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Creato da canescioltodgl10 il 04/11/2009

la mappa è il mondo

un luogo dove parlare di letteratura

 

 

Vecchi personaggi e nuovi percorsi nella Mappa

Post n°95 pubblicato il 02 Aprile 2010 da canescioltodgl10

Ancora lezione del Ciorc. Dai che si chiude la stagione: si esce dal curvone invernale, la tirata sul rettilineo finale fino a giugno poi si fiata. “Sono stanca”, questo è quello che riesco a pensare mentre vado verso l’aula per ascoltare una delle ultime lezioni. Il corridoio su cui si affacciano le aule è attraversato come al solito da studenti che vanno e che vengono, scambiandosi appunti, informazioni. Hanno ridipinto da poco le pareti: verde fino all’altezza degli occhi poi il resto bianco. Fa una certa di estraneità vedere questo posto pulito. L’aula però ti riporta alla realtà: una bolgia impressionante. Oh, cavolo: ma quelli delle mafie dei posti migliori non vanno mai a dormire? A che ora arrivano qua? Verrebbe da andare a prendersi un posto e dire.”E adesso che fai?” ma voglio restare tranquilla oggi. Mi sistemo di lato, ho il vantaggio di essere abbastanza vicina all’uscita. E cazzo però! Ma nessuno che rinunci a fare colazione con l’aglio o a far maturare le cipolle sotto le ascelle? Va bene la tradizione…Quando mi chiedono: beh, che clima si respira in Statale? Gli farei sentire questo. Questo calderone di minestrone è la fucina della futura classe dirigente. Speriamo in una qualche mobilità sociale…comunque meglio questo degli asettici atenei per rampolli fighetti di una classe morta. Guardo Paolo sei sette file più in là, con la sua massa di ricci, che mangia taralli unti e si pulisce le dita sul quaderno degli appunti. Accanto gli sta Baracci, alto magro, ieratico, sempre assente e disinteressato di tutto, capace di farti una pippa di un’ora su come si produce la birra. E non importa che gli dici che non te ne frega un cazzo: un’ora intera senza sconti. Starà in piedi tutta la lezione: lui è fatto così, non si siede mai. Siamo questo? Quadrucci nel brodo della vita? Alle nove meno uno entra il Ciorc. Certo che con tutta ‘sta puntualità deve essere un bell’ossessivo. Posa gli appunti, si fruga nelle tasche, si passa una mano nei capelli, cerca il gesso, pulisce la lavagna, si mette le mani in tasca, leva le mani dalla tasca, consulta compulsivamente gli appunti, si tira su, si rimette le mani in tasca e, finalmente, ci guarda. E’ un rituale che non cambia mai. “ parliamo di scrittura come suono, scrittura come suono mentale e scrittura come sinergia”. Mica si aspetterà un applauso, no? Non ha ancora cominciato a parlare che sulla porta si materializzano due poliziotti, uno in divisa e uno in borghese, ma tanto lo si capiva lo stesso che lo sono. Il Ciorc si avvicina loro e parlotta. Poi torna alla cattedra raduna le sue carte, dice:”Oggi liberi” poi si rende conto e sorride, gira su sé stesso e si avvia con i poliziotti. Nell’aula scoppia il tumulto:”Lo hanno arrestato per la morte del Preside””Ma che arrestato, ma che si arresta così” “Ma che hai pratica sulla faccenda?” Devo prendere una decisione e la prendo: mi butto all’inseguimento dei tre. Hanno preso il tronco di corridoio che porta alle scade del piano degli uffici dei docenti. Posso passare da un’altra parte e arrivare con loro se corro. E io corro. Faccio le altre scale a due a due e arrivo all’ufficio del Ciorc un attimo dopo che sono entrati. Fa che non chiudano la porta, fa che non chiudano la porta…non la chiudono. Mi appoggio allo stipite, mi piazzo i libri davanti come se stessi aspettando il ricevimento e tendo l’orecchio fino a che non mi fa male…”Può dirci qualcosa del professor Banti, gentilmente? Risulta dividiate l’ufficio” “Oh, si. Dopo i tagli ci dobbiamo arrangiare. Banti insegna antropologia culturale e afferiamo allo stesso Dipartimento. Poteva andarmi peggio. Lui non c’è mai. Ma pensate ci sia un legame con la morte del Preside? Qual è stata la causa della morte? C’è stato un delitto proprio qua in Facoltà. Credevo gli unici crimini fossero gli attentati contro la lingua italiana fatti dagli studenti ma non si può arrestarli tutti” Ma senti ‘sto stronzo, ma chi si crede di essere! “C’è una denuncia contro Banti, avrebbe imbrattato i treni allo scalo San Lorenzo” “Non ce lo vedo il professor Banti – e lo sento calcare sul professor, ma come si sostengono tra loro ‘sti marpioni- più probabile fosse là per studiare i writer, è il suo lavoro..””Se lo vede gli dica di farsi vivo”” Va bene vi accompagno all’uscita” faccio a tempo a far finta di incamminarmi verso chissà dove che escono. Prendo la decisione al volo: entro nell’ufficio. Sulla scrivania del Ciorc c’è una agenda aperta e leggo:” Mia carissima e adorata, sono l’uomo a cui devi le tue paure. E anche i tuoi dubbi, la tua ansia, le tue insicurezze e gli spigoli del tuo carattere. Sono l’uomo che ha fatta la tua Ombra, forse io sono la tua Ombra. Non cerco scuse, ho solo voglia di raccontarti. E’ la prima volta che sono padre e lo è ogni singolo giorno da quando sei nata. Sono stato insieme a te genitore per la prima volta di una bambina di sei anni, poi di una fanciulla di dodici poi di una ragazza di diciotto e di una giovane donna. Vorrei dirti che ti ho cresciuta secondo sani principi ma non è vero. Ti ho cresciuta seguendo una rotta tortuosa, indicata dalle stelle mobili degli incalcolabili compromessi quotidiani….” Non è finita ma, cazzo, ogni volta che passa la vita perché io mi devo sentire una guardona? Sento un rumore dietro di me e piena di paura scappo per la porta e poi di corsa verso il corridoio che porta all’uscita. La paura mi ha eccitata e sento una curiosa reazione.

 
 
 

Un piccolo prequel per complicare i percorsi nella Mappa

Post n°94 pubblicato il 01 Aprile 2010 da canescioltodgl10

Quello che il minore sapeva dell’amore, su come andassero le cose in queste faccende, non era molto. Un poco di sesso: qualche volta di più, nei periodi fortunati, e qualche volta di meno; qualche volta in due e qualche volta in meno. Qualche volta gli era sembrato di essere innamorato, perlomeno così ne aveva parlato agli amici, tanto per aver anche lui qualcosa da raccontare sull’argomento. Poi magari si era appassionato al racconto e anche infervorato ma alla fine si era reso conto che in realtà si era solamente innamorato dell’idea di essere innamorato, senza neanche sapere bene di che si trattasse. Qualche volta si era consegnato inerme a qualcuna più ragazzina di lui e ne era rimasto graffiato in quel daqualcheparte tra lo sterno e il pube che di solito si chiama anima, e si era rifatto sulla disgraziata successiva. Così, tra affanni senza costrutto ma bastantemente dolorosi, avveniva la sua educazione sentimentale, uguale a tanti altri sfigati della sua età e così stava nel mondo, seduto al bar davanti all’Accademia e il mondo, neanche tutto, quello di cui era cosciente, stava esposto davanti a lui, a via Ripetta.

Il minore incideva ostinato una poesia con le chiavi sulla formica bianca del tavolino, incideva il martirio del suo cuore che moriva e si riformava in continuazione, del suo corpo che crescendo si torceva, delle ferite d’amore che, solo dopo, adesso, noi lo si sa, si sanano da sole. Qualcuno, vatti a ricordare chi, gli aveva detto che arrivava come una malattia, che come una malattia la cosa cresce, si gonfia, fa soffrire e poi passa. Sempre.

Così avevano detto al minore e su questo stava in guardia.

E invece era arrivato senza averne coscienza, era arrivato come le cose che arrivano all’improvviso e un attimo prima non ci sono e un attimo dopo eccole là, come il caldo a giugno, come la sensazione di avere freddo la sera, come un canto di donna dalla stanza vicina o dalla finestra di fronte. Un canto di cui si comprendono a stento le parole ma non importa perché quello che manca ce lo metti tu istintivamente e che ti pervade piano piano fino a possederti. Completamente. Quella musica che a volte è dato cogliere attraverso il rumore del vento o delle tendine antimosche o di quelle stecche di ferro scaccia guai che si mettono apposta fuori dalla porta a suonare col vento o passando di corsa con un bastone sulle cancellate dei parchi.

Era arrivato come Anna, che entrò nel bar seria e composta, dandosi un’occhiata intorno e poi puntando con decisione il minore. Si sedette in punta di sedia, con la schiena eretta e le gambe accavallate strette, con il piede passato sotto il polpaccio e si presentò. Il minore le chiese come avesse fatto a riconoscerlo con tanta sicurezza. Anna lo aveva guardato sollevando un poco le sopracciglia e piegando di lato la testa, poi, con il tono con cui si parla ad un bambino malato, fece notare al ragazzo che nel bar c’era solo lui. Il giovane si innervosì dell’atteggiamento che ritenne di supponenza della ragazza. “Ma guarda ‘sta stronza che manco riempie ‘na seconda” si disse, poi finalmente guardò la ragazza. Anna era quel tipo di ragazza che a Roma si sarebbe definita carina nei quartieri borghesi e caruccia in quelli popolari, snella, coi capelli castani, lunghi fino alle spalle, portati con semplicità e tenuti dietro le orecchie, tipo “nuora ideale” quella che puoi presentare a tua madre senza che questa si metta in agitazione e a tuo padre senza che ti faccia lo sguardo complice. Insomma quel tipo di ragazza per cui nessuno si gira per strada, giusto un saluto da un muratore da un’impalcatura se è di buon umore e c’è il sole.

Poi la riguardò. E poi la guardò ancora e poi ancora, domandandosi perché la guardasse tanto. Il colore grigio degli occhi, il dente con un angolino mancante, scheggiato da piccola, il modo con cui le dita litigavano con la ciocca di capelli o la maniera di aggrottare le sopracciglia. Fu un accavallarsi di dettagli e sensazioni e respiri sincopati. Lo sguardo di Anna gli sembrò di acqua di fiume trasparente e lo fece sentire torbido, torbido nei suoi pensieri, per aver pensato a una prima e a una seconda misura in termini di aggressività, torbido nel suo sangue che scorreva troppo denso, portando rabbia e disagio, torbido nei suoi pensieri frustrati e ritorti su sé stessi di fronte al modo semplice di essere giovane della ragazza e di accettare il mondo. Credette fossero passate delle ore e invece erano trascorsi due o forse tre minuti. Cercò di dire cose sensate ma sentì che stava procedendo alla cieca nell’oceano delle parole e tacque. Anna si sporse in avanti a leggere i versi che il minore aveva inciso:”Le scale – le terrazze le rondini – canteranno da sole…Guarda che non è da sole ma nel sole. Canteranno nel sole. C’è una bella differenza”.

Qualche tempo dopo, quel tempo che non si misura in ore o giorni o mesi ma in cose che passano e cose che non passano, Anna disse al minore che stava andando al canile comunale a prendere un cucciolo e poi invece aveva preso lui.

 

 
 
 

Umori e riflessioni sull'esser borghesi nella Mappa

Post n°93 pubblicato il 31 Marzo 2010 da canescioltodgl10

Il minore si gira e si rigira nel letto. Solo una sottile lama giallastra filtra dalle stecche della persiana: il lampione in strada. Nel dormiveglia riemergono le esperienze della giornata, le cose che lo hanno ferito, le piccole mortificazioni dovute alle aggressività inaspettate e immotivate. Ancora non lo sa ma imparerà a reagire. E' ancora giovane: la vita non ancora scolpito le durezze della sua anima. Nella notte una reverie lo prende e lo porta con sé, lontano, nel fondo dell'anima, come Mefistofele portà Faust presso le Antiche Madri, dove si riconosce la propria natura e si decide di sé.

 Ogni giorno abita il suo cervello
come chi ha la sua vigna
e i suoi porci
e ogni giorno cerca di
far fruttare
gli attorcigliati pensieri
secondo ragione e forma
ignaro dei sensi e del loro
seguito di desideri

Il giorno come regno di coloro che, cattivi, sono prigionieri del resoconto e del dovere, posseduti dai fantasmi e sanno che il desiderio è invece infinito e crudele. Allora pretendono i patti (ma è solo per proteggerti, dicono...) pretendendo le garanzie che il sogno, il sonno, l'inondazione, l'incendio, il turbine e il terremoto non li sconvolgano e non li possiedano. Ma il linguaggio del desiderio è quello del'onda anomala che travolge impietosa. Vuoi la causa? E chi la sa? Forse un trauma profondo e remoto, da qualche parte laggiù, nell'Oceano del passato.
Il desiderio imbrigliato dai patti: il sogno immobile del giardinetto pulito, recitanto e immune; della camera da letto pulita e sterilizzata; dell'acquario ben impermeabilizzato, blindato dalla perdita della goccia. Tutto perché non ci sia liquido, disseminazione, fuga: la vita, insomma.

Il minore, nella vertigine profonda, prese la sua decisione. 

 
 
 

Amore e un pezzo di cammino verso un nome nella Mappa

Post n°92 pubblicato il 24 Marzo 2010 da canescioltodgl10

Martedì 26 maggio,  abbandonate le incertezze della primavera, si entrò nella stagione calda: la temperatura in città, intorno a mezzogiorno, raggiunse i ventinove gradi centigradi.

In giro si poteva vedere ancora qualche pensionato con il soprabito ma il resto del mondo cominciò a rimboccarsi le maniche.

Come se si fossero passati parola tutti i platani di tutti i viali cominciarono ad esalare il loro vago, discreto, profumo amarognolo. I primi furono quelli del Lungotevere del Sangallo,quelli che durante la stagione diventano rossi al tramonto

Così fecero le penetranti acacie di piazza dei Quattro Venti.

E i tigli avvolgenti della discreta, appartata e distaccata Piazza Caprera.

Il mirto segreto della celata via del Pineto Torlonia

Il lauro pesante in viale Madama Letizia e poi in viale dell’Aranciera

La storica quercia a Piazza della Quercia e il fico a Piazza del Fico naturalmente

Fiorì il cappero sul muro della Salita di San Sebastianello, quello sotto cui passava Corot scendendo dall’Accademia di Francia a Villa Medici verso via del Babuino.

La passiflora sulle autorimesse della esclusiva via dei Tre Orologi mise i bocci.

Gli umili ma efficienti pittosporo e rincospernum di tutti i balconi e di tutti i giardini condominiali fecero il loro utile dovere.

Il glicine azzurro traboccò dalle recinzioni e dalle cancellate.

Tutta la città traboccò.

Gli antiquari di via dei Coronari accatastarono i mobili fuori delle botteghe, impilando scrivanie ad étagère a tavolini da toletta e così fecero, con i loro più semplici oggetti i negozi di casalinghi appendendo collane di colini sopra sacchi di tappi di sughero e tinozze di zinco o già di moplen appoggiate su sediole ripiegabili a listelle di legno come quelle usate dalle osterie e così fecero anche i venditori di abiti usati di via del Pellegrino. Catini di zinco o di plastica vennero appesi accanto a matasse di spago  ad annaffiatoi e taniche che, legati per i manici, formavano geometrie colorate accanto a pile di cappotti e giacche di lana.

Dalle finestre sbocciarono lenzuola, cuscini e materassi messi a sterilizzare al sole.

I fruttivendoli incoronarono l’ingresso delle loro botteghe con cassette di frutta colorata.

I bar e le pizzerie, dopo la battaglia con il freddo e la pioggia, riconquistarono tutto il territorio perduto durante l’inverno e qualcosa di più. Chiunque si fosse fatto un giro dalle parti del centro avrebbe potuto vedere i proprietari dei bar questionare con i vigili urbani spostando e rispostando le sedie di ferro rivestite di plastica mentre i tavoli di legno ripiegabili delle pizzerie si allargavano oltre i marciapiedi, fino al centro della strada.

Gli anziani misero le sedie fuori dai portoni e sedettero a guardare il vento scherzare con le gonne delle ragazze.

La notte tra il 25 e il 26 il minore raggiunse l’età in cui si impara qualcosa sui profumi delle donne. Avrebbe imparato anche, andando più avanti negli anni, che spesso le donne usano profumi non adatti a loro, profumi che sembra siano stati messi per errore e che magari  avrebbe avuto piacere di sentire su altre.  Avrebbe scoperto che spesso la scelta del profumo si fa senza emozione, per insicurezza, solo per essere alla pari con le altre così come avrebbe raggiunto la certezza che l’odore del profumo può avere un potere evocativo superiore a quello della musica. E’ un potere però non completamente gestibile, anarchico e indisciplinato: il profumo ha il potere di condurti dove vuole lui. Il suo odore a volte suscita la nostalgia dei luoghi che abbiamo amato senza averli mai visti oppure aiuta i desideri inespressi a farsi strada verso la coscienza oppure, più semplicemente, rimescola l’anima agitando i pensieri più informi.

Più avanti ancora negli anni il minore avrebbe incontrato donne che rinunciavano ad esprimere una parte di sé scegliendo il profumo di altre donne con cui dividevano l’uomo.

Il profumo di Anna invece era perfetto per lei, almeno questa fu l’impressione del minore, sembrava traspirare direttamente dalla sua pelle: l’aldeide della nota di fondo terminava con un lievissimo sentore di sudore. Ma questo invece di disturbare il minore lo eccitò.

“Che profumo usi?”

“Non lo so. L’ho preso a mia madre” e sorrise.

 Al minore sembrò di aver sempre conosciuto quel sorriso, di averlo custodito nel punto più profondo, del profondo, del profondo della sua anima, di averlo là persino da prima degli oggetti dal fascino irretente che conservava nella scatola segreta. 

Erano seduti al bar di via Ripetta a parlare, in attesa che le lezioni in Accademia finissero. Il bar era un rettangolo con il bancone entrando a sinistra e la cassa incastrata strategicamente vicino all’uscita nell’altro angolo. Pochi tavolini con il ripiano di marmo che si poteva pulire con un’unica passata di straccio, poche sedie per non dare troppo appiglio agli studenti del liceo di fronte, mozziconi di sigaretta ovunque visto che i due o tre posacenere di alluminio verniciato di giallo con scritto Strega erano pieni da tempo. Un bar da studenti insomma, dove il massimo della trasgressione era lo Strega appunto o un Cinzanino appena appena alcolico ma il barista te la faceva pesare servendoti bofonchiando se non eri uno dei ripetenti dell’ultimo anno, sicuri di sé. Improvvisamente Anna aveva allungato la mano per riavviare i capelli del minore. In quel momento il minore si innamorò. Fu questione di un istante. E in quell’istante ebbe per la prima volta nella sua vita una completa percezione di sé. Sentì non solo di esistere ma sentì anche il proprio corpo interamente: sentì le braccia, le gambe, le mani e anche le dita dei piedi, le unghie e i capelli. E gli sembrò di parlare tantissimo ma in realtà soltanto Anna aveva parlato. Aveva parlato di sé del fatto che di notte si alzava per cucinare dolci lasciando un gran casino e poi la mattina dopo la madre si incazzava e poi che le piaceva il tè ma che ancora di più le piacevano le belle tazze perché le tazze belle facevano il tè più buono o almeno questa parve al minore di capire perché era distratto dal sorriso di Anna che gli sembrò improvvisamente talmente bello da fargli male e Anna disse che voleva capire le cose come sono veramente come cose certe perché cazzo se tutto si muove come fai a capire quello che succede? e poi bisognava trovare i perché come questo causa quello e se c’è un rapporto o un incastro qual è? tu lo sai come nasce l’amore? ma proprio l’istante, l’attimo in cui le cose cambiano? Il minore non seppe cosa dire prese fiato ma aveva perso l’attimo Anna era già passata a raccontare che sempre di notte si alzava per ballare da sola con le cuffie per non svegliare i genitori e che le venivano tanti pensieri che in quel momento le sembravano chiari ma che non riusciva a ingabbiare nelle parole che forse il minore che le parole le usava bene poteva farlo e il ragazzo che continuava a restare indietro disse che sapeva per certo la fiammella di un accendino e la luce di una stella avevano un rapporto intimo e Anna disse che era una cazzata magari e così il minore disse che sì che magari lo era e poi Anna disse di aver parlato solo di sé e disse parla tu ma ti prego parla di me dimmi perché fammi sentire fammi capire fammi sognare fammi credere di essere l’unica al mondo e ancora c’erano cose, cose, cose da dire e quando Anna sorrideva si illuminava tutto il bar sembrava illuminarsi e tutta la grazia del mondo sembrava nascere per la prima volta proprio là tra i tavolini di metallo a tre zampe coperti di briciole sul pavimento sporco pieno di cicche dietro i vetri polverosi tra il volo delle mosche e persino il barista era più gentile quando parlava con lei. Il minore sentiva che Anna era insieme la luce e l’ombra: la luce lasciata accesa in corridoio da sua madre per dargli sicurezza prima del sonno e l’ombra ristoratrice d’estate. Sentì tutti i sentimenti dell’anima di Anna e sentì come l’anima fosse subito sotto la pelle, incontenibile e spesso traboccava sotto forma di lacrime, visibile dietro la pelle diafana e le vene azzurre del collo, anche perché splendente. Qualche volta era spaventato da questo ma poi si rendeva conto che tutti amavano Anna per il suo modo di essere quieto e leggero come la sua voce, come il suo respiro che spianava le rughe dell’anima, i rancori, scioglieva gli umori cattivi. Ma quello che il minore non avrebbe confessato mai a nessuno e tanto meno a sé stesso era che quando Anna lo guardava fisso negli occhi e gli sorrideva si sentiva bello e lui non si era mai sentito bello in vita sua e questa sensazione nuova gli dava emozione e sicurezza e lo rendeva splendente come la ragazza.

Il minore si chinò in avanti, si accostò alla guancia di Anna per respirare il profumo, sperando che gli restasse addosso.

Anna non girò la testa come per evitare un bacio. Andò incontro al minore e appoggiò le labbra su quelle del ragazzo.

Il minore dunque scoprì di essere innamorato. Era innamorato e non sapeva che cosa fare. Desiderava che quell’istante fatto di emozione, di profumo, di battito cardiaco, di rumore di tempesta nelle orecchie non terminasse mai. Desiderava fare l’amore con Anna ma non sapeva come farglielo capire. E poi alla fine dei conti stavano in bar e chissà come l’avrebbe presa il proprietario che ne aveva pur viste di tutti i colori ma insomma. Desiderava che Anna si innamorasse perdutamente di lui e desiderava essere la persona che l’avrebbe fatta perfettamente felice e però non sapeva che fare. Anna si limitò a dire: “Dobbiamo andare”.

 

 
 
 

Un momento di stasi nella Mappa, prima delle grandi maree

Post n°91 pubblicato il 22 Marzo 2010 da canescioltodgl10

Il minore è nel salotto con la madre. E’ semi sdraiato sul divano, leggiucchiando un libro. Quando rilegge le stesse righe per la quarta volta si convince che il libro lo ha già letto anche se non ricorda di averlo fatto. La mente si muove inquieta. Guarda la madre impegnata in quello che la donna ha sempre definito “un compito non delegabile”, il controllo delle tazze da tè. E’ un controllo visivo e tattile, alzando ogni tazza verso la luce e passando il dito piano e con leggerezza lungo il bordo. Un lavoro lento metodico. Il minore pensa che calma e metodo sono gli strumenti necessari perché il mondo non vacilli. Così la madre cerca la più piccola crepa su una tazzina, la piccola crepa che potesse mai aprire la via all’incuria prima, poi alla trascuratezza e, in ultimo, alla sfacelo. No, il minore sapeva non sarebbe mai successo: la madre lo avrebbe semplicemente impedito. Le tazze erano state prelevate dal servante muto in cui erano custodite e portate con cura fino al grande tavolo al centro della stanza, quello che prendeva tanta luce dalle finestre. Questo rito, insieme alla pulitura degli argenti scandiva i ritmi casalinghi. Ogni tanto la madre eseguiva, da sola, senza nessuno in giro, la pulizia dei gioielli. Si era sempre rifiutata di affidarla a un gioielliere, e i ragazzi sapevano che era per lei qualcosa di più intenso che guardare le vecchie foto. Non si sarebbe mai separata dall’anello di fidanzamento che aveva avuto in dono poi, dopo le nozze e dopo la guerra, quando tutto sembrò sistemarsi anche se tutto era diverso. Il grande rito si celebrava con il passaggio delle stagioni: l’arrivo del sole portava l’apertura di tutte le finestre, il rovesciamento della casa, la sciorinatura di qualsiasi cosa avesse a che fare con un qualsiasi tessuto, le messa fuori casa dei ragazzi con la preghiera tassativa di non farsi vedere fino al tramonto. No, il minore non riusciva a immaginarla in nessun altro posto che non là, intenta a circondare, coi suoi gesti metodici, la casa di quella tranquillità perlacea prossima alla stasi del tempo. Dal tinello arriva l’odore pungente ma piacevole della trementina e quello della lana scaldata causato dal ferro da stiro poggiato sulla vecchia coperta militare. Si rinfrescano gli abiti. Il minore lascia correre per la testa le parole che circolano per casa in quei giorni: vagotonico, linfatico, lemuri (così il padre chiamava lui e suo fratello, con un tono di rimprovero generico, senza oggetto specifico, sospeso, a proposito del loro pallore, sottintendendo così chissà quale attività decadente che li avrebbe portati alla ciecità o alla curvatura perenne della spina dorsale) e poi la lattiera gloglottante, acònito, ribòboli…Si accorge che la madre lo fissa. Il fratello non è rientrato a dormire neanche quella notte e la donna si domanda, il ragazzo ne è sicuro, quando comincerà anche lui le sue scorribande notturne.

 

 
 
 
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