aspettiamo, anche nei sogni - aggiunge - provocando improvvisi risvegli"; L'attuazione anche involontaria di dinamiche di evitamento: "Cerchiamo di evitare a ogni costo luoghi o eventi che ci ricordino il trauma", dice lo specialista; Infine, irritabilita' e difficolta' a rispettare il ritmo sonno-veglia articolo completo al segeunte indirizzo: http://www.libero-news.it/adnkronos/view/94657 per approfondimenti: http://www.iltuopsicologo.it/trauma_disturbo_post_traumatico_da_stress.htm
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Secondo una ricerca statunitense l'ottimismo aiuterebbe a vivere a lungo e in maniera salutare. Lo studio, compiuto su 100.000 donne e presentato in occasione dell'ultimo congresso annuale dell'American Psycosomatic Society, ha rivelato uno stretto legame tra uno stato d'animo brillante e propositivo e il rischio di ammalarsi di tumori, malattie cardiache o morire prematuramente.
Qualcosa di simile era già stato studiato e messo nero su bianco da Enrico Finzi, sociologo, giornalista e presidente di Astra Ricerche, che nel libro "Come siamo felici" ha illustrato l'arte di godersi la vita di cui sono maestri gli italiani, popolo che secondo le statistiche più recenti ha una aspettativa di vita mediamente più lunga di altri. Il merito non andrebbe solo alla dieta mediterranea e al clima ma alla capacità di affrontare il quotidiano con lo spirito giusto, senza far troppi drammi di fronte alle difficoltà.
Quella che sembrava una peculiarità nostrana sarebbe dunque una regola universale, almeno secondo gli studiosi dell'università di Pittsburgh, in Pennsylvania. La loro ricerca è cominciata nel 1994, prendendo in esame un ampio numero di persone e studiandone la personalità. Dopo otto anni, prendendo in esame gli individui che nel frattempo erano passati a miglior vita, gli scienziati americani si sono accorti che la percentuali dei decessi era del 23% più alta tra coloro che tendenzialmente in vita non avevano dimostrato un'indole particolarmente ottimista e viceversa, tra le persone positive, si era riscontrato un 30% in meno di morti.
La ricerca ha preso spunto da indagini precedenti, che già avevano collegato l'indole alla durata della vita. Studiosi olandesi ad esempio avevano osservato come gli uomini e le donne più positivi avessero tassi più bassi di morte per malattie cardiovascolari. In particolare, mettendo a confronto due gruppi di persone con diverse personalità, il rischio di attacco di cuore e ictus era risultato del 77% meno probabile tra gli ottimisti, senza tener conto di età, peso, vizio del fumo e presenza di malattie cardiovascolari o croniche.
Ci sono poi dei sondaggi da cui risulta che, a parità di fattori, le persone ottimiste arrivano a vivere sino a dodici anni più dei pessimisti. Toshihiko Maruta della Mayo Clinic Area Rochester nel Minnesota ha ottenuto questi dati seguendo un campione di 900 soggetti per oltre 40 anni e riscontrando che, per ogni anno della ricerca effettuata, i pessimisti andavano incontro a un rischio di morte del 19 per cento superiore alla media.
Hilary Tindle, autrice dello studio condotto dall'università di Pittsburgh, spiega che per quanto possa essere azzardato affermare l'esistenza di un legame tra ottimismo e trend di vita salubre, è comunque vero che pensare positivo influisce in modo diretto su manifestazioni fisiche come lo stress.
Tra le ipotesi avanzate dagli studiosi per spiegare il rapporto di causa-effetto c'è quella secondo cui le persone ottimiste reagiscono fisicamente meglio alla stanchezza mentale, seguono più attentamente i consigli dei medici, e di conseguenza godono di una salute migliore. "Le donne ottimiste, ad esempio - ha spiegato la Tindle - adottano uno stile di vita più salutare. E' meno probabile che fumino, sono di solito più attive e hanno quasi sempre un indice di massa corporea più basso. Questi sono tutti fattori di rischio che certamente determinano lunghezza di vita e salute".
articolo completo al seguente indirizzo: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/scienze/ottimismo-salute/ottimismo-salute/ottimismo-salute.html
leggi anche: http://www.iltuopsicologo.it/Assertivit%C3%A0.asp
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Suscita pareri opposti tra analisti, pazienti o semplici commentatori, la nuova tendenza che si sta diffondendo in Argentina: quella di ricorrere alla psicanali attraverso Internet. Perciò, via i lettini e largo alle webcam negli studi degli specialisti.
La nuova tecnica non impone cambiamenti così radicali, rileva la stampa di Buenos Aires, e non si sostituisce al rapporto diretto. Ma si può praticare usando anche le videochiamate su Internet, in grado di offrire una buona interazione tra medico e paziente o semplicemente attraverso le email, tramite le quali lo psicologo informa il paziente sulle attività terapeutiche da svolgere e dà consigli.
Sara Zusman, uno degli psicoanalisti che già da tempo lavora via Web, ha spiegato di ricorrere a Internet solo in casi di pazienti che hanno già frequentato il suo "divano" e di cui ha già fatto conoscenza.
Quando, per esempio, i pazienti che si trasferiscono all’estero e chiedono di mantenere lo stesso analista, la soluzione telematica viene incontro alle loro esigenze.
Ma il giudizio generale della dottoressa è prudente: «Nella terapia presenziale si nota lo sguardo, il modo di salutare, l’abbigliamento, l’attitudine corporale ed i gesti. Tutti fatti importanti, per questo il web non è consigliabile se paziente e terapeuta non si conoscono già».
articolo completo al seguente indirizzo: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=5850&ID_sezione=38&sezione=News
leggi anche http://www.iltuopsicologo.it/Test_psicologici.asp
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"NEI film d'amore lui la rincorre, sale i gradini di una scala antincendio con una rosa in bocca e, sfidando vertigini e pregiudizi, le chiede di sposarlo. E anche quando non ha l'intraprendenza di Richard Gere, il protagonista delle commedie romantiche non riesce comunque a dimenticare la sua lei e vaga sconsolato per le strade di Notting Hill. Secondo gli psicologi specialisti in relazioni familiari dell'Università Heriot Watt di Edimburgo tutto questo fa male all'amore: le commedie romantiche danno una visione edulcorata della realtà e di conseguenza poco sana per la vita di coppia. Una conclusione che farà felice lo psicoterapeuta statunitense Gary Salomon, il primo nel 1997 a parlare di cineterapia, secondo il quale i film hanno un effetto preciso sui nostri equilibri mentali.
Lo studio scozzese è partito da un esperimento pratico che ha coinvolto 100 volontari, ad alcuni facendo guardare commedie come Serendipity e ad altri film di David Linch. I primi, dopo aver seguito le "magiche casualità" che legano i destini di Kate Beckinsale e John Cusack, erano più propensi a credere all'amore predestinato, e comunque al di là del film avevano una concezione più "fiabesca" dell'amore. I fan di "Love actually", "Se scappi ti sposo", "C'è posta per te" e "Ghost" credono insomma che il prototipo dell'amore sia quello presentato da queste commedie, dove generalmente i due si innamorano, si rincorrono e alla fine, aiutati da un destino benevolo, vanno a convivere felici e contenti.
"Si tratta del primo studio sistematico su questo argomento - spiega lo psicologo Roberto Cavaliere, Presidente della Asipdar (Associazione Studio e Intervento Problematiche e Dipendenze Affettive e Relazionali) - e, per quanto riguarda gli effetti sul processo relazionale, sono assolutamente d'accordo con i risultati della ricerca. Certe commedie, così come certi libri, non aiutano a capire che la relazione di coppia è qualcosa che va progettata nel tempo, attraverso mille difficoltà. Diciamo però che questi film fanno male a chi ha già di per sé una visione patologica dell'amore. Si tratta insomma di un qualcosa che accentua un problema di fondo già esistente".
(17 dicembre 2008)
approfondimenti: www.maldamore.it
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Pettegole sono le lingue dalla notte dei tempi, che si sparli dei compagni della tribù o si chiacchieri sulla star del momento: il «gossip» è parte di noi e, forse, è uno dei motori che hanno hanno fatto evolvere il cervello.
Se i maschi hanno sempre potuto contare sui muscoli, le femmine hanno risposto con i primi gruppi sociali, basati sulla cooperazione e, soprattutto, su forme di comunicazione molto intense. Il linguaggio - sostiene Nicole Hess della University of California at Santa Barbara - è nato come forma di difesa intelligente contro la forza bruta, come il gossip, appunto: è stata l’arma per creare o distruggere lo status degli individui, forgiando forme di potere continuamente variabili.
L’oggetto preferito del gossip sono i coetanei dello stesso sesso, come dimostrano gli studi dell’antropologo Jerome Barkow della Dalhousie University in Canada. L’ha spiegato sul «Journal of Applied Social Psychology»: dopo aver fornito a un campione di individui notizie su una serie di persone a loro sconosciute, ha fatto una serie di domande-trabocchetto. È emerso che adoriamo spettegolare su individui simili a noi e che gli argomenti preferiti sono quelli più utili alla nostra ascesa sociale.
In realtà, però, non è solo una questione di debolezza o mediocrità. Secondo l’analisi presentata su «Personal Relationships» da Jennifer Bosson dell’Università di Tampa, Florida, malignare aiuta a stringere rapporti con gli sconosciuti e rinsalda quelli con gli amici. L’ha scoperto mostrando a un gruppo di persone molto eterogenee alcuni video di conversazioni a due: gli estranei solidarizzano più facilmente quando si tratta di dare un giudizio negativo sui protagonisti dei film. Ed ecco che, così, si torna all’alba del genere umano: il gossip - sostiene Roy Baumeister del dipartimento di psicologia della Florida State University - aiuta a tracciare i confini tra chi fa parte di un clan e gli «outsiders» e a comprendere le regole di convivenza.
Se molte teorie confermano che il pettegolezzo è donna, in realtà - aggiunge Di Giannantonio - l’evoluzione ha condotto a un «pareggio». Lei e lui lo praticano in uguale misura, sebbene su argomenti diversi: le donne si concentrano su sesso, corpo e abbigliamento, gli uomini prediligono denaro e lavoro. Di certo, a scatenare l’attenzione nel villaggio globale del XXI secolo sono sempre più le celebrità, da quelle televisive di piccolo calibro, fino ai divi veri, da Hollywood al business e ai super-ricchi. Uno studio di Eta Meta Research, realizzato da psicologi e psicopedagogisti, rivela che tv e new media non possono farne meno: ogni 11 minuti va in onda un pettegolezzo, ogni 15 un presunto «scoop» amoroso, ogni 23 uno «scandalo» su un personaggio pubblico.
I famosi, così, fanno scattare un meccanismo complesso: se ne parla tanto per un profondo desiderio di identificarsi in loro e, dato che il sogno è destinato a restare irrealizzabile, si finisce per parlarne male. Osservando un gruppo di adolescenti, Charlotte De Backer dell’Università di Leicester, Gran Bretagna, ha dimostrato che per i più giovani il gossip è una «fabbrica» di modelli di riferimento, dal linguaggio al modo di vestirsi, e diventa un modello di apprendimento. Il pettegolezzo, quindi, non solo è un’arma, ma è potentissima: spesso ha più presa della realtà dei fatti. Lo dimostra un test sulla rivista «Pnas» di Ralf Sommerfeld del Max Planck Institute di Plon, in Germania. Messe in condizione di formarsi una propria opinione su un certo individuo, le sue «cavie» hanno dimostrato di credere più volentieri alle maldicenze che ai loro stessi occhi. Se così è, il gossip dovrebbe farci anche spaventarci. E invece no. Tra «Facebook», «YouTube», reality show e carta stampata, non sembriamo avere paura di metterci in mostra e rischiare di trasformarci nell’oggetto della chiacchiera universale. Perduti i valori condivisi, stiamo regredendo alla condizione primitiva: le società impersonali e ier-tecnologiche sembrano fatte apposta per il gossip. Come se vivessimo ancora ai bordi di una caverna.
http://www.iltuopsicologo.it/Il_test_dei_tipi_dell'enneagramma.asp
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